Una parola semplice sulla didattica del futuro

di Tommaso Greco
(Roars, 14.5.2021)

[Poche e chiare parole sulla didattica d’emergenza, del tutto condivisibili]

Credo sia venuto il momento, se non è già troppo tardi, di porsi e porre una domanda: cosa faremo, con la didattica a distanza quando sarà finito il periodo dell’emergenza sanitaria? Ribadisco, a scanso di equivoci: mi sto chiedendo cosa sarà normale quando non dovremo più fronteggiare il pericolo del coronavirus, sperando che non ce ne siano altri analoghi, o che non si debba vivere nell’emergenza perpetua come in certi film apocalittici con i quali abbiamo nutrito il nostro immaginario.

L’impressione — ma ovviamente è più di una impressione — è che sia ormai entrata nella convinzione diffusa l’idea che non si possa più fare a meno della possibilità di ‘trasmettere’ le nostre lezioni online, per chi voglia usufruire di queste modalità. I documenti di programmazione, le dichiarazioni di ministri e politici, gli impegni dei rettori e degli amministratori degli atenei vanno tutti in questa direzione (vi risparmio citazioni e rimandi). La Dad appare a tutti come una di quelle scoperte così magnifiche, una via che offre tante di quelle opportunità, che sarebbe stupido non approfittarne. La parola magica che mette tutti d’accordo è: “sistema misto”.

Vorrei dire allora una parola, con il massimo della semplicità e il massimo della chiarezza. Permettere che uno studente (lo dico una volta per tutte: o una studentessa) possa iscriversi ad una università rimanendosene a casa propria — perché non ha i mezzi per pagare l’affitto, perché è uno studente-lavoratore, perché è uno studente-genitore, perché non ha voglia di alzarsi presto la mattina per prendere il treno, perché preferisce seguire le lezioni standosene sdraiato sul divano o in pigiama sotto le coperte o perché quella mattina è brutto tempo — è frutto di un grande inganno e di una grande ipocrisia che noi come docenti (e mi auguro anche gli studenti) non possiamo permetterci di avallare e, se del caso, di non contrastare attivamente.

Su quanto l’esperienza universitaria sia una esperienza (appunto) che si può fare solo sperimentandola, per i mille motivi che sono stati detti in questi mesi, non mi soffermo. Vorrei solo ribadire che far credere, ad esempio, ad uno studente meridionale che possa iscriversi all’Università di Pisa rimanendosene fermo a casa sua è appunto un inganno, e io lo ripeterò ad ogni occasione: perché gli toglie la possibilità reale di cogliere tutte le opportunità che una università degna di questo nome offre (o dovrebbe offrire): spazi, biblioteche, incontri (soprattutto informali e imprevisti), che solo in presenza possono essere davvero fruiti. Esiste un solo docente, tra quelli attualmente in servizio, che possa negare quanto sia stato importante vivere l’Università per il proprio percorso? E allora perché negarlo ai docenti (ma anche ingegneri, insegnanti, biologi, ecc.) del futuro? Abbiamo idea di cosa stiamo rischiando di togliere ai nostri giovani?

Voi mi direte: ma perché impedirlo, se uno lo preferisce? E io rispondo, sempre semplicemente e direttamente. Nessuno vuole impedirlo: ci sono per questo le università telematiche. Costano troppo? Allora si crei una telematica pubblica, a prezzi accessibili per chiunque, e magari mandiamoci a insegnare anche tutti quei bravi colleghi che ormai amano alla follia insegnare dallo schermo di un computer. Ma le altre Università, per favore, rimangano quello che sono sempre state e che non potranno non essere, se vogliono continuare ad essere Università e non trasformarsi in una telematica qualsiasi.

Poiché volevo essere semplice, diretto e anche breve non mi dilungo su un’altra questione cruciale, che riguarda lo svolgimento di convegni, seminari e quant’altro: se anche su questo qualcuno pensa che “è così facile e comodo” (e anche economico) fare tutto attraverso le piattaforme telematiche, allora chiudiamo bottega e cambiamo nome alle Università. Evidentemente il loro tempo è finito.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi

di Cherryblossom
(18.3.2021)

Figlio è iscritto al primo anno di un corso di laurea presso un ateneo milanese.

In teoria nel primo semestre avrebbe dovuto poter seguire le lezioni in presenza, secondo un sistema di alternanza di gruppi di studenti regolato da prenotazioni. Per garantire almeno ai nuovi studenti la possibilità di farsi una minima idea di che cosa significasse «fare l’Università».

