La legge

di Alberto Giovanni Biuso
(12.8.2021)

L’Osservatorio permanente per la legalità costituzionale ha redatto un documento giuridicamente rigoroso e nello stesso tempo a tutti accessibile. L’Osservatorio -che è formato da giuristi di consolidata esperienza, la più parte dei quali sono professori universitari- sta raccogliendo l’adesione di quanti intendono opporsi alla «estrema e pericolosissima strumentalizzazione di principi giuridici complessi quali la proporzionalità nelle scelte politiche sanitarie o il bilanciamento tra diritti costituzionali che, inquinati da interpretazioni frutto di meri rapporti di forza, vengono utilizzati per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche».
È possibile dare qui la propria adesione: GREEN PASS: appello e raccolta firme.

Il titolo del documento relativo alla tessera verde è Sul dovere costituzionale e comunitario di disapplicazione del cd. decreto green pass.
Ne consiglio la lettura anche al fine di comprendere il pericoloso vulnus giuridico che in Italia si sta realizzando. E, con tale estensione, soltanto in Italia, come ben chiarisce il testo anche tramite un confronto con la Francia.
Riporto qui il link al documento, il suo pdf integrale, il sommario e alcuni brani particolarmente significativi.

===========

1. Premessa metodologica;
2. Il quadro di riferimento normativo europeo;
3. L’introduzione della certificazione verde: continuità o discontinuità con il green pass europeo?;
4. Covid pass e obbligo vaccinale: simul stabunt simul cadent?;
5. Green pass, diritto a (non) vaccinarsi e principio di non discriminazione.

Diversi articoli della nostra Costituzione sono coinvolti dall’entrata in vigore del Green pass, infatti, oltre agli artt. 2 e 3 Cost., esso, da una prima lettura, ha un impatto diretto sugli artt. 11, 13, 16, 24, 32, 77, 117 Cost.
Si tratta di un tema che coinvolge la natura e l’essenza stessa della Democrazia.

Si tratta di aspetti che non si possono trascurare tanto nella fase in cui il vaccino è ancora in fase sperimentale (avendo ottenuto solo un’autorizzazione di emergenza) quanto a sperimentazione avvenuta se la capacità di limitare il contagio non dovesse risultare confermata.
Inoltre, proviamo ad interrogarci se il suddetto quadro normativo risulta compatibile “con i regolamenti (UE) 2021/953 e 2021/954 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 giugno 2021” come richiede l’art. 4 comma 3, punto2) dello stesso d.l. n. 105/2021.
Al momento l’impressione è che con l’ultimo suddetto Decreto-legge, l’ordinamento giuridico italiano non recepirebbe le scelte del diritto europeo in materia di Green pass, ovvero la facilitazione della libertà di circolazione in sicurezza tesa a sopprimere la quarantena obbligatoria. Al contrario il d.l. n. 105/2021 sembrerebbe conferire al Green pass natura di norma cogente ad effetti plurimi di discriminazione e trattamento differenziato.
In relazione al suddetto Decreto-legge, sorgono pertanto plurimi ordini di problemi, perché diverse sono le dimensioni giuridiche coinvolte: 1) sotto il profilo generale, possibile violazione dell’ordinamento giuridico europeo, poiché mentre in ambito europeo il Green pass ha valenza informativa, assume viceversa nel nostro ordinamento valenza obbligatoria e prescrittiva; 2) presunta violazione del dato costituzionale, laddove, pur in assenza di un obbligo vaccinale e di un serio dibattito parlamentare come accaduto in Francia, s’introducono forme di discriminazione e di trattamento differenziato nei confronti dei soggetti non titolari del Green pass.
Mentre il quadro normativo europeo configura un modello di governance basato sul ragionevole trattamento differenziato, teso ad agevolare la libertà di circolazione in sicurezza, nel modello de quo sembrano trovare spazio provvedimenti di carattere normativo e/o amministrativo, tali da generare irragionevoli e non proporzionati trattamenti differenziati al punto da incidere su ampie fette della vita sociale dei cittadini.
In sostanza, la certificazione verde finirebbe per costituire l’imposizione, surrettizia e indiretta, di un obbligo vaccinale per quanti intendano circolare liberamente e/o usufruire dei suddetti servizi o spazi. Ne conseguirebbe la violazione della libertà personale, intesa quale legittimo rifiuto di un trattamento sanitario non obbligatorio per legge, o comunque di continue e quotidiane pratiche invasive e costose quali il tampone.
Indubbiamente, la messa all’indice dei non vaccinati etichettati come cittadini non rispettosi del dovere di solidarietà sociale provoca uno stigma sociale equiparabile a una delle menomazioni della dignità della persona in cui si concreta la violazione dell’habeas corpus.
Soltanto una legge che imponga la vaccinazione obbligatoria – ove sussistano i presupposti legali e scientifici – potrebbe costituire valido fondamento giuridico al Green pass di tipo prescrittivo.

