A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani

di Wu Ming
(ottobre 2020)

[Proponiamo due interventi tanto rigorosi quanto amari sulla catastrofe per la sinistra che la vicenda del Sars-Covid rappresenta. Il primo lo si legge qui: A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani ed è firmato Wu Ming. Il secondo è un commento di Wu Ming 1 allo stesso testo]

La cosa che più mi ha sorpreso e addolorato, in questo 2020, è la rapidità con cui, tra intellettuali e attivisti “di movimento”, si è ritirata ed è scomparsa – come in una vastissima bassa area – ogni riflessione su quale vita valga la pena vivere.
All’improvviso è rimasto solo un nocciolo di materialismo volgare, di riduzionismo economico che è anche riduzionismo biologico: per non crepare era non solo accettabile ma addirittura *bello* vivere come talpe, purché ci dessero i soldi.
Decenni di pensiero critico, di esperienze, di analisi, di momenti condivisi, sono stati gettati come zavorra.
Devo dire che non mi sarei mai aspettato di vedere la maggior parte del “movimento” ripiegarsi su questo, farne SOLO ed ESCLUSIVAMENTE una questione di richieste economiche. Che, intendiamoci, sono indispensabili. Ma non esauriscono tutto il discorso.
Davvero si pensa che la maggior parte delle persone accetterebbe di vivere «come piante grasse» (cit. AlexJC) a tempo indeterminato, a condizione di ricevere un bonifico? Che conoscenza dell’essere umano, che gusto per la vita e per la lotta, che idea di società – e di possibile società futura – ha in testa, chi pensa una cosa del genere?
Eppure è andata così, sono scomparse tutte le riflessioni sul fatto che vita non è solo sopravvivenza, e che la salute è un insieme complesso e una condizione sociale, non solo non prendersi un virus.
Si parlato quasi solo di reddito, senza riflettere sugli enormi prezzi esistenziali, psichici, culturali che l’apologia schizogena della reclusione domestica – perché questo è stato #iorestoacasa – ci avrebbe lasciato in eredità. No, si è implicitamente postulato un impossibile “rischio zero”, in nome del quale ripiegarsi in un privato privato di corpi.
Per mesi e mesi non si è detto pressoché nulla contro le strategie di deresponsabilizzazione che la classe al potere (non solo quella di governo, tutta: padronato, media, burocrazia ecc.) adottava. Anzi, chi denunciava la caccia al capro espiatorio veniva irriso, e so di compagne e compagni che a quella caccia hanno partecipato con zelo.
A chi criticava il governo è stato scagliato contro un appello incredibile, interdittivo, codino, con firme “di movimento” che non mi sarei mai aspettato.
A chi faceva notare che non si poteva sacrificare tutto il resto (il legame sociale, il vivere stesso!) in nome del “rischio zero” veniva dato del nazista, del darwinista sociale.
E si è fatta l’apologia delle piattaforme e delle app che consentivano di “sostituire” la vita “in presenza”.
Il massimo di risposta che si otteneva quando si sollevavano questi temi era: «non è il momento, ne parliamo dopo».
E intanto le peggiori tendenze avanzavano inesorabili.
Chiarisco un possibile equivoco: non mi sono mai atteso che la “sinistra radicale”, il “movimento” o altri clichés che usiamo per indicare questo sfilacciato network nel quale ci siamo formati potesse fare qualche differenza significativa. L’area aveva già i suoi bei problemi, a livello nazionale era già irrilevante, e quel che sta accadendo è più grande di noi tutte e tutti.
Mi sarei però atteso meno voglia di capitolare, meno acquiescenza, meno conformismo, meno collateralismo col governo, meno bava alla bocca contro i “reprobi” ecc.
Le piazze di questi giorni e queste notti, per quanto interclassiste, contraddittorie, confuse, strumentalizzate, non hanno posto solo il problema del reddito, che pure è fondamentale. Abituati al nostro gergo da “rifiuto del lavoro”, rischiamo di non capire che quando da quelle piazze è salito il grido «vogliamo lavorare!», significava «vogliamo vivere!», vogliamo avere una vita attiva, incontrare le persone. Idem quando si è alzato il grido «libertà!»: non è la “libertà” liberista, è l’autodeterminazione, è la libertà che sogna chi è stato esautorato da ogni scelta.
Anche in questa società divenuta sempre più tanatofobica, il vero incubo, soprattutto per gli spossessati, gli oppressi, i marginalizzati, non è morire ma smettere di vivere.
Di fronte a tutto quel che sta accadendo, ripensare oggi a quel che gran parte della “sinistra radicale” non ha visto arrivare può persino sembrare futile. Ma pensiamo alle rivolte in corso, e a quanta fatica si faccia a trovarne una decifrazione sensata (con poche lodevoli eccezioni) dove un tempo saremmo andati a cercarla. Pensiamo alla difficoltà di trovare un’interpretazione davvero ascoltante di quelle piazze e di quei riot. Pensando a ciò, forse il senso di questo sguardo retrospettivo si capisce, al di là del manifestare un dolore, e uno stupore che dura da mesi.

Covid-19: epidemia quantistica 2.0?

di Alessandro Pluchino
(4.11.2020)

Ad aprile, all’apice della “prima ondata” di Covid-19 in Italia, avevo coniato l’espressione “epidemia quantistica” per riferirmi al seguente, strano, fenomeno. Nei mesi di gennaio e febbraio 2020, quando ancora il virus cinese sembrava lontano ma invece – ormai lo sappiamo – c’erano già migliaia di contagiati in giro per la Lombardia (e dunque – visto che non c’erano restrizioni di mobilità – probabilmente anche nel resto del paese), non si è avuta notizia di alcun assalto ai pronto soccorso e le terapie intensive non registravano alcuna emergenza. Poi, improvvisamente, da quando è scoppiato il caso del (presunto) paziente 1 di Codogno e si sono cominciati a fare migliaia di tamponi, tutto è improvvisamente cambiato. Dunque, come in fisica quantistica, sembrava che l’osservazione avesse plasmato la realtà e che l’epidemia avesse cominciato a mostrare i suoi effetti solo quando noi avevamo cominciato a misurarli.
Oggi, a sei mesi di distanza e all’inizio della famigerata “seconda ondata”, abbiamo molti dati ed elementi di riflessione in più, ma lo spettro dell’epidemia quantistica sembra non essere stato affatto scacciato. Anzi.