In pratica non ha avuto un’ora di lezione dal vivo. Nonostante le dichiarazioni d’intenti e le professioni di prassi dell’ateneo in questione. In altri corsi di laurea della stessa università i corsi in presenza per le matricole hanno in effetti avuto luogo. Ma nel corso di Figlio tutti i docenti del primo semestre, imperturbabili, hanno svolto, con esiti più o meno brillanti, lezioni online.

Fine dei corsi. Esami. A distanza, ovviamente.

Secondo semestre. «Finalmente pare che avrò delle lezioni in uni. Hanno aperto le prenotazioni. Mi prenoto.». Ottimo. Vedrà infine gli edifici dell’università, prenderà i mezzi, starà davanti al portone a chiacchierare e fumare tra una lezione e l’altra. Arriverà a casa la sera stanco. Ma non di stare davanti a uno schermo.

Monta la consueta retorica bellica. Zona rossa. Fine dei giochi. Tutti a casa. Lezioni online. Uno dei docenti di Figlio, oltre a insegnare all’università, fa il consulente di aziende ad alto livello: quattro ore di lezione di fila, tutte in un pomeriggio. Così si ottimizza il tempo, ci si libera delle lezioni concentrandole in una mezza giornata e poi ci si può dedicare ad attività più redditizie che insegnare ai ragazzi.

«Madre, vado in … [altro ateneo milanese] a studiare.»
«Ma come? È aperto? Ci si può andare a studiare?»
«Sì sì. C’è un botto di gente. È bellissimo. Anzi, domani mattina mi alzo alle otto, perché se non vado presto non trovo posto.»

«Come può uno scoglio
Arginare il mare?
Anche se non voglio[no]
Torno già a volare.
Le distese azzurre
E le verdi terre
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto.»

È primavera.

«[…]
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.»
(Salvatore Quasimodo, Specchio)

È primavera. Torna ogni anno. Anche questo.

L’idiota a distanza

di Alberto Giovanni Biuso
(13.3.2021)

L’operare dell’informazione al completo servizio delle autorità è mostrata in questi anni in modo clamoroso dalla vicenda dell’epidemia. Se infatti è evidente che un virus esiste e colpisce -come è accaduto da sempre e sempre accadrà- è altrettanto chiaro come sia stato «facile, per le élites al potere, strumentalizzare queste circostanze a proprio profitto per colpire le libertà. Negli Stati Uniti, il Patriot Act è stato adottato per contrastare il terrorismo, dopo di che è servito a tenere al guinzaglio l’intera popolazione. Le leggi eccezionali finiscono per entrare nel diritto comune, cosicché l’eccezione diventa la regola» (Alain de Benoist, Diorama Letterario, n. 359, gennaio-febbraio 2021, p. 10).
Davvero

«mai censura è stata più perfetta. Mai l’opinione di quelli cui si fa ancora credere, in certi paesi, che sono rimasti cittadini liberi, è stata meno autorizzata a manifestarsi, ogni volta che si tratta di una scelta che coinvolgerà la loro vita reale. Mai è stato permesso di mentire loro con una così perfetta assenza di conseguenze. Si presume semplicemente che lo spettatore ignori tutto e non meriti nulla»

(Guy Debord, Commentari alla Società dello Spettacolo, § VIII; Baldini & Castoldi 2008, p. 203, con delle modifiche nella traduzione).

Il risultato è anche ciò che Michel Desmurget ha definito con il titolo Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) e che prima ancora aveva descritto come TV Lobotomie. La vérité scientifique sur les effets de la télévision (J’ai Lu, 2013). Desmurget è infatti un neuroscienziato (direttore di ricerca del Cnrs francese), il quale «vede in opera meglio di chiunque altro la decerebrazione di massa operata sui giovani cervelli in fase di sviluppo e, disgustato, scortica metodicamente questo infanticidio planetario che non osa dichiararsi tale» (Jean-Henri d’Avirac, Diorama Letterario, n. 359, p. 39). D’Avirac continua la sua presentazione del libro affermando che «ridurre un giovane cittadino allo stato di semplice consumatore sommerso da segni e immagini, il cervello impantanato nella dopamina, ridotto fin dalla più giovane età alla dipendenza dallo schermo, dal porno, dalla moda, è una pacchia per il sistema, la cui ossessione è togliere i freni al consumo, sospendere il senso critico e la nostra capacità di stabilire delle gerarchie. […] La lobotomia è molto più efficace della repressione» (Id. p. 40).
Rivolgendosi ai genitori, Desmurget scrive: «I vostri figli vi ringrazieranno per aver offerto alla loro esistenza la fertilità liberatrice dello sport, del pensiero e della cultura, invece della perniciosa sterilità degli schermi» (cit. a p. 40). 

