Una neolingua tetroterapeutica

di Peppe Nanni
3.1.2021

Proverbi della neolingua tetroterapeutica. Per esempio:
 
Vedo troppa gente in giro
I camion di Bergamo
Lo faccio per gli altri
Distanti ma uniti
Pensate alle cene mentre ci sono i morti
Una dieta appropriata al loccdaun
C’è meno smog
Spero bene da te
Non uscivo neanche prima
Meno male che c’è Netflix
Faccio ginnastica in bagno
Ora legale per la Nascita di Natale
Non è il momento di fare polemiche
E allora tu cosa proponi?
Hai ragione, ci devono dare ordini più chiari
La Scienza non è un’opinione
Troppi scienziati fanno confusione
Io non ho le competenze, mi affido alla Merkel
La prozia è una congiunta?
Non hai visto la Svezia?
Allora sei un trumpista!
Uccidi la nonna per un aperitivo
È un problema di scarsa educazione. Chiudiamo le scuole
Non solo i vecchi, ho letto che inKazakistan ha la febbre anche un bambino
Tante lagne per qualche sacrificio, pensa se ci fosse la guerra
Siamo in guerra
Dovete lavarvi le mani
Cerchiamo di fare la nostra parte. Non dovete lavarvene le mani
Appena vi abbiamo detto di comprare  col cash back nei negozi e non on line, ci avete preso sul serio

A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani

di Wu Ming
(ottobre 2020)

[Proponiamo due interventi tanto rigorosi quanto amari sulla catastrofe per la sinistra che la vicenda del Sars-Covid rappresenta. Il primo lo si legge qui: A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani ed è firmato Wu Ming. Il secondo è un commento di Wu Ming 1 allo stesso testo]

La cosa che più mi ha sorpreso e addolorato, in questo 2020, è la rapidità con cui, tra intellettuali e attivisti “di movimento”, si è ritirata ed è scomparsa – come in una vastissima bassa area – ogni riflessione su quale vita valga la pena vivere.
All’improvviso è rimasto solo un nocciolo di materialismo volgare, di riduzionismo economico che è anche riduzionismo biologico: per non crepare era non solo accettabile ma addirittura *bello* vivere come talpe, purché ci dessero i soldi.
Decenni di pensiero critico, di esperienze, di analisi, di momenti condivisi, sono stati gettati come zavorra.
Devo dire che non mi sarei mai aspettato di vedere la maggior parte del “movimento” ripiegarsi su questo, farne SOLO ed ESCLUSIVAMENTE una questione di richieste economiche. Che, intendiamoci, sono indispensabili. Ma non esauriscono tutto il discorso.
Davvero si pensa che la maggior parte delle persone accetterebbe di vivere «come piante grasse» (cit. AlexJC) a tempo indeterminato, a condizione di ricevere un bonifico? Che conoscenza dell’essere umano, che gusto per la vita e per la lotta, che idea di società – e di possibile società futura – ha in testa, chi pensa una cosa del genere?
Eppure è andata così, sono scomparse tutte le riflessioni sul fatto che vita non è solo sopravvivenza, e che la salute è un insieme complesso e una condizione sociale, non solo non prendersi un virus.
Si parlato quasi solo di reddito, senza riflettere sugli enormi prezzi esistenziali, psichici, culturali che l’apologia schizogena della reclusione domestica – perché questo è stato #iorestoacasa – ci avrebbe lasciato in eredità. No, si è implicitamente postulato un impossibile “rischio zero”, in nome del quale ripiegarsi in un privato privato di corpi.
Per mesi e mesi non si è detto pressoché nulla contro le strategie di deresponsabilizzazione che la classe al potere (non solo quella di governo, tutta: padronato, media, burocrazia ecc.) adottava. Anzi, chi denunciava la caccia al capro espiatorio veniva irriso, e so di compagne e compagni che a quella caccia hanno partecipato con zelo.
A chi criticava il governo è stato scagliato contro un appello incredibile, interdittivo, codino, con firme “di movimento” che non mi sarei mai aspettato.
A chi faceva notare che non si poteva sacrificare tutto il resto (il legame sociale, il vivere stesso!) in nome del “rischio zero” veniva dato del nazista, del darwinista sociale.
E si è fatta l’apologia delle piattaforme e delle app che consentivano di “sostituire” la vita “in presenza”.
Il massimo di risposta che si otteneva quando si sollevavano questi temi era: «non è il momento, ne parliamo dopo».
E intanto le peggiori tendenze avanzavano inesorabili.
Chiarisco un possibile equivoco: non mi sono mai atteso che la “sinistra radicale”, il “movimento” o altri clichés che usiamo per indicare questo sfilacciato network nel quale ci siamo formati potesse fare qualche differenza significativa. L’area aveva già i suoi bei problemi, a livello nazionale era già irrilevante, e quel che sta accadendo è più grande di noi tutte e tutti.
Mi sarei però atteso meno voglia di capitolare, meno acquiescenza, meno conformismo, meno collateralismo col governo, meno bava alla bocca contro i “reprobi” ecc.
Le piazze di questi giorni e queste notti, per quanto interclassiste, contraddittorie, confuse, strumentalizzate, non hanno posto solo il problema del reddito, che pure è fondamentale. Abituati al nostro gergo da “rifiuto del lavoro”, rischiamo di non capire che quando da quelle piazze è salito il grido «vogliamo lavorare!», significava «vogliamo vivere!», vogliamo avere una vita attiva, incontrare le persone. Idem quando si è alzato il grido «libertà!»: non è la “libertà” liberista, è l’autodeterminazione, è la libertà che sogna chi è stato esautorato da ogni scelta.
Anche in questa società divenuta sempre più tanatofobica, il vero incubo, soprattutto per gli spossessati, gli oppressi, i marginalizzati, non è morire ma smettere di vivere.
Di fronte a tutto quel che sta accadendo, ripensare oggi a quel che gran parte della “sinistra radicale” non ha visto arrivare può persino sembrare futile. Ma pensiamo alle rivolte in corso, e a quanta fatica si faccia a trovarne una decifrazione sensata (con poche lodevoli eccezioni) dove un tempo saremmo andati a cercarla. Pensiamo alla difficoltà di trovare un’interpretazione davvero ascoltante di quelle piazze e di quei riot. Pensando a ciò, forse il senso di questo sguardo retrospettivo si capisce, al di là del manifestare un dolore, e uno stupore che dura da mesi.