Ad inizio ottobre l’OMS ha reso pubblico il risultato di uno studio secondo il quale il 10% della popolazione mondiale, ossia ben 750 milioni di persone, potrebbe essere stato contagiato dal Covid-19. Dunque 20 volte di più dei 35 milioni di casi complessivi ufficialmente accertati a livello planetario. Se questi numeri fossero veri – e non abbiamo motivo di dubitare delle stime dell’OMS – la letalità del Covid-19 (cioè il rapporto tra il numero di decessi e il numero dei contagiati), e quindi la sua pericolosità MEDIA, diventerebbe confrontabile con quella dell’influenza stagionale, ossia dell’ordine dello 0,1% – ovvero dell’uno per mille. Ammettiamo per un attimo che sia davvero così. Perché allora in primavera sembrava che le strutture sanitarie stessero avviandosi al collasso e adesso sembra riproporsi lo stesso scenario, laddove questo non accade ogni anno con l’influenza stagionale?
La spiegazione potrebbe risiedere proprio nel martellamento mediatico che, a partire dalla fine di febbraio, ci propone giornalmente dei veri e propri bollettini di guerra, amplificando qualunque informazione riguardi il Covid-19 e minimizzando tutto il resto. Non sarebbe la prima volta che pressioni di questo tipo, anche molto meno invasive, avrebbero provocato reazioni note agli psicologi e ai sociologi come fenomeni di “isteria collettiva” o “isteria di massa”: “l’isteria di massa è un fenomeno psicosociologico che riguarda il manifestarsi degli stessi sintomi isterici in più di una persona. Un semplice esempio di isteria di massa è quello di un gruppo di persone convinto di essere affetto dalla stessa malattia o disturbo. La storia umana ha registrato un numero consistente di casi in ogni angolo del pianeta. Il fenomeno dell’isteria collettiva potrebbe sembrare andare in contrasto con una società sempre più istruita, che non crede più a uteri vaganti, a possessioni diaboliche e alla stregoneria. Eppure, episodi del genere continuano a verificarsi, il più recente dei quali è stato registrato nel 2012, quando 1900 bambini di 15 scuole dello Sri Lanka hanno cominciato a manifestare una serie di sintomi tra cui eruzioni cutanee, vertigini, e tosse, che non avevano evidenti cause fisiche. Sebbene i casi di isteria collettiva possono essere facilmente derubricati come ridicoli o semplici comportamenti bizzarri, la ricerca ha dimostrato che esistono una serie di fattori che possono contribuire alla formazione e alla diffusione del fenomeno, comprese ansie sociali, pressioni culturali, paure o eccitazione, o stress estremo. Anche se i contesti sociali, politici e culturali sono cambiati nel corso dei secoli, la psicologia umana è rimasta sostanzialmente la stessa, ed è per questo motivo che, prima o poi, assisteremo a nuovi casi di isteria collettiva.” (U. Gaetani, Gli strani casi di “isteria di massa” registrati nel corso della storia).
Stiamo forse assistendo anche oggi, “mutatis mutandis”, a qualcosa di simile?
In che misura potrebbe aver ragione il virologo Giorgio Palù quando avverte “Basta con l’isteria”?

MEGLIO CHIARIRE SUBITO CHE, OVVIAMENTE, NON STIAMO IN ALCUN MODO NEGANDO (e tantomeno lo fa Palù) CHE CI SIA STATO, E CI SIA ANCORA, UN NUOVO VIRUS IN CIRCOLAZIONE E NON STIAMO CERTO DICENDO CHE CHI SI AMMALA SAREBBE UN MALATO IMMAGINARIO. TUTT’ALTRO!
Ricordiamoci infatti che stiamo partendo dall’assunzione che abbia ragione l’OMS e che ci siano MOLTI, MA MOLTI più contagiati nel mondo, e quindi anche in Italia, di quelli che siamo riusciti a tamponare. Estrapolando le stime dell’OMS, nel nostro paese dovrebbero esserci milioni di contagiati, molti di più dei circa 680.000 casi registrati fino ad oggi, di cui peraltro – come sottolinea anche Palù – la stragrande maggioranza (si parla del 95%) è costituita da asintomatici. Del resto anche l’ISTAT, ad agosto, aveva confermato che ci sono almeno un milione e mezzo di italiani con gli anticorpi del Covid-19. E questo dato sarebbe in linea con i numeri dell’influenza stagionale, che ogni anno – nonostante la possibilità di proteggersi col vaccino – fa registrare dai 6 agli 8 milioni di casi (e comunque miete anch’essa migliaia di vittime, dirette o indirette).
Se dunque il numero di casi e le letalità sono confrontabili, a nostro parere la differenza fondamentale tre le due epidemie, in termini di pressione sulle strutture sanitarie, sta nel fatto che le informazioni sull’influenza stagionale non sono affatto amplificate dai media e la popolazione non viene terrorizzata e spinta a recarsi nelle strutture sanitarie all’apparire di sintomi anche minimi. Tra gennaio e febbraio 2020 (quando i sintomi influenzali, evidentemente anche da Covid, già si manifestavano ma si pensava di avere a che fare con una “semplice” influenza stagionale) i cittadini che pressavano i pronto soccorso venivano infatti invitati a restare a casa. Da marzo in poi, invece, una volta scoppiato ufficialmente l’allarme Covid in Lombardia, i contagiati da coronavirus – non solo quelli davvero a rischio (principalmente anziani con patologie pregresse), ma anche quelli che manifestavano sintomi minimi, probabilmente anche in preda a forme isteriche di terrore sempre più alimentate dai continui bollettini di guerra mediatici – hanno cominciato ad affollare senza alcun freno le strutture ospedaliere della regione, rischiando di farne provocare il collasso e spingendo il governo nazionale (contro il parere della commissione tecnica, che aveva consigliato di chiudere solo alcune regioni del nord) ad imporre un lockdown nazionale a scopo preventivo.
Oggi stiamo ritornando a parlare di lockdown sotto la minaccia di un nuovo rischio di collasso degli ospedali. Ma c’è il sospetto che potrebbe trattarsi della manifestazione del medesimo effetto osservato in primavera, reso ancor più cronico da mesi di pressioni mediatiche e dal numero sempre maggiore di tamponi che pescano in un mare di contagiati molto più vasto di quello che – nonostante le rivelazioni dell’ISTAT e dell’OMS – ci viene ancora ufficialmente raccontato. Come scrive Marco Travaglio nel suo editoriale sul “Fatto Quotidiano” del 1 novembre, ciò che può mandare in tilt gli ospedali non sono le richieste di terapia intensiva, che adesso sono molto più distribuite sul territorio rispetto alla prima ondata, ma i ricoveri ordinari. Sempre più persone si recano nelle strutture ospedaliere con sintomi lievi, o addirittura senza sintomi ma solo per farsi il tampone con l’incubo di essere state contagiate. E, paradossalmente, se vengono trovate positive, gli ospedali hanno interesse a tenersele strette perché, come spiega l’ex direttore della Protezione Civile Guido Bertolaso, ricevono 2000 euro al giorno per ogni paziente Covid.

Insomma, mentre l’economia cola a picco e migliaia di piccole imprese e attività commerciali, soprattutto in settori critici come quelli della ristorazione, del turismo o della cultura, rischiano di essere definitivamente spazzati via dalla minaccia di nuovi lockdown, sembra che il sospetto di un’epidemia quantistica 2.0 si stia rivelando più concreto che mai.
Ma allora, quale potrebbe essere la soluzione?
Tenendo conto che, al di là dei continui e velleitari proclami, il tanto atteso vaccino non arriverà prima di parecchi mesi, non ci sono molte alternative praticabili se non vogliamo ritrovarci tra le macerie economiche e sociali di un paese in rovina. Anzi, a mio parere, esiste un’unica ricetta, composta da svariati ingredienti: (1) smettere di enfatizzare le notizie sul Covid con continui bollettini di guerra per limitare i fenomeni di isteria collettiva; (2) evitare, in particolare, di ripetere allo sfinimento i numeri dei casi totali che emergono giornalmente, che dipendono fortemente dal numero di tamponi e dalle modalità con cui vengono effettuati, e che comunque – come si è visto – sottostimeranno sempre di molto i casi reali; (3) tutelare con forme di prevenzione mirate le categorie più a rischio, che al 95% sono costituite da anziani con patologie pregresse; (4) invitare chi non ha sintomi a non recarsi negli ospedali alla ricerca isterica di un tampone e cercare, in prima istanza, di curare tempestivamente a casa, magari con l’aiuto dei medici di famiglia, chi invece presenta sintomi evidenti; (5) infine, lasciare liberi tutti gli under 70 (età da valutare) di lavorare e andare in giro come credono, con o senza precauzioni, puntando ad una diffusione sempre maggiore dell’immunità, soprattutto tra i più giovani (che prima sono stati incredibilmente criminalizzati per la loro “movida”, mentre adesso vengono quasi indotti a sentirsi in colpa per il loro diritto ad avere una didattica in presenza).
Di qualcosa del genere sembra essersi finalmente convinta persino Ilaria Capua, una virologa “mainstream” tra le più ascoltate degli ultimi mesi. Forse sarà per questo che non la troviamo più nei talk show di prima serata…

