I bambini non ci perdoneranno

di Concita De Gregorio
(da Repubblica, 16.4.2020)

Ai bambini non lo possiamo raccontare, ma un giorno lo sapranno. Fra qualche anno ricostruiranno la storia e troveranno le cronache. Oggi, 16 aprile 2020. Sono quaranta giorni che facciamo finta di essere rispettosi di consegne che un cenacolo di sapienti ci impartisce per tutelarci, quando è evidente che il cenacolo non c’è. Se domani il decreto dicesse “le grigliate sì ma solo fra consanguinei e in spazi condominiali purché soleggiati” saremmo pronti — soldati — a chiudere fuori dal cortile i cognati, domenica prossima. E se piove? In spazi non soleggiati i non consanguinei possono entrare? Sì, ma se piove non si griglia, sciocchi. Ovvio, scusate.

A vigilare il rispetto dei quotidiani sempre nuovi precetti elicotteri militari come in Apocalypse Now, pazienza se quello che costano un giorno potrebbe mantenere sei famiglie per un mese. È giusto. È la legge. Perfetto. Lo facciamo — eseguiamo alla lettera — perché è meglio pensare che qualcuno sappia cosa sta facendo per il nostro bene all’ipotesi di essere nelle mani di un gruppo di dilettanti allo sbaraglio che procede a tentoni battendosi pacche sulle spalle nella letizia di essere ancora in carica grazie al virus. È meglio che pensare che stamani Vittorio Colao — era, bambini, un civil servant nominato alla guida della task force di gestione della crisi — sia nella sua casa di Londra aspettando che qualcuno gli dica come e con chi assumere il comando della cabina di regia che ancora non c’è. Invece, andò così.

E quello stesso giorno, piccoli amici, ci fu una ministra (si chiamava Elena Bonetti, dicastero della Famiglia) che disse ah, certo, i bambini. Ok. Facciamo così. Apriamo i parchetti ma con ingressi contingentati e solo per alcune ore. Quali ore, ministra? E quante persone alla volta? Ora questo lo vedremo nel decreto attuativo. Bene, grazie. E dove i parchetti non ci sono? Se il più vicino è oltre i 200 metri lineari? Si può in quel caso passeggiare, poniamo, sull’argine del fiume? Non esageriamo. Sul marciapiede di cemento no. Si può passeggiare solo sulla terra battuta e nel caso ci sia un recinto. Certo, scusi. Ancora grazie.

Era meglio essere cani che bambini, in quella primavera. Perché i cani con le loro esigenze fisiologiche insopprimibili potevano essere portati fuori fino al loro sfinimento, nel corso di telefonate intime e irregolari impossibili da fare da casa, mentre i bambini si sa che hanno un bagno, dunque cosa vogliono.

Erano stati seienni anche loro, i miracolati di governo, ma con evidenza non se lo ricordavano più. Perché per esempio, giovani studiosi della Coronageneration, vi ricordate quando decisero, in quelle settimane, che si potevano riaprire la attività produttive, a settembre 2020, ma non le scuole? È indimenticabile, l’anno in cui non ci fu scuola per voi. Ecco. Qualcuno disse: scusate. Ma come si fa a tornare a lavorare e lasciare i figli a casa? Bambini di sei, nove, ragazzini di dodici anni. Come potete pensare che noi, gli adulti, usciamo per andare al lavoro e i bambini da soli restino a casa a fare scuola online? E se accendono il gas? E se allagano il bagno? E se si sentono male, si fanno male o fanno male a qualcuno? È abbandono di minore, è un reato. Aboliamo il reato? Ah già, dissero. Aboliamo il reato? No, aspetta — risposero.

Seguirono dodici decreti in cui si stabiliva che solo se autistici o disabili, i minori, potevano avere un’indennità equivalente alla retribuzione di uno dei genitori che sarebbero stati esonerati dal lavoro (il genitore meno costoso, di solito la madre, essendo nel 2020 la distribuzione dei redditi immensamente diseguale) e poi via via correggendo. Anche i nuclei numerosi. Numerosi quanto? Anche le famiglie con quattro figli. Valgono nel computo i figli maggiorenni? Sì. Anzi no. Valgono solo se dislessici o al limite mancini. Diabetici. Valgono i figli maggiorenni diabetici. Con certificazione anteriore al 2019. Non vorrete mica barare, per fare due passi. Comandi, task force.