Rendere il patentino verde requisito necessario per esercitare il diritto alla circolazione o per accedere a determinati luoghi/servizi, comporterebbe, di fatto, in violazione dell’art. 32 Cost., la scelta tra il vaccinarsi o il sottoporsi a continui test o, peggio ancora, rinunciare a priori all’esercizio di propri diritti.
Si aggirerebbe così, nella sostanza, la riserva di legge assoluta, con una serie di atti che porterebbe al medesimo obiettivo, nell’ assenza di una base fattuale ragionevole tanto per l’imposizione vaccinale (esclusa in tutti i Paesi europei anche per le categorie a rischio) quanto per una sua implementazione de facto. Porre in essere una rete di limitazioni all’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti, attraverso provvedimenti, che appaiono, come si è cercato di dimostrare, dalla debole sostenibilità giuridica, determinerebbe un obbligo vaccinale surrettizio.
Se l’obiettivo è quello di vaccinare tutta la popolazione, occorrerebbe esprimerlo con un chiaro e netto atto di indirizzo politico, ovvero con una legge formale, la quale allo stato, tuttavia, non sembrerebbe poter resistere ai limiti costituzionali vigenti, in virtù della sperimentalità e delle limitate conoscenze scientifiche circa l’impatto sull’ infezione.

Che il decreto legge non rappresenti un’idonea base giuridica per l’introduzione e l’utilizzo dei certificati verdi è stato fatto presente anche dal Garante per la Protezione dei dati personali proprio in relazione alla questione del trattamento sistematico e non occasionale dei dati personali anche relativi alla salute su larga scala comunicati attraverso il Green pass.
Il Garante nel parere n. 156 del 21 aprile 2021 ha ritenuto con riferimento al dl n. 52/2021 – tra l’altro adottato in dispregio delle procedure previste dalla normativa sulla privacy – che “soltanto una legge statale può subordinare l’esercizio di determinati diritti o libertà all’esibizione di tale certificazione”.
Il timore invece, è che il Decreto-legge di cui all’oggetto, così come strutturato, nella sua farinosa governance, possa incrementare il profluvio di incertezza e discrezionalità diffusa dettate da trattamenti differenziati.
Ne deriverebbe quindi un paradosso insuperabile giacché il danneggiato da farmaco sperimentale, per di più caldeggiato al punto da costituire discriminante per l’esercizio di libertà fondamentali, e quindi surrettiziamente obbligatorio, godrebbe di trattamento deteriore rispetto al danneggiato da un qualunque vaccino raccomandato per il quale la Corte costituzionale sia già intervenuta e sul quale sia già disponibile ampia letteratura medico scientifica per sostenere il nesso di causalità (come ad esempio il vaccino antinfluenzale o il vaccino trivalente – morbillo parotite rosolia).

Probabilmente il motivo risiede nel fatto che tale imposizione, per non trasformare il diritto alla salute in diritto tiranno18, deve essere sostenibile, ovvero ragionevole e proporzionale. La copertura dell’art 32 della Costituzione ammette l’imposizione di un sacrificio al singolo ma solo a fronte di un beneficio collettivo certo ed anche a condizione che il sacrificio sia certamente vantaggioso, in termini di salute, anche per il singolo stesso: requisito che non può dirsi soddisfatto laddove il farmaco sia ancora in fase sperimentale (così la sentenza storica della Corte Cost. 307/90, richiamata anche dalla recente sentenza Corte Cost. 5/2018).

Doveroso anche richiamare la sentenza n. 118/1996 della Corte costituzionale che, in riferimento a un danno alla salute conseguente alla vaccinazione antipolio, ha stabilito che: “… in nome del dovere di solidarietà verso gli altri è possibile che chi ha da essere sottoposto al trattamento sanitario (o, come in caso della vaccinazione antipoliomelitica che si pratica nei primi mesi di vita, chi esercita la potestà di genitore o la tutela) sia privato della facoltà di decidere liberamente. Ma nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri”.

