La legge

di Alberto Giovanni Biuso
(12.8.2021)

L’Osservatorio permanente per la legalità costituzionale ha redatto un documento giuridicamente rigoroso e nello stesso tempo a tutti accessibile. L’Osservatorio -che è formato da giuristi di consolidata esperienza, la più parte dei quali sono professori universitari- sta raccogliendo l’adesione di quanti intendono opporsi alla «estrema e pericolosissima strumentalizzazione di principi giuridici complessi quali la proporzionalità nelle scelte politiche sanitarie o il bilanciamento tra diritti costituzionali che, inquinati da interpretazioni frutto di meri rapporti di forza, vengono utilizzati per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche».
È possibile dare qui la propria adesione: GREEN PASS: appello e raccolta firme.

Il titolo del documento relativo alla tessera verde è Sul dovere costituzionale e comunitario di disapplicazione del cd. decreto green pass.
Ne consiglio la lettura anche al fine di comprendere il pericoloso vulnus giuridico che in Italia si sta realizzando. E, con tale estensione, soltanto in Italia, come ben chiarisce il testo anche tramite un confronto con la Francia.
Riporto qui il link al documento, il suo pdf integrale, il sommario e alcuni brani particolarmente significativi.

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1. Premessa metodologica;
2. Il quadro di riferimento normativo europeo;
3. L’introduzione della certificazione verde: continuità o discontinuità con il green pass europeo?;
4. Covid pass e obbligo vaccinale: simul stabunt simul cadent?;
5. Green pass, diritto a (non) vaccinarsi e principio di non discriminazione.

Diversi articoli della nostra Costituzione sono coinvolti dall’entrata in vigore del Green pass, infatti, oltre agli artt. 2 e 3 Cost., esso, da una prima lettura, ha un impatto diretto sugli artt. 11, 13, 16, 24, 32, 77, 117 Cost.
Si tratta di un tema che coinvolge la natura e l’essenza stessa della Democrazia.

Si tratta di aspetti che non si possono trascurare tanto nella fase in cui il vaccino è ancora in fase sperimentale (avendo ottenuto solo un’autorizzazione di emergenza) quanto a sperimentazione avvenuta se la capacità di limitare il contagio non dovesse risultare confermata.
Inoltre, proviamo ad interrogarci se il suddetto quadro normativo risulta compatibile “con i regolamenti (UE) 2021/953 e 2021/954 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 giugno 2021” come richiede l’art. 4 comma 3, punto2) dello stesso d.l. n. 105/2021.
Al momento l’impressione è che con l’ultimo suddetto Decreto-legge, l’ordinamento giuridico italiano non recepirebbe le scelte del diritto europeo in materia di Green pass, ovvero la facilitazione della libertà di circolazione in sicurezza tesa a sopprimere la quarantena obbligatoria. Al contrario il d.l. n. 105/2021 sembrerebbe conferire al Green pass natura di norma cogente ad effetti plurimi di discriminazione e trattamento differenziato.
In relazione al suddetto Decreto-legge, sorgono pertanto plurimi ordini di problemi, perché diverse sono le dimensioni giuridiche coinvolte: 1) sotto il profilo generale, possibile violazione dell’ordinamento giuridico europeo, poiché mentre in ambito europeo il Green pass ha valenza informativa, assume viceversa nel nostro ordinamento valenza obbligatoria e prescrittiva; 2) presunta violazione del dato costituzionale, laddove, pur in assenza di un obbligo vaccinale e di un serio dibattito parlamentare come accaduto in Francia, s’introducono forme di discriminazione e di trattamento differenziato nei confronti dei soggetti non titolari del Green pass.
Mentre il quadro normativo europeo configura un modello di governance basato sul ragionevole trattamento differenziato, teso ad agevolare la libertà di circolazione in sicurezza, nel modello de quo sembrano trovare spazio provvedimenti di carattere normativo e/o amministrativo, tali da generare irragionevoli e non proporzionati trattamenti differenziati al punto da incidere su ampie fette della vita sociale dei cittadini.
In sostanza, la certificazione verde finirebbe per costituire l’imposizione, surrettizia e indiretta, di un obbligo vaccinale per quanti intendano circolare liberamente e/o usufruire dei suddetti servizi o spazi. Ne conseguirebbe la violazione della libertà personale, intesa quale legittimo rifiuto di un trattamento sanitario non obbligatorio per legge, o comunque di continue e quotidiane pratiche invasive e costose quali il tampone.
Indubbiamente, la messa all’indice dei non vaccinati etichettati come cittadini non rispettosi del dovere di solidarietà sociale provoca uno stigma sociale equiparabile a una delle menomazioni della dignità della persona in cui si concreta la violazione dell’habeas corpus.
Soltanto una legge che imponga la vaccinazione obbligatoria – ove sussistano i presupposti legali e scientifici – potrebbe costituire valido fondamento giuridico al Green pass di tipo prescrittivo.

