«Non sanno nemmeno che faccia abbiamo»

di Alberto Giovanni Biuso
(14.1.2021)

Le gravi decisioni prese anche dalla Crus (Conferenza dei Rettori delle Università Siciliane, che meglio sarebbe rinominare Crux) sono fondate su procedure scarsamente scientifiche e socialmente esiziali, che abbiamo segnalato anche qui: Linguaggio, potere, epidemia.
Dopo aver letto questo articolo, il collega Alessandro Pluchino -fisico dell’Università di Catania- mi ha trasmesso un intervento di qualche tempo fa di Giorgio Parisi, fisico anch’egli e Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il quale scrive, tra l’altro, che «come ha richiamato chiaramente la commissione COVID-19 dell’Accademia dei Lincei, in assenza di trasparenza, ogni conclusione diviene contestabile sul piano scientifico e, quindi, anche sul piano politico. Che senso ha decidere l’apertura o la chiusura delle Regioni basandosi su un numero non affidabile, con un’incertezza enorme?» (L’indice Rt è inaffidabile)

Anche per questo è grave e storica la responsabilità che i decisori politici e accademici si stanno assumendo con il mettere a rischio non soltanto i diritti degli studenti -i quali continuano a pagare ben reali tasse di iscrizione in cambio di un insegnamento e di servizi da dieci mesi soltanto virtuali– ma subiscono anche conseguenze assai dannose per la loro salute fisica e mentale, come documentano, tra gli altri, sia un testo che abbiamo già pubblicato di D., studente dell’Università di Catania sia quello più recente di una studentessa dell’Università di Udine:

«Buongiorno, stamattina sono qui per ricordarvi che gli studenti universitari non rientrano in ateneo da 11 mesi. Noto che anche dopo le feste nessuno si è degnato di considerare la categoria degli studenti universitari, totalmente abbandonata dalle istituzioni e da un ministro che ormai latita da un pezzo. In questi 11 mesi abbiamo continuato a pagare le tasse nonostante i problemi economici che tante famiglie avranno avuto e non è stato trovato uno straccio di soluzione. Sono 11 mesi che ci stiamo spersonalizzando davanti a un computer, ci sono docenti che non sanno nemmeno che faccia abbiamo e noi non sappiamo che faccia abbiano i docenti. L’Università con la U maiuscola è un posto dove si coltivano menti e si scambiano idee, menti e idee che non possono essere coltivate e scambiate tramite un pc, tramite una didattica a distanza che funge solo da palliativo per una situazione di agonia. Un paese che non si interessa del futuro dei suoi giovani è un paese vecchio, che si lamenta però quando quei giovani se ne vanno via per venire valorizzati in altri paesi. Io ormai sono esausta, stanca di sentire ogni giorno le stesse parole e di non ricevere risposte. Risposte che il paese mi deve e ci deve perché siamo anche noi cittadini, gli studenti universitari non sono studenti di serie B, sono studenti che meriterebbero un encomio per come hanno vissuto e gestito questa situazione, lasciati fondamentalmente ad “autogestirsi”. Sono momenti di vita che non ci restituirà nessuno, e non me ne vogliano i genitori di figli piccoli, però la laurea non capita tutti i giorni, la gioia di uscire dall’università dopo aver passato un esame difficile che ci stava addosso come un macigno, il poter avere un confronto diretto con i docenti e non dover sgomitare “virtualmente” su una piattaforma per farci sentire, la stesura della tesi (che vi lascio solo immaginare cosa significhi non avere il relatore vicino), sono tutti momenti che a nessuno è venuto in mente di considerare, e di considerare quanto per noi sia doloroso andare avanti così. Sto iniziando il mio secondo semestre del secondo anno di magistrale e quindi sto concludendo il mio percorso universitario davanti a uno schermo e non lo auguro a nessuno.
Rendo questo post pubblico se qualcuno volesse condividerlo (nel caso lo faceste ve ne sarei grata davvero). È uno sfogo diverso che affido ai social nella speranza che tanti si accorgano che anche noi esistiamo».