E invece le istituzioni educative -comprese quelle italiane- sono state pronte a gettare in braccio agli schermi gli studenti di ogni ordine e grado. Non si è trattato di una soluzione ma dell’aggravarsi di un problema, il problema -appunto- della idiozia digitale. Se scuole e università hanno potuto chiudere con tanta immediatezza e facilità le loro porte agli studenti – studenti senza i quali scuole e università non hanno ragione di esistere – è perché strumenti e apparati erano già pronti a sostituire la relazione educativa con degli ologrammi disincarnati. Senza questi software sarebbe stato inconcepibile chiudere per mesi o per anni le scuole e le università. Sono dunque le piattaforme MSTeams, Zoom e altre analoghe ad aver causato un processo di impoverimento didattico e culturale che probabilmente è solo agli inizi. La cosiddetta DAD, che meglio si dovrebbe definire didattica d’emergenza, è – in questa prospettiva – l’incipit della barbarie pedagogica. E questo perché ‘insegnare a distanzaè una contraddizione in termini, perché ‘apprendere a distanza’ è una delle caratteristiche dell’idiota digitale che si vorrebbe tutti noi diventassimo: «La DAD diventa, così, un mirabile esempio di neolingua chiamata a sovvertire la realtà e ad ipotecare pesantemente il futuro dell’istituzione» (Fernanda Mazzoli, La scuola ai tempi del Covid: prove generali di colonizzazione digitale, in «Koiné», anno XXVII, 2020, p. 16).

La didattica del vuoto ha come orizzonte fondativo e come prospettiva futura ciò che Renato Curcio chiama il maestro vuoto, la cui «video-lezione, come lezione spettrale, appiattisce quest’ultima sulla mera trasmissione di nozioni, avvicinandola così a quel sapere procedurale messo in campo dalle nuove tecnologie assai più di quanto non possa farlo la lezione in presenza, la tanto attaccata lezione frontale che permette la lenta e dialogata costruzione delle conoscenze (e dei significati) a partire dalla sollecitazione ineludibile posta dal volto dell’altro e dall’instancabile attesa -carica di tutte le sfumature di un volto umano- che ne promana» (Id., p. 40).
Un maestro vuoto atto a sostituire la persona viva e socratica di colui che alla relazione pedagogica -e di conseguenza al fatto educativo- dà voce, volto, pienezza. Il maestro vuoto è il coach della palestra dell’ignoranza e della conseguente obbedienza collettiva.

Palù: «Basta con l’isteria» 

[Questa intervista a Giorgio Palù, uno dei virologi più conosciuti al mondo e più apprezzati, ci sembra che costituisca un necessario invito alla razionalità, perdere la quale è una delle più ricorrenti e gravi malattie del corpo sociale]

Coronavirus, il virologo Palù: «Il 95% dei positivi è asintomatico. Chiudere tutto? No, basta con l’isteria» 
Il professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova: «Il numero che conta veramente è quello dei ricoverati in terapia intensiva»
di Adriana Bazzi
(Corriere della Sera, 24.10.2020)

«Confusione»: se si dovesse riassumere, in una parola, la situazione Covid-19 in Italia oggi, questa sarebbe la più indicata, almeno nella testa della gente. Come uscirne? Intanto partiamo dalle impressionanti cifre dei bollettini giornalieri: ieri si parlava di 19.143 «contagi» o, in alternativa, di «casi» oppure di «positivi», tutti intercettati con i famosi tamponi. In crescita esponenziale. Ma che cosa questi termini nascondono in realtà? Lo chiediamo al professor Giorgio Palù, un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia.

Professor Palù, la gente è sconfortata e non sa più a chi credere. Come rispondere?
«C’è tanto allarmismo. È indubbio che siamo di fronte a una seconda ondata della pandemia, ma la circolazione del virus non si è mai arrestata, anche se, a luglio, i casi sembravano azzerati, complice la bella stagione, l’aria aperta, i raggi ultravioletti che uccidono il virus. Poi c’è stato il ritorno dalle vacanze, la riapertura di tante attività e, soprattutto, il rientro a scuola».