Rendere il patentino verde requisito necessario per esercitare il diritto alla circolazione o per accedere a determinati luoghi/servizi, comporterebbe, di fatto, in violazione dell’art. 32 Cost., la scelta tra il vaccinarsi o il sottoporsi a continui test o, peggio ancora, rinunciare a priori all’esercizio di propri diritti.
Si aggirerebbe così, nella sostanza, la riserva di legge assoluta, con una serie di atti che porterebbe al medesimo obiettivo, nell’ assenza di una base fattuale ragionevole tanto per l’imposizione vaccinale (esclusa in tutti i Paesi europei anche per le categorie a rischio) quanto per una sua implementazione de facto. Porre in essere una rete di limitazioni all’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti, attraverso provvedimenti, che appaiono, come si è cercato di dimostrare, dalla debole sostenibilità giuridica, determinerebbe un obbligo vaccinale surrettizio.
Se l’obiettivo è quello di vaccinare tutta la popolazione, occorrerebbe esprimerlo con un chiaro e netto atto di indirizzo politico, ovvero con una legge formale, la quale allo stato, tuttavia, non sembrerebbe poter resistere ai limiti costituzionali vigenti, in virtù della sperimentalità e delle limitate conoscenze scientifiche circa l’impatto sull’ infezione.

Che il decreto legge non rappresenti un’idonea base giuridica per l’introduzione e l’utilizzo dei certificati verdi è stato fatto presente anche dal Garante per la Protezione dei dati personali proprio in relazione alla questione del trattamento sistematico e non occasionale dei dati personali anche relativi alla salute su larga scala comunicati attraverso il Green pass.
Il Garante nel parere n. 156 del 21 aprile 2021 ha ritenuto con riferimento al dl n. 52/2021 – tra l’altro adottato in dispregio delle procedure previste dalla normativa sulla privacy – che “soltanto una legge statale può subordinare l’esercizio di determinati diritti o libertà all’esibizione di tale certificazione”.
Il timore invece, è che il Decreto-legge di cui all’oggetto, così come strutturato, nella sua farinosa governance, possa incrementare il profluvio di incertezza e discrezionalità diffusa dettate da trattamenti differenziati.
Ne deriverebbe quindi un paradosso insuperabile giacché il danneggiato da farmaco sperimentale, per di più caldeggiato al punto da costituire discriminante per l’esercizio di libertà fondamentali, e quindi surrettiziamente obbligatorio, godrebbe di trattamento deteriore rispetto al danneggiato da un qualunque vaccino raccomandato per il quale la Corte costituzionale sia già intervenuta e sul quale sia già disponibile ampia letteratura medico scientifica per sostenere il nesso di causalità (come ad esempio il vaccino antinfluenzale o il vaccino trivalente – morbillo parotite rosolia).

Probabilmente il motivo risiede nel fatto che tale imposizione, per non trasformare il diritto alla salute in diritto tiranno18, deve essere sostenibile, ovvero ragionevole e proporzionale. La copertura dell’art 32 della Costituzione ammette l’imposizione di un sacrificio al singolo ma solo a fronte di un beneficio collettivo certo ed anche a condizione che il sacrificio sia certamente vantaggioso, in termini di salute, anche per il singolo stesso: requisito che non può dirsi soddisfatto laddove il farmaco sia ancora in fase sperimentale (così la sentenza storica della Corte Cost. 307/90, richiamata anche dalla recente sentenza Corte Cost. 5/2018).

Doveroso anche richiamare la sentenza n. 118/1996 della Corte costituzionale che, in riferimento a un danno alla salute conseguente alla vaccinazione antipolio, ha stabilito che: “… in nome del dovere di solidarietà verso gli altri è possibile che chi ha da essere sottoposto al trattamento sanitario (o, come in caso della vaccinazione antipoliomelitica che si pratica nei primi mesi di vita, chi esercita la potestà di genitore o la tutela) sia privato della facoltà di decidere liberamente. Ma nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri”.

Dal 6 agosto 2021, saremo in presenza di trattamenti differenziati per andare al ristorante, al teatro, ai centri culturali, e già si parla di introdurli progressivamente anche per l’esercizio di diritti-doveri fondamentali, come andare a scuola o al lavoro.
Il rischio, come si è detto, è che l’obbligo vaccinale, pur in assenza di legge, lo diventi in modo surrettizio, anche per giustificare il trasferimento di poteri di polizia in capo a soggetti del tutto privi di qualifiche. In tal senso appare di debole sostenibilità giuridica l’art. 3 comma 3 del decreto legge de quo che attribuisce ai titolari o gestori di servizi il potere di verificare l’accesso ai predetti servizi e attività e che ciò avvenga nel rispetto delle prescrizioni adottate.
Insomma, si configura un potere di polizia diffuso esercitato, de facto, da persone non immediatamente individuabili, e soprattutto esercitabile su libertà fondamentali.

