Un sorriso, un abbraccio

di D., uno studente responsabile
(16.12.2020)

[Ho ricevuto da D. – che si firma «uno studente responsabile» perché lo è – una testimonianza straordinaria nella sua lucidità, nel suo dolore, nella consapevolezza e nella verità.
Con il suo permesso la pubblichiamo qui, affinché chi la legga possa ricordarsi che «
la vita non vale niente se non vale più della vita» e che al di là di ogni legittima paura c’è il coraggio di chi non ha rinunciato a pensare (Alberto Giovanni Biuso – Università di Catania)]

Caro Professore,
Le scrivo per dirLe che al momento non mi sento una persona felice.
Da mesi ormai sento che la vita mi si dà soltanto come ricordo e come esigenza. Al mattino sto, inerte, innanzi alle mie aspettative e a quelle altrui, incapace di rispondere sia alle une che alle altre, e la sera ascolto gli echi della mia vita passata, l’unica che riesco a portare al livello della presenza. Nei miei vent’anni, sento che la vita mi chiede molto e sento di voler chiedere molto alla vita: il peso dei miei desideri e del futuro mi opprime in modo silenzioso, è sufficiente la loro sola esistenza. E le suole di piombo del mio passato mi impediscono di compiere anche un solo passo in avanti.

Da mesi ormai la mia vita è questo oscillare tra il prima e il dopo, senza una linea continua che li unisca e che possa chiamare presente. Mi è stato chiesto di vivere di meno e l’ho accettato, non posso  altrimenti. Ne soffro e mi viene chiesto di sentirmi in colpa per questo, perché è poca cosa vivere a un metro dagli altri, perché ho ancora tutta la vita davanti, perché bisogna fare sacrifici e avere rispetto dei morti, dell’emergenza sanitaria, bisogna essere responsabili e comportarsi bene. Per carità, non lo nego.
Ma la filosofia mi ha insegnato che per avere rispetto della vita occorre avere rispetto del tempo e della morte, porgere loro la propria amicizia. Ho imparato presto qual è la differenza tra una vita e un’esistenza e temo che la nostra epoca abbia, da molto ormai, dimenticato che la vita è un’altra cosa dall’essere-in-vita, dai parametri che la medicina, l’economia e la politica usano per governare i nostri corpi. La vera tragedia di questa pandemia non è né la morte né il dolore, ma le morti asettiche in ospedale, il fallimento delle attività commerciali, la privazione di un sorriso o di un abbraccio. Per molti la filosofia è solo chiacchiera; per me è l’unico vaccino che ci salva.
E così sto qui, ad un metro di distanza dalla vita, a ricordare impotente che la vita non vale niente se non vale più della vita.

La ringrazio per l’ascolto,
D., uno studente responsabile

[Photo by Marco Bianchetti on Unsplash]

Università, una paura studiata

di Alejandro Nanni, studente
(1.12.2020)

Oggi mi è successa una cosa molto sgradevole: finalmente – per così dire – ci ridanno la possibilità di muoverci di casa e in particolare gli studenti del primo anno della mia facoltà possono tornare in università. Bellissima notizia che mi ha migliorato la giornata ma evidentemente non per tutti i miei compagni è stato così…
Durante la giornata un professore ci invia una mail dove dice che o andiamo tutti in presenza o il suo corso sarà tenuto interamente online. A questo punto convochiamo un’assemblea tra studenti per decidere cosa rispondere alla suddetta mail. Molti anzi quasi tutti continuavano a dire che loro NON potevano andare in presenza perché essendo fuori sede prendere il treno con tutti gli assembramenti e gente che non indossa le mascherine ( classica scusa per dire che vogliono starsene a casa) sarebbe troppo rischioso.

Subito ho avuto la sensazione che la gente inventasse scuse (parenti malati o immunodepressi inclusi) perché a loro piace la quarantena (in un secondo momento un ragazzo lo ha pure ammesso). Per molti giovani questa condizione è comoda e bella, e  io non riesco davvero a capire. Ho dovuto inimicarmi molte persone nell’affermare che non aveva senso continuare con questi falsi timori anche perchè non sappiamo quanto andrà avanti questa situazione e tra tre mesi prendere il tram o il treno comporterà lo stesso “rischio”. E ho domandato se allora la loro intenzione era farsi tutto il primo anno chiusi in casa e la risposta è stata che tutto dipende da come si evolveranno le cose – o meglio da come vorranno mostrarci i dati, siccome per queste persone che gridano alla pericolosità del virus se i contagi si riducono allora non è più pericoloso-.

La loro richiesta finale è che il professore conceda sia di andare in presenza sia di restare a casa per chi non se la sentisse siccome il nuovo regolamento lo prevede. Aspetterò risposte dal professore ma spero solo che la mia libertà e diritto di fruire di un tipo di didattica, che davvero mi lasci qualcosa e non che mi tenga attaccato a uno schermo per 8 ore al giorno, sia messa a rischio per delle persone che vogliono rimanere in pigiama o hanno paura di una malattia che ormai è davvero solo un’influenza.

P.s. questi soggetti si lamentano anche che il professore pretenda che le webcam siano accese – per evitare di fare lezione a un muro ovviamente – affermando che è un loro diritto tenerle spente dato che è scritto nelle sacre tavole del regolamento universitario

 

Quanto riferisce Alejandro Nanni mi amareggia ma non mi stupisce.
Dal dialogo che ho costantemente intrattenuto in questi mesi con gli studenti, da quello che ho fatto e visto, emergono le stesse impressioni, azioni, motivazioni. Si tratta di una pericolosa dinamica di rinforzo negativo: l’istituzione scoraggia gli studenti dal frequentare gli spazi degli Atenei e poi giustifica la chiusura ulteriore di tali spazi con il fatto che pochi studenti li frequentano. Da parte loro, molti studenti giustificano la propria assenza con il fatto che i professori preferiscono svolgere lezione da casa. Il risultato è che un luogo grande, splendido e vivacissimo come il Monastero che a Catania è sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche rimane spettralmente vuoto.
E però…durante la settimana di lauree a distanza ho visto studenti che subito dopo la ‘proclamazione’ via monitor, sono venuti abbigliati di tutto punto insieme ai loro parenti e amici per scattare delle foto all’ingresso del Dipartimento, come ultimo, struggente e disperato segno di una presenza negata ma ancora evidentemente desiderata.
Alberto Giovanni Biuso, docente universitario

 

«Qualcosa di più forte che lo schifo»

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni
(6.11.2020)