Risultato: i numeri dei «casi» sono in aumento. Come interpretarli correttamente?
«Ecco, parliamo di “casi”, intendendo le persone positive al tampone. Fra questi, il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo. Punto secondo: è certo che queste persone sono state “contagiate”, cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano “contagiose”; cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi».

Altri motivi per cui certe persone «positive» non sono «contagiose»?
«Perché potrebbero avere una carica virale bassa, perché potrebbero essere portatrici di un ceppo di virus meno virulento oppure perché presentano solo frammenti genetici del virus, rilevabili con il test, ma incapaci di infettare altre persone».

Allora, riassumendo: so che certe persone sono positive al tampone, so che sono asintomatiche, quindi non malate, so, però, che in una certa percentuale di casi (non è possibile stabilire quanto grande) possono contagiare altri. E, quindi, come comportarsi, visto che a Milano, per esempio, si è dichiarato il fallimento della possibilità di tracciare i contatti?
«Ci si dovrebbe attivare nel caso si individuino dei “cluster” (traduzione: raggruppamenti, ndr): quando, cioè, il positivo è venuto a stretto contatto con altre persone in un ambiente di lavoro, a scuola o in famiglia. Allora si dovrebbero fare i tamponi a tutti».

Quindi, conoscere i dati giornalieri, come da bollettini, sui contagi/casi/positivi non è, in definitiva, utile? 
«Quello che veramente conta è sapere quante persone arrivano in terapia intensiva: è questo numero che dà la reale dimensione della gravità della situazione. In ogni caso questo virus ha una letalità relativamente bassa, può uccidere, ma non è la peste».

A che cosa attribuisce l’attuale impennata di casi?
«Certamente alla riapertura delle scuole. Il problema non è la scuola in sé, ma sono i trasporti pubblici su cui otto milioni di studenti hanno cominciato a circolare. Tenere aperte le scuole è, però, indispensabile».

Lei è contrario o favorevole a nuovi lockdown?
«Sono contrario come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani, che sono il nostro futuro, e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure. Tutto questo a fronte di una malattia, la Covid-19, che, tutto sommato ha una bassa letalità. Cioè non è così mortale. Dobbiamo porre un freno a questa isteria».

Un delirio collettivo

di Alberto Giovanni Biuso
(22.6.2020)

Fisiologiche e frequenti sono nelle collettività umane le ondate di delirio collettivo causate da diverse ragioni e circostanze: guerre e fanatismi bellici atti a mobilitare cittadini e sudditi verso la loro morte e quella altrui; millenarismi religiosi pronti ad assicurare che un qualche regno dei cieli è vicino e basta fare qualcosa – ad esempio recarsi a piedi a Gerusalemme e conquistarla nel nome di Cristo (1096)– per ottenere la garanzia della salvezza; epidemie e contagi che spargendo il terrore supremo giustificano ogni ordine e decreto delle autorità pro tempore, qualunque sia il loro segno politico.

In nome del contagio da Covid19 e della pandemia psichica da esso scatenata si proibiscono i matrimoni tra omosessuali; si dà la caccia a solitari camminatori sulle spiagge; si lasciano in angosciosa solitudine i moribondi; si sprangano scuole, università e biblioteche facendo precipitare il corpo sociale in quelle che una volta si chiamavano le «tenebre dell’ignoranza», sostituendo la relazione viva con un algido e sterile contatto digitale/telematico/virtuale tra insegnanti e allievi.

E inoltre, a clamorosa negazione di anche recentissime campagne ecologiche, si suggerisce l’utilizzo dell’automobile privata come ‘mezzo più sicuro’ rispetto a quelli pubblici; si impongono mascherine/museruole e guanti di plastica il cui casuale smaltimento sta producendo danni enormi all’ambiente, come testimonia anche il noto geologo Mario Tozzi sulla rivista del Touring Club Italiano:

«Arrivano già le segnalazioni di quantitativi crescenti di mascherine e guanti in mare, dove diventano letali per tartarughe e pesci che li scambiano per cibo. […] Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente (e alla fine disperso in natura), ciò significherebbe dieci milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. […] Questa roba finirà nel Mediterraneo, dove ogni anno si riversano già 570 mila tonnellate di plastica. […] E c’è una contraddizione ambientale ancora più pesante. Ovviamente soffriamo per le 320mila vittime che Covid19 ha mietuto in tutto il mondo, ma non ci impressionano tanto i 4 milioni di morti in più , rispetto alle medie ‘normali’ che l’Oms segnala da tempo a proposito dell’inquinamento atmosferico; 80 mila solo in Italia, quando per il virus ne piangiamo, per ora, meno della metà. Il virus fa paura, l’inquinamento e la plastica inutile no»
(La rivincita della plastica, «Touring», luglio-agosto 2020, p. 22).