Dal 6 agosto 2021, saremo in presenza di trattamenti differenziati per andare al ristorante, al teatro, ai centri culturali, e già si parla di introdurli progressivamente anche per l’esercizio di diritti-doveri fondamentali, come andare a scuola o al lavoro.
Il rischio, come si è detto, è che l’obbligo vaccinale, pur in assenza di legge, lo diventi in modo surrettizio, anche per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche. In tal senso appare di debole sostenibilità giuridica l’art. 3 comma 3 del decreto legge de quo che attribuisce ai titolari o gestori di servizi il potere di verificare l’accesso ai predetti servizi e attività e che ciò avvenga nel rispetto delle prescrizioni adottate.
Insomma, si configura un potere di polizia diffuso esercitato, de facto, da persone non immediatamente individuabili, e soprattutto esercitabile su libertà fondamentali.

Si crea in tal modo un modello normativo fluido e invasivo, a prima lettura non rispettoso del principio di legalità formale e sostanziale, con poteri difficilmente controllabili, ma soprattutto che mette in forte tensione tutte le garanzie di cui alle libertà individuali, così come consegnateci dai nostri Costituenti.
Ne risulterebbero inevitabilmente compresse libertà costituzionali fondamentali (libertà personale e libertà di circolazione prime fra tutte) e violati principi costituzionali fondamentali come il principio di eguaglianza, il principio di legalità ed il principio della certezza del diritto.
Come pure, chi decide di non vaccinarsi – è bene ricordarlo – esercita una scelta legittima in assenza di obbligo vaccinale e il suo rifiuto va protetto e non ammantato di moralismo apocalittico.
La banalizzazione e volgarizzazione di tali argomentazioni rischia di alimentare, al contrario, una frattura sociale ed antropologica; il tema di fondo è come tutelare la salute nel rispetto della Costituzione, riuscendo a distinguere provvedimenti costituzionalmente orientati da provvedimenti che si muovono al di fuori del perimetro costituzionale.
Infine, non lascia indifferenti il fatto che il Consiglio d’Europa, nella risoluzione del 27 gennaio 2021, stante l’attuale non obbligatorietà del vaccino e la contestuale necessità di rispettare il pieno esercizio della libertà di autodeterminazione degli individui, nel richiamare altresì gli artt. 8 e 9 della CEDU e l’art. 5 della Convenzione di Oviedo del 1996 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, abbia risolutamente affermato la necessità di assicurare che nessuno venga discriminato per non essersi fatto vaccinare. Le condizioni imposte per ottenere la certificazione verde, tuttavia, come si è già espresso, lasciano perplessi sulla effettiva corrispondenza a questa raccomandazione

Le mani legate. Da Genova a Minneapolis

Genealogia della violenza poliziesca

di Paolo Napoli
(da centro riforma dello stato, 22.7.2020)

Dopo l’assassinio di George Floyd e le proteste che hanno incendiato in lungo e in largo gli USA dell’epoca Trump, la questione della violenza della polizia è tornata al centro del dibattito pubblico. Sarebbe però sbagliato inquadrarne gli abusi in termini di eccezione: nell’uso poliziesco della forza c’è una dimensione strutturale con radici antiche, che solo un affondo genealogico permette di comprendere appieno.

La recente uccisione di George Floyd a Minneapolis per un atto deliberato di tortura poliziesca ha riportato al centro dell’attenzione mondiale l’inemendabile problema del razzismo nella società americana, ma ancor di più ha reso evidente, al di là di quei confini, una sorta di costante trasversale che congiunge in una sinistra linea di solidarietà le polizie di tutte le latitudini, al di là dei regimi politici.

A dispetto di storie nazionali spesso diverse, questo scorcio di millennio ci consegna una verità ben consolidata: dai fatti di Genova nel 2001 agli ultimi riots divampati nelle città americane e mondiali, passando per le fibrillazioni che la polizia francese instilla di continuo nel sismografo democratico indipendentemente da chi sieda all’Eliseo, è il fondamento e l’operato di questa istituzione che non smettono di suscitare preoccupanti interrogativi. In Francia la militarizzazione crescente della polizia, visibile a occhio nudo se solo si percorrono le strade delle grandi città quando è indetta anche la più innocua delle dimostrazioni, ha spinto Macron a parlare di riforma a fronte degli innumerevoli episodi che accusano i metodi violenti dei flic.