Signor Presidente, lei non può decidere della mia vita e della mia morte

Una signora di 88 anni così scrive a Macron. Da queste parole, da cui traluce un sereno orgoglio e un senso pieno della vita, impariamo la superba dignità di chi rivendica, a voce alta e chiara, la libertà di essere signori dello stile della propria vita e della propria morte

J’ai 88 ans, M. Macron, qui êtes-vous pour décider de ma vie et de ma mort?

di Madame X
da « Riposte Laïque » 23.10.2020

« Bonjour Monsieur le Président,
Je m’appelle Madame X, j’ai 88 ans.

Ce n’est pas moi qui tape cette lettre, je ne sais pas trop comment faire. C’est donc mon arrière-petite-fille de 19 ans qui écrit sous ma dictée.

Je vous écris aujourd’hui pour vous dire toute ma colère contre vous, vos ministres, et vos conseillers « scientifiques ». Qui êtes-vous, jeune godelureau, pour penser et décider à ma place, de ce qu’est ma vie, de ce que sera ma mort ?

J’ai 88 ans, j’ai eu une belle vie, avec ses hauts et ses bas, ses joies et ses blessures, comme tout le monde, je présume.

Dans les hauts, j’ai eu 5 enfants, tous mariés, qui ont eu à eux tous, 15 petits-enfants. La plupart de mes petits-enfants (12) sont aussi mariés, et ont maintenant à eux tous, 27 enfants. J’ai donc 27 arrières-petits-enfants.

Si vous savez compter, ma famille, issue de mon mariage avec mon regretté Robert, se monte à 54 personnes. Sans parler de la famille de mes frères et sœurs, que je vois encore régulièrement. À nous tous, nous sommes plus de 250, qui nous réunissons tous les 15 août… enfin, sauf en 2020, grâce à vous.

Et encore, 2 de mes arrière-petites-filles viennent de se marier. SANS MOI !!!
Grâce à vous et vos sbires, elles ont toutes les deux été privées de leur famille au complet, et amis, car vous avez interdit les rassemblements familiaux de plus de 30 personnes pour ME PROTÉGER, MOI !

Et accessoirement, mes enfants, qui ont 60 ans et plus.
Mais je ne vous ai rien demandé !

QUI ÊTES-VOUS POUR DÉCIDER DE MA VIE ET DE MA MORT ?
Moi, je veux VIVRE auprès des miens, les voir, les embrasser, rire et pleurer avec eux, SANS RESTRICTIONS.

Et si j’en meurs, eh bien, c’est que ce sera mon heure. Je mourrai heureuse d’avoir profité de leur présence, de leur joie et de leur amour jusqu’à la fin de ma vie.
Je refuse que vous m’obligiez à vivre seule, loin de toutes et tous, sans aucun contact physique, sans câlins de mes amours, sans leur rire devant mes gâteaux… Et encore, j’ai la chance de vivre chez moi.

Mais je pense à mes amis, qui vivent en Ehpad, emprisonnés dans leur chambre, sans voir personne, qui ont dû supporter la chaleur cet été, car on leur a interdit le ventilateur dans leur chambre. Ils sont en train d’en mourir ! De tristesse et de solitude. Vous êtes en train de les tuer bien plus sûrement que le covid. Et en plus, vous les priverez de la présence de leur famille lors des obsèques, limitées elles aussi en nombre de personnes présentes.

Pourtant, vous, vous vivez bien avec une femme de plus de 65 ans. Elle n’est pas à risques ? Pourquoi ne pas l’isoler de tous contacts, elle aussi ?

En fait, selon les critères que vous nous appliquez, vous la mettez en danger, elle aussi…
Encore une incohérence de votre part.
Ma petite-fille n’a pas pu se marier avec ses amis, mais ses frères et sœurs sont venus en trains bondés, avec parfois plus de 5 heures de trajet…

Logique, selon vous ? Vous autorisez 700 personnes à se réunir sous un chapiteau, mais vous interdisez 100 personnes sous une tente de mariage ?

Vous nous interdisez de vivre car vous avez sabré les lits d’hôpitaux, sous Hollande, puis vous, directement. Vous parlez de saturation, car 1 500 personnes sont en réanimation. 1 500 personnes sur 66 millions de Français ? De qui vous moquez-vous ? D’autant que toutes ne le sont pas pour des raisons de covid.

Il y a environ 50 morts par jour, ATTRIBUÉS au covid. Est-ce une raison pour moi, mes amis, nous les « vieux », de nous priver de vivre ?

Sans compter tous les Français, condamnés à la peur, au désespoir et au chômage à cause de vous… Vous ne voulez pas que nous, les vieux, nous mourrions, mais vous vous servez de nous pour faire mourir toute la France !

Monsieur le Président, laissez les Français tranquilles, LIBRES DE DÉCIDER DE LEUR VIE ET DE LEUR MORT !

Sachez qu’à partir d’aujourd’hui, 12 octobre 2020, je vais vivre comme je l’entends, en recevant qui je veux, et j’embrasserai tous ceux qui viendront me voir.

Votre avis, comme disait mon cher Robert, « je m’en tamponne le coquillard ».

Bien à vous,
Madame X »

Palù: «Basta con l’isteria» 

[Questa intervista a Giorgio Palù, uno dei virologi più conosciuti al mondo e più apprezzati, ci sembra che costituisca un necessario invito alla razionalità, perdere la quale è una delle più ricorrenti e gravi malattie del corpo sociale]

Coronavirus, il virologo Palù: «Il 95% dei positivi è asintomatico. Chiudere tutto? No, basta con l’isteria» 
Il professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova: «Il numero che conta veramente è quello dei ricoverati in terapia intensiva»
di Adriana Bazzi
(Corriere della Sera, 24.10.2020)

«Confusione»: se si dovesse riassumere, in una parola, la situazione Covid-19 in Italia oggi, questa sarebbe la più indicata, almeno nella testa della gente. Come uscirne? Intanto partiamo dalle impressionanti cifre dei bollettini giornalieri: ieri si parlava di 19.143 «contagi» o, in alternativa, di «casi» oppure di «positivi», tutti intercettati con i famosi tamponi. In crescita esponenziale. Ma che cosa questi termini nascondono in realtà? Lo chiediamo al professor Giorgio Palù, un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia.

Professor Palù, la gente è sconfortata e non sa più a chi credere. Come rispondere?
«C’è tanto allarmismo. È indubbio che siamo di fronte a una seconda ondata della pandemia, ma la circolazione del virus non si è mai arrestata, anche se, a luglio, i casi sembravano azzerati, complice la bella stagione, l’aria aperta, i raggi ultravioletti che uccidono il virus. Poi c’è stato il ritorno dalle vacanze, la riapertura di tante attività e, soprattutto, il rientro a scuola».

Risultato: i numeri dei «casi» sono in aumento. Come interpretarli correttamente?
«Ecco, parliamo di “casi”, intendendo le persone positive al tampone. Fra questi, il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo. Punto secondo: è certo che queste persone sono state “contagiate”, cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano “contagiose”; cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi».