Le ondate di panico collettivo sono sempre molto pericolose e quella legata al Covid19 è particolarmente insidiosa anche per la sua dimensione planetaria, globale, dalle conseguenze ambientali assai gravi e intrisa di un asfissiante conformismo.

Riapertura delle scuole. Didattica, governi, finanza

Covid 19, riapertura scuole, didattica a distanza e Unione Europea
di associazioneindipendenza – 16.6.2020

[Questo testo contribuisce a capire meglio l’apparente oscillare dei decisori politici sulla questione della riapertura o meno di scuole e università. Trascurare i vincoli finanziari posti dall’Unione Europea significherebbe infatti non avere un quadro completo della reale situazione nella quale i governi si trovano, compreso quello italiano. Al di là della condivisione di alcune tesi più strettamente politiche, ci sembra dunque un’analisi feconda]

Per la riapertura delle scuole a settembre, al governo e al ministero dell’Istruzione sanno come venirne a capo ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. Da qui il susseguirsi di dichiarazioni che prospettano, di dichiarazioni che affermano, di dichiarazioni che smentiscono, di dichiarazioni che rilanciano ‘altro’ e via ricominciando. Attribuire tutto questo all’incompetenza coglierebbe parzialmente il cuore del problema. Vediamo il perché.

Le norme sulla sicurezza sanitaria imporrebbero il venir meno delle classi-pollaio e la necessità di nuove assunzioni. Più classi e più insegnanti, insomma. Tutto il contrario di quello che viene perseguito da anni: accorpare classi per ridurne il numero e disporre di un organico di docenti via via inferiore grazie alle uscite per pensionamento.

Il problema degli spazi sussiste ma è risolvibile ora con interventi laddove ci siano aule inutilizzate o non risanate per problematiche finanziarie, ora usufruendo di spazi pubblici e sociali limitrofi alle scuole, ora riaprendo scuole chiuse o edifici pubblici non in uso, e via dicendo. Tutto è alla portata per garantire a scuola la presenza (decisiva per la miglior didattica possibile), senza necessità di ricorrere a turnazioni, riduzioni dell’orario, eccetera. Curare un asse culturale nazionale nella scuola questo sì comporterebbe preparazione, conoscenza, una grande riflessione collettiva, mentre una gestione amministrativa di spazi può porre problemi, ma non più di tanto.

Perché quindi a Palazzo Chigi e a viale Trastevere sembra –attenzione: sembra!– che non sappiano come muoversi e che regni il caos? Per lo stesso motivo per cui tutti i comparti pubblici, che necessitano di un intervento dello Stato, versano in condizioni disastrose, come è emerso ad esempio nella sanità nel corso dell’emergenza da CV-19: gli investimenti.

Le classi pollaio, aventi come obiettivo la riduzione del corpo docente, sono una necessità per i tagli lineari richiesti dalle istituzioni europee in nome di un rientro del debito. Questo è il punto focale dell’essenza di funzionamento del combinato disposto UE-euro: aver innescato e trasformato in una criticità permanente il debito, averne cambiato la natura da realmente ‘pubblico’ ad ‘estero’ ed averlo inscritto in una dinamica strutturale di continui vincoli e condizionalità nella messianica e irraggiungibile prospettiva di una ‘redenzione’. Un ‘unicum’ nella Storia e nel mondo.

Con la cessione della sovranità monetaria, la venuta meno di un’autonomia politica a tutti i livelli (bilancio, investimenti, controllo dei flussi di capitale, indirizzi…) e quindi della piena titolarità decisionale degli investimenti da effettuare, qualsiasi governo, si trattasse anche di uno insediatosi con le migliori intenzioni e con un voto ‘a furor di popolo’, quand’anche fautore di una visione politica sociale avanzata, avrebbe le mani più che legate, un perimetro d’intervento ristretto, sempre più ristretto. Dentro l’Unione Europea ed il campo atlantico non c’è futuro (anche) per l’Italia, ma solo fumisterie e farse, come nella fase attuale con le “potenze di fuoco” dei supposti “aiuti” europei.

