Un sorriso, un abbraccio

di D., uno studente responsabile
(16.12.2020)

[Ho ricevuto da D. – che si firma «uno studente responsabile» perché lo è – una testimonianza straordinaria nella sua lucidità, nel suo dolore, nella consapevolezza e nella verità.
Con il suo permesso la pubblichiamo qui, affinché chi la legga possa ricordarsi che «
la vita non vale niente se non vale più della vita» e che al di là di ogni legittima paura c’è il coraggio di chi non ha rinunciato a pensare (Alberto Giovanni Biuso – Università di Catania)]

Caro Professore,
Le scrivo per dirLe che al momento non mi sento una persona felice.
Da mesi ormai sento che la vita mi si dà soltanto come ricordo e come esigenza. Al mattino sto, inerte, innanzi alle mie aspettative e a quelle altrui, incapace di rispondere sia alle une che alle altre, e la sera ascolto gli echi della mia vita passata, l’unica che riesco a portare al livello della presenza. Nei miei vent’anni, sento che la vita mi chiede molto e sento di voler chiedere molto alla vita: il peso dei miei desideri e del futuro mi opprime in modo silenzioso, è sufficiente la loro sola esistenza. E le suole di piombo del mio passato mi impediscono di compiere anche un solo passo in avanti.

Da mesi ormai la mia vita è questo oscillare tra il prima e il dopo, senza una linea continua che li unisca e che possa chiamare presente. Mi è stato chiesto di vivere di meno e l’ho accettato, non posso  altrimenti. Ne soffro e mi viene chiesto di sentirmi in colpa per questo, perché è poca cosa vivere a un metro dagli altri, perché ho ancora tutta la vita davanti, perché bisogna fare sacrifici e avere rispetto dei morti, dell’emergenza sanitaria, bisogna essere responsabili e comportarsi bene. Per carità, non lo nego.
Ma la filosofia mi ha insegnato che per avere rispetto della vita occorre avere rispetto del tempo e della morte, porgere loro la propria amicizia. Ho imparato presto qual è la differenza tra una vita e un’esistenza e temo che la nostra epoca abbia, da molto ormai, dimenticato che la vita è un’altra cosa dall’essere-in-vita, dai parametri che la medicina, l’economia e la politica usano per governare i nostri corpi. La vera tragedia di questa pandemia non è né la morte né il dolore, ma le morti asettiche in ospedale, il fallimento delle attività commerciali, la privazione di un sorriso o di un abbraccio. Per molti la filosofia è solo chiacchiera; per me è l’unico vaccino che ci salva.
E così sto qui, ad un metro di distanza dalla vita, a ricordare impotente che la vita non vale niente se non vale più della vita.

La ringrazio per l’ascolto,
D., uno studente responsabile

[Photo by Marco Bianchetti on Unsplash]

La stanza di zia Léonie. I

di Barbara Biscotti
(13.12.2020)

«quella zia Léonie che dopo la morte di suo marito, lo zio Octave, non aveva più voluto lasciare, dapprima Combray, poi la sua casa di Combray, poi la sua camera, infine il suo letto, e non “scendeva” più, sempre coricata in un vago stato di afflizione, di abbattimento fisico, di malattia, di idea fissa e di devozione»

La prima volta abbiamo reagito. È per due mesi, pazienza, ha pensato una parte di noi. L’altra parte, però, intanto ha ruggito, facendo sentire la propria voce sulle discutibili tecniche della gestione dell’emergenza – che pure non si nega – nascoste sotto quell’invocazione al pazientare, sulle mille interpretazioni della situazione in cui, ognuno cercando di mantenere a modo suo – tutti legittimi – una certa lucidità, abbiamo letteralmente “dato i numeri”.
Poi ci siamo illusi che si stesse tornando a una certa normalità. I più accorti sapevano che si trattava di mera illusione. Ma pazienza, ancora.
Ora è sotto gli occhi di tutti il fatto che l’emergenza è destinata a durare. E a lungo.
Ma qualcosa nel frattempo è accaduto. Temo, in generale, per un senso di maggior acquiescenza e rassegnazione che si percepisce nell’aria, accompagnato da una cupezza che non è solo legata all’avvicinarsi del solstizio d’inverno. Ma qui compio un esame di coscienza, facendo riferimento anche a quanto mi sento dire da altre e altri che, come me, nella vita fanno gli “intellettori”, cioè quelli che di mestiere usano il loro intelletto come strumento (personalmente preferisco riservare il termine “intellettuale”, che non mette in luce la natura umilmente artigianale di tale attività, a pochi e senz’altro non a me).