Altri motivi per cui certe persone «positive» non sono «contagiose»?
«Perché potrebbero avere una carica virale bassa, perché potrebbero essere portatrici di un ceppo di virus meno virulento oppure perché presentano solo frammenti genetici del virus, rilevabili con il test, ma incapaci di infettare altre persone».

Allora, riassumendo: so che certe persone sono positive al tampone, so che sono asintomatiche, quindi non malate, so, però, che in una certa percentuale di casi (non è possibile stabilire quanto grande) possono contagiare altri. E, quindi, come comportarsi, visto che a Milano, per esempio, si è dichiarato il fallimento della possibilità di tracciare i contatti?
«Ci si dovrebbe attivare nel caso si individuino dei “cluster” (traduzione: raggruppamenti, ndr): quando, cioè, il positivo è venuto a stretto contatto con altre persone in un ambiente di lavoro, a scuola o in famiglia. Allora si dovrebbero fare i tamponi a tutti».

Quindi, conoscere i dati giornalieri, come da bollettini, sui contagi/casi/positivi non è, in definitiva, utile? 
«Quello che veramente conta è sapere quante persone arrivano in terapia intensiva: è questo numero che dà la reale dimensione della gravità della situazione. In ogni caso questo virus ha una letalità relativamente bassa, può uccidere, ma non è la peste».

A che cosa attribuisce l’attuale impennata di casi?
«Certamente alla riapertura delle scuole. Il problema non è la scuola in sé, ma sono i trasporti pubblici su cui otto milioni di studenti hanno cominciato a circolare. Tenere aperte le scuole è, però, indispensabile».

Lei è contrario o favorevole a nuovi lockdown?
«Sono contrario come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani, che sono il nostro futuro, e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure. Tutto questo a fronte di una malattia, la Covid-19, che, tutto sommato ha una bassa letalità. Cioè non è così mortale. Dobbiamo porre un freno a questa isteria».

«Mò ce stà ‘o virùss»

di Alberto Giovanni Biuso
(29.7.2020)

Per una specie come la nostra le parole sono tutto, perché sono insieme pensiero in atto, pensiero pubblico, pensiero che comunica. Un’espressione come «distanziamento sociale» dice quindi molto, e drammaticamente, della visione che sta attualmente vincendo; ‘attualmente’ da alcuni decenni, da quelli che videro Thatcher e Reagan imporre l’ordine liberale e liberista al mondo. Un ordine del tutto ed esclusivamente individualista e quantitativo, si tratti di beni, risorse, denaro, velocità, vita. L’ordine che anche un fisico come Carlo Rovelli ha mostrato di condividere pienamente quando sul Corriere della sera del 2 aprile 2020 ha affermato che «il bene più prezioso» è «un po’ di vita in più». Che significa qualche anno, mese, giorno in più. ‘Tempo’ in più. Una contraddizione ironica e non piccola per chi afferma che il tempo esiste soltanto come struttura della mente (ho discusso le tesi di Rovelli in Tempo e materia. Una metafisica). Ma è sempre così: i negatori teorici del tempo diventano i suoi più fanatici sostenitori pratici quando si arriva al dunque della finitudine, vale a dire della condizione pervasivamente temporale dello stare al mondo.

Un po’ di vita in più è anche quella che i decisori politici si sono assunti come compito primario, a costo di rendere quel tempo ottenuto un periodo di miseria, angoscia, depressione. A questo conducono infatti superstizione e panico quando si impossessano non soltanto del corpo sociale ma anche di chi avrebbe il compito di guidarlo: «I terrori irragionevoli si allacciano alle folli speranze: quale laboratorio, per primo, fornirà il vaccino miracoloso? Si prendono misure di ‘distanziamento sociale’, a volte eccessive, a volte tardive, spesso inapplicabili. […] Nessuna autorità, pubblica o privata, vuole subire il rimprovero di ‘non aver fatto abbastanza’. Quindi spesso ne fanno troppo. L’economia e l’intera popolazione ne faranno le spese» (Slobodan Despot, in Diorama Letterario 353, p. 8).

La vicenda del coronavirus nell’anno 2020 è stata ed è anche la testimonianza di un complottismo al contrario, testimonianza dell’attribuzione di ogni responsabilità all’elemento biochimico, al virus – indubbiamente presente – e però del silenzio a proposito delle condizioni finanziarie; delle modalità produttiveproduttive (i mercati della carne); delle politiche sanitarie (la diminuzione drastica e feroce dei finanziamenti alla sanità pubblica) che ne hanno favorito la comparsa, la virulenza, la diffusione. 

Il nascondimento della presenza umana e politica dentro questo virus impedisce la comprensione dei suoi effetti o la loro riduzione a polemiche tra i partiti, qualcosa non solo di patetico ma anche di criminale rispetto al pericolo che il Covid19 rappresenta. Il silenzio sulle ragioni strutturali del contagio conferma che per il complottista, anche per quello al contrario, «dietro c’è sempre qualcuno, mai qualcosa. Egli si focalizza sugli uomini ed ignora i processi privi di un attore e quelli senza un soggetto, per riprendere una griglia analitica cara agli strutturalisti, e più specificamente a Louis Althusser. […] Non capisce che le strutture sono più potenti degli attori» (François Bousquet, ivi, p. 21).
Gli attori sono in questo caso i Fontana, i Conte, gli Speranza et similia. Le strutture sono l’Unione Europea, i debiti degli stati, l’ossessione liberista dell’‘austerità’ a danno delle vite umane, qualunque durata esse abbiano.

Veloci sono spesso i cambiamenti collettivi. A volte anche repentini. Diventano fulminei in presenza di eventi che sconvolgono proprio da un giorno all’altro la vita di milioni di persone. E quindi se «fino a pochi mesi addietro, in tutti i paesi si indicava come uno dei gravi drammi dell’epoca la solitudine», se «se ne discuteva sulla stampa, in radio, in tv, sul web», se «per combatterla si proponeva la ricetta dell’empatia. Dell’affetto. Della vicinanza. Dell’abbraccio. Di colpo, lo scenario si è rovesciato. […] Distanziamoci. E criminalizziamo chi non sta alle regole» (Marco Tarchi, Diorama Letterario 355, maggio-giugno 2020, p. 1).

Criminalizzazione che è uno degli effetti di «una vera e propria fabbrica della paura, che mette quotidianamente in circuito immagini e discorsi allarmanti» (Id., p. 2). Alcune delle conseguenze sono state sperimentate in un modo o nell’altro da tutti i cittadini. E sono queste: «La gran parte delle persone ha sacrificato volontariamente la propria libertà in cambio di un’illusoria sicurezza. La nostra prigionia, per quanto imposta dallo stato, è accettata dai più come male necessario. Lo Stato, principale responsabile della diffusione dell’epidemia, si declina come Stato Etico, padre che comanda, punisce e imprigiona i figli per il loro “bene”. I nemici sono quelli che non si piegano alle regole, persino quelle più insensate. I nemici sono i sanitari che denunciano la strage, invece di scrivere una pagina del libro Cuore del Covid-19. I nemici sono i lavoratori che scioperano nonostante i divieti, perché il ruolo di agnello sacrificale gli sta stretto. I nemici sono i detenuti che provano a sopravvivere. La delazione verso il vicino che trasgredisce è il premio morale per chi, strangolato dalla paura, resta intanato in casa, in inconsapevole attesa che il virus gli venga recapitato a domicilio dal parente che lavora o fa la spesa. Il panopticon globale è il passo successivo, la condizione che ci viene posta per passare dai domiciliari alla libertà vigilata. Sinora i più si sono piegati allo stato di eccezione senza opporre resistenza» (Maria Matteo, A Rivista anarchica, n. 443, maggio 2020, p. 12).

