DaD e disabilità

di Mattia Bosio
(3.5.2020)

Che cosa succede se, invece di “somministrare” anodini questionari valutativi della didattica, si dà voce viva agli studenti di un’università milanese sulla cosiddetta DaD? Emergono specificità individuali, riflessioni autentiche, vere opinioni da tenere in considerazione.

Data la mia disabilità e le difficoltà di trasporto connesse (io abito fuori Milano) la DaD potrebbe essere vista come un vantaggio poiché negli anni precedenti non mi era possibile venire all’università (e dunque frequentare i corsi) più di una volta la settimana, mentre con la DaD posso seguire tutte le lezioni. Nonostante questo, avrei apprezzato molto di più la possibilità di venire, anche solo una volta la settimana, all’università per seguire le lezioni e avere un rapporto diretto con i docenti (nei limiti del fatto che purtroppo in un’aula universitaria ci sono tanti altri studenti e quindi il rapporto “diretto” è comunque limitato): la DaD non darà mai questa possibilità perché non si può avere né un rapporto diretto né un confronto in tempo reale attraverso uno schermo. Dal mio punto di vista di studente, alcuni docenti sono riusciti anche a distanza a trasmettere, almeno a me, tutta la passione per la loro materia… ma assistere dal vivo alle lezioni sarebbe stata un’altra cosa.

App ‘Immuni’

Opacità del processo selettivo e i dubbi del Copasir


di Giuliano Foschini, Marco Mensurati, Fabio Tonacci
(da Repubblica, 21.4.2020)

Si fa presto a dire Immuni. La app di contact tracking scelta dalla task force della ministra per l’Innovazione Paola Pisano e contrattualizzata dal commissario Domenico Arcuri da dare agli italiani per affrontare la Fase 2 è avvolta più da dubbi che da certezze. Tra un po’ di tempo – quando, esattamente, non è chiaro – gli italiani potranno scaricare sul proprio smartphone un’applicazione che nessuno ancora conosce, e di cui si ignorano il meccanismo esatto di funzionamento e la policy di gestione dei dati sensibili. Non l’ha vista il garante della Privacy, che pure è chiamato a emettere un parere formale, e non è stata sottoposta al vaglio di un ente terzo certificatore.

Per come a oggi è ingegnerizzata, Immuni avrebbe difficoltà a girare sui sistemi operativi di Google ed Apple: i dati non resteranno infatti, come vogliono i giganti del web per tutelare la privacy degli utenti, sui telefoni ma saranno inviati a un server. Ad avanzare dubbi, infine, è anche il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza, che sulla app che ci dovrebbe garantire la fine del lockdown ha avviato un’indagine conoscitiva.

La holding asiatica e il Copasir

Andiamo con ordine. Immuni, sviluppata gratuitamente dalla start up Bending Spoons in collaborazione con la spa Jakala e il Centro Medico Santagostino, è oggetto di approfondimento da parte del Copasir, “sia per gli aspetti di architettura societaria – si legge in una nota del presidente Raffaele Volpe – sia per l’affidamento e la conseguente gestione dell’applicazione”.

Al Comitato considerano l’app materia “afferente la sicurezza nazionale”, e in tale ottica non è passato inosservato il fatto che nella compagine societaria di Bending Spoons compaia Nuo Capital, una holding di investimenti delle famiglie Pao e Cheng di Hong Kong. Il sospetto, detta in soldoni, è legato al timore di subire intrusioni informatiche da parte di apparati esteri.

L’impressione però è che l’attenzione sulla composizione societaria della nuova app sia dovuta anche a ragioni politiche. Dietro c’è un pezzo del salotto buono della finanza italiana: il fondatore della società di marketing Jakala è infatti Matteo De Brabant già tra i sostenitori alla corsa di Beppe Sala per Palazzo Marino; tra gli azionisti di Jakala e di Bending Spoons compare la H14 dei figli di Berlusconi, il finanziere di fede renziana Davide Serra e Luca Foresti, ad del Centro medico Sant’Agostino, con all’attivo una partecipazione alla Leopolda.