Ora, nell’animo di ogni intellettore alberga da qualche parte una “stanza di zia Léonie”. Proust riandava con la memoria agli odori confortanti di quel luogo, al senso di calore e cose buone che evocava. Ma erano memorie infantili. Importanti, ma infantili.
È vero, ognuno di noi sa bene che si tratta di una bella stanza, piena di libri, di cose da osservare, smontare e rimontare, in cui ci si può rifugiare, si può fare in santa pace il proprio modesto lavoro di chi ha la fortuna di poter pensare e costruire forme, a volte utili, a volte inutili, fatte di pensiero. Ogni intellettore, specie oggi che la modernità l’ha relegato nella classe del cognitariato chiamata a stare alla catena di montaggio dei saperi, anela ad avere ancora dei momenti in cui chiudersi lì dentro e costruire con amore e cura i propri oggettini, libri essenzialmente.
Ma ora è diverso. Ora scopriamo improvvisamente di non essere più i visitatori pieni di stupore della stanza di zia Léonie, che entrano, mangiano il boccone di madeleine intinta nel the ed escono appagati, pronti ad affrontare la giornata e a vivere il mondo.
Ora ci ritroviamo a essere zia Léonie, che si ritira dal mondo in seguito a un lutto.
Di fronte ai lutti si può reagire in due modi. O si lascia passare il tempus lugendi, quello necessario a ciascuno, e piano piano si torna al mondo, cambiati ma ci si torna. O ci si lascia annientare dalla perdita, ritirandosi in uno spazio interno, ovattato, dove l’aria è «satura della quintessenza di un silenzio così sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità». Un silenzio rassicurante, certo, ma intessuto di rinuncia al mondo.

Annichiliti dal lutto per la morte delle nostre diverse libertà, molti di noi non si sono resi conto, come zia Léonie, del fatto che stavamo noi stessi, con i nostri corpi-menti, scivolando in una progressiva autoreclusione, dalla città alla casa, poi alla stanza: da ultimo ci attenderà il letto. Poco alla volta stiamo noi stessi uccidendo la prima tra le nostre libertà, quella intellettuale. La fatica di varcare la soglia della stanza, della casa, che ci immette negli spazi della polis, è stata sovraccaricata di ostacoli, di prove eroiche, cui anche il rigido clima invernale aggiunge il suo carico. E a mano a mano ci siamo adattati al confortevole piccolo spazio caldo della nostra stanza, in cui possiamo giocare con i nostri balocchi e nel quale però il corpomente, avendo poca metratura per muoversi, si rattrappisce, perde elasticità, e soprattutto non incontra altri corpimente con cui confrontarsi e misurarsi.
Dunque, attenzione a questa deriva. Perché è quello che da molte parti si vuole.
Parafrasando un vecchio slogan, c’è una zia Léonie in ognuno di noi: uccidila.

Dunque, forza zia Léonie, rimetti in moto le gambe, anche se solo sulla cyclette. Che magari poi, nonostante il freddo e l’aria inquinata, esci e vai a fare una passeggiata. Incontrare l’altro, anche con la mascherina e la distanza, può attivare cortocircuiti importanti. Non lasciamo che la fatica, le difficoltà ci scoraggino. Proponiamoci di incontrare ogni giorno qualcuno, fosse anche solo il giornalaio. Ma di incontrarlo davvero, parlarci.
E rimettiamo in moto le menti, che magari, invece di raccontarcela da soli, dentro i nostri libri, ne incontriamo altre. E se la pensano diversamente da noi, è pure meglio, che si fa un po’ di stretching più intenso… Discutere, confrontarsi, arrabbiarsi sia il nostro calendario dell’avvento: ogni giorno riflettere insieme a qualcun altro su un aspetto del presente.
Perché per i pochi intellettuali e per i molti intellettori pensare nella/per la/con la polis non è una scelta, bensì un dovere. Basta leggere Gramsci ogni mattina, quando ci si sveglia, per balzare su da quel letto della zia e uscire dalla porta della stanza, della casa:

“L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.”