Fonte: pagina Facebook di Alessandra Peru (4.1.20121)

Mi sembra un testo davvero saggio e commovente, una testimonianza struggente, concreta e splendida da parte di una studentessa la quale ha compreso che cosa significhi essere parte della Communitas universitaria e di che cosa la stiano privando le irrazionali, contraddittorie, miopi scelte dei decisori politici e accademici, a partire da uno dei più discutibili, un soggetto politico e insieme accademico, il ministro dell’Università Gaetano Manfredi, che anche alla Federico II di Napoli, della quale è stato rettore, ricordano senza nostalgia.
Almeno Lucia Azzolina (laureata nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania) si è battuta, pur con scarsi risultati, per tenere aperte le scuole, mentre Manfredi è, come scrive la studentessa Peru, «un ministro che ormai latita da un pezzo».

Disagio e rabbia: la voce degli studenti

di Noemi Scarantino
(13.6.2020)

[Una studentessa del Dipartimento di Scienze Umanistiche (Disum) dell’Università di Catania testimonia il doloroso e profondo disagio che lei e molti suoi colleghi stanno vivendo. Non è anche questo un grave rischio per la salute dei nostri studenti?]

Trovo davvero inaccettabile il trattamento riservato all’Università e la scarsa considerazione che l’Italia dimostra di avere nei riguardi dell’istruzione, della ricerca e della cultura in generale.

La situazione ha ormai cominciato a generare rabbia in me e molti altri studenti con cui sono in contatto, poiché oltre a privarci della vita universitaria, dello studio vero e del rapporto con i docenti, sta anche aprendo le porte ad altre situazioni di disagio.

Io e molti colleghi ci troviamo a vivere in province molto lontane da Catania e questo ci impedisce di poter partecipare anche ai piccoli tentativi di relazione, dacché i mezzi di trasporto rendono difficili e faticosi gli spostamenti che nella vita normale sono invece molto efficienti.

Inoltre, l’ostinata chiusura prolungata non soltanto ha costretto molti di noi a dover abbandonare gli alloggi catanesi ma anche ci impedisce adesso la possibilità di trovarne dei nuovi, poiché non ci è possibile né spostarci facilmente per gli eventuali incontri né tantomeno dare certezze agli affittuari.
Molti studenti appassionati e impegnati si ritrovano dunque a dover attendere l’utopia di un ritorno a settembre accumulando intanto disagio psicologico e sensazione di incompletezza e precarietà nell’approccio allo studio, che solitamente viene affrontato proficuamente in Biblioteca, in gruppo e, in generale, in contesti di relazione amichevole e confronto professionale.

Studenti al bar ma non nelle aule

di Giuseppe Grasso e Alberto Giovanni Biuso
(12.6.2020)

Sulla mailing list dei docenti dell’Università di Catania si discute anche della decisione dell’Ateneo di continuare a interdire agli studenti l’accesso ai Dipartimenti.
Riportiamo uno scambio intercorso tra Giuseppe Grasso (Dipartimento di Scienze Chimiche) e Alberto Giovanni Biuso (Dipartimento di Scienze Umanistiche).
L’argomento è la Lettera aperta indirizzata al MUR e al Ministro Manfredi con la quale si chiede di riaprire le Università.

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Io ho firmato la petizione, ma vorrei anche aggiungere un piccolo commento. Mi sembra veramente vergognoso che sia possibile andare al bar, al ristorante e tra poco anche in discoteca e contemporaneamente si facciano problemi per fare esami in presenza (si possono tranquillamente mantenere le distanze durante gli esami) o per fare le lezioni in presenza (anche in questo caso è facile tenere il metro di distanza).

In effetti, mi pare che si stia semplicemente – e forse volutamente – privando del diritto allo studio migliaia di studenti, dalla scuola alle università. Il pericolo, a mio avviso, non è affatto rappresentato dal virus (senza togliere importanza e gravità alla morte di nessuno; qui in Sicilia ricordo che abbiamo avuto un numero di morti e di contagiati da Covid veramente ridicolo, se confrontato al numero di malati e morti per altre cause. Guardando ai numeri, personalmente mi sento molto più in pericolo fumando, bevendo alcolici o andando in moto piuttosto che parlando con uno studente a 2 metri di distanza).