Gli scontri nella task force

L’opacità del processo selettivo che ha portato a Immuni non aiuta a fugare i dubbi, perché non sono stati resi pubblici gli atti e i pareri interni dell’ennesima mastodontica task force (questa ha 74 componenti divisi in 8 sottogruppi) nominata allo scopo. Stando a quanto risulta a Repubblica, la task force non ha deciso in modo unanime e alcune delle raccomandazioni di una parte del gruppo di lavoro sono state snobbate. Come ad esempio quella di testare, mettendole a paragone, due differenti modelli di app. “Immuni – racconta una fonte interna – è stata scelta nonostante non esistesse una versione da provare”. Gli italiani, dunque, la scaricheranno al buio.

“La vera domanda – sostiene il professor Stefano Piotto che per la SoftMining aveva partecipato alla call ministeriale con la sua Sm-Covid-19, attualmente scaricabile su Android e Ios – è: che cosa hanno valutato esattamente i membri della commissione visto che l’app non c’è? Un progetto o le persone che quel progetto hanno presentato? Dopo aver inviato la nostra app, anch’essa gratuita, non abbiamo più sentito nessuno. Non ci hanno nemmeno chiesto di mostrarla”.

I dubbi degli esperti

Esiste poi un’ultima, cruciale, domanda che gira attorno a Immuni: la privacy degli italiani sarà garantita? Il discorso, qui, è assai complesso. La strada scelta dall’Italia è quella segnata dalla Commissione europea, e tra le precauzioni prese c’è anche la cifratura dei dati degli utenti che non saranno visibili neanche allo stesso utilizzatore.

Come detto, Immuni funziona tramite Bluetooth (scartato il più invadente Gps) e ci avviserà ogni qualvolta entriamo in contatto con un positivo. Il problema è, appunto, la notifica.I meccanismi disponibili per far girare la app anti-Covid sono due: un server centrale, gestito dai governi, che riceve in maniera anonima i dati di tutti e invia una notifica in presenza di un contatto; un secondo sistema decentralizzato dove è il singolo telefono a verificare, volta per volta, la catena degli incontri. Nel primo caso i dati sono tutti nelle mani dell’autorità sanitaria che sa anche quanti contatti ci sono stati tra contagiati e sani, nel secondo, invece, solo il proprietario dello smartphone sa se c’è stato o no un contatto pericoloso.

L’applicazione italiana sta adottando il primo modello. Che ha però come primi avversari proprio Google e Apple (il motto di quest’ultima è “what happens on your phone stays on your phone”). I due colossi, che stanno sviluppando anche una propria applicazione, ritengono la strada scelta dall’Italia troppo pericolosa. Tanto che la app a oggi rischia di non funzionare sui loro sistemi operativi, circostanza che in queste ore gli sviluppatori di Immuni stanno cercando di evitare. Dando, per esempio, rassicurazioni sul trattamento dei dati trasmessi al server che, assicurano, sarà sotto il controllo pubblico e si troverà in Italia. Seppur il soggetto che terrà il maxi archivio è ancora da scegliere. “Chi e per quanto tempo – si domanda Alberto Pelliccione, a capo di una delle più importanti società di cybersicurezza europea – li terrà? Un’ipotesi potrebbe essere quella di far cifrare il dato da intermediari indipendenti prima di inviarlo al server centrale”.

Il problema è che di tempo, ormai, non ce n’è più. Immuni dovrebbe diventare operativa a fine maggio. Se tutto va bene. Se invece qualcosa andasse storto gli italiani, dopo aver fatto a meno di mascherine, e tamponi nella fase 1, faranno a meno anche della app di tracciamento nella 2. Puntando direttamente alla fase 3.