(A. Gramsci, “La Città Futura”, in L’Ordine Nuovo, 11 febbraio 1917)

Corpi e corpi. In presenza

di redazione corpi e politica
(28.6.2020)

corpi e politica si apre da oggi al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

 

corpi e politica è nato dall’urgenza di denunciare le insopportabili limitazioni imposte ai corpi. Limitazioni alla libertà di movimento, di espressione, di scambio fisico, decretate con una normativa arbitraria e autoritaria. Limitazioni pesantemente imposte con il terrorismo psicologico e mediatico che ha spinto a percepire in qualsiasi altra persona e perfino nell’ambiente una minaccia alla propria vita, che ha spinto le persone a recludersi spontaneamente o a limitare al minimo la propria vita sociale e di relazione – che è poi la vita stessa.

Vivere significa infatti scambio con i propri simili, incontro dei corpi nei luoghi reali, nell’ambiente, nel mondo. La vita è movimento, scoperta, autonomia – sorpresa e invenzione che si dà soltanto nella relazione con lo sconosciuto. La dissoluzione del contatto sociale diventa invece la migliore garanzia per chi governa, qualunque sia il suo nome: atomi sociali irrelati non potranno mai fare corpo per partecipare alla vita politica attiva anziché subire passivamente decisioni calate dall’alto.

Tutto questo ha molto poco a che fare con epidemie e questioni sanitarie, considerata la grande sproporzione fra i danni prodotti dal virus e gli enormi, universali, pervasivi danni fisici, psichici, sociali, economici provocati dalle misure di reclusione: una forma di controllo arbitrario delle esistenze che non ha precedenti nella storia per dimensioni e profondità.

La questione della libertà è da sempre una questione di corpi, del loro muoversi nello spaziotempo con energia, consapevolezza, lucidità, in autonomia rispetto a forme di convivenza coatte, da minacciose strutture di obbedienza, da regimi sanitari autoritari. L’esistenza umana è incompatibile con il regime della separazione. È fatta di una relazionalità costante, pervasiva, faticosa e feconda.

Di fronte al cristallizzarsi di questa situazione poche e isolate sono state le voci critiche. Ora però il regime di limitazione dei corpi si sta attrezzando per diventare permanente e la resistenza non può  che partire dai corpi. Dai nostri corpi, dai corpi che siamo.

Nella rivoluzione etica ed estetica del secolo scorso, uno slogan centrale era la “liberazione del corpo”, all’insegna di un cambiamento radicale che ha coinvolto milioni di esistenze: dagli atteggiamenti e comportamenti quotidiani degli individui ai grandi orizzonti collettivi di reinvenzione del mondo. Oggi, nel tempo oscurantista della paura, il primo oggetto di attacco e di censura è stato il corpo e l’energia che scaturisce dal desiderio – ma la fisicità dei corpi e l’estetica del desiderio erano già in una fase di desistenza. Ora, liberare i corpi significa puntare sull’incontro fisico, rilanciare la potenza del contatto e la necessità – umana ovvero politica – della relazione.

Tenere una lezione ai propri studenti senza mediazioni telematiche, in presenza fisica; lavorare in gruppo ‘dal vero’; spostarsi fisicamente in un’altra città o nazione; fare una festa; fare un’assemblea – potrebbero sembrare le più ovvie delle rivendicazioni, il ritorno a una normalità da recuperare dopo un periodo di obbligata astinenza. Ma invece proprio il tempo della deprivazione ha dimostrato quanto quelle pratiche siano preziose, funzionali alla vita activa senza la quale, per l’uomo, non si dà vita contemplativa ma neppure la mera sopravvivenza biologica.

Per questo corpi e politica si apre da oggi non solo alle riflessioni sul nostro tempo, ma anche al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.