L’eroe di quei giorni fu il piccolo Claudio, bambino di Sicilia. La cui madre riprese col telefonino mentre spiegava che voleva fare le valigie per andare dal nonno perché non ce la faceva più, «non ce la faccio più a non andare a scuola, al parco, in piscina». Voglio tornare a scuola, imploravano i bimbi di tutta Italia — eravate voi da piccoli, ricordate? Hanno un’intelligenza limbica, i bambini: un’intelligenza emotiva che li mette in condizione di capire quello che non si dice. Soprattutto quello che si nega: sentono la menzogna, la finzione, l’ipocrisia. Percepiscono la messa in scena in un luogo profondo. Insomma Claudio voleva andare via da casa, vent’anni fa. E la cosa davvero commovente fu la sua reazione alla spiegazione della madre. Non puoi, le diceva lei. Perché c’è il virus e oggi — non è nel video, ma facilmente poteva — escono solo quelli che hanno fra 27 e 34 anni, in file alternate, a scaglioni, e perché è un giorno dispari. L’ha detto la task force. I giorni dispari sono più sicuri, è scientifico. Claudio, quattro anni, si nasconde dietro una tenda. Va bene mamma. Ora però lasciami solo. Voglio stare un po’ da solo. Vai. Lasciami qui. Da solo. L’intelligenza limbica. Claudio.

I bambini ci guardano, signori ministri. I bambini che avete in minor considerazione dei cani vi lasceranno soli, domani. Senza un collegio sicuro, che peccato. E non ci sarà niente da fare, avranno avuto ragione loro. Siamo tutti dietro la tenda di Claudio, in questo momento: con lui. Vorremmo tutti, in questo vostro delirio, essere lasciati soli. Lo siamo, in effetti. Perciò non protestate oggi, 2040, se nessuno vi dà la paghetta di lusso per andare a fare i pensionati al parco. I bambini sono diventati grandi, non avevate previsto che potessero? Peccato. Succede sempre così. I bambini di allora, di quel 16 aprile, ora comandano.

 

Non avremo più bisogno delle città

di Insorto Stanchi (18.4.2020)

Automazione e nessuna necessità di uscire

Nel secondo capitolo di Zanna Bianca si descrive la nascita e l’infanzia di un lupacchiotto. Il cucciolo vive dentro la tana della madre, che per lui è l’intero mondo. Ad un certo punto, per fame, è costretto ad uscire e conoscere la natura, magnifica e pericolosa. Ora che sta diventando evidente possiamo tranquillamente sopravvivere restando nelle nostre tane, abbiamo veramente il bisogno di prenderci il rischio di uscire?

Faccio l’architetto e lavoro in uno studio dove attualmente tutti accedono ai computer da remoto. Una comodità incredibile, perché non solo i disegnatori possono fare tutto da casa loro, ma siamo anche in grado di gestire un cantiere in Sicilia seduti sulle nostre comode poltrone a Udine. Tantissime cose che richiedevano molto tempo adesso si risolvono con qualche messaggio istantaneo, molte fotografie e video, con lo scambio di documenti in tempo reale. Mi sembra abbastanza evidente che l’emergenza attuale non ha fatto altro che accelerare il fenomeno del lavoro da remoto, che in questi giorni impropriamente chiamiamo smart.

In un’economia dove la maggior parte del lavoro è assorbito dai servizi, solo una piccola parte ha realmente bisogno di operare fisicamente nel luogo di lavoro. Grandi parti dell’industria e dell’agricoltura hanno bisogno di pochissimo personale.

La maggior parte dei servizi con persone sul campo, come quelli ospedalieri, quelli di polizia e di difesa/offesa potrebbero già oggi essere sostituiti da droni e robot comandati a distanza. La progettazione e la costruzione di cose nuove sta sempre di più diventando l’appannaggio di pochi privilegiati, che elaborano standard per tutti, sia nelle scienze, che nell’ingegneria, che nell’industria culturale. Chi quindi avrà veramente necessità di uscire per svolgere un lavoro? Probabilmente quasi nessuno. Perché mai, quindi, dovremmo uscire di casa, con tutti i rischi mortali che questo comporta?

L’illusione del web 2.0, il co-working, lo smart working, il co-living, lo sharing: la smart city

Appartengo all’ultimissima generazione di non-nativi digitali, di quelli che sono cresciuti insieme a Internet. Quando mi sono iscritto all’università vivevo in uno dei momenti più ottimisti del web 2.0, quando i grandi servizi online permettevano lo scambio completo e totale dei dati, promuovevano la creazione di Mashup e mettevano a disposizione corposi pacchetti per permettere a tutti gli sviluppatori di lavorare insieme.