Si crea in tal modo un modello normativo fluido e invasivo, a prima lettura non rispettoso del principio di legalità formale e sostanziale, con poteri difficilmente controllabili, ma soprattutto che mette in forte tensione tutte le garanzie di cui alle libertà individuali, così come consegnateci dai nostri Costituenti.
Ne risulterebbero inevitabilmente compresse libertà costituzionali fondamentali (libertà personale e libertà di circolazione prime fra tutte) e violati principi costituzionali fondamentali come il principio di eguaglianza, il principio di legalità ed il principio della certezza del diritto.
Come pure, chi decide di non vaccinarsi – è bene ricordarlo – esercita una scelta legittima in assenza di obbligo vaccinale e il suo rifiuto va protetto e non ammantato di moralismo apocalittico.
La banalizzazione e volgarizzazione di tali argomentazioni rischia di alimentare, al contrario, una frattura sociale ed antropologica; il tema di fondo è come tutelare la salute nel rispetto della Costituzione, riuscendo a distinguere provvedimenti costituzionalmente orientati da provvedimenti che si muovono al di fuori del perimetro costituzionale.
Infine, non lascia indifferenti il fatto che il Consiglio d’Europa, nella risoluzione del 27 gennaio 2021, stante l’attuale non obbligatorietà del vaccino e la contestuale necessità di rispettare il pieno esercizio della libertà di autodeterminazione degli individui, nel richiamare altresì gli artt. 8 e 9 della CEDU e l’art. 5 della Convenzione di Oviedo del 1996 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, abbia risolutamente affermato la necessità di assicurare che nessuno venga discriminato per non essersi fatto vaccinare. Le condizioni imposte per ottenere la certificazione verde, tuttavia, come si è già espresso, lasciano perplessi sulla effettiva corrispondenza a questa raccomandazione

Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia
Una guida, in dieci punti

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33

Una guida – esito sintetico della nostra esperienza, maturata ed esercitata da noi personalmente e concretamente nel corpo vivo dei corsi che abbiamo tenuto nella primavera/estate 2020 all’Università di Catania e all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo sintetizzato la nostra presa di posizione in questo testo su sollecitazione di molti amici e sodali, ‘compagni di scuola’ dei nostri e di altri Atenei.

La scorsa primavera, per spirito di responsabilità istituzionale e con la piena consapevolezza della difficoltà della situazione, abbiamo tenuto a spiegare e argomentare le nostre prese di posizione prima ai nostri studenti e poi agli organi di governo delle nostre Università, e in qualche caso siamo stati chiamati direttamente ‘in causa’, a renderne conto.

Specifichiamo che, avendo applicato punto per punto i principi e i comportamenti che ora abbiamo raccolto in questo Decalogo, pur essendo stati richiamati a dar ragione delle nostre scelte, non siamo stati sottoposti ad alcun provvedimento sanzionatorio da parte degli organismi di disciplina delle nostre Università. Comunque, a garanzia di tutti, prima di condividere questa nostra elaborazione, abbiamo sottoposto il Decalogo ad amici e colleghi giuristi, i quali hanno verificato la correttezza, legale oltre che di principio, delle nostre affermazioni. Ne abbiamo inoltre parlato con alcuni dei nostri studenti, i quali ci hanno dato delle indicazioni molto significative.

Premesse

La prima premessa è il perdurare della condizione di emergenza collegata all’epidemia Covid, la conseguente affermazione dello stato di eccezione, nazionale e internazionale, che ad essa conseguirebbe, e la mancanza di chiarezza nelle indicazioni sulla didattica universitaria.

La seconda riguarda il fatto che non tutti i docenti universitari sono disposti a subire passivamente i multiversi e contradditori diktat impartiti da una qualsiasi autorità sulle modalità di svolgimento delle lezioni universitarie.

La terza è relativa al fatto che i doveri e i diritti dei docenti universitari sono statuiti dalla Costituzione, che rappresenta il vertice nella gerarchia delle fonti del diritto e non può certo essere contraddetta – esplicitamente o implicitamente – da una disposizione normativa di rango secondario, come i regolamenti emanati dai singoli Atenei o un qualsiasi altro provvedimento amministrativo.