Società e politica funzionano come un piano inclinato: una volta che la pallina comincia a rotolare acquista velocità e diventa difficile fermarla. È questo uno dei più noti ‘segreti’ dell’autorità: quando la potestas fa leva sul terrore arriva un momento nel quale non è più necessario che essa dia ordini precisi. I corpi intermedi provvederanno a parlare al posto suo e a decidere secondo quanto l’autorità di governo avrebbe stabilito e che certamente desidera.
È ciò che sta accadendo in molti corpi intermedi della società civile. Non è più necessario che siano presidenti e ministri a pronunciarsi. Lo stiamo vedendo, perché direttamente ci tocca, con la scuola e con l’università. I ministeri dell’istruzione e della ricerca lasciano alle scuole e agli atenei alcune delle decisioni ultime e concrete. I rettori delle università siciliane si riuniscono e non decidono. Devono essere le singole università a farlo. E allora accade che l’Ateneo di Catania prenda decisioni su basi non scientifiche, mediatiche ed emotive e stabilisca –prima dell’ultimo decreto del presidente del consiglio– un’estensione sempre più marcata delle lezioni telematiche, in particolare ordinando di «mantenere in modalità mista tutti gli insegnamenti dei primi anni delle lauree triennali e magistrali a ciclo unico, salvo i casi in cui, per specifiche esigenze di tutela della salute, sia richiesta e ottenuta autorizzazione del rettore per l’erogazione in modalità a distanza»; il che vuol dire che un quinto circa degli studenti potrà seguire delle lezioni reali, tutti gli altri rimarranno per delle ore davanti a un monitor a distrarsi in tutti i modi possibili.

Il risultato è che la relazione educativa, sulla quale soltanto può crescere il sapere, si dissolve nella relazione puramente nozionistica nella quale consiste la cosiddetta didattica a distanza. Altri danni alla relazione educativa -e semplicemente umana– arrivano su indicazione? stimolo? suggerimento? ordine? dell’ennesimo e micidiale decreto del presidente del consiglio dei ministri. Si stabilisce dunque che «3 Gli esami, scritti e orali, si svolgono in modalità a distanza. 4) Le lauree, come già predisposto da tutti i Direttori di Dipartimento, si svolgono esclusivamente a distanza. 7) È sospeso l’accesso degli studenti alle aule studio e alle biblioteche. 8) Il ricevimento degli studenti in presenza è sospeso ad eccezione di tesisti e dottorandi che potranno, qualora ritenuto necessario dal relatore/tutor, essere ricevuti in presenza nel rispetto delle misure di sicurezza previste». Per i Dipartimenti di scienze umane le biblioteche sono vitali, come i laboratori per altri ambiti. Come, dove, che cosa studieranno i nostri allievi?
Tali decisioni non vengono prese dall’Ateneo per il periodo previsto dal DPCM del 3.11.2020 bensì «a decorrere dal 06 novembre p.v. e per il restante scorcio del primo semestre dell’anno accademico 2020-2021, salvo modifiche o provvedimenti più restrittivi da parte delle autorità».
Tutto questo, si dice, sulla base di dati numerici oggettivi. Quali? Quelli che danzano ogni giorno cambiando natura e direzione? Quelli che gli stessi organismi tecnici e amministrativi smentiscono reciprocamente in relazione ai loro componenti sanitari e politici? In ogni caso, e a proposito del ritorno in grande stile dentro il governo e dentro l’informazione di numeri gridati a caratteri cubitali –numero dei positivi equiparato in modo antiscientifico a numero dei malati; numero dei ricoverati, numero dei morti, compresi i deceduti per altre patologie conteggiati come ‘morti da covid’ –, ricordiamo quanto scrisse Gregg Easterbrook: «Torture numbers, and they will confess to anything» («Our Warming World», in New Republic, 11.11.1999, vol. 221, p. 42).
Sugli effetti educativi, psicologici, somatici di tutto questo, più di tante parole vale quanto scrive una studentessa, la cui lettera è stata pubblicata sul Corriere fiorentino del 27.10.2020:

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«Uno stato incapace mi sta privando della mia età più bella» 

Caro direttore, mi chiamo Camilla, ho 17 anni e frequento (frequentavo?) il quarto anno del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Sin da marzo, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, io e i miei amici ci siamo sforzati di cercare modi per restare in contatto e divertirci nonostante la situazione critica, sempre nel rispetto delle regole, prima in videochiamata e successivamente dandoci appuntamento in luoghi aperti, dove fosse possibile rispettare la distanza e indossando sempre l’indumento dell’anno, la mascherina.
Noi ragazzi abbiamo passato l’estate girovagando per il centro, non frequentando le discoteche come eravamo soliti fare, siamo tornati a scuola con regole rigide, senza l’indispensabile compagno di banco, una figura a mio avviso fondamentale, con la mascherina e senza ricreazione; non ci siamo lamentati in alcun modo, nonostante le istituzioni pensassero a tutto tranne che a noi.
Siamo stati accusati della diffusione del contagio, in quanto promotori della movida, in quanto frequentatori della scuola, in quanto causa dell’affollamento sugli autobus. Ci siamo accontentati di orari scolastici ridotti, rinunciando al diritto di ricevere l’educazione garantita prima dell’avvento del Covid.
Ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, come mi sento dire da marzo come un ritornello. Ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
Domenica 11 ottobre ho avuto contatto con un caso positivo di Covid. Non appena saputo mi sono autonomamente sottoposta ad un periodo di quarantena e, poiché l’Asl non ha provveduto a procurarmi alcun certificato, la scuola non ha potuto attivare per me la didattica a distanza. Mercoledì 21 ho effettuato il tampone, mi è stato garantito che in massimo 48 ore sarebbe stato disponibile il referto. 24 ore passano, ne passano 48, ne passano 72, passano 5 giorni… niente. Io intanto, in attesa di un tampone che non si sa se sia andato perso o se verrà mai processato, sono reclusa in casa, non posso tornare a vivere la mia vita, in realtà non posso uscire nemmeno per portare la spazzatura ai cassonetti: sono giunta alla conclusione che la società non sta facendo assolutamente niente per il mio bene, che non mi rispetta né come studente né come persona.
Inoltre scopro che non è affatto sicuro (anzi, alquanto improbabile) che io possa tornare a frequentare l’edificio scolastico, in quanto è necessario attivare la didattica a distanza per arginare il contagio, poiché la Regione non è riuscita a trovarmi posto su un autobus: a causa di un problema facilmente risolvibile sono costretta a passare la mie giornate davanti a un computer, privata di tutto ciò che di bello la scuola offre, dell’unica occasione di socializzare (perché non mi è più permesso muovermi se non per “spostamenti necessari”), di imparare, di costruirmi il futuro, di divertirmi, di ridere e di scherzare. Mi limiterò ad alzarmi stanca la mattina, ad avviare uno schermo, a seguire a fatica le lezioni a cui prenderò parte con un maglione spiegazzato e i pantaloni del pigiama, ad accendere la televisione e a trascorrere i pomeriggi imbambolata di fronte ad essa; la perifrasi che meglio descriverà la mia vita sarà “monotona noia”, il momento più entusiasmante della giornata sarà quello in cui aiuterò mia madre a cucinare. Non dovrebbe essere questa la prospettiva di vita di una ragazzina di 17 anni. Mi private del momento più bello della vita, l’adolescenza.
Lo Stato mi ha delusa, in 8 mesi di pandemia non è riuscito ad organizzarsi e a rimetterci sono io, siamo noi, tutti gli italiani che, impotenti davanti alla situazione, si limitano ad adempiere a testa bassa ai doveri loro imposti dalle “norme antiCovid”. Più passo il tempo in questo Paese in balia della sorte e più sono convinta di volermene andare.
Avete sulla coscienza me e il mio futuro.
Aspetto da 5 giorni il risultato del tampone Da marzo ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
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Gli Organi d’Ateneo di Catania e di molte altre Università hanno anch’essi «sulla coscienza» gli studenti «e il loro futuro». Un futuro diventato cupo, impaurito, terrorizzato. Di questo siamo responsabili noi docenti, tutti, perché quello che sta accadendo si chiama con una parola ben nota nelle relazioni sociali e anche educative: tradimento.
Si può ben dire che «c’è in tutta questa storia qualcosa di più forte che lo schifo» (Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, in «Tutte le opere», G. Barbèra Editore, Firenze 1923, cap. IV, p. 797). C’è in tutta questa storia un misto di cinismo, isteria collettiva, potere dei media, interessi economici (un solo dato, tra i possibili: dalla piattaforma MSTeams la Corporation Microsoft va aumentando esponenzialmente i propri ricavi [(Slack contro Microsoft, il Post, 23.7.2020; cfr. inoltre Nel lockdown cresce anche Teams di Microsoft]) e tanta tanta viltà; tutto convergente verso la sottomissione al piano inclinato di un’autorità irrazionale.
Come docenti, intellettuali e cittadini crediamo sia un nostro dovere, assai più che un nostro diritto, descrivere gli eventi in ciò che appaiono e sono, anche -appunto- nel loro manzoniano schifo.

Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia
Una guida, in dieci punti

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33

Una guida – esito sintetico della nostra esperienza, maturata ed esercitata da noi personalmente e concretamente nel corpo vivo dei corsi che abbiamo tenuto nella primavera/estate 2020 all’Università di Catania e all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo sintetizzato la nostra presa di posizione in questo testo su sollecitazione di molti amici e sodali, ‘compagni di scuola’ dei nostri e di altri Atenei.

La scorsa primavera, per spirito di responsabilità istituzionale e con la piena consapevolezza della difficoltà della situazione, abbiamo tenuto a spiegare e argomentare le nostre prese di posizione prima ai nostri studenti e poi agli organi di governo delle nostre Università, e in qualche caso siamo stati chiamati direttamente ‘in causa’, a renderne conto.

Specifichiamo che, avendo applicato punto per punto i principi e i comportamenti che ora abbiamo raccolto in questo Decalogo, pur essendo stati richiamati a dar ragione delle nostre scelte, non siamo stati sottoposti ad alcun provvedimento sanzionatorio da parte degli organismi di disciplina delle nostre Università. Comunque, a garanzia di tutti, prima di condividere questa nostra elaborazione, abbiamo sottoposto il Decalogo ad amici e colleghi giuristi, i quali hanno verificato la correttezza, legale oltre che di principio, delle nostre affermazioni. Ne abbiamo inoltre parlato con alcuni dei nostri studenti, i quali ci hanno dato delle indicazioni molto significative.

Premesse

La prima premessa è il perdurare della condizione di emergenza collegata all’epidemia Covid, la conseguente affermazione dello stato di eccezione, nazionale e internazionale, che ad essa conseguirebbe, e la mancanza di chiarezza nelle indicazioni sulla didattica universitaria.

La seconda riguarda il fatto che non tutti i docenti universitari sono disposti a subire passivamente i multiversi e contradditori diktat impartiti da una qualsiasi autorità sulle modalità di svolgimento delle lezioni universitarie.

La terza è relativa al fatto che i doveri e i diritti dei docenti universitari sono statuiti dalla Costituzione, che rappresenta il vertice nella gerarchia delle fonti del diritto e non può certo essere contraddetta – esplicitamente o implicitamente – da una disposizione normativa di rango secondario, come i regolamenti emanati dai singoli Atenei o un qualsiasi altro provvedimento amministrativo.

Tutte le leggi che la Repubblica ha emanato sull’insegnamento universitario confermano – e altro non potrebbero fare – la lettera e lo spirito dell’art. 33 della Costituzione (si veda, in Appendice, una sintesi delle leggi sul punto che ribadiscono il dettato costituzionale). Di fatto, gli obblighi dei docenti sono indicati nei regolamenti dei singoli Atenei in modo di caso in caso più o meno preciso. Tutto ciò che non viene esplicitamente regolamentato è lasciato alla coscienza civile e alla competenza didattica dei docenti stessi, nella piena osservanza anche degli articoli 2 e 34 della Costituzione che stabiliscono: il rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; il fatto che “la scuola [sia] aperta a tutti”; il fatto che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In questo contesto è importante ricordare che Concetto Marchesi fra i Costituenti nel presentare l’articolo 33 – in cui è detto che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione” – sostiene che esso è “ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento [c.vo nostro] e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita”.

Una guida, in dieci punti

I. Libertà di insegnamento

Il docente ha il dovere e il diritto di svolgere la sua attività di insegnamento e di ricerca, individuando le modalità e i metodi più idonei rispetto alla materia e all’organizzazione interna del corso, all’interno dell’organizzazione dei Dipartimenti.

Il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento.

II. Contatto e relazione con gli studenti

Il docente ha il dovere di avviare un contatto diretto con gli studenti iscritti al corso, stabilendo una relazione individuale o di gruppo e con i mezzi che ritiene più idonei per chiarire i contenuti del programma, fornendo ogni indicazione utile e tutti i materiali per gli approfondimenti. Il dovere della relazione diretta, personale e di gruppo, con la classe e con i singoli studenti è tanto più vitale e importante quanto più anomale sono le condizioni in cui ci si trova a insegnare. Il docente ha il dovere di condividere con gli studenti del corso le linee e la metodologia per lo studio dei testi in programma e per eventuali ricerche e approfondimenti.

III. Diritto di obiezione di coscienza rispetto alla didattica a distanza

Il docente – che non abbia ab initio stipulato un contratto che preveda la sua accettazione di modalità di insegnamento telematico – ha il diritto di esercitare obiezione di coscienza rispetto a qualsiasi obbligo imposto che sia contrario ai suoi metodi e ai suoi principi. Rientra a pieno titolo nel principio della libertà di insegnamento del docente sostenere e argomentare in tutte le sedi, dal confronto con gli studenti alle sedi istituzionali, il fatto che la didattica a distanza, dal punto di vista concettuale, è un monstrum che impone la consegna incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento e comporta lo snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico. All’orizzonte dell’ideologia securitaria della immunitas si profila l’eliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente.