Giù le mani dagli anziani

di Pierluigi Battista
(da Il Corriere della sera, 20.4.2020)

Articolo uno delle fasi due, tre, quattro e successive: giù le mani dagli anziani. Non provateci neanche a relegare per un tempo indefinito i vecchi nelle loro case, non pensateci neanche ai vecchi al semiergastolo domiciliare. Tutti fuori e gli over 70 chiusi a chiave fino a settembre? Archiviatela come una battuta. In Italia, per fortuna, c’è una Costituzione che vieta le discriminazioni di interi gruppi, in blocco, colpiti per il solo fatto di esistere? Possibilità di arrivare in manette domiciliari fino a Natale, come ha ipotizzato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (che tra l’altro ha 62 anni, e sta sempre fuori di casa)? Una barzelletta macabra, nulla di più. Da notare che i vecchi — chiamiamoli così, i vecchi, come quelli finiti nell’ecatombe delle Rsa — non sarebbero nemmeno i contagiatori, gli «untori» da tenere isolati in quarantena, ma i contagiati, i fragili da tenere chiusi nello sgabuzzino per consentire agli altri di muoversi sena preoccupazioni. Dunque, basta, chiuso il discorso: i vecchi potranno uscire quando potranno uscire tutti gli altri, la Costituzione che sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non verrà strappata.

Resta la sensazione che il virus abbia anche fortemente intaccato il nostro senso della libertà. Stiano vivendo un sacrificio mostruoso, che ci serve per contrastar la pandemia. Stiamo rinunciando, e non si può fare altrimenti, a libertà fondamentali come la libertà di movimento, di lavorare, di istruirsi, di pregare nei luoghi di culto liberamente scelti, di scambiarsi affetti e consuetudini sociali, persino di divertirsi malgrado i profeti del nuovo Medioevo penitenziale, ma non dobbiamo abituarci mentalmente e culturalmente alla fine della libertà. Stiamo per rinunciare con i tracciamenti telefonici a un valore essenziale della grande civiltà borghese oramai al lumicino, la libertà della vita privata, ma con spirito di sacrificio. Giù le mani dai vecchi, dunque. Anche perché i loro persecutori predicano la clausura come un esperimento, visto che non sanno nemmeno quale potrebbe essere il vantaggio di queste misure discriminatorie. La società libera ha bisogno degli anziani e infatti le distopie totalitarie, come La fuga di Logan, prevedono lo sterminio di chi supera una certa età. Viva i vecchi, liberi.

 

Il diavolo sta nel dettaglio. “Focolai di estremismo”: la lingua biforcuta del Ministero degli Interni

di Peppe Nanni (11.4.2020)

È stata resa nota oggi una Circolare ministeriale indirizzata ai Prefetti. Nel testo si legge:

Invito a mettere in campo una strategia complessiva di presidio della legalità. Alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui possono fare eco, da un lato, la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune e il manifestarsi di focolai di espressione estremistica, dall’altro, il rischio che nelle pieghe dei nuovi bisogni si annidino perniciose opportunità per le organizzazioni criminali. Sarà l’intelligence italiana ad accompagnare i prefetti in un’attenta attività di monitoraggio per contenere le manifestazioni di disagio che possono verosimilmente avere risvolti anche sotto il profilo dell’ordine e sicurezza pubblica. Occorre intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli.”

Il tono paterno, anzi materno – insomma: rassicurante – di un documento destinato per scelta a essere reso di dominio pubblico, non riesce a fugare l’istintiva perplessità ingenerata dalla lettura, come se il groviglio sintattico avviluppasse messaggi eterogenei, destinati a consolidare nei destinatari la certezza che le istituzioni vigilano contro due aspetti collegati di un unico, indubitabile, pericolo per la sicurezza pubblica.

Forzando lievemente la lezione di Jean Pierre Faye (Critica e economia del linguaggio, Cappelli, 1979, pp. 9 e sgg.), proviamo allora a smontare ‘la doppia matrice narrativa’ della Circolare e scorporiamo i due messaggi volutamente intrecciati, in due ricostruzioni testuali distinte.

Invito a mettere in campo una strategia complessiva di presidio della legalità. Alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui possono fare eco da un lato, la recrudescenza di tipologie di delittuosità comune […] dall’altro, il rischio che nelle pieghe dei nuovi bisogni si annidino perniciose opportunità per le organizzazioni criminali. Sarà l’intelligence italiana ad accompagnare i prefetti in un’attenta attività di monitoraggio per contenere le manifestazioni di disagio che possono verosimilmente avere risvolti anche sotto il profilo dell’ordine e sicurezza pubblica. Occorre intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli.”