Il governo, nostro padre apprensivo

di Alejandro Nanni, studente
(10.10.2020)

Ma avrà fine questo atteggiamento che ha preso il governo – rilanciato anche da sindaci e presidenti di regione – da padre apprensivo? Avrà fine o è destinato, come pare in questi giorni, a diventare stabile e inoppugnabile? Lui sa cos’è meglio per noi, e ora il nostro babbo ci toglie la paghetta se non indossiamo la mascherina.

Non si sente più neppure il bisogno di motivazioni valide, di argomenti razionali: i poteri assoluti del re sono stati estesi per un tempo ancora più lungo. Il cittadino, considerato incapace di provvedere a se stesso, viene privato della possibilità di decidere come comportarsi, di esercitare la sua responsabilità soggettiva, trattato come un criminale se rivendica il diritto di capire e di scegliere quale sia l’atteggiamento più responsabile da prendere, umiliato come un bambino stupido da punire se non obbedisce. E se non concordi sulle norme sovranamente calate dall’alto, se eserciti il diritto di critica sei tacciato di essere depensante.

Probabilmente non ci sarà una seconda quarantena; persino Conte pare rendersi conto di quanto sarebbe disastrosa per l’Italia. Persino Conte pare capire che la gerarchia delle emergenze, in questa fase, è un’altra: si sono accorti che esiste – se non la scuola, se non la stessa vita – almeno l’economia.
Ma la cosa che più ci rattrista è la rassegnazione preventiva: si sente gente affermare che sarebbe contenta di tornare in quarantena se è “per il bene di tutti”. Ma cos’è questo bene di tutti? Sembra qualcosa di definito, preciso, unico e indiscutibile. Deleghiamo il governo a scegliere qual è il bene di tutti?

Sul terrore

di Alberto Giovanni Biuso
(13.6.2020)

Il terrore paralizza, il terrore interrompe il pensare, il terrore trasforma gli umani in foglie tremule che temono di staccarsi da un momento all’altro dall’albero della vita. Ma questa è sempre la condizione dei viventi. Il panico mediatico e politico sulla fragilità dei corpi che è emerso nell’anno 2020 non è giustificato dalla dimensione sanitaria dell’epidemia da Covid19. 

Le grandi pandemie della storia umana recente – tutti conoscono per ragioni letterarie quelle del 1348 e del 1630 e anche l’epidemia che falcidiò l’Europa subito dopo la Prima guerra mondiale mietendo cinquanta milioni di morti – hanno avuto una potenza letale e di contagio incomparabile con quella del virus attuale. Sino a che è possibile contare uno a uno il numero dei morti la parola pandemia è un dispositivo politico, non una descrizione sanitaria. 

Quanto avvenuto nel mondo in questi mesi non è paragonabile con le vere pandemie del passato. E tuttavia soltanto nel XXI secolo gli umani sono stati reclusi dentro i sepolcri delle loro case da sani; le quarantene del passato isolavano i malati dagli altri e non l’intero corpo sociale da se stesso, dispositivo anche logicamente assurdo. Soltanto nel presente il terrore mediatico si è scatenato contro individui solitari nelle campagne o sulle spiagge. Soltanto nel presente la suasione dell’autorità è entrata sino a tal punto nelle cellule e nei pensieri dei corpimente biologici e politici.