Tutte le leggi che la Repubblica ha emanato sull’insegnamento universitario confermano – e altro non potrebbero fare – la lettera e lo spirito dell’art. 33 della Costituzione (si veda, in Appendice, una sintesi delle leggi sul punto che ribadiscono il dettato costituzionale). Di fatto, gli obblighi dei docenti sono indicati nei regolamenti dei singoli Atenei in modo di caso in caso più o meno preciso. Tutto ciò che non viene esplicitamente regolamentato è lasciato alla coscienza civile e alla competenza didattica dei docenti stessi, nella piena osservanza anche degli articoli 2 e 34 della Costituzione che stabiliscono: il rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; il fatto che “la scuola [sia] aperta a tutti”; il fatto che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In questo contesto è importante ricordare che Concetto Marchesi fra i Costituenti nel presentare l’articolo 33 – in cui è detto che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione” – sostiene che esso è “ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento [c.vo nostro] e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita”.

Una guida, in dieci punti

I. Libertà di insegnamento

Il docente ha il dovere e il diritto di svolgere la sua attività di insegnamento e di ricerca, individuando le modalità e i metodi più idonei rispetto alla materia e all’organizzazione interna del corso, all’interno dell’organizzazione dei Dipartimenti.

Il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento.

II. Contatto e relazione con gli studenti

Il docente ha il dovere di avviare un contatto diretto con gli studenti iscritti al corso, stabilendo una relazione individuale o di gruppo e con i mezzi che ritiene più idonei per chiarire i contenuti del programma, fornendo ogni indicazione utile e tutti i materiali per gli approfondimenti. Il dovere della relazione diretta, personale e di gruppo, con la classe e con i singoli studenti è tanto più vitale e importante quanto più anomale sono le condizioni in cui ci si trova a insegnare. Il docente ha il dovere di condividere con gli studenti del corso le linee e la metodologia per lo studio dei testi in programma e per eventuali ricerche e approfondimenti.

III. Diritto di obiezione di coscienza rispetto alla didattica a distanza

Il docente – che non abbia ab initio stipulato un contratto che preveda la sua accettazione di modalità di insegnamento telematico – ha il diritto di esercitare obiezione di coscienza rispetto a qualsiasi obbligo imposto che sia contrario ai suoi metodi e ai suoi principi. Rientra a pieno titolo nel principio della libertà di insegnamento del docente sostenere e argomentare in tutte le sedi, dal confronto con gli studenti alle sedi istituzionali, il fatto che la didattica a distanza, dal punto di vista concettuale, è un monstrum che impone la consegna incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento e comporta lo snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico. All’orizzonte dell’ideologia securitaria della immunitas si profila l’eliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente.

IV. Diritto al rifiuto dell’integrazione impropria della dotazione retorica

Il docente ha il dovere di svolgere lezioni e di essere preparato a questo compito sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista del possesso della necessaria strumentazione retorica. Viceversa, il docente non ha alcun dovere di istruirsi né di ‘aggiornarsi’ su altre tecniche di comunicazione estranee alla lezione universitaria, come gli spot video o i documentari televisivi, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica. Se gli organi di governo dell’Ateneo adottano la decisione di attivare cicli di lezione “televisive”, arruolino figure di ‘divulgatori’ formati tecnicamente ad hoc, senza imporre al docente di affinare tecniche performative improprie. Per assurdo (ma non tanto): perché non far recitare la propria lezione a un attore professionista, con adeguata assistenza di registi e di tecnici luci e audio? E perché non far declamare le proprie lezioni in inglese – richieste in molti corsi – da un ‘alias’ madre-lingua? È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate.

V. Diritto al rifiuto della registrazione delle lezioni

Il fatto, positivo e auspicabile, che le lezioni possono essere trasmesse agli studenti impossibilitati a partecipare fisicamente mediante mezzi telematici via streaming, non comporta né include alcun obbligo di registrazione su piattaforme private (Teams, Zoom e analoghi software). Va ricordato che in qualsiasi situazione e circostanza, i contenuti e le modalità delle lezioni sottostanno inoltre alle norme sulla riservatezza (privacy) e in quanto tali non possono essere registrate senza il consenso del titolare della lezione stessa (neppure tramite semplici registratori audio). Più in generale, va rivendicato il principio che l’attività didattica è proprietà intellettuale del docente, che può decidere di cederne i contenuti – se lo ritiene opportuno – ma può rifiutarsi di farlo. In particolare, ogni lezione costituisce un’espressione intellettuale che deve essere garantita nella sua interezza, senza estrapolazioni, tagli, inserimenti che rischiano di stravolgerne contenuti, intenzioni, obiettivi. Nulla di tutto questo è garantito dalla registrazione delle lezioni su piattaforme private che ne diventano ipso facto le detentrici anche economiche, con tutte le conseguenze sull’utilizzo di opere dell’ingegno (spesso non pubblicate) da parte dei gestori delle piattaforme private. Alla luce di tutto questo, l’obbligo di svolgimento delle lezioni (in presenza o in streaming) non comporta alcun obbligo di registrazione delle lezioni stesse. Il docente può quindi rifiutarsi di registrare una, più o tutte le lezioni del corso che svolge.