IV. Diritto al rifiuto dell’integrazione impropria della dotazione retorica

Il docente ha il dovere di svolgere lezioni e di essere preparato a questo compito sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista del possesso della necessaria strumentazione retorica. Viceversa, il docente non ha alcun dovere di istruirsi né di ‘aggiornarsi’ su altre tecniche di comunicazione estranee alla lezione universitaria, come gli spot video o i documentari televisivi, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica. Se gli organi di governo dell’Ateneo adottano la decisione di attivare cicli di lezione “televisive”, arruolino figure di ‘divulgatori’ formati tecnicamente ad hoc, senza imporre al docente di affinare tecniche performative improprie. Per assurdo (ma non tanto): perché non far recitare la propria lezione a un attore professionista, con adeguata assistenza di registi e di tecnici luci e audio? E perché non far declamare le proprie lezioni in inglese – richieste in molti corsi – da un ‘alias’ madre-lingua? È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate.

V. Diritto al rifiuto della registrazione delle lezioni

Il fatto, positivo e auspicabile, che le lezioni possono essere trasmesse agli studenti impossibilitati a partecipare fisicamente mediante mezzi telematici via streaming, non comporta né include alcun obbligo di registrazione su piattaforme private (Teams, Zoom e analoghi software). Va ricordato che in qualsiasi situazione e circostanza, i contenuti e le modalità delle lezioni sottostanno inoltre alle norme sulla riservatezza (privacy) e in quanto tali non possono essere registrate senza il consenso del titolare della lezione stessa (neppure tramite semplici registratori audio). Più in generale, va rivendicato il principio che l’attività didattica è proprietà intellettuale del docente, che può decidere di cederne i contenuti – se lo ritiene opportuno – ma può rifiutarsi di farlo. In particolare, ogni lezione costituisce un’espressione intellettuale che deve essere garantita nella sua interezza, senza estrapolazioni, tagli, inserimenti che rischiano di stravolgerne contenuti, intenzioni, obiettivi. Nulla di tutto questo è garantito dalla registrazione delle lezioni su piattaforme private che ne diventano ipso facto le detentrici anche economiche, con tutte le conseguenze sull’utilizzo di opere dell’ingegno (spesso non pubblicate) da parte dei gestori delle piattaforme private. Alla luce di tutto questo, l’obbligo di svolgimento delle lezioni (in presenza o in streaming) non comporta alcun obbligo di registrazione delle lezioni stesse. Il docente può quindi rifiutarsi di registrare una, più o tutte le lezioni del corso che svolge.

VI. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (burocratico) passivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati. Di converso il docente ha il dovere di rispondere puntualmente alle osservazioni dei suoi studenti, del direttore e dei colleghi del corso di studio, a richieste di chiarimento e di delucidazione sui contenuti e sulle modalità del suo insegnamento. 

VII. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (poliziesco) attivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi ordine che lo porti a svolgere azioni di controllo sulle presenze, sulle attitudini, sui costumi degli studenti. In particolare, ha il diritto/dovere di sottrarsi al ruolo di controllore, reale o informatico, che è un ruolo implicitamente poliziesco, del tutto estraneo all’accordo fiduciario con gli studenti (ed estraneo anche alle sue mansioni) che, se necessario, va attribuito ad altre figure.

VIII. Difesa della libertà di accesso allo spazio universitario e permeabilità degli spazi a tutti i cittadini

È dovere del docente difendere la libertà di accesso agli spazi universitari: l’emergenza non può diventare una prova generale di sequestro e impermeabilizzazione degli spazi – aule, biblioteche, spazi comuni – alla libera circolazione di tutti cittadini. La limitazione della possibilità di accesso a tali luoghi di cultura equivale, infatti, a uno snaturamento degli stessi, istituzionalmente destinati all’uso pubblico, e a un conseguente depauperamento della cittadinanza, titolare ultima, nel suo insieme, del diritto di disposizione di quegli spazi.

IX. Rifiuto di collaborare all’aumento delle diseguaglianze, significato e funzione sociale e politica della didattica

Il docente ha il diritto/dovere di opporsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla possibilità che il suo insegnamento accresca il divario di classe, economico e sociale, tra i suoi studenti. In questo senso ha il dovere di allenare il senso critico suo, degli studenti e dei coordinatori della didattica dei suoi corsi in merito all’aggravamento del divario che la didattica a distanza, di fatto, provoca. La pratica didattica – la didattica reale, la didattica in presenza – è una delle espressioni più chiare e feconde del principio politico-educativo che Hannah Arendt ha sintetizzato nell’atto di “uscire di casa” – prima condizione del passaggio dell’individuo da idiotes – persona che gestisce i suoi interessi privati all’interno dell’ambiente domestico o della comunità protetta – a polites ‘cittadino’, ovvero essere umano a pieno titolo che agisce nello spazio pubblico. Le istituzioni sono chiamate a educare politicamente i cittadini e non a favorire la tendenza all’infantilizzazione del corpo sociale: la didattica a distanza incentiva il ritorno al nido domestico degli studenti, la ritrazione in una dimensione che favorisce la permanenza all’interno del clan, anziché affrancare lo studente dai costumi familiari e locali. Le città italiane sono per storia e per vocazione storica “cittadelle del sapere” e in questo senso va incoraggiato, anche con sostegni economici consistenti e mirati, lo sviluppo della residenzialità di docenti e studenti nelle città universitarie.

X. Diritto/dovere alla parrhesia e denuncia della microfisica del potere

Proprio del docente è il diritto/dovere di esprimere con l’efficacia di cui è capace il suo pensiero critico rispetto alle regole vigenti: si tratta di un diritto/dovere proprio del cittadino, che il docente universitario deve sapere esercitare a un grado superlativo. Ciò vale anche sotto il profilo pedagogico, perché primo impegno del docente universitario è l’educazione alla critica e alla parrhesia e il dovere di tenere alta la propria intelligenza critica e allenare lo spirito critico degli studenti. Nella consapevolezza che le più insidiose forme di imposizione passano per via amministrativa e che la “microfisica del potere” si disloca nella parcellizzazione di regolamenti e circolari, il docente ha il diritto/dovere di argomentare nei confronti degli organi di governo dell’ateneo e, soprattutto, con gli studenti la resistenza a qualsiasi forma di controllo e la possibilità di rigetto delle modalità imposte.

Appendice
Legge costituzionale e altri pronunciamenti sulla libertà di insegnamento

Presentiamo qui, come strumento di lavoro e di cittadinanza, le norme più significative che la Repubblica si è data nel corso della sua storia riguardo all’istruzione e alla formazione dei suoi cittadini. Per quanto riguarda i DCPM che negli ultimi mesi l’Esecutivo italiano ha promulgato (in forme e modalità non certo ineccepibili sul piano della linearità formale e della correttezza giuridica), essi non escludono affatto – e non potrebbero – l’insegnamento in presenza e l’autonomia dei docenti ma – semmai – autorizzano anche l’utilizzo di strumenti tecnologico–informatici, in una situazione collettiva di eccezionalità. Altra autorità amministrativa indipendente (Garante della privacy) ha opportunamente richiamato, a questo proposito, il diritto altrettanto primario alla riservatezza al quale molti analisti aggiungono quello alla proprietà intellettuale delle lezioni, che non può essere ceduta a nessun soggetto economico privato locale o internazionale senza il consenso di chi quelle lezioni le svolge.