È fin troppo evidente l’assicurazione statuale che sarà contrastata l’azione dei criminali, che si accingono a sfruttare l’occasione costituta dall’epidemia. Stupirebbe l’affermazione contraria e quindi il consenso della cittadinanza sarà unanime, talmente ovvio da allargarsi, per effetto di trascinamento, fino a investire inconsciamente un secondo e meno scontato livello di comunicazione, che emerge dall’altro esperimento di taglio e cucitura dello stesso testo:

Invito a mettere in campo una strategia complessiva di presidio della legalità. Alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro potrebbero accompagnarsi gravi tensioni a cui possono fare eco […] il manifestarsi di focolai di espressione estremistica […]. Sarà l’intelligence italiana ad accompagnare i prefetti in un’attenta attività di monitoraggio per contenere le manifestazioni di disagio che possono verosimilmente avere risvolti anche sotto il profilo dell’ordine e sicurezza pubblica. Occorre intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli.”

Depurato dal rumore di fondo, dalla sovrascrittura, lo spartito adesso sorregge una musica diversa e inquietante, quasi un virus parassita che si vuole introdurre di contrabbando, diluito in un testo complessivo di più facile digeribilità per l’opinione pubblica. Il pericolo, anzi il nemico, da affrontare sono i focolai di estremismo, certificati burocraticamente ma dipinti con contorni vaghi e proprio per questa via così suggestivamente evocati. In caso d’uso, la casella potrà essere riempita a piacimento dalla sempre sovrana discrezionalità amministrativa.

Alcune domande, sempre per farla breve:

Cosa sono, esattamente, le gravi tensioni –evidentemente da contrastare- che potrebbero turbare le imprese? Per caso, le proteste per inaccettabili condizioni di lavoro?

Nel pericoloso clima di unanimismo e di caccia all’untore attizzato dal coro mediatico, i focolai di espressione estremistica, additati dalla massima autorità di polizia, ricomprendono anche le forti preoccupazioni e la ferma critica per il restringimento del perimetro praticabile di libertà costituzionali?

Cosa significa che i servizi segreti, che hanno dato così fulgida prova di sé nelle vicende della storia patria degli ultimi decenni, aiuteranno ‘discretamente’ i Prefetti a contenere le manifestazioni del disagio anche sotto il profilo dell’ordine pubblico e non, casomai, le ragioni di quel disagio?

In sintesi: perché sovrapporre e confondere in un unico profilo infamante il prevedibile dissenso sociale e politico e le condotte della criminalità organizzata?

Così, tanto per sapere. Tanto è solo un gioco di parole…

 

 

 

Il lockdown totale è anche il prodotto di questo fallimento

di Carmelo Palma
(da Linkiesta, 24.3.2020)

“se l’Italia è il primo Paese al mondo, dopo la Cina, a decretare un lockdown totale non solo della vita sociale, ma anche di quella economica, ciò non lo si deve alla scelta di rispondere tempestivamente all’emergenza, ma alle conseguenze spaventosamente negative della pandemia in Italia, che la retorica dell’emergenza finisce paradossalmente per occultare, mentre le comunicazioni burocratiche della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità provano a normalizzare il “coronavirus italiano”, che invece palesa fragilità strutturali non dipendenti solo dalla virulenza dell’infezione: la letalità assoluta, l’altissima percentuale di contagiati in ospedale e in strutture sanitarie, a partire dai medici, il ritardo nella fornitura di dispositivi elementari – non i respiratori, ma le mascherine! – al personale sanitario, i tassi di ospedalizzazione radicalmente diversi tra regione e regione. Il lockdown totale è anche il prodotto di questo fallimento, non certo delle infrazioni dei “furbetti” che hanno aggirato le prescrizioni e che nella settimana successiva al Dpcm del 9 marzo non superavano il 4% dei soggetti controllati.”

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