Il vero rischio mi sembra quello di crescere una generazione di disumani-nerd-telematici, privi di ogni senso critico e perciò facilmente terrorizzabili con minacce di pandemia, così da poter instaurare una dittatura dall’oggi al domani, senza suscitare alcuna protesta. Io mi dissocio fortemente dal pensiero che prima di intraprendere una qualsiasi attività bisogna accertarsi a tutti i costi che sia a “rischio zero” dal contagio. Non so cosa si intenda per “rischio zero”. La vita è per definizione un “rischio”. Tutto quello che facciamo, ogni giorno, comporta un rischio per la nostra vita stessa. In effetti, non c’è neppure bisogno di uscire di casa, visto l’alto numero di incidenti, omicidi e suicidi che avvengono tra le nostre sicure mura di casa.

Perché ci siamo chiusi in casa allora e continuiamo a non poter vivere liberamente anche adesso che gli ospedali sono praticamente vuoti da malati di Covid? Si possono dare tante risposte a questa domanda, ma sicuramente tutti abbiamo percepito che il pericolo che avremmo corso svolgendo le attività della nostra vita ‘normale’ era improvvisamente divenuto troppo alto, che non si poteva più accettare il rischio di vivere, ma bisognava in qualche modo sospendere la nostra vita. Questa decisione, più o meno condivisibile, ci è stata imposta dall’alto, non è stata affatto il frutto di un dibattito politico e culturale – tutto è stato giustificato dall’urgenza.

Adesso, però, la questione mi pare ben diversa. L’urgenza (qui in Sicilia non l’abbiamo mai avuta) è finita, eppure si continua a proibire persino la vita culturale nelle nostre università. Si parla di plexiglas tra banchi di scuola elementare. Si prevedono lunghi periodi di didattica on line, scenari apocalittici, deleteri per la vita sociale, culturale ed economica del paese, giustificati non più dall’urgenza ma dalla sola paura. Ma preferisco vivere e far vivere piuttosto che rinunciare alla vita e alla cultura per paura di morire. Per quello che ne so, questa situazione potrebbe durare mesi, forse anni. Non sono disposto a rinunciare alla cultura e alla libertà per un periodo così lungo per nessuna minaccia di morte al mondo.

È chiaro che la libertà individuale si debba fermare nel momento in cui va a minacciare la libertà degli altri. D’altra parte la paura di morire personale non dovrebbe in alcun modo intaccare la libertà e la vita degli altri. Questo è stato fatto e continua ad accadere oggi, ma di certo deve essere limitato nel tempo, non può diventare, in nessun caso, una situazione permanente o ricorrente.

Giuseppe Grasso

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Condivido pienamente quanto scritto da Giuseppe Grasso. Aggiungo due elementi:

Il primo: un articolato documento di un gruppo di psicologi e psichiatri Sui gravi danni psichici e sociali della paura da Covid19, i cui autori si dichiarano in pieno accordo anche con il documento del Comitato Rodotà Si scrive salute. Si legge democrazia. Come abbiamo scritto in “Corpi e politica”: «crediamo che si tratti di un significativo contributo alla comprensione dei danni enormi inferti alla collettività, ai singoli, alle libertà. In modo pacato ma fermo si chiede ai decisori politici e ai mezzi di informazione di cambiare direzione allo scopo di evitare ulteriori disastri e ripristinare la salute pubblica, che è un fatto globale e non soltanto virale».

Il secondo: la foto di una gita a Siracusa che abbiamo organizzato qualche giorno fa con alcuni dottorandi, laureandi e studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche. L’immagine è stata da me tagliata per rispettare la riservatezza dei miei allievi ma vi assicuro che i corpi erano interi. L’abbiamo scattata davanti a una delle belle chiese di Ortigia. Abbiamo passeggiato, gustato l’aperitivo, cenato. E tuttavia quegli stessi dottorandi, laureandi e studenti devo riceverli al bar di Piazza Dante perché il Dipartimento è loro precluso, quasi come un fortilizio dal quale devono stare lontani.
Non vi sembra che ci sia qualcosa di strano e irrazionale in tutto questo?

Alberto Giovanni Biuso

[L’immagine di apertura è di Federico Fantechi]