Riassumiamo qui le principali norme che nel corso del tempo hanno riconosciuto i diritti e stabilito i doveri dei docenti universitari.

1946
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento

1958
Legge 311/1958, 4
Ai professori è garantita libertà d’insegnamento e di ricerca scientifica.

Legge 311/1958, 6.
I professori hanno l’obbligo di dedicare al proprio insegnamento, sotto forma sia di lezioni cattedratiche, sia di esercitazioni di seminario, di laboratorio o di clinica, tante ore settimanali quante la natura e l’estensione dell’insegnamento stesso richiedano e sono tenuti ad impartire le lezioni settimanali in non meno di tre giorni distinti.

1980
P.R. 11 luglio 1980, n. 382.
Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica

Art. 7, c.1
Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica.

Art. 10, c.1
Fermi restando tutti gli altri obblighi previsti dalle vigenti disposizioni, i professori ordinari per le attività didattiche, compresa la partecipazione alle commissioni d’esame e alle commissioni di laurea, devono assicurare la loro presenza per non meno di 250 ore annuali distribuite in forma e secondo modalità da definire ai sensi del secondo comma del precedente art. 7.

1989
Legge 9 maggio 1989, n.168
Istituzione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica

Art. 6 c. 3
Le università svolgono attività didattica e organizzano le relative strutture nel rispetto della libertà di insegnamento dei docenti e dei principi generali fissati nella disciplina relativa agli ordinamenti didattici universitari.

Art.6 c. 4
Le università sono sedi primarie della ricerca scientifica e operano, per la realizzazione delle proprie finalità istituzionali, nel rispetto della libertà di ricerca dei docenti e dei ricercatori nonché dell’autonomia di ricerca delle strutture scientifiche

2005
Legge 230, 4.11.2005
Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari

Art. 1. c.1
L’università, sede della formazione e della trasmissione critica del sapere, coniuga in modo organico ricerca e didattica, garantendone la completa libertà.

c.2 I professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica, con piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche nonché, […] dei contenuti e dell’impostazione culturale dei propri corsi di insegnamento.

c.16 Resta fermo, secondo l’attuale struttura retributiva, il trattamento economico dei professori universitari articolato secondo il regime prescelto a tempo pieno ovvero a tempo definito. Tale trattamento è correlato all’espletamento delle attività scientifiche e all’impegno per le altre attività, fissato per il rapporto a tempo pieno in non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale, e per il rapporto a tempo definito in non meno di 250 ore annue di didattica, di cui 80 di didattica frontale.  Le ore di didattica frontale possono variare sulla base dell’organizzazione didattica e della specificità e della diversità dei settori scientifico-disciplinari e del rapporto docenti-studenti, sulla base di parametri definiti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

2010
Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (c.d Legge Gelmini)
Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Art. 1
c.1. Le università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e sono luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.

Art. 6
1.2 I professori svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonché ad attività di verifica dell’apprendimento, non meno di 350 ore in regime di tempo pieno e non meno di 250 ore in regime di tempo definito.

Art. 6
1.10 I professori e i ricercatori a tempo pieno, fatto salvo il rispetto dei loro obblighi istituzionali, possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione e di referaggio, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, nonché attività pubblicistiche ed editoriali. I professori e i ricercatori a tempo pieno possono altresì svolgere, previa autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonché compiti istituzionali e gestionali senza vincolo di subordinazione presso enti pubblici e privati senza scopo di lucro, purché non si determinino situazioni di conflitto di interesse con l’università di appartenenza, a condizione comunque che l’attività non rappresenti detrimento delle attività didattiche, scientifiche e gestionali loro affidate dall’università di appartenenza.

Contributi pubblicati in corpi & politica

Didattica e ologrammi
di Alberto Giovanni Biuso (“corpi e politica” 5.4.2020)

appunti sulla teledidattica 1
di Monica Centanni (“corpi e politica” 22.3.2020)

appunti sulla teledidattica 2
di Monica Centanni (“corpi e politica” 13.4.2020)

Perché la Dad non è didattica
di Alberto Giovanni Biuso (da Bollettino di Ateneo dell’Università di Catania 25.4.2020)

Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte. Ai docenti e agli studenti delle università italiane
di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin (“corpi e politica” 23.4.2020)

La sezione corpi e teledidattica contiene numerosi altri testi sull’argomento:
https://www.corpiepolitica.it/corpi-e-teledidattica/

Alberto Giovanni Biuso agbiuso@unict.it
professore ordinario di Filosofia teoretica | Università di Catania

Monica Centanni centanni@iuav.it
professore ordinario di Lingua e Letteratura greca | Università Iuav di Venezia, Università di Catania

 

Catania/Venezia, 25 settembre 2020

 

il PDF del documento è scaricabile qui
Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida, in dieci punti

 

Fabbriche, ristoranti, bar, librerie, parrucchieri, spiagge e discoteche – tutti riaprono. La ricerca no

di Peppe Nanni, a commento di un intervento di Salvatore Settis
(1.8.2020)

“Le fabbriche (ri)aprono, le università no. Ristoranti, bar, librerie, parrucchieri, negozi di abbigliamento eccetera riaprono, biblioteche e archivi no. Spiagge, parchi e località di montagna riaprono, la ricerca no.Non è alla lettera così, ma quasi”.

Questo l’incipit di una autorevole presa di posizione di Salvatore Settis contro la didattica a distanza, complice un pregiudizio, inconsciamente dilagante, che considera la scuola un’attività improduttiva e che quindi può aspettare sine die la riapertura, surrogata da spot a distanza. Ma, – dice Settis – così si dimentica che non ci sarebbero le fabbriche senza i luoghi di ricerca dove si progetta quel che viene costruito.

Peccato solo che un così convincente e stringente ragionamento si esponga al rischio di incrinarsi, non esplicitando il passaggio logico successivo, quando Settis scrive:

“Gira una conspiracy theory secondo cui l’università in presenza verrà presto sostituita da reti virtuali, lezioni registrate, professori e studenti a casa in ciabatte, senza far comunità. Occulti controllori delle coscienze starebbero manovrando per narcotizzare la vocazione critica dell’università come comunità pensante, e dunque focolaio di ribellione, un perpetuo Sessantotto che cova sotto la cenere. Fantasie, queste, coltivate da pochi […]“.

Se la riserva esprime il rifiuto a credere che quanto accade sia l’esecuzione di un ordito perfettamente preordinato da menti raffinate, nulla quaestio, siamo d’accordo che l’intelligenza scarseggia anche tra le fila dei cattivi.

Ma è invece utile ribadire, a scanso di equivoci, che sì, l’università deve essere un focolaio di ribellione e un perpetuo Sessantotto, altrimenti è un attrezzo inutile e può essere sostituita da corsi nozionistici di avviamento al lavoro servile, da tenersi a debita distanza. Perché la funzione intellettuale consiste esattamente nella contestazione permanente “dell’attuale stato di cose”, nell’attrito contro la quiete sociale, dal quale scaturisce l’avanzamento del sapere per rottura epistemologica, contro la ripetizione dell’identico, della rassegnazione codificata in proverbi e delle ingiustizie strutturali.