Sullo stesso numero di A Rivista anarchica, Giuseppe Aiello descrive una situazione che ho vissuto anch’io, identica, nel dialogo con alcuni amici e colleghi: «In tempi di pace, quando i morti sul lavoro, sulle autostrade, di cancro industriale si contano a decine di migliaia, ma non c’è “lo Gran Morbo” a minacciarci, citano Foucault come se fosse una specie di amico di famiglia dal quale hanno analiticamente appreso i segreti della microfisica del potere sin da quando erano in fasce. Adesso che si sono all’improvviso brancaleonizzati, della critica dell’istituzione medica, dell’analogia strutturale tra luoghi di detenzione brutale come il carcere e quelli della salute statalizzata non sanno più nulla. Ma come, il rapporto medico-paziente non era uno dei cardini della torsione autoritaria della società disciplinare? L’ospedale non aveva lo stesso significato di manicomio e caserma? No, roba passata, mò ce stà ‘o virùss» (p. 32).

Il virus ha colpito in modo drammatico l’Italia e l’Europa, le cui classi dirigenti reputano la sanità pubblica uno spreco da tagliare, tagliare, tagliare. In Lombardia, terra molto solerte nel tagliare, le conseguenze sono state tragiche.
L’Unione Europea, come mostra anche l’ «accordo» suicida che in questi giorni i media presentano come una vittoria dell’Italia (!), non mira soltanto a tagliare quanto più possibile le spese sociali ma, più in generale, a «fare tabula rasa della lunga e ricca storia europea» (Yann Caspar, Diorama letterario 355, p. 14), cancellando il tesoro delle differenze a favore di una omologazione identitaria fondata sul primato di ciò che Aristotele chiamava crematistica, vale a dire l’elemento soltanto finanziario.

Un delirio collettivo

di Alberto Giovanni Biuso
(22.6.2020)

Fisiologiche e frequenti sono nelle collettività umane le ondate di delirio collettivo causate da diverse ragioni e circostanze: guerre e fanatismi bellici atti a mobilitare cittadini e sudditi verso la loro morte e quella altrui; millenarismi religiosi pronti ad assicurare che un qualche regno dei cieli è vicino e basta fare qualcosa – ad esempio recarsi a piedi a Gerusalemme e conquistarla nel nome di Cristo (1096)– per ottenere la garanzia della salvezza; epidemie e contagi che spargendo il terrore supremo giustificano ogni ordine e decreto delle autorità pro tempore, qualunque sia il loro segno politico.

In nome del contagio da Covid19 e della pandemia psichica da esso scatenata si proibiscono i matrimoni tra omosessuali; si dà la caccia a solitari camminatori sulle spiagge; si lasciano in angosciosa solitudine i moribondi; si sprangano scuole, università e biblioteche facendo precipitare il corpo sociale in quelle che una volta si chiamavano le «tenebre dell’ignoranza», sostituendo la relazione viva con un algido e sterile contatto digitale/telematico/virtuale tra insegnanti e allievi.

E inoltre, a clamorosa negazione di anche recentissime campagne ecologiche, si suggerisce l’utilizzo dell’automobile privata come ‘mezzo più sicuro’ rispetto a quelli pubblici; si impongono mascherine/museruole e guanti di plastica il cui casuale smaltimento sta producendo danni enormi all’ambiente, come testimonia anche il noto geologo Mario Tozzi sulla rivista del Touring Club Italiano:

«Arrivano già le segnalazioni di quantitativi crescenti di mascherine e guanti in mare, dove diventano letali per tartarughe e pesci che li scambiano per cibo. […] Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente (e alla fine disperso in natura), ciò significherebbe dieci milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. […] Questa roba finirà nel Mediterraneo, dove ogni anno si riversano già 570 mila tonnellate di plastica. […] E c’è una contraddizione ambientale ancora più pesante. Ovviamente soffriamo per le 320mila vittime che Covid19 ha mietuto in tutto il mondo, ma non ci impressionano tanto i 4 milioni di morti in più , rispetto alle medie ‘normali’ che l’Oms segnala da tempo a proposito dell’inquinamento atmosferico; 80 mila solo in Italia, quando per il virus ne piangiamo, per ora, meno della metà. Il virus fa paura, l’inquinamento e la plastica inutile no»
(La rivincita della plastica, «Touring», luglio-agosto 2020, p. 22).

Le ondate di panico collettivo sono sempre molto pericolose e quella legata al Covid19 è particolarmente insidiosa anche per la sua dimensione planetaria, globale, dalle conseguenze ambientali assai gravi e intrisa di un asfissiante conformismo.

Sul terrore

di Alberto Giovanni Biuso
(13.6.2020)

Il terrore paralizza, il terrore interrompe il pensare, il terrore trasforma gli umani in foglie tremule che temono di staccarsi da un momento all’altro dall’albero della vita. Ma questa è sempre la condizione dei viventi. Il panico mediatico e politico sulla fragilità dei corpi che è emerso nell’anno 2020 non è giustificato dalla dimensione sanitaria dell’epidemia da Covid19. 

Le grandi pandemie della storia umana recente – tutti conoscono per ragioni letterarie quelle del 1348 e del 1630 e anche l’epidemia che falcidiò l’Europa subito dopo la Prima guerra mondiale mietendo cinquanta milioni di morti – hanno avuto una potenza letale e di contagio incomparabile con quella del virus attuale. Sino a che è possibile contare uno a uno il numero dei morti la parola pandemia è un dispositivo politico, non una descrizione sanitaria. 

Quanto avvenuto nel mondo in questi mesi non è paragonabile con le vere pandemie del passato. E tuttavia soltanto nel XXI secolo gli umani sono stati reclusi dentro i sepolcri delle loro case da sani; le quarantene del passato isolavano i malati dagli altri e non l’intero corpo sociale da se stesso, dispositivo anche logicamente assurdo. Soltanto nel presente il terrore mediatico si è scatenato contro individui solitari nelle campagne o sulle spiagge. Soltanto nel presente la suasione dell’autorità è entrata sino a tal punto nelle cellule e nei pensieri dei corpimente biologici e politici.

Sui gravi danni psichici e sociali della paura da Covid19

[Il comunicato che pubblichiamo è stato redatto da un gruppo di psicologi e psichiatri, si trova in questa pagina e ben sintetizza quanto anche corpi e politica ha cercato di argomentare in questi mesi. I loro autori si dichiarano in pieno accordo anche con il documento del Comitato Rodotà da noi già pubblicato Si scrive salute. Si legge democrazia. Crediamo che si tratti di un significativo contributo alla comprensione dei danni enormi inferti alla collettività, ai singoli, alle libertà. In modo pacato ma fermo si chiede ai decisori politici e ai mezzi di informazione di cambiare direzione allo scopo di evitare ulteriori disastri e ripristinare la salute pubblica, che è un fatto globale e non soltanto virale]

Questo è un documento di allarme sul periodo Covid-19 e sulla sua gestione. Il presente Comunicato offre infatti la visione professionale di un gruppo di psicologi e psichiatri relativa ai fattori che hanno determinato forti scosse sul versante psicologico e comportamentale a carico della popolazione; è finalizzato a non ripetere gli stessi errori e, soprattutto, a sollecitare una ripresa realmente rispettosa ed attenta alle esigenze esplicite ed implicite delle persone.