VI. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (burocratico) passivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati. Di converso il docente ha il dovere di rispondere puntualmente alle osservazioni dei suoi studenti, del direttore e dei colleghi del corso di studio, a richieste di chiarimento e di delucidazione sui contenuti e sulle modalità del suo insegnamento. 

VII. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (poliziesco) attivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi ordine che lo porti a svolgere azioni di controllo sulle presenze, sulle attitudini, sui costumi degli studenti. In particolare, ha il diritto/dovere di sottrarsi al ruolo di controllore, reale o informatico, che è un ruolo implicitamente poliziesco, del tutto estraneo all’accordo fiduciario con gli studenti (ed estraneo anche alle sue mansioni) che, se necessario, va attribuito ad altre figure.

VIII. Difesa della libertà di accesso allo spazio universitario e permeabilità degli spazi a tutti i cittadini

È dovere del docente difendere la libertà di accesso agli spazi universitari: l’emergenza non può diventare una prova generale di sequestro e impermeabilizzazione degli spazi – aule, biblioteche, spazi comuni – alla libera circolazione di tutti cittadini. La limitazione della possibilità di accesso a tali luoghi di cultura equivale, infatti, a uno snaturamento degli stessi, istituzionalmente destinati all’uso pubblico, e a un conseguente depauperamento della cittadinanza, titolare ultima, nel suo insieme, del diritto di disposizione di quegli spazi.

IX. Rifiuto di collaborare all’aumento delle diseguaglianze, significato e funzione sociale e politica della didattica

Il docente ha il diritto/dovere di opporsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla possibilità che il suo insegnamento accresca il divario di classe, economico e sociale, tra i suoi studenti. In questo senso ha il dovere di allenare il senso critico suo, degli studenti e dei coordinatori della didattica dei suoi corsi in merito all’aggravamento del divario che la didattica a distanza, di fatto, provoca. La pratica didattica – la didattica reale, la didattica in presenza – è una delle espressioni più chiare e feconde del principio politico-educativo che Hannah Arendt ha sintetizzato nell’atto di “uscire di casa” – prima condizione del passaggio dell’individuo da idiotes – persona che gestisce i suoi interessi privati all’interno dell’ambiente domestico o della comunità protetta – a polites ‘cittadino’, ovvero essere umano a pieno titolo che agisce nello spazio pubblico. Le istituzioni sono chiamate a educare politicamente i cittadini e non a favorire la tendenza all’infantilizzazione del corpo sociale: la didattica a distanza incentiva il ritorno al nido domestico degli studenti, la ritrazione in una dimensione che favorisce la permanenza all’interno del clan, anziché affrancare lo studente dai costumi familiari e locali. Le città italiane sono per storia e per vocazione storica “cittadelle del sapere” e in questo senso va incoraggiato, anche con sostegni economici consistenti e mirati, lo sviluppo della residenzialità di docenti e studenti nelle città universitarie.

X. Diritto/dovere alla parrhesia e denuncia della microfisica del potere

Proprio del docente è il diritto/dovere di esprimere con l’efficacia di cui è capace il suo pensiero critico rispetto alle regole vigenti: si tratta di un diritto/dovere proprio del cittadino, che il docente universitario deve sapere esercitare a un grado superlativo. Ciò vale anche sotto il profilo pedagogico, perché primo impegno del docente universitario è l’educazione alla critica e alla parrhesia e il dovere di tenere alta la propria intelligenza critica e allenare lo spirito critico degli studenti. Nella consapevolezza che le più insidiose forme di imposizione passano per via amministrativa e che la “microfisica del potere” si disloca nella parcellizzazione di regolamenti e circolari, il docente ha il diritto/dovere di argomentare nei confronti degli organi di governo dell’ateneo e, soprattutto, con gli studenti la resistenza a qualsiasi forma di controllo e la possibilità di rigetto delle modalità imposte.

Appendice
Legge costituzionale e altri pronunciamenti sulla libertà di insegnamento

Presentiamo qui, come strumento di lavoro e di cittadinanza, le norme più significative che la Repubblica si è data nel corso della sua storia riguardo all’istruzione e alla formazione dei suoi cittadini. Per quanto riguarda i DCPM che negli ultimi mesi l’Esecutivo italiano ha promulgato (in forme e modalità non certo ineccepibili sul piano della linearità formale e della correttezza giuridica), essi non escludono affatto – e non potrebbero – l’insegnamento in presenza e l’autonomia dei docenti ma – semmai – autorizzano anche l’utilizzo di strumenti tecnologico–informatici, in una situazione collettiva di eccezionalità. Altra autorità amministrativa indipendente (Garante della privacy) ha opportunamente richiamato, a questo proposito, il diritto altrettanto primario alla riservatezza al quale molti analisti aggiungono quello alla proprietà intellettuale delle lezioni, che non può essere ceduta a nessun soggetto economico privato locale o internazionale senza il consenso di chi quelle lezioni le svolge.