Ora, per andare oltre il caso francese, il problema non è tanto una questione di metodi violenti bensì di metodi polizieschi. In altri termini è l’identità storica e strutturale dell’istituzione-polizia a dover essere interrogata per capire se i suoi sistematici eccessi sono il frutto di derive nell’impiego di mezzi coercitivi da parte di un corpo sano e fedele ai valori costituzionali, oppure corrispondono a una patente genetica che fanno della polizia un soggetto atipico della legalità democratica. In tal caso avremmo a che fare con l’ambivalenza di un potere materiale che non si lascia ontologicamente redimere dalle categorie giuridiche.

Di colpo, allora, appare piuttosto chiaro che la «resistenza» è la nozione passante, in grado di spiegare da un lato la tendenza della polizia a non farsi integralmente modellare sui cardini del diritto, dall’altro la volontà, manifestata con varietà di toni e azioni da individui e masse al livello planetario, di rigettare la logica violenta che di quella resistenza poliziesca al diritto è l’inevitabile portato. Due modi diversi di coniugare il verbo resistere, che diviene il denominatore comune a due generi diversi di sottomissione mancata. Conviene allora tenere sempre a mente un dato basilare dal quale è possibile prescindere solo se si vuole offrire una rappresentazione contraffatta della realtà: la polizia storicamente non è un’istituzione del diritto e di conseguenza vive in primo luogo di rapporti fattuali, cioè di forza. Di qui la legittima specularità delle risposte sociali all’esercizio più «disinvolto», per non dire abusivo, dello spirito poliziesco d’interpretare quel rapporto di forza.

Presentata in questa cornice, l’intollerabilità delle violenze poliziesche si lascia cogliere in una prospettiva storico-concettuale più compatta, di cui le vicende di questi giorni, ripetizioni cicliche di un catalogo inesausto di precedenti, sono solo l’iceberg più scioccante. L’emozione suscitata dalle morti provocate dai tutori dell’ordine, per convertirsi in efficace arma critica, deve essere restituita a discorsi e pratiche che sono il lievito madre di un modus poliziesco plasmatosi sulla lunga durata e capace di riprodurre invariabilmente le sue peculiarità.

L’autonomia del poliziesco

In un’intervista che gli fa senza dubbio onore, il capo della polizia Franco Gabrielli raccontava nel 2017 a Carlo Bonini de la Repubblica che negli anni seguenti alle vicende del G8 di Genova, col progredire dei processi, serpeggiava sempre più nettamente tra uomini e donne in divisa il desiderio di sentirsi «corpo separato». Questo desiderio era alimentato anche dalla piega che iniziavano a prendere le vicende giudiziarie, con l’individuazione faticosa di precise responsabilità personali, ma con la difficoltà anche a delucidare le responsabilità «sistemiche» come le chiamava Gabrielli, che solo gesti inequivocabili come le dimissioni dell’allora capo della polizia De Gennaro avrebbero potuto far emergere. Al malcelato desiderio di non farsi processare, si accompagnava tra le forze di polizia anche l’orgogliosa rivendicazione di una logica tutta propria nell’assicurare l’ordine alla società. Da cultore sincero di una democrazia dei diritti, Gabrielli paventava questa deriva separatista, che peraltro dava voce ai conati più atavici del ventre autoritario della pubblica sicurezza, ampiamente diffusi ancora fino alla smilitarizzazione del corpo (1981), ma mai rimossi del tutto anche dopo quella simbolica riforma.

In quell’intervista-svolta, Gabrielli lanciava un segnale culturale importante: una democrazia compiuta non può tollerare asimmetrie tra Stato e cittadinanza quando si tratta di osservare i confini della legalità. Soltanto la cupa figura dello Stato-persona riesce a giustificare il fatto che l’autorità pubblica, per il suo essere tale, goda di una superiorità capace di accordarle deroghe al principio cardine di uno Stato di diritto che pone gli stessi limiti ai detentori della potestà pubblica come al singolo cittadino.