Il Comunicato è rivolto:

  • alle autorità, con l’obiettivo di offrire sia una delucidazione sulle dinamiche emerse durante questo periodo, sia delle proposte attuabili a breve termine;
  • a tutti i colleghi psichiatri, psicoterapeuti e psicologi, ai quali chiediamo di aderire esplicitando il loro consenso sulla pagina Unisciti;
  • a tutta la popolazione, affinché sia possibile tutti insieme affrontare le criticità, compiere delle scelte e far sentire la nostra voce, nel pieno rispetto dei diritti Costituzionali.

Il Comunicato

Introduzione

Il presente Comunicato è frutto di osservazioni, dibattiti, esperienze e studi di psicologi, psicoterapeuti e medici psichiatri preoccupati delle conseguenze negative di alcune misure adottate per affrontare e contrastare la diffusione del COVID-19, che rischiano di non limitarsi al solo periodo attuale.

Il nostro fine, coerente con il nostro lavoro e le nostre ricerche, è quello di promuovere, tutelare e proteggere il benessere psico-fisico individuale e sociale.

Le segnalazioni, le riflessioni e le richieste contenute in questo documento hanno lo scopo di rendere consapevoli i nostri governanti e la popolazione intera degli effetti collaterali e dei pericoli che certe azioni hanno e potranno avere sulla salute mentale e sul benessere della comunità a 360 gradi.

Questo Comunicato, fondato su dati e ragionamenti scientifici, si pone come osservatore della situazione attuale da punto di vista psicologico, e desidera fornire degli strumenti per evitare l’innesco di dinamiche patologiche pericolose per l’individuo e la società intera.

I punti che verranno toccati sono 3:

  1. danni psicologici conseguenti al lockdown e alla sua gestione

2. I pericoli di una comunicazione contraddittoria e fondata sulla paura

3. Preoccupazione sulle conseguenze di una ripresa non sistemicamente ragionata

In ultimo, verranno avanzate delle proposte e delle richieste.

Questo comunicato è apartitico, dunque non vuole essere oggetto di strumentalizzazione da parte di alcun partito politico.

1. I danni psicologici conseguenti al lockdown e alla sua gestione

La prima sollecitazione a creare il presente Comunicato è rappresentata dalle gravi condizioni psicologiche che la natura e la gestione del lockdown ha comportato nelle diverse fasce della popolazione. Brevemente ed in modo sommario elenchiamo le più evidenti:

  • Isolamento

I repentini cambiamenti nello stile di vita e nella limitazione della libertà personale, ha decretato l’avvio di una serie di dinamiche ben conosciute dalla letteratura medica e psicologica al riguardo. In particolare l’isolamento è da sempre associato a conseguenze sul piano psichico e somatico che comportano una caduta sulle possibilità di resilienza (fino a disturbi di tipo funzionale) e di corretto funzionamento del sistema immunitario. Siamo esseri viventi con una natura intrinsecamente relazionale, indispensabile per un vivere salubre.

  • Sintomi depressivi

Molteplici survey ed osservatori clinici, hanno rilevato un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione, che variano da un umore depresso difficilmente contenibile alla perdita di motivazione, dal senso di affaticamento fisico e cognitivosentimenti di autosvalutazione. Nuovamente, tali sintomatologie hanno una ricaduta sul sistema immunitario, diminuendone la funzionalità ed espongono dunque maggiormente gli individui a varie forme di patologie.

  • Violenza e aggressività

La limitazione della libertà, la paura e la preoccupazione per il futuro hanno dato l’avvio a risposte disforiche con aumentata propensione al danneggiamento di altri e di se stessi. La violenza domestica è aumentata, così come episodi di aggressione verbale e fisica tra individui familiari o non familiari. La sospettosità paranoide nei confronti degli altri, come “portatori di malattie” e untori, è ormai l’oggetto principale della disgregazione della comunità.

  • Senso di incoerenza

La percezione di sempre più marcate contraddizioni nelle comunicazioni ufficiali da una parte e una certa forma di censura di punti di vista autorevoli, ma non riconosciuti dal mainstream, dall’altra (debunking scientisti, gogne pubbliche, lesioni alla libertà di espressione), è un fattore predittivo dell’alterazione della salute, ben rilevabile dai principi e dai test di salutogenesi.

  • Controllo individuale e sociale

La progressiva concretizzazione di scenari orwelliani, giustificati da una necessaria urgenza per la protezione della salute fisica, sono proporzionali ad un aggravamento della salute psichica e un impoverimento della cultura. Tale aspetto appare inspiegabilmente come una preoccupazione minoritaria o addirittura non degna di nota. In altre parole emerge in modo sorprendente un’ossessiva attenzione a proteggere l’aspetto quantitativo dell’esistenza umana, a discapito dell’aspetto qualitativo.

  • Overdose tecnologica

Per quanto la tecnologia possa offrire indubbie comodità in vari ambiti del quotidiano, è pericoloso cavalcare il periodo contingente per un suo potenziamento indiscriminato. L’evoluzione tecnologica non può essere associata all’evoluzione dell’individuo e della società; in diversi casi può compromettere infatti le normali capacità cognitive e la regolazione emotiva. La tendenza attuale è di porre la persona al servizio della tecnologia, non viceversa. Non tutto ciò che può essere fatto, deve per forza essere fatto.

  • Sviluppo e crescita dei minori compromessi

Allarma il drammatico e brutale accantonamento delle pratiche a tutela dello sviluppo dei bambini. Scelte e strutturazioni di percorsi validate nel corso di anni ed anni di ricerca psicopedagogica, vengono dismessi e sostituiti da sconfortanti soluzioni posticce, sotto l’egida di comunicati “scientifici” come quello dell’OMS che suggerisce l’utilità dei videogiochi per far trascorrere il tempo ai più piccoli (la stessa OMS che, negli ultimi vent’anni, ha invitato noi operatori della cura a creare e realizzare progetti per un uso consapevole della rete internet al fine di prevenirne la dipendenza e l’abuso) o da idee di rientro inaccettabili come l’uso di braccialetti elettronici per il distanziamento o, ancora peggio, soluzioni a lungo termine di video-educazione.

2. I pericoli di una comunicazione contraddittoria e fondata sulla paura 

Riguardo alla comunicazione ufficiale sui mezzi di maggiore diffusione – come televisione, testate giornalistiche, radio e social network – mettiamo qui in luce gli elementi macroscopici che hanno condotto la popolazione a maturare uno stato di ansia generalizzata e terrore, con le conseguenze – unite  alla preoccupazione per il proprio lavoro e ad altri fattori di disagio – sopra esposte.

  • Enfasi sui valori assoluti e numeri aumentati sui giornali, senza contestualizzazione e senza dimostrazione della loro veridicità, specie riguardo al numero di contagi e morti attribuibili al virus ma non comprovati come tali.
  • Medici e virologi hanno comunicato in maniera allarmante e con dati pilota non sempre attendibili, senza alcuna sensibilità sul versante psicologico, e senza precisare il valore ipotetico delle affermazioni, date le incertezze scientifiche in merito.
  • La comunicazione non è stata sobria né chiara, assumendo spesso connotazioni più simili a quelle di un salotto televisivo o, sul versante opposto, veicolando un’idea di scienza dogmatica e riduzionista, ben lontana dalla complessità degli elementi in gioco.
  • Il metodo di ricerca scientifico presentato è un decadente scientismo, attraverso il quale viene imposto all’opinione pubblica la mitologica idea di scienza in grado di offrire soluzioni matematiche e risposte a tutto, piuttosto che riconoscerne con onestà intellettuale i reali limiti e le incertezze.
  • La comunicazione ufficiale non ha responsabilizzato i cittadini ma ha utilizzato come mezzo di controllo comportamentale la paura (contagi, sanzioni, minacce di prolungamento del periodo di emergenza).