Riassumiamo qui le principali norme che nel corso del tempo hanno riconosciuto i diritti e stabilito i doveri dei docenti universitari.

1946
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento

1958
Legge 311/1958, 4
Ai professori è garantita libertà d’insegnamento e di ricerca scientifica.

Legge 311/1958, 6.
I professori hanno l’obbligo di dedicare al proprio insegnamento, sotto forma sia di lezioni cattedratiche, sia di esercitazioni di seminario, di laboratorio o di clinica, tante ore settimanali quante la natura e l’estensione dell’insegnamento stesso richiedano e sono tenuti ad impartire le lezioni settimanali in non meno di tre giorni distinti.

1980
P.R. 11 luglio 1980, n. 382.
Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica

Art. 7, c.1
Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica.

Art. 10, c.1
Fermi restando tutti gli altri obblighi previsti dalle vigenti disposizioni, i professori ordinari per le attività didattiche, compresa la partecipazione alle commissioni d’esame e alle commissioni di laurea, devono assicurare la loro presenza per non meno di 250 ore annuali distribuite in forma e secondo modalità da definire ai sensi del secondo comma del precedente art. 7.

1989
Legge 9 maggio 1989, n.168
Istituzione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica

Art. 6 c. 3
Le università svolgono attività didattica e organizzano le relative strutture nel rispetto della libertà di insegnamento dei docenti e dei principi generali fissati nella disciplina relativa agli ordinamenti didattici universitari.

Art.6 c. 4
Le università sono sedi primarie della ricerca scientifica e operano, per la realizzazione delle proprie finalità istituzionali, nel rispetto della libertà di ricerca dei docenti e dei ricercatori nonché dell’autonomia di ricerca delle strutture scientifiche

2005
Legge 230, 4.11.2005
Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari

Art. 1. c.1
L’università, sede della formazione e della trasmissione critica del sapere, coniuga in modo organico ricerca e didattica, garantendone la completa libertà.

c.2 I professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica, con piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche nonché, […] dei contenuti e dell’impostazione culturale dei propri corsi di insegnamento.

c.16 Resta fermo, secondo l’attuale struttura retributiva, il trattamento economico dei professori universitari articolato secondo il regime prescelto a tempo pieno ovvero a tempo definito. Tale trattamento è correlato all’espletamento delle attività scientifiche e all’impegno per le altre attività, fissato per il rapporto a tempo pieno in non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale, e per il rapporto a tempo definito in non meno di 250 ore annue di didattica, di cui 80 di didattica frontale.  Le ore di didattica frontale possono variare sulla base dell’organizzazione didattica e della specificità e della diversità dei settori scientifico-disciplinari e del rapporto docenti-studenti, sulla base di parametri definiti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

2010
Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (c.d Legge Gelmini)
Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Art. 1
c.1. Le università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e sono luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.

Art. 6
1.2 I professori svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonché ad attività di verifica dell’apprendimento, non meno di 350 ore in regime di tempo pieno e non meno di 250 ore in regime di tempo definito.

Art. 6
1.10 I professori e i ricercatori a tempo pieno, fatto salvo il rispetto dei loro obblighi istituzionali, possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione e di referaggio, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, nonché attività pubblicistiche ed editoriali. I professori e i ricercatori a tempo pieno possono altresì svolgere, previa autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonché compiti istituzionali e gestionali senza vincolo di subordinazione presso enti pubblici e privati senza scopo di lucro, purché non si determinino situazioni di conflitto di interesse con l’università di appartenenza, a condizione comunque che l’attività non rappresenti detrimento delle attività didattiche, scientifiche e gestionali loro affidate dall’università di appartenenza.

Contributi pubblicati in corpi & politica

Didattica e ologrammi
di Alberto Giovanni Biuso (“corpi e politica” 5.4.2020)

appunti sulla teledidattica 1
di Monica Centanni (“corpi e politica” 22.3.2020)

appunti sulla teledidattica 2
di Monica Centanni (“corpi e politica” 13.4.2020)

Perché la Dad non è didattica
di Alberto Giovanni Biuso (da Bollettino di Ateneo dell’Università di Catania 25.4.2020)

Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte. Ai docenti e agli studenti delle università italiane
di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin (“corpi e politica” 23.4.2020)

La sezione corpi e teledidattica contiene numerosi altri testi sull’argomento:
https://www.corpiepolitica.it/corpi-e-teledidattica/

Alberto Giovanni Biuso agbiuso@unict.it
professore ordinario di Filosofia teoretica | Università di Catania