Si pensava che Internet sarebbe diventato il luogo dello scambio completo e totale, che le cose potessero tutte comunicare fra di loro: le previsioni meteo con il sito di noleggio delle biciclette, il frigo di casa con i grandi distributori alimentari, le serre stagionali con il mercato ortofrutticolo, le amministrazioni con i cittadini. Un mondo di dati accessibili per tutti che avrebbero permesso un uso più razionale e giusto delle risorse.

A questa visione del web si accompagnava anche una nuova visione del lavoro, che sarebbe stato smart, ovvero intelligente. Intelligente nel senso che molte delle attività ripetitive o inefficienti potevano essere eliminate, ad esempio tramite la condivisione e il lavoro di gruppo, anche non necessariamente fra persone dello stesso settore. Questa modalità di cooperazione fra specialisti di diverse discipline si chiama co-working, e aveva bisogno di un ripensamento totale del luogo del lavoro. Nei miei corsi all’università ho visto svariate decine di progetti di spazi per il co-working, numerosissimi esempi di riconversione di vecchi edifici industriali, castelli, chiese. Lo spazio doveva permettere lo scambio continuo e incessante fra le persone: un luogo dove potersi alzare dalla propria scrivania e andare a sentire un seminario di robotica nella sala a fianco, o bere un caffè con il  vicino che fa il correttore di bozze freelance.

Ho sempre sognato di poter un giorno andare a lavorare in un posto così, dove nessun giorno sarebbe stato monotono, dove avrei avuto una miriade di stimoli diversi, dove avrei imparato qualcosa di nuovo ogni volta. Il lavoro smart era visto come l’emancipazione dalla schiavitù dell’impiegato. Saremmo diventati tutti autonomi, e mobili, anzi nomadi. Avremmo potuto lavorare da qualsiasi parte del mondo, ampliare il nostro orizzonte, vivere una vita piena e provvedere a noi stessi. La ricchezza delle esperienze e la possibilità di viaggiare era considerata una priorità sulla ricchezza materiale. Non avremmo avuto bisogno di un’automobile personale, una casa, un giardino. Avremmo condiviso tutto, a seconda del luogo in cui ci saremmo trovati (sharing). La nostra vita nomade sarebbe stata supportata da un nuovo modo di residenza, il co-living, uno spazio flessibilissimo per vivere dovunque e sempre. Ho disegnato una marea di mobili-origami pensati per questo tipo di alloggi.

Tutti questi concetti messi insieme formano la comunità smart, la smart city. Fino a un paio di anni fa ci credevo per davvero che le città iperconnesse avrebbero risolto i mali dell’umanità: perché mai ci dovrebbe essere ingiustizia in un mondo dove tutto è trasparente, condiviso, e controllato da tutti? Le automobili non serviranno più, avremo più spazi per la collettività, mescoleremo la vita lavorativa con lo svago, i vari settori della città saranno sempre abitati da qualcuno, e  non ci sarà segregazione, perché tutti potranno accedere al mercato del lavoro dovunque si trovino.

A distanza di pochissimi anni, aiutati da scandali devastanti, come quello di Cambridge Analitica, i principi del Web 2.0 sono estinti, i dati sono diventati una risorsa preziosissima da non condividere con nessuno e da strappare a ogni costo ai propri utenti, i grandi servizi online sono fortezze impenetrabili regolate da algoritmi imperscrutabili. Lo sharing è una scusa per i grandi intermediari-strozzini di accaparrarsi percentuali enormi dei ricavi dei produttori (basti pensare ai grandi negozi online e i portali per il turismo), il co-working un sistema per le aziende di risparmiare sui costi fissi dell’immobile, il co-living nel migliore dei casi suona come un’oscenità, quando non si trasforma in un ostello per lavoratori precari che affittano a carissimo prezzo un posto letto (un pod, suona meglio) nelle città del miracolo digitale e immobiliare.

In questo senso, il lavoro è diventato smart solo per le aziende, che possono acquistare forza lavoro a bassissimo prezzo e a condizioni vantaggiose.

 

La scomparsa dello spazio per il lavoro

Nel momento in cui gli strumenti che permettevano al lavoratore di essere autonomo sono stati sovvertiti per renderlo precario, lo spazio per il lavoro diventa un costo inutile.