Che anche l’innovazione tecnologica e la dinamica delle forme di produzione siano necessariamente alimentate dalla coltivazione della radice conflittuale del sapere (che costringe la razionalità economica a rinnovarsi), costituisce un motivo in più per ricordare che professori e studenti, casalinghi e in ciabatte, narcotizzati e spoliticizzati, non raggiungeranno mai quella soglia che Walter Benjamin invitava a varcare, verso la comunità studiosa costituita dall’”Eros di coloro che creano”.

E l’attacco di Salvatore Settis alla vigliaccheria accademica converge in questa direzione.

L’intervento integrale di Settis è a questa pagina:
https://www.centroriformastato.it/wp-content/uploads/Universit%C3%A0-chiuse.pdf

Il digitale non è l’unica via per le università di domani

Se l’obiettivo è condivisibile, le strade per raggiungerlo pongono però un problema più complesso che investe il ruolo e la funzione stessa dell’Università nella società. In linea preliminare, riteniamo che la cosiddetta terza missione non vada considerata esclusivamente come un’occasione di promuovere business e trasferimento tecnologico, ma come uno sforzo di orientare la società, anzitutto quella europea, sui grandi temi dell’oggi e del futuro: dall’ambiente al lavoro, dalle migrazioni alle disuguaglianze sociali, dai modelli di sviluppo alle diversità, dalla povertà educativa all’intelligenza artificiale, per limitarci solo ad alcuni esempi. Un’università, rigorosamente indipendente, ma presente nella vita nazionale ed europea con la forza delle sue ricerche, delle sue diversità, del suo patrimonio di relazioni umane.

E per queste ragioni non nutriamo lo stesso entusiasmo che Billari e Verona nutrono per il digitale, inteso come strumento di formazione e trasmissione del sapere. Per noi, al contrario, la pandemia ha rivelato che le università senza studenti e professori sono spazi vuoti, privi di ogni slancio vitale. Considerare l’emergenza dell’insegnamento a distanza come un’opportunità per il futuro ci sembra molto pericoloso. Non crediamo che questa dovrebbe essere la via maestra per eliminare le disuguaglianze. Durante i mesi di confinamento, abbiamo visto l’enorme divario (soprattutto nel Sud) tra chi possedeva dispositivi potenti e una buona connessione internet e chi, invece, non aveva accesso alla rete. Ma anche quando questo dislivello sarà colmato con massicci investimenti economici, si creerà un’altra forma di disuguaglianza: le élites avranno l’opportunità di godere della didattica in presenza e della vita nella comunità universitaria (condizioni essenziali per un’autentica formazione), mentre la grande massa degli studenti (confinati nelle loro case) riceverà un’educazione nozionistica e standardizzata. Anziché porre enfasi sul digitale (che può avere una funzione positiva solo in un’ottica «integrativa»), bisognerebbe insistere sul reclutamento dei professori: l’Italia ha una classe insegnante molto invecchiata rispetto alla media europea e, soprattutto, un numero di docenti nettamente inferiore agli altri Paesi. Investire milioni di euro per il digitale, senza reclutare giovani professori non servirà a migliorare la qualità e la competitività dei nostri atenei.

Abbiamo bisogno di un’università che faccia prevalere la duttilità, le capacità creative e un’attitudine critica rispetto a pensieri e luoghi comuni dominanti. Il cambio di uno scenario, economico o sociale, non deve lasciare orfano il laureato delle pur prestigiose università dove si è formato. Guai dunque a parametrare didattica, ricerca, trasmissione delle conoscenze e formazione in funzione dei «bisogni del momento»: si tratta di una strategia perdente all’interno di scenari, come i più fini osservatori dei mercati mondiali ci insegnano, destinati a mutare repentinamente. Professionalizzare, per esempio, i curricula universitari per inseguire il mondo del lavoro significherebbe marginalizzare una delle missioni più importanti delle università: formare cittadini colti e dotati di senso critico, capaci di esprimere una forte coscienza civile.

La sfida di nuovi atenei in grado di attrarre, e non solo di esportare, non riguarda solo l’università. Il «cervello» che intraprende un cammino a ritroso per ristabilirsi in un ateneo italiano-europeo tanto più apprezzerà il «benvenuto» che gli si indirizza se si troverà a vivere in città aperte, ricche di stimoli, accoglienti, libere da impropri condizionamenti, capaci di offrire moderne infrastrutture e un clima di convivenza civile adeguato. Ma, soprattutto, guarderà con interesse a un Paese attento a valorizzare progetti scientifici a lungo termine: quelli che non hanno (come purtroppo la quasi totalità dei bandi europei richiede) una finalità utilitaristica immediata e una realizzazione repentina. La ricerca e l’apprendimento, come la pandemia ci ha insegnato, hanno bisogno di tempo e di lentezza, ma anche di grande autonomia dalle pressioni politiche ed economicistiche.

Riapertura delle scuole. Didattica, governi, finanza

Covid 19, riapertura scuole, didattica a distanza e Unione Europea
di associazioneindipendenza – 16.6.2020

[Questo testo contribuisce a capire meglio l’apparente oscillare dei decisori politici sulla questione della riapertura o meno di scuole e università. Trascurare i vincoli finanziari posti dall’Unione Europea significherebbe infatti non avere un quadro completo della reale situazione nella quale i governi si trovano, compreso quello italiano. Al di là della condivisione di alcune tesi più strettamente politiche, ci sembra dunque un’analisi feconda]

Per la riapertura delle scuole a settembre, al governo e al ministero dell’Istruzione sanno come venirne a capo ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. Da qui il susseguirsi di dichiarazioni che prospettano, di dichiarazioni che affermano, di dichiarazioni che smentiscono, di dichiarazioni che rilanciano ‘altro’ e via ricominciando. Attribuire tutto questo all’incompetenza coglierebbe parzialmente il cuore del problema. Vediamo il perché.

Le norme sulla sicurezza sanitaria imporrebbero il venir meno delle classi-pollaio e la necessità di nuove assunzioni. Più classi e più insegnanti, insomma. Tutto il contrario di quello che viene perseguito da anni: accorpare classi per ridurne il numero e disporre di un organico di docenti via via inferiore grazie alle uscite per pensionamento.

Il problema degli spazi sussiste ma è risolvibile ora con interventi laddove ci siano aule inutilizzate o non risanate per problematiche finanziarie, ora usufruendo di spazi pubblici e sociali limitrofi alle scuole, ora riaprendo scuole chiuse o edifici pubblici non in uso, e via dicendo. Tutto è alla portata per garantire a scuola la presenza (decisiva per la miglior didattica possibile), senza necessità di ricorrere a turnazioni, riduzioni dell’orario, eccetera. Curare un asse culturale nazionale nella scuola questo sì comporterebbe preparazione, conoscenza, una grande riflessione collettiva, mentre una gestione amministrativa di spazi può porre problemi, ma non più di tanto.