Monica Centanni centanni@iuav.it
professore ordinario di Lingua e Letteratura greca | Università Iuav di Venezia, Università di Catania

 

Catania/Venezia, 25 settembre 2020

 

il PDF del documento è scaricabile qui
Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida, in dieci punti

 

Poteri speciali

COVID-19. Conte insiste con i poteri speciali. Il parere di un medico in prima linea
di Carlo Frigerio
Civica

Questo testo-intervista ci sembra da leggere per due ragioni: 1) stigmatizza la ormai chiara manipolabilità della Costituzione, che significa la fine della sua natura rigida, quella che nonostante tutto ha salvaguardato la democrazia in Italia; 2) evidenzia il fatto basilare, e che i media obbedienti sfruttano ogni giorno, relativo alla confusione tra positività e malattia.


Un paziente Padre costituente, ci protegge e guida, a nostra insaputa… 

Stiamo sereni, lo stato di emergenza sanitaria nazionale che doveva scadere il 31 luglio è prorogato fino al 15 ottobre ( pare del 2020…). Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri il 29 luglio 2020, dopo che il premier Conte era stato alle Camere a spiegare con il suo consueto stile, molto sobrio, l’intenzione di prorogare l’allarme rosso. Conte si è preso la soddisfazione di avere in mano la sua maggioranza composta da Grillini-Piddini-sinistra-Leu, che lo sorregge e incoraggia, al di là di ogni ragionevole evidenza, semplicemente chiudendo gli occhi e le orecchie. Nella foto in evidenza il premier si è poi preso la soddisfazione fuori da Montecitorio, insieme con Fico e Gualtieri di “suonare” un pezzo agli Italiani, da buon batterista insieme con i Rulli Frulli. Alla sera il CdM ha approvato un nuovo decreto legge. Nel dibattito parlamentare lo statista pugliese con la pochette si è lanciato oltre la scia di Monti. L’ha superato in originalità e sfrontatezza. Tanto si può dire di Monti, ma non le ha mai dette così grosse in punta di diritto. Vediamone un paio tratte dal discorso di replica che ha tenuto al Senato. La prima è stratosferica, per cultori della materia “difesa della Costituzione”, monopolio della sinistra, che tace esponendosi all’accusa di ignavia; Dante  tali peccatori “che mai non fur vivi” lì punì severamente. Sentiamo cosa ha detto  il Capo dell’Esecutivo a proposito della Carta:

”…abbiamo dovuto costruire un percorso normativo ad hoc che non era previsto in particolare nel dettato costituzionale. Però non dobbiamo confondere il fatto che non ci sia un percorso ad hoc nella nostra Costituzione col fatto che non si debba intervenire per adottare misure e per perseguire un iter normativo specifico nel segno evidente della tempestività degli interventi e dell’efficacia degli interventi normativi e anche operativi.“

Che bravo… Ci ha pensato lui a integrare e rigirare la Costituzione, come avvocato del popolo lo può fare, abbiamo un nuovo Padre costituente, che ci sorveglia e protegge da noi stessi. La seconda idea è meno forte ma più spettacolare. I senatori grillini, piddini, comunisti e sinistri governativi sono impazziti dalla gioia a sentire tali parole:

….è cronaca di queste ore su cui anche le forze dell’opposizione, immagino, sono particolarmente sensibili – di perseguire con tempestività ed efficacia un piano di sorveglianza sanitaria dei migranti dove, alla luce delle norme attuali, abbiamo addirittura difficoltà a operare una requisizione altrimenti di navi traghetto dove vorremmo, ovviamente, perseguire e assicurare lo svolgimento delle quarantene e quindi un programma adeguato ed efficace di sorveglianza sanitaria dei migranti; e, ancora, ci consentono di perseguire quel ripristino pieno delle attività di amministrazione della Giustizia nonché anche di piena sicurezza sanitaria negli Istituti penitenziari, attività – in particolare di amministrazione della Giustizia-  che abbiamo dovuto sospendere per le note ragioni. Ho parlato quindi di una proroga dello “stato di emergenza” imposta da ragioni squisitamente tecniche…”

Molto bene, vediamole queste considerazioni tecniche. Peccato, le ha segretate. Non sono state pubblicate, il Governo non ha alcuna intenzione di farle vedere, apponendo il segreto. In pratica dice che nelle carte c’è tutto, ma non le fa vedere. Insomma, si fa tutto questo sulla fiducia che si deve riporre nel portatore sano della pochette più elegante d’Italia.

A questo punto il giornale Civica ha chiesto ad un medico di base, Carlo Frigerio, operante nell’area metropolitana di Milano un suo autorevole parere e per questo lo ringraziamo.