Non solo, ma nel momento in cui molte aziende rinunciano ad avere un luogo per il lavoro, cade anche la necessità di avere uno spazio fisico di rappresentanza. E non si tratta di un concetto astratto, ma una tendenza alla quale tutti si stanno adattando molto velocemente.

Molto di recente, abbiamo fatto uno studio di riconversione di una vecchia tipografia nella sede per una grossa azienda che produce sistemi di informazione in realtà virtuale per operatori delle grandi reti di distribuzione energetica italiana. Questa azienda al momento ha circa 200 dipendenti, che tiene stipati in una decina di appartamenti presi in affitto in un condominio. L’amministratore delegato, dopo aver visto la nostra proposta – e il suo costo – ci fa capire (con una certa aria di superiorità da arrivato del web) che tutto sommato “la faccia” della sua impresa è sul web e che a lui non interessa prendersi l’impegno di costruire una sede decorosa. Meglio restare flessibili nel caso si debba ridurre il personale, e continuare ad affittare gli appartamenti. Con ogni probabilità, adesso sta facendo lavorare tutti da casa e  li lascerà lì ancora per molto. Questo è successo non a Milano, e neppure a New York, ma a Udine, dove i prezzi immobiliari sono relativamente bassi. Lo spazio del lavoro è diventato neutrale e non indispensabile: è un lusso per pochi.

 

Lo smart working provoca la dissoluzione della città

Nel momento in cui si smaterializza il luogo di lavoro, scompare anche la città. Tutte le città di tutte le epoche si costruiscono intorno al triangolo della vita dell’uomo: il luogo della produzione, il luogo della vita privata, il luogo dello svago e della vita pubblica.

Questi poli, a seconda di come vengono messi in relazione, producono diversi tipi di città. Tutte le grandi pianificazioni dall’età moderna in poi hanno fatto i conti con questo triangolo. Soprattutto nelle pianificazioni di stampo socialista questo triangolo (rigorosamente equilatero) è diventato l’unità base per la costruzione della città.

Nel momento in cui uno dei vertici viene assorbito da un altro, il triangolo collassa e la città perde tridimensionalità, diventando invisibile. Senza la necessità di spostarsi nei luoghi di lavoro e del commercio, sostituiti dallo smart working e dai grandi negozi online, si ridurrà la necessità di avere numerosi tipi edilizi, che si ridurranno sostanzialmente alla residenza e ai luoghi per lo svago.

La produzione, come già avviene adesso, sarà spostata lontano e sarà appannaggio di pochi. Abbiamo visto dappertutto gli effetti devastanti dello zoning, che ha prodotto la segregazione di intere aree urbane e parti di popolazione. Ma lo zoning non ha distrutto le città: il parigino, pur vivendo nelle banlieue, quando si reca in metropolitana in centro, al suo posto di lavoro, percorre lo spazio pubblico e lo reclama, esercitando così le sue facoltà di cittadino. Pur stando segregato lontano dai luoghi delle élite, è in grado di entrare in conflitto con gli altri, di discutere e creare la città intorno a sé, perché è costretto a percorrerla, e questo non gli può essere impedito, perché è nella struttura intrinseca della città. La città si nutre di questi conflitti e contraddizioni, che le permettono di svilupparsi e crescere. Secondo questa logica, nonostante tutte le segregazioni e gentrificazioni possibili, il centro di Londra si potrebbe lentamente spostare da Piccadilly Circus a Camden Town, e chi lo sa, magari anche a Birmingham.

La nostra pratica nell’essere cittadini, sia che ci troviamo nell’Atene di Pericle che in una grande megalopoli asiatica, comincia allo stesso modo: sulla soglia di casa nostra, negli incroci delle vie, all’uscita della metropolitana, sul ciglio di una strada, al centro di una piazza; in tutti i luoghi in cui, in un modo o nell’altro siamo costretti a interagire fisicamente con gli altri abitanti. Dico costretti perché per sopravvivere dobbiamo necessariamente (e sottolineo, necessariamente) uscire di casa e incontrare l’altro.