Perché quindi a Palazzo Chigi e a viale Trastevere sembra –attenzione: sembra!– che non sappiano come muoversi e che regni il caos? Per lo stesso motivo per cui tutti i comparti pubblici, che necessitano di un intervento dello Stato, versano in condizioni disastrose, come è emerso ad esempio nella sanità nel corso dell’emergenza da CV-19: gli investimenti.

Le classi pollaio, aventi come obiettivo la riduzione del corpo docente, sono una necessità per i tagli lineari richiesti dalle istituzioni europee in nome di un rientro del debito. Questo è il punto focale dell’essenza di funzionamento del combinato disposto UE-euro: aver innescato e trasformato in una criticità permanente il debito, averne cambiato la natura da realmente ‘pubblico’ ad ‘estero’ ed averlo inscritto in una dinamica strutturale di continui vincoli e condizionalità nella messianica e irraggiungibile prospettiva di una ‘redenzione’. Un ‘unicum’ nella Storia e nel mondo.

Con la cessione della sovranità monetaria, la venuta meno di un’autonomia politica a tutti i livelli (bilancio, investimenti, controllo dei flussi di capitale, indirizzi…) e quindi della piena titolarità decisionale degli investimenti da effettuare, qualsiasi governo, si trattasse anche di uno insediatosi con le migliori intenzioni e con un voto ‘a furor di popolo’, quand’anche fautore di una visione politica sociale avanzata, avrebbe le mani più che legate, un perimetro d’intervento ristretto, sempre più ristretto. Dentro l’Unione Europea ed il campo atlantico non c’è futuro (anche) per l’Italia, ma solo fumisterie e farse, come nella fase attuale con le “potenze di fuoco” dei supposti “aiuti” europei.

Al governo e al ministero dell’Istruzione l’idea su come venirne a capo l’hanno, ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. La linea che attuerebbero subito, consisterebbe in una massiccia trasformazione digitale del sistema scolastico. Anche se parziale potrebbe tornare utile per mantenere l’ossequio alle imposizioni dei tagli lineari di cui la riduzione dei lavoratori del pubblico impiego è per la Troika (FMI-BCE-UE) tra gli obiettivi ineludibili. Di qui, quindi, la magnificazione delle tecnologie didattiche e del ‘distanziamento dell’insegnamento’. Non ci sono tanto e soltanto gli interessi affaristici di chi gestisce le piattaforme digitali (sarebbe interessante vedere chi compone la relativa ‘task force’ al ministero dell’Istruzione e a quali ‘cordate’ risponde), c’è molto pragmaticamente il ‘risparmio’ che dalla ridotta presenza del corpo docente a scuola potrebbe derivare. Questa soluzione, ben evidente nella sua utilità e ‘tecnicamente’ facile da attuare, comporta però effetti negativi che non si sa bene poi come fronteggiare. La preoccupazione verte non sulla ‘qualità della didattica’ (che, da decenni, per chi domina e relativi referenti è bene che si abbassi sul versante ‘educativo-critico-formativo’…) ma sulla tenuta sociale di queste misure, delle proteste che potrebbero montare dalle famiglie e dal corpo docente.

Già ci giungono segnalazioni sia di riunioni telematiche sia di assemblee ‘in presenza’ di genitori e docenti che si preparano a dare battaglia a settembre. Le rivendicazioni base che ricorrono, tutte o parte, sono queste: apertura delle scuole, rifiuto della Didattica a Distanza sostituiva o anche solo complementare al monte-ore curricolare, più classi (con numero di studenti ben inferiore a quelle “pollaio”), recupero di locali, regolarizzazione del precariato scolastico e assunzioni stabili (docenti e personale Ata), rifiuto delle turnazioni e della riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti (già in diverse scuole l’ora corrisponde a 50 minuti), adeguamenti stipendiali dei dipendenti.

Sulla scuola, come per la sanità e altro, le parole d’ordine devono essere chiare: più investimenti, più intervento pubblico, più Stato (italiano). Ognuno di questi ambiti (con annesso stato di sofferenza sociale di milioni di lavoratori, di precari, di partite IVA, di inoccupati, ecc.), perché possa essere soddisfatto nelle sue rivendicazioni, necessita tanto della rottura dei vincoli di dipendenza dalla gabbia euro-atlantica, quanto di una nuova classe dirigente che abbia chiaro il nesso ineludibile tra conquista della sovranità monetaria e politica in senso lato e risorgimento sociale delle diverse classi e segmenti subalterni della società italiana, ‘in sofferenza’ tra condizioni di vita e restringimento di diritti.

La scuola dei presidi: autoritaria e sgrammaticata

di redazione corpi e politica
(14.6.2020)

L’Associazione Nazionale Presidi si distingue da decenni per la promozione e il sostegno dati a ogni progetto e pratica caratterizzati dall’estremismo liberista, dalla negazione della libertà di insegnamento – e dunque della Costituzione repubblicana – dalla trasformazione delle scuole in aziende. Approfittando come Viktor Orbán del coronavirus, i rappresentanti dei presidi elaborano un documento che ha poco da spartire con educazione e saperi e molto con le supercazzole del conte Raffaello Mascetti.

Il prolisso documento (16 pagine) ha come titolo titolo Le proposte ANP per la riapertura delle scuole a settembre. Chi avrà stomaco, lo legga per intero. Ma anche a spizzichi e bocconi emerge la natura emblematica di questo ennesimo capolavoro dell’ANP, una sorta di nido degli scarafaggi buroscolastici, presidi e loro complici.

Il loro fine è decantare la teledidattica permanente, anche per una altrettanto permanente e conclamata vigliaccheria. Il segnale più chiaro è, come sempre, il linguaggio. Leggere queste pagine significa assistere a un vulnus inferto alla lingua italiana, un intruglio di americanese (parte in corsivo, parte no –forse ritengono, le seconde, espressioni naturalizzate italiane), pioggia di astrusi acronimi (vagamente jettatori, diceva James Hillman) e slatinismi.

Una simile sciatteria linguistica è il veicolo di ogni distruzione culturale, il modello Briatore che rende impossibile qualsiasi discussione, destituendo il linguaggio di ogni significato e provocando una regressione nella catena darwiniana.

A chi dovesse chiederci: “ma voi in alternativa che cosa proponete?” suggeriamo di scorrere (e magari leggere) i 40 articoli che sinora abbiamo pubblicato nella sezione corpi e teledidattica di questo sito.

Disagio e rabbia: la voce degli studenti

di Noemi Scarantino
(13.6.2020)

[Una studentessa del Dipartimento di Scienze Umanistiche (Disum) dell’Università di Catania testimonia il doloroso e profondo disagio che lei e molti suoi colleghi stanno vivendo. Non è anche questo un grave rischio per la salute dei nostri studenti?]

Trovo davvero inaccettabile il trattamento riservato all’Università e la scarsa considerazione che l’Italia dimostra di avere nei riguardi dell’istruzione, della ricerca e della cultura in generale.

