Oltre lo Stato etico: lo Stato psicagogico

di Alberto Giovanni Biuso
(8.10.2020)

Emblematico quanto è apparso sul manifesto del 7.10.2020 come sintesi delle dichiarazioni del ministro della Salute:
«Il nuovo Dpcm. Non tutti gli esperti sono convinti dell’efficacia delle mascherine all’aperto, ma il provvedimento ha anche uno scopo psicologico: comunicare “l’innalzamento della soglia di attenzione”».
Speranza: «Mesi non facili». Per ora misure light

L’esercito nelle strade e la museruola che impedisce il respiro vengono definiti “light”.
Dallo Stato etico allo Stato psicologico/psichiatrico, lo Stato ultrapaternalista, lo Stato psicagogico.
Verso dove stiamo precipitando?

Corpi e corpi. In presenza

di redazione corpi e politica
(28.6.2020)

corpi e politica si apre da oggi al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

corpi e politica è nato dall’urgenza di denunciare le insopportabili limitazioni imposte ai corpi. Limitazioni alla libertà di movimento, di espressione, di scambio fisico, decretate con una normativa arbitraria e autoritaria. Limitazioni pesantemente imposte con il terrorismo psicologico e mediatico che ha spinto a percepire in qualsiasi altra persona e perfino nell’ambiente una minaccia alla propria vita, che ha spinto le persone a recludersi spontaneamente o a limitare al minimo la propria vita sociale e di relazione – che è poi la vita stessa.

Vivere significa infatti scambio con i propri simili, incontro dei corpi nei luoghi reali, nell’ambiente, nel mondo. La vita è movimento, scoperta, autonomia – sorpresa e invenzione che si dà soltanto nella relazione con lo sconosciuto. La dissoluzione del contatto sociale diventa invece la migliore garanzia per chi governa, qualunque sia il suo nome: atomi sociali irrelati non potranno mai fare corpo per partecipare alla vita politica attiva anziché subire passivamente decisioni calate dall’alto.

Tutto questo ha molto poco a che fare con epidemie e questioni sanitarie, considerata la grande sproporzione fra i danni prodotti dal virus e gli enormi, universali, pervasivi danni fisici, psichici, sociali, economici provocati dalle misure di reclusione: una forma di controllo arbitrario delle esistenze che non ha precedenti nella storia per dimensioni e profondità.

La questione della libertà è da sempre una questione di corpi, del loro muoversi nello spaziotempo con energia, consapevolezza, lucidità, in autonomia rispetto a forme di convivenza coatte, da minacciose strutture di obbedienza, da regimi sanitari autoritari. L’esistenza umana è incompatibile con il regime della separazione. È fatta di una relazionalità costante, pervasiva, faticosa e feconda.

Di fronte al cristallizzarsi di questa situazione poche e isolate sono state le voci critiche. Ora però il regime di limitazione dei corpi si sta attrezzando per diventare permanente e la resistenza non può  che partire dai corpi. Dai nostri corpi, dai corpi che siamo.

Nella rivoluzione etica ed estetica del secolo scorso, uno slogan centrale era la “liberazione del corpo”, all’insegna di un cambiamento radicale che ha coinvolto milioni di esistenze: dagli atteggiamenti e comportamenti quotidiani degli individui ai grandi orizzonti collettivi di reinvenzione del mondo. Oggi, nel tempo oscurantista della paura, il primo oggetto di attacco e di censura è stato il corpo e l’energia che scaturisce dal desiderio – ma la fisicità dei corpi e l’estetica del desiderio erano già in una fase di desistenza. Ora, liberare i corpi significa puntare sull’incontro fisico, rilanciare la potenza del contatto e la necessità – umana ovvero politica – della relazione.

Tenere una lezione ai propri studenti senza mediazioni telematiche, in presenza fisica; lavorare in gruppo ‘dal vero’; spostarsi fisicamente in un’altra città o nazione; fare una festa; fare un’assemblea – potrebbero sembrare le più ovvie delle rivendicazioni, il ritorno a una normalità da recuperare dopo un periodo di obbligata astinenza. Ma invece proprio il tempo della deprivazione ha dimostrato quanto quelle pratiche siano preziose, funzionali alla vita activa senza la quale, per l’uomo, non si dà vita contemplativa ma neppure la mera sopravvivenza biologica.

Per questo corpi e politica si apre da oggi non solo alle riflessioni sul nostro tempo, ma anche al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.