Questa interazione fisica può essere ridotta al minimo indispensabile, a un semplice scansarsi per lasciare passare, oppure manifestasi nelle sue forme più attive, nelle assemblee (anche se oggi bisognerebbe chiamarle – e denunciarle – assembramenti!), nelle rivolte. In ogni caso, l’uomo, occupando lo spazio fisico e misurandolo con le possibilità del suo corpo (della voce, della vista), lo trasforma in città. Due persone in piedi sulla stessa superficie si trovano in una condizione paritetica, perché le loro possibilità di occupare lo spazio sono le stesse. Lo stesso spazio, disabitato, ovviamente non è una città. È meno ovvio che lo stesso spazio, percorso solo per svago, non è ancora una città. Questo diventa evidente quando ci troviamo a Venezia ad agosto o andiamo a trascorrere un week-end in una delle tante città dei divertimenti.

Il rischio reale, per il quale ci sono già tutti i sintomi, è che le nostre città si trasformino in grandi ammassi residenziali dotati di centri per il consumo, possibilmente standardizzati.

E, una volta soddisfatti i bisogni primari, dopo che ci saremo fatti la nostra corsetta, saremo andati in palestra, ci saremo ubriacati la notte in un locale, avremo veramente bisogno di uscire di casa per affrontare l’altro, confrontarlo, combatterlo? O preferiremo andare in un comodo stand by?

Anche se non ci sarà tolta la libertà di muoverci, dove potremo andare? E soprattutto, cosa potremo veramente fare?

Dal non-luogo all’assenza del luogo

Marc Augè è diventato famoso inventando la fortunata ma ambigua definizione di non-luogo. Il non-luogo, in parole semplici, è rappresentato da tutti quei posti senza storia e anima, figli della speculazione e della standardizzazione: sono i centri commerciali, i MacDonalds, i blocchi prefabbricati di abitazione sovietici.

Marc Augè, per quanto sia mirabile nel suo intento, si contraddice in termini: il non-luogo è pur sempre un luogo fisico, e in quanto tale può essere occupato e vissuto, magari in un modo completamente diverso da come è stato pensato, diventando, con il tempo, un luogo. Ad esempio, un non-luogo come un parcheggio di cemento in periferia diventa un luogo nel momento in cui viene usato per ospitare centinaia di senzatetto ammalati di coronavirus. Lo stesso parcheggio può diventare un luogo importantissimo per i bambini che ogni giorno ci vanno a giocare a pallone.

Non sono certo le caratteristiche estetiche, e nemmeno la standardizzazione a determinare il non-luogo, quello che influisce, semmai, è il modo monotono e standardizzato al quale siamo persuasi a vivere in questi posti. Lo spazio fisico, per quanto venga costruito meticolosamente per costringere l’abitante a percorrerlo e viverlo secondo norme predeterminate, in virtù della sua fisicità è suscettibile di modifiche e cambiamento, subisce la storia, e alla lunga può trasformarsi in un nuovo vuoto per la città.

Mi viene in mente un esempio. Le spianate davanti a Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo sono state concepite come il luogo del totalitarismo più assoluto. Hanno proporzioni smisurate rispetto alle dimensioni dell’uomo, e potrebbero contenere tranquillamente una decina di Agorà o di teatri di Dioniso. Sono circondate da impermeabili edifici del potere e hanno al centro maestosi monumenti di granito. Sono state inventate per dispiegare grandi marce trionfali e sono il contrario dello spazio assembleare. Nell’Ottocento, la loro occupazione, il loro ripensamento, era impossibile: ci hanno provato i Decabristi. Vennero schiacciati dall’architettura prima ancora che dalle guardie dello Zar: 3000 giovani soldati erano dei microbi in confronto al Palazzo del Senato, all’Ammiragliato, e al monumento di Pietro il Grande. Ma all’inizio del Novecento quello stesso spazio veniva riempito da 30 000 rivoluzionari, che lo usarono per alcune delle più grandi rappresentazioni teatrali della storia, con le magnifiche scenografie costruite dalla Popova.

Ora le masse non sono le migliaia, ma i milioni, e le autostrade a sei corsie di Hong Kong sembrano strette quando vengono occupate fisicamente da chi protesta. Quello che sembrava intoccabile, come la Bastiglia, la Fortezza di Pietro e Paolo, i grattacieli governativi, è destinato, prima o poi, a essere sovvertito, profanato, contaminato. Ma adesso che non esiste più un luogo, e nemmeno un non-luogo, saremo in grado di vivere lo spazio virtuale come una città? Contro quali muri lanceremo i nostri sassi?