E tuttavia la polizia, proprio perché ha finito per essere identificata col soggetto che detiene in via esclusiva l’uso della forza fisica, per una sorta d’insopprimibile clinamen interno tende a spostare sempre più in là, se non addirittura a disconoscere, i paletti che canalizzano quella forza rendendola legittima. È evidente che solo a condizione del suo impiego regolato dal diritto quella forza può essere assegnata in via esclusiva alla polizia e ai vari corpi cui uno Stato affida la tutela dell’ordine pubblico. Il monopolio è una conseguenza del rispetto delle condizioni legali nell’impiego della violenza, venendo meno quest’ultimo anche la pretesa a una sovranità assoluta nell’esercizio della forza tende a svanire. Di qui gli scenari endemici di conflitti fisici che si dipanano sotto i nostri occhi, e che l’onda ricorrente del Black Lives Matter ha l’indiscutibile pregio di esaltare su scala globale, associandoli a un potente vettore simbolico come il razzismo verso la popolazione nera socialmente più discriminata.

Ci si sbaglierebbe di grosso tuttavia se si pensasse, alla luce degli ultimi fatti americani, che la polizia calibri il proprio habitus nella repressione della popolazione nera, repressione che è solo il più odioso dei banchi di prova, ma non l’origine di un modus operandi plasmatosi nell’Europa dell’Ancien régime, in particolare negli stati francesi e germanici a partire dalla seconda metà del XVII secolo. Da allora prende definitivamente forma un carattere identitario tenace della polizia, che si palesa drammaticamente nelle situazioni critiche di controllo e gestione dell’ordine pubblico, ma che in realtà aderisce alla fisionomia abituale dell’istituzione.

Malgrado quasi due secoli e mezzo di cultura dello Stato di diritto, tra gli agenti e spesso i vertici delle forze pubbliche il senso di frustrazione per un ruolo mal retribuito e rischioso risuona ancor più aggravato da una constatazione mai metabolizzata: «abbiamo le mani legate». In questa autocoscienza di una pulsione tarpata che la metafora esemplifica in modo non proprio tranquillizzante, si cela una storia assai istruttiva, al di là di enunciati del linguaggio comune che fanno la fortuna delle superficiali osservazioni sociologiche. La formula fu impiegata per la prima volta nel frasario colto dal potere pontificio medievale proprio per indicare che il papa non può avere le mani legate, cioè non può farsi condizionare dalle leggi adottate prima dagli altri pontefici né da quanto egli stesso ha stabilito in precedenza, perché la sua autorità discende direttamente da Pietro. Con questo marchingegno teologico-politico, ogni pontefice è principio a se stesso e quindi ha piena libertà decisionale.

Se nello scavo a ritroso la figura di Pietro è il principio-base che giustifica l’autonomia delle scelte operate dall’ultimo dei suoi successori, è ragionevole chiedersi a quale strato originario si richiamino i tutori dell’ordine pubblico quando aspirano a godere di analoga prerogativa, non avere le mani legate, deprecandone la mancata applicazione. Leggi, regolamenti e giudici sono evidentemente i lacci e lacciuoli che imbrigliano le mani della polizia, la quale invece pretende riposare non su un’idea di legalità formale bensì sul presupposto fondatore di una giuridicità materiale dello Stato, intesa come capacità primordiale di decidere e tradurre in concreto la propria volontà.

Ne deriva la preminenza originaria dell’esecutivo sugli altri due poteri e, di conseguenza, la tendenziale autonomia dell’azione di polizia, sua propaggine immediata, nel limitare i diritti fondamentali quando le esigenze imprevedibili dell’ordine pubblico lo richiedano. Questo modello, che nel clima autoritario degli anni Trenta del secolo scorso aveva trovato teorici convinti anche nelledemocrazie liberali europee, continua di fatto ad essere operativo sotto la superficie dello Stato di diritto come una sorta di cifra indelebile della razionalità poliziesca.

La polizia spara: come rispondere?

Ogni disegno di riforma dell’istituzione, per essere adeguato al suo oggetto, deve tener conto di questa scomoda verità storica: l’ignoranza della legge è costitutiva del potere di polizia. E tuttavia, siccome la critica di questo modello non può basarsi sulla sola resistenza di uomini e donne che legittimamente mettono voci e corpi di traverso alla violenza di polizia, è necessario pensare anche agli strumenti che il diritto è in grado di prestare in questa resistenza.