Al governo e al ministero dell’Istruzione l’idea su come venirne a capo l’hanno, ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. La linea che attuerebbero subito, consisterebbe in una massiccia trasformazione digitale del sistema scolastico. Anche se parziale potrebbe tornare utile per mantenere l’ossequio alle imposizioni dei tagli lineari di cui la riduzione dei lavoratori del pubblico impiego è per la Troika (FMI-BCE-UE) tra gli obiettivi ineludibili. Di qui, quindi, la magnificazione delle tecnologie didattiche e del ‘distanziamento dell’insegnamento’. Non ci sono tanto e soltanto gli interessi affaristici di chi gestisce le piattaforme digitali (sarebbe interessante vedere chi compone la relativa ‘task force’ al ministero dell’Istruzione e a quali ‘cordate’ risponde), c’è molto pragmaticamente il ‘risparmio’ che dalla ridotta presenza del corpo docente a scuola potrebbe derivare. Questa soluzione, ben evidente nella sua utilità e ‘tecnicamente’ facile da attuare, comporta però effetti negativi che non si sa bene poi come fronteggiare. La preoccupazione verte non sulla ‘qualità della didattica’ (che, da decenni, per chi domina e relativi referenti è bene che si abbassi sul versante ‘educativo-critico-formativo’…) ma sulla tenuta sociale di queste misure, delle proteste che potrebbero montare dalle famiglie e dal corpo docente.

Già ci giungono segnalazioni sia di riunioni telematiche sia di assemblee ‘in presenza’ di genitori e docenti che si preparano a dare battaglia a settembre. Le rivendicazioni base che ricorrono, tutte o parte, sono queste: apertura delle scuole, rifiuto della Didattica a Distanza sostituiva o anche solo complementare al monte-ore curricolare, più classi (con numero di studenti ben inferiore a quelle “pollaio”), recupero di locali, regolarizzazione del precariato scolastico e assunzioni stabili (docenti e personale Ata), rifiuto delle turnazioni e della riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti (già in diverse scuole l’ora corrisponde a 50 minuti), adeguamenti stipendiali dei dipendenti.

Sulla scuola, come per la sanità e altro, le parole d’ordine devono essere chiare: più investimenti, più intervento pubblico, più Stato (italiano). Ognuno di questi ambiti (con annesso stato di sofferenza sociale di milioni di lavoratori, di precari, di partite IVA, di inoccupati, ecc.), perché possa essere soddisfatto nelle sue rivendicazioni, necessita tanto della rottura dei vincoli di dipendenza dalla gabbia euro-atlantica, quanto di una nuova classe dirigente che abbia chiaro il nesso ineludibile tra conquista della sovranità monetaria e politica in senso lato e risorgimento sociale delle diverse classi e segmenti subalterni della società italiana, ‘in sofferenza’ tra condizioni di vita e restringimento di diritti.

La scuola dei presidi: autoritaria e sgrammaticata

di redazione corpi e politica
(14.6.2020)

L’Associazione Nazionale Presidi si distingue da decenni per la promozione e il sostegno dati a ogni progetto e pratica caratterizzati dall’estremismo liberista, dalla negazione della libertà di insegnamento – e dunque della Costituzione repubblicana – dalla trasformazione delle scuole in aziende. Approfittando come Viktor Orbán del coronavirus, i rappresentanti dei presidi elaborano un documento che ha poco da spartire con educazione e saperi e molto con le supercazzole del conte Raffaello Mascetti.

Il prolisso documento (16 pagine) ha come titolo titolo Le proposte ANP per la riapertura delle scuole a settembre. Chi avrà stomaco, lo legga per intero. Ma anche a spizzichi e bocconi emerge la natura emblematica di questo ennesimo capolavoro dell’ANP, una sorta di nido degli scarafaggi buroscolastici, presidi e loro complici.

Il loro fine è decantare la teledidattica permanente, anche per una altrettanto permanente e conclamata vigliaccheria. Il segnale più chiaro è, come sempre, il linguaggio. Leggere queste pagine significa assistere a un vulnus inferto alla lingua italiana, un intruglio di americanese (parte in corsivo, parte no –forse ritengono, le seconde, espressioni naturalizzate italiane), pioggia di astrusi acronimi (vagamente jettatori, diceva James Hillman) e slatinismi.

Una simile sciatteria linguistica è il veicolo di ogni distruzione culturale, il modello Briatore che rende impossibile qualsiasi discussione, destituendo il linguaggio di ogni significato e provocando una regressione nella catena darwiniana.

A chi dovesse chiederci: “ma voi in alternativa che cosa proponete?” suggeriamo di scorrere (e magari leggere) i 40 articoli che sinora abbiamo pubblicato nella sezione corpi e teledidattica di questo sito.