La situazione ha ormai cominciato a generare rabbia in me e molti altri studenti con cui sono in contatto, poiché oltre a privarci della vita universitaria, dello studio vero e del rapporto con i docenti, sta anche aprendo le porte ad altre situazioni di disagio.

Io e molti colleghi ci troviamo a vivere in province molto lontane da Catania e questo ci impedisce di poter partecipare anche ai piccoli tentativi di relazione, dacché i mezzi di trasporto rendono difficili e faticosi gli spostamenti che nella vita normale sono invece molto efficienti.

Inoltre, l’ostinata chiusura prolungata non soltanto ha costretto molti di noi a dover abbandonare gli alloggi catanesi ma anche ci impedisce adesso la possibilità di trovarne dei nuovi, poiché non ci è possibile né spostarci facilmente per gli eventuali incontri né tantomeno dare certezze agli affittuari.
Molti studenti appassionati e impegnati si ritrovano dunque a dover attendere l’utopia di un ritorno a settembre accumulando intanto disagio psicologico e sensazione di incompletezza e precarietà nell’approccio allo studio, che solitamente viene affrontato proficuamente in Biblioteca, in gruppo e, in generale, in contesti di relazione amichevole e confronto professionale.

Studenti al bar ma non nelle aule

di Giuseppe Grasso e Alberto Giovanni Biuso
(12.6.2020)

Sulla mailing list dei docenti dell’Università di Catania si discute anche della decisione dell’Ateneo di continuare a interdire agli studenti l’accesso ai Dipartimenti.
Riportiamo uno scambio intercorso tra Giuseppe Grasso (Dipartimento di Scienze Chimiche) e Alberto Giovanni Biuso (Dipartimento di Scienze Umanistiche).
L’argomento è la Lettera aperta indirizzata al MUR e al Ministro Manfredi con la quale si chiede di riaprire le Università.

***

Io ho firmato la petizione, ma vorrei anche aggiungere un piccolo commento. Mi sembra veramente vergognoso che sia possibile andare al bar, al ristorante e tra poco anche in discoteca e contemporaneamente si facciano problemi per fare esami in presenza (si possono tranquillamente mantenere le distanze durante gli esami) o per fare le lezioni in presenza (anche in questo caso è facile tenere il metro di distanza).

In effetti, mi pare che si stia semplicemente – e forse volutamente – privando del diritto allo studio migliaia di studenti, dalla scuola alle università. Il pericolo, a mio avviso, non è affatto rappresentato dal virus (senza togliere importanza e gravità alla morte di nessuno; qui in Sicilia ricordo che abbiamo avuto un numero di morti e di contagiati da Covid veramente ridicolo, se confrontato al numero di malati e morti per altre cause. Guardando ai numeri, personalmente mi sento molto più in pericolo fumando, bevendo alcolici o andando in moto piuttosto che parlando con uno studente a 2 metri di distanza).

Il vero rischio mi sembra quello di crescere una generazione di disumani-nerd-telematici, privi di ogni senso critico e perciò facilmente terrorizzabili con minacce di pandemia, così da poter instaurare una dittatura dall’oggi al domani, senza suscitare alcuna protesta. Io mi dissocio fortemente dal pensiero che prima di intraprendere una qualsiasi attività bisogna accertarsi a tutti i costi che sia a “rischio zero” dal contagio. Non so cosa si intenda per “rischio zero”. La vita è per definizione un “rischio”. Tutto quello che facciamo, ogni giorno, comporta un rischio per la nostra vita stessa. In effetti, non c’è neppure bisogno di uscire di casa, visto l’alto numero di incidenti, omicidi e suicidi che avvengono tra le nostre sicure mura di casa.

Perché ci siamo chiusi in casa allora e continuiamo a non poter vivere liberamente anche adesso che gli ospedali sono praticamente vuoti da malati di Covid? Si possono dare tante risposte a questa domanda, ma sicuramente tutti abbiamo percepito che il pericolo che avremmo corso svolgendo le attività della nostra vita ‘normale’ era improvvisamente divenuto troppo alto, che non si poteva più accettare il rischio di vivere, ma bisognava in qualche modo sospendere la nostra vita. Questa decisione, più o meno condivisibile, ci è stata imposta dall’alto, non è stata affatto il frutto di un dibattito politico e culturale – tutto è stato giustificato dall’urgenza.

Adesso, però, la questione mi pare ben diversa. L’urgenza (qui in Sicilia non l’abbiamo mai avuta) è finita, eppure si continua a proibire persino la vita culturale nelle nostre università. Si parla di plexiglas tra banchi di scuola elementare. Si prevedono lunghi periodi di didattica on line, scenari apocalittici, deleteri per la vita sociale, culturale ed economica del paese, giustificati non più dall’urgenza ma dalla sola paura. Ma preferisco vivere e far vivere piuttosto che rinunciare alla vita e alla cultura per paura di morire. Per quello che ne so, questa situazione potrebbe durare mesi, forse anni. Non sono disposto a rinunciare alla cultura e alla libertà per un periodo così lungo per nessuna minaccia di morte al mondo.

È chiaro che la libertà individuale si debba fermare nel momento in cui va a minacciare la libertà degli altri. D’altra parte la paura di morire personale non dovrebbe in alcun modo intaccare la libertà e la vita degli altri. Questo è stato fatto e continua ad accadere oggi, ma di certo deve essere limitato nel tempo, non può diventare, in nessun caso, una situazione permanente o ricorrente.

Giuseppe Grasso

***

Condivido pienamente quanto scritto da Giuseppe Grasso. Aggiungo due elementi:

Il primo: un articolato documento di un gruppo di psicologi e psichiatri Sui gravi danni psichici e sociali della paura da Covid19, i cui autori si dichiarano in pieno accordo anche con il documento del Comitato Rodotà Si scrive salute. Si legge democrazia. Come abbiamo scritto in “Corpi e politica”: «crediamo che si tratti di un significativo contributo alla comprensione dei danni enormi inferti alla collettività, ai singoli, alle libertà. In modo pacato ma fermo si chiede ai decisori politici e ai mezzi di informazione di cambiare direzione allo scopo di evitare ulteriori disastri e ripristinare la salute pubblica, che è un fatto globale e non soltanto virale».

Il secondo: la foto di una gita a Siracusa che abbiamo organizzato qualche giorno fa con alcuni dottorandi, laureandi e studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche. L’immagine è stata da me tagliata per rispettare la riservatezza dei miei allievi ma vi assicuro che i corpi erano interi. L’abbiamo scattata davanti a una delle belle chiese di Ortigia. Abbiamo passeggiato, gustato l’aperitivo, cenato. E tuttavia quegli stessi dottorandi, laureandi e studenti devo riceverli al bar di Piazza Dante perché il Dipartimento è loro precluso, quasi come un fortilizio dal quale devono stare lontani.
Non vi sembra che ci sia qualcosa di strano e irrazionale in tutto questo?

Alberto Giovanni Biuso

[L’immagine di apertura è di Federico Fantechi]