Il classico freno all’esercizio sregolato del monopolio della violenza statale è sempre stato il discorso e la garanzia giudiziaria dei diritti fondamentali sia per il singolo sia per le forme associative in cui si realizzano le libertà. Agendo sulla leva dei diritti sanciti dalle costituzioni statali e, in Europa, dalla CEDU, le democrazie occidentali dal dopoguerra in poi hanno immaginato di poter erodere lo zoccolo duro che fa della polizia un corpo genealogicamente estraneo al dominio del diritto.

Questo modo di affrontare il problema contrappone la razionalità astratta di alcuni principi alle prevaricazioni dell’autorità del potere pubblico e, così facendo, rende concettualmente visibile la nobile battaglia ingaggiata dal costituzionalismo moderno. Tali principi inibiscono dall’origine la forza materiale della potenza statale, indicandone i limiti di esercizio.

A questo disegno imperniato sullo scudo indefettibile dei diritti fondamentali, si può immaginare di affiancare un’altra opportunità, che invece di presumere il limite come ostacolo apodittico per la forza statale, accolga e faccia giocare fino in fondo la logica inversa, quella del plus ultra, come i cameralisti tedeschi del Settecento amavano dipingere, con prestito leibniziano, l’essenza della polizia.

La soluzione è di sicuro contro-intuitiva, perché sembrerebbe schiudere spazi insperati all’arbitrio della forza pubblica invece di fissarne argini più rigidi. E tuttavia il paradosso non sarebbe del tutto privo di risorse interessanti, perché se si asseconda l’istinto poliziesco ad avere le mani libere nella gestione della pubblica tranquillità, si deve anche ammettere che ogni episodio di disordine, data la premessa, deriva dalla negligenza di chi, godendo di generosi ampi margini di manovra, quell’ordine deve garantirlo. L’entropia non è inerente alle dinamiche sociali ma è direttamente proporzionale all’incapacità di governare l’ordine pubblico da parte di una polizia che ne è responsabile a priori.

C’è un altro importante comparto del pubblico impiego in cui regna questa logica, la scuola. Com’è noto sul corpo insegnante e il personale ausiliario grava la spada di Damocle della culpa in vigilando, un istituto in base al quale si presume che qualsiasi danno prodottosi nell’ambiente scolastico derivi da un’insufficiente sorveglianza da parte chi dirige la classe o controlla l’insieme dell’edificio. Per essere sollevati da ogni responsabilità, insegnati e ausiliari devono dimostrare che l’evento sia stato del tutto imprevedibile o fortuito e quindi che non potevano impedirlo (art. 2048, 3 co. c.c.).

Ora, se si applicasse lo stesso schema alle situazioni in cui la forza pubblica è chiamata a gestire non solo eventi di massa ma anche a reprimere singoli episodi conflittuali tra autorità e cittadini – la situazione-tipo del controllo di una persona sospetta, come nel caso di Floyd – cosa potrebbe accadere? In manifestazioni di piazza, per esempio, la polizia sarebbe più ragionevolmente indotta a perseguire strategie di prevenzione – «lavoriamo perché le cose non accadano», rivendicava nell’intervista Gabrielli – il cui scopo sarebbe proprio quello di ridurre al minimo il rischio di conflitti frontali con i manifestanti. Conflitti da cui scaturiscono spesso tensioni materiali e politiche delle quali, vigendo la culpa in vigilando, la polizia dovrebbe comunque rispondere.

L’onere della prova incomberebbe come un macigno: per non essere ritenute colpevoli, le forze dell’ordine dovrebbero chiarire di aver preso tutte le precauzioni necessarie a evitare il caos e i suoi danni. Una polizia “pastorale” che vigila su tutto si pone allora nelle sorprendenti condizioni che ne riducono autopoieticamente il raggio di azione, canalizzato lungo binari di più saggia misura, pena la responsabilità per culpa in vigilando. Insomma le soluzioni democratiche per scoraggiare, se non proprio inibire, i metodi “sbrigativi” della polizia, potrebbero trovare nel rimedio omeopatico – giocarsi fino in fondo la carta di un’istituzione che persegue l’ordine affrancata per principio da limiti – la risposta più audace per far emergere le colpe del sistema, al di là dei singoli. E forse sarebbe anche un’occasione inopinata per ricucire lo strappo pasoliniano di Valle Giulia, quel «frammento di lotta di classe» che vide il movimento prendersela con i «figli dei poveri».