I danni si sono evidenziati in modo pandemico e si evidenzieranno ulteriormente a breve e a lungo periodo. L’ansia generalizzata, infatti, produce effetti a lungo termine che possono evolvere in disturbo post traumatico da stress o sintomi depressivi, burn out, disturbi ossessivo compulsivi, disturbi antisociali, come sopra esposto, unitamente a problemi alimentari, disturbi del sonno, problemi psichiatrici. Tutto questo, sommato alla preoccupazione per il futuro, può sviluppare ulteriori effetti non prevedibili.

3. Preoccupazione sulle conseguenze di una ripresa non sistemicamente ragionata

La natura umana è intrinsecamente relazionale e il nostro cervello si sviluppa solo grazie a relazioni di una certa natura. Le relazioni familiari quanto quelle sociali, per potersi strutturare ed evolvere, hanno bisogno di potersi appoggiare continuativamente ad una presenza fisica e di poter essere vissute con fiducia, e non con sospetto o paura. Ogni surrogato tecnologico in tal senso, sarà sempre deficitario.

Instillare nelle persone, e ancora di più nei bambini, il timore di un “nemico invisibile” di cui il prossimo può essere portatore, equivale ad impoverire od annichilire ogni possibilità di crescita, scambio, arricchimento; equivale in sostanza a cancellare ogni possibilità di vita intensa e felice.

Soluzioni economiche per famiglie e lavoratori disattese o concretizzate in modo non conforme rispetto alle promesse fatte, fomentano i timori, il disagio e l’ansia legata alla propria sopravvivenza, un’ansia attanagliante già drammaticamente presente e pervasiva nella vita di molte persone. Il senso di impotenza in merito aggrava la già precaria situazione psicologica. Il tasso di suicidi rischia di aumentare esponenzialmente, generando problemi alla salute pubblica non certo inferiori a quelle legate a un virus.

Proposte e richieste

  1. Ripristinare una comunicazione realmente democratica e pluralistica, libera e di confronto.

Il disagio psichico indotto dal radicale sovvertimento degli stili di vita delle persone è variegato ed assume contorni psicopatologici diversi, ma sempre accomunati da drammaticità di esordio e gravità clinica.

Il primum movens di tutte le situazioni psicopatologiche manifestatesi è rappresentato dal binomio perdita di speranza/paura: se la comunicazione reitera incessantemente e monocraticamente contenuti terrorizzanti, stigmatizzando punti di non ritorno reali o fantasmatici, in automatico si ingenerano tali vissuti che fungono da trigger per evoluzioni patologiche e psicosociali gravissime.

Il ripristino di una comunicazione realmente pluralistica, dove le voci fuori da quello che appare un coro autorizzato (spesso anche molto differente da quello di cori autorizzati di altri paesi), darebbe la possibilità di poter confrontare differenti ipotesi di realtà, differenti visioni future, e differenti sviluppi  di vita possibili per fronteggiare scenari profetizzati come apocalittici ed inevitabili.

Allo stato attuale l’espressione di un’opinione non accettata dal mainstream non appare praticabile senza ritorsioni, minacce o pubbliche gogne mediatiche: una voce dissonante viene inevitabilmente bollata come fake news o complottismo, immediatamente aggredita e processata non attraverso seri e più che leciti dibattiti ma con ostracismo radicale a priori dal sistema mediatico, negando ogni forma di dubbio o di pensiero alternativo, a costo della menzogna o della delegittimazione personale. Si tratta propriamente di una devianza comunicativa che sta raggiungendo livelli estremamente pericolosi.

In un sistema democratico e garantito da una Costituzione tra le più belle del mondo, nessuno dovrebbe imporre come e dove attingere le informazioni, trattando di fatto il destinatario come un infante ingenuo e non in grado di intendere e di discernere. La risultante è un’informazione monocolore, che spinge sui pedali dell’uniformità di pensiero attraverso la paura, defraudando di fatto la ricchezza e l’evoluzione della cultura, e atrofizzando la libera ricerca ed espressione di sé.

Rivendichiamo pertanto il diritto di ogni cittadino a poter ascoltare le differenti opinioni in gioco per poterle approfondire, se lo reputa opportuno, nei modi e dalle fonti che reputa più affidabili, per trarre le sue ragionate conclusioniRivendichiamo inoltre il suo legittimo diritto a diffondere le sue opinioni con serenità.

2. Promuovere una cultura della salute

Secondo i dati provenienti da più fonti mediche, il decorso della malattia portata dal Covid-19 è blando, ovvero presenta sintomi lievi. Le persone decedute avevano in essere altre patologie. Le persone sane corrispondono infatti a quell’ampia percentuale di persone che ha contratto il virus ma che ha riscontrato sintomi leggeri o che addirittura non si è accorta di nulla, costruendo presto gli anticorpi necessari.

Ormai è noto in qualsiasi ambito scientifico del settore che condurre uno stile di vita più sano irrobustisce e forgia il sistema immunitario. Mangiare sano, fare movimento, conoscere e gestire lo stress, non fumare né assumere sostanze tossiche, dovrebbe rappresentare un impegno per ognuno di noi, ed i mezzi di comunicazione dovrebbero trasmettere informazioni a tal riguardo senza posa. Appare dunque desolante e dal sapore medievale osservare il faro dell’attenzione pubblica quasi esclusivamente orientato verso la patogenesi piuttosto che sulla salutogenesi.

L’importanza di uno stile di vita sano che tocchi in modo sistemico i fattori che rendono resiliente l’organismo e rinforzano il sistema immunitario dovrebbe diventare parte di una società pronta ad affrontare le sfide complesse sotto ogni punto di vista, in primis quello della salute. Una comunicazione mediatica in tal senso risolverebbe al contempo diverse criticità:

  • solleciterebbe le persone a riappropriarsi della responsabilità sulla propria salute, piuttosto che sentirla sotto minaccia dei comportamenti altrui;
  • aumenterebbe il senso di fiducia e speranza nelle proprie possibilità, piuttosto che delegare ad altri ogni scelta vitale;
  • diminuirebbe il timore e la vulnerabilità rispetto agli eventi patogeni, riducendo di fatto le conseguenze dell’effetto nocebo;
  • restituirebbe la dignità all’essere umano fornendo indicazioni di rilievo per il suo benessere;
  • alleggerirebbe il sistema sanitario nazionale ed i professionisti della cura, oltre a migliorare il clima di rispetto e fiducia tra i cittadini e gli enti medesimi.

3. Evitare l’innesco e la crescita di ulteriori forme di discriminazione 

La comunicazione mediatica sul COVID-19 ha alimentato paure esagerate ed irrazionali. Sono state discriminate o attaccate persone senza mascherina che passeggiavano per strade deserte, operatori sanitari, piccoli imprenditori e autonomi disperati che manifestavano pacificamente rispettando le distanze.

Nuovamente, occorrerebbe scoraggiare tali condotte sollecitando la cooperazione costruttiva e diffondendo buone pratiche, case histories ed esempi concreti dove in primo luogo possa emergere il valore della libertà personale e non lesiva, l’aiuto reciproco e la sinergia tra i governanti e la popolazione.