(nella foto in evidenza: il premier Conte, parte del Governo con il presidente Fico si esibiscono prima del CdM con una breve suonata di batteria con la banda Rulli Frulli con disabili  in piazza Montecitorio)

COVID, il punto tecnico medico

L’Italia è oggi alle prese con gli esiti di una dichiarata pandemia mondiale. Con gli esiti, attenzione, non più con la malattia. Vale la pena, compiere qualche riflessione su ciò che è stato e su ciò che ne consegue. La virologia ha avuto il suo momento di popolarità con tutti i riflettori puntati sui pochi esperti che tuttavia si trovavano alle prese con una novità assoluta. C’è stata una sovraesposizione mediatica delle tematiche sanitarie; i dibattiti che dovevano restare confinati all’interno di una pure aspra discussione medico scientifica (ma sempre condotti da esperti qualificati), sono stati trascinati in ambiti impropri.

La popolazione in ciò ha colto più le contraddizioni che i progressi che si sono comunque conseguiti. La telecronaca epidemiologica quotidiana ha contribuito a diffondere timore, utile per ottenere comportamenti consapevoli, ma al tempo stesso ha prodotto incertezza, frustrazione e sfiducia nel futuro. Tuttologi dell’ultima ora, ancora oggi impartiscono lezioni ad un popolo, quello italiano, incline ormai a considerare verosimile solo ciò che preoccupa.

In questi giorni l’informazione, dei grandi network e quella ufficiale, deliberatamente si accanisce a introdurre altra confusione nella testa delle persone, con l’equiparazione dei “casi positivi” con i casi di effettiva “malattia”. La positività al tampone nasofaringeo per COVID-19, coronavirus, non equivale all’essere affetti da malattia. Quest’ultima si identifica nella condizione morbosa respiratoria che l’alta carica virale può determinare in taluni soggetti. Sarebbe come dire che chi risulti allergico alle graminacee, corra il continuo rischio di morire per una grave crisi d’asma (anche a Natale quando non è più stagione pollinica); oppure che chiunque abbia un neo sulla pelle (tecnicamente un tumore benigno) abbia il cancro.

Sembra essersi invertito il principio del “diritto alla salute” in “dovere alla salute” (sia per il dovuto rispetto verso gli altri ma anche per il timore di essere quarantenati o di subire un TSO). Da ora in avanti sarà meglio parlare di “diritto alle cure”. E’ molto imbarazzante la totale assenza di supporto da parte delle aziende territoriali sanitarie -ATS, le ex USSL. Hanno messo al sicuro il loro personale amministrativo con lo smart working, dopo di che sembravano evaporate. I clinici, cioè i medici dedicati alla fattiva cura dei pazienti, sono stati all’inizio sopraffatti dall’urto; frettolosamente promossi ad eroi, ora si trovano esausti, disorientati dalla mancanza di protocolli di comportamento convincenti e soprattutto davvero applicabili. Il Sistema Sanitario Nazionale, che ha retto finora solo grazie alla responsabilità degli operatori, non sarà in grado di alcun rilancio. La rapida conversione degli ospedali Centri Covid non potrà vedere una riconversione altrettanto rapida. Le liste d’attesa finora congelate, saranno aggravate dalle normative igieniche e perciò allungate a dismisura. Inoltre, anche considerando la disponibilità del Governo a nuove assunzioni in ambito medico, occorre ricordare che il bacino da cui attingere nuovi professionisti è pressoché inesistente (frutto soprattutto del numero chiuso in facoltà).

Il prossimo futuro.

Storicamente le ricerche volte alla scoperta di farmaci antivirali sono spesso state frustrate da successi assai modesti. La strada vaccinale appare lunga ed incerta. Tuttavia occorre ricordare che la pericolosità di una qualsiasi infezione virale si misura in base all’indice di mortalità e di morbilità. Ad oggi entrambi appaiono pienamente sotto controllo in Italia. L’esperienza maturata in ambito medico ormai è ampia e consolidata e le strategie di cura affinate.

Un’eventuale seconda ondata potrà essere solo secondaria a importazione di virus selvaggio da quei paesi oggi ancora coinvolti nella pandemia. Più probabile l’ipotesi di focolai isolati di positività al virus, da cui deriveranno alcuni casi sintomatici, perfettamente arginabili con le misure igieniche già in atto e con adeguate cure laddove occorresse.

Resta da cogliere la reale portata della crisi demografica già in atto da anni in Italia, con il presumibile peggioramento dell’indice di natalità. Quest’ultimo aspetto, finora rilevato da pochi (Comero del periodico Civica, il presidente dell’ISTAT…)  rappresenta un rischio che può avere un impatto implosivo per il nostro Paese.

Carlo Frigerio è medico chirurgo, specialista in pediatria, specialista in patologia neonatale  (per 20 anni medico ospedaliero, di cui 10 anni in reparti di pediatria e 10 anni in terapia intensiva neonatale)