4. Riconoscere pubblicamente gli errori commessi

Fermo restando che nessun vertice politico e medico fosse pronto per un’emergenza del genere, sono stati fatti degli errori. Questo ha generato sfiducia e sconforto a livello di sentiment popolare. L’autorevolezza tuttavia non si ottiene non sbagliando mai, ma ammettendo e facendo ammenda sui propri errori, per ripartire in maniera più consapevole e ragionata.

Alcuni eventi che hanno generato fermento generale – come il caso di un TSO a un ragazzo che esprimeva il suo dissenso pacificamente o la derisione da parte di personaggi pubblici verso le proposte provenienti da specialisti difformi all’opinione ufficiale – sono fatti gravissimi e sotto gli occhi di tutti, ed un’ammissione di errore in tal senso non è solo moralmente corretta, ma è necessaria per il ripristino della credibilità di chi ha permesso tutto questo.

5. Stimolare il confronto tra studiosi e specialisti ufficiali e studiosi e specialisti indipendenti

Ciò che maggiormente è saltato all’occhio è l’enorme divario tra le comunicazioni ufficiali ed unidirezionali enfatizzate nel mainstream, e quella di altri professionisti nelle medesime aree provenienti da fonti indipendenti. Il ruolo dei social network, quando non ha spregevolmente alterato o oscurato taluni contributi, ha ben messo in luce tali discrepanze, fomentando acredine e – nuovamente – sfiducia e paura.

Una visione con maggiore coscienza di realtà la si osserva quando questa tende ad unire e non a dividere, o comunque ad incentivare il dialogo costruttivo di tutte le voci del coro. Questa è forse una delle più grandi sfide alla quale tutti siamo chiamati.

6. Ripristino dei diritti civili

Il diritto civile non riguarda solo la giurisdizione, ma rappresenta a tutti gli effetti un prerequisito indissolubile per il mantenimento dell’equilibrio psichico e comportamentale. Durante il lockdown si sono paventati diversi obblighi ed imposizioni:

  • quello che mette a rischio la libertà di scelta delle cure e delle soluzioni mediche (primariamente vaccinali) come condizione/minaccia per un ripristino della normalità;
  • quello di tecnologie potenziate come soluzione alternativa alle solite interazioni sociali;
  • quello dell’adozione di presidi sanitari per tutti (mascherine e guanti) che, oltre a non essere di chiara efficacia per evitare il contagio del virus, causano problemi respiratori e alcalosi;
  • quello dell’isolamento, del controllo (attraverso forze di polizia o strumenti tecnologici) e dell’uniformità di pensiero come già delineati sopra.

Rivendichiamo la necessità di riportare al centro l’idea del cittadino come essere vivente con qualità e necessità fisiche, psichiche e spirituali, innalzandolo dal livello di mero consumatore in cui è decaduto. Rivendichiamo inoltre il suo diritto alla libertà di pensiero, di espressione e di scelta di cura.

Tali libertà sono garantite dalle fondamenta della Costituzione, e non sono solo diritti inalienabili dei cittadini ma rappresentano il necessario terreno per il mantenimento di una salute psico-fisica individuale e sociale.

Conclusione: la centralità della salute mentale come bene irrinunciabile dell’individuo

Nel contesto del drammatico stravolgimento nelle modalità del rapportarsi sociale, affettivo e lavorativo, emerge una marcata superficialità del livello di attenzione che è stato posto – da parte delle autorità e dei vari team di esperti arruolati per l’occasione – sulle drammatiche conseguenze in termini di disagio psichico globale.

Appare incomprensibile a livello logico vedere applicato in modo esasperato il principio di precauzione sanitaria per prevenire i possibili effetti di un virus, e osservare la quasi negazione di tale principio per altri aspetti della salute, come se i danni provocati da un virus fossero più rilevanti di quelli che riguardano l’equilibrio psichico e gli altri aspetti citati nel Comunicato.

Appare bizzarro che nel momento in cui si profetizzano riprese ed accensioni assolutamente non prevedibili sotto il profilo medico ed epidemiologico, non sia stato posto tra i foci attentivi dell’azione un progetto serio e valido per la tutela della salute mentale e per il corretto sviluppo personalogico dei minori.

La realtà è stata stravolta, e dalla clinica emergono già allo stato attuale incrementi drammatici dei principali indicatori psicopatogenetici, come sopra esposto.

Dubitiamo che sia necessario ricorrere alla fenomenologia per comprendere quali eventi critici possano generare dal senso di deprivazione dello spazio, percepito come inaccessibile e irrimediabilmente perduto, e dal senso di deprivazione del tempo, vissuto in un presente fisso e cristallizzato, dove il futuro è esso stesso chiuso da una cortina impenetrabile costituita da angoscia e senso di perdita.

Appare stupefacente appellarsi paternalmente al senso di responsabilità dell’individuo quando lo si spinge di fatto – isolandolo socialmente ed affettivamente, abbandonandolo in molti casi anche economicamente, privandolo della possibilità di sostentare i propri cari e senza visione del futuro – verso gravi scompensi psicopatologici.

Le conseguenze psicocopatologiche (derivabili in maniera precisa e scientifica, non semplicemente prevedibili o profetiche) sono drammatiche, ma per di più si accompagnano  ad eventi tragici dal punto di vista socio-familiare: sono qui presenti infatti tutte le principali motivazioni che possono facilmente condurre a eventi drammatici quali suicidi ed omicidi.

Oltre a ciò, le interferenze sullo sviluppo personalogico dei bambini è brutalmente inficiato dall’impossibilità di relazionarsi con i coetanei, di esperire la realtà liberamente, dovendosi in molti casi confrontare con genitori disperati e spaesati e non in grado di supportarli affettivamente, né di spiegare loro lo scorrimento di una realtà che essi stessi non comprendono.

In questo periodo, durante la quotidiana esposizione della giornata da parte della Protezione Civile e del team di addetti ai lavori, abbiamo avuto modo di ascoltare le parole di “esperti” che spiegavano come i bambini non avranno problemi: se i genitori saranno sereni, lo saranno anche i bambini. Crediamo che in questa frase sia racchiuso in perfetta sintesi tutto il livello di superficialità e di disattenzione alla tutela della salute mentale.

Sarà fondamentale porre nuovamente al centro dell’attenzione un particolare che, in maniera stravagante, sembra sia stato curiosamente omesso: l’essere umano, con i suoi bisogni fondamentali, con la sua forza, ma anche con la sua sofferenza e vulnerabilità. Un tale essere vivente viene evocato quale fantasma ogni qualvolta ci si dimentica di considerarlo uomo in quanto tale, e non solo pedina economica e politica da manovrare.

Di fatto, allo stato attuale ci sono tutti i presupposti per poter individuare gli elementi in gioco di una forte manipolazione psicologica delle masse da parte di una visione, un  pensiero e un approccio alla vita dominante che cerca di imporsi come unico e indiscutibile, di caratteristica indubbiamente settaria.

Noi specialisti della salute psichica, in unione e costante confronto con tutte le figure professionali che lavorano quotidianamente per il benessere delle persone e della società, ci impegneremo a sostenere tutti quei comportamenti virtuosi in grado di favorire il maggior benessere psico-fisico, e ci impegneremo a promuovere la bellezza e la ricchezza del libero pensiero.

Apri e scarica il Comunicato in pdf.

Download the English version here.

* Il presente Comunicato si dichiara in accordo e sinergia con il Comunicato AMPAS dei Medici di Segnale (21/04/2020), con la mozione assembleare sulla salute pubblica del Comitato Rodotà (04/2020) e con il Manifesto del Patto per la Libertà di Espressione promosso da Byoblu (04/2020).


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