Senza la fisicità della città siamo legati da catene invisibili

Non bisogna demonizzare lo spazio virtuale. Per tutte le ragioni dette prima, rappresenta un’opportunità di libertà. Ma qual’è veramente la nostra capacità di agire su questo spazio? È paragonabile a quella che abbiamo su lo spazio fisico, anche il più coercitivo?

Nel momento in cui la dimensione fisica della città scompare, sarà possibile sovvertire, trasformare, vivere gli invisibili spazi virtuali nei quali ci stiamo più o meno volontariamente rinchiudendo?

Questi giorni di prove generali di arresto domiciliare di massa sono un indicatore di cosa potrebbe succedere se la città fisica sparisse. Come moltissimi altri, la mia voglia di vivere attivamente si sta fiaccando, e mi trovo a cercare di fare qualche lavoro noioso e ripetitivo piuttosto che costringermi al doloroso sforzo di scrivere e pensare a qualcosa di nuovo.

Ci stiamo tutti accorgendo che il tragitto a piedi per andare in università, la conversazione fortuita con un collega, il sorriso di uno sconosciuto, la pericolosa casualità che comporta il nostro uscire fuori, sono beni indispensabili se vogliamo essere creativi e dedicarci al mestiere di intelletto. Non ci bastano le videochiamate, i corsi online, gli e-book.

In un mondo virtuale dove tutto quello che noi vediamo è basato sui nostri interessi e profili, dove le possibilità di incontro non sono mai una coincidenza, possiamo veramente conoscere qualcosa di nuovo? A meno che non disponiamo di notevoli capacità informatiche, e in ogni caso saremmo una minuscola minoranza e potrebbe comunque non bastare, non siamo in grado di influenzare e agire minimamente sui mezzi attraverso i quali interagiamo. Semmai, succede il contrario.

E così siamo costretti a rivoltare lo spazio delle città: le strade e le piazze della città sono le immagini degli interni delle nostre case. Gli stessi dove dormiamo, mangiamo, facciamo all’amore. Mi sento un vile a guardare le viscere di questa città privata, intima e sempre parziale. Mi manca la vera città, mi manca lo stimolo, mi manca l’aria.

E se per caso volessi uscire a respirare, è bene che metta una museruola, non si sa mai che contamini gli altri con i miei germi e le mie idee.

Costruire le città a partire da noi stessi

Il quadro diventa ancora più spaventoso se pensiamo che potrebbero nascere presto persone che non sentiranno la necessità della città. Potrebbero stare a casa tutta la vita, e non sentire minimamente il bisogno di vivere al di fuori della dimensione domestica. L’uomo ha quasi raccolto tutti i tasselli del puzzle per esaudire il sogno dell’animale: provvedere a tutti i suoi bisogni senza sforzarsi e uscire dalla propria tana: la teledidattica, il lavoro a distanza, il sesso virtuale, etc. etc.

Questi giorni di quarantena mi sembrano la cartolina sbiadita di un possibile, prossimo futuro. Forse il trauma di vederci limitati nella nostra capacità di vivere è un bene, perché mi scuote dal piacevole processo di erosione graduale dei miei spazi della vita, un torpore al quale mi abbandono volentieri.

Per una volta la sirena sorridendo ha fatto vedere le sue zanne. E mi ha fatto paura. Mi risuonano i versi di una pasquinata affissa qualche giorno fa a Roma:

Ricorda, amico mio, la libertà
l’avemo come in dono ricevuta
costò più morti de morbi e povertà

E mi faccio molte domande senza risposta: Saremo in grado di lottare palmo a palmo per i nostri spazi? A pretendere di avere un luogo dove lavorare, incontrarci, litigare? Potremo costruirci da soli le piattaforme digitali che usiamo per comunicare e lavorare, possedere i dati che creiamo, modificarle secondo la nostra volontà? Avremo la forza di uscire dalle nostre stanze anche se non avremo un motivo di “assoluta necessità”, per qualcosa che non è esclusivamente legato alla nostra sopravvivenza animale?

Zanna Bianca, se non fosse uscito dalla sua tana, non sarebbe diventato Zanna Bianca; non avrebbe conosciuto la Natura, non lo avrebbero rapito gli indiani: sarebbe stato, al più, cibo per vermi senza nome.

Pietas, humanitas, aequitas

di Barbara Biscotti
(15.4.2020)

Ho preso l’abitudine, in questi giorni, di leggere ogni mattina, quando mi sveglio e mentre sorseggio il mio tè, qualche passaggio dei Pensieri del tè di Guido Ceronetti.[1]

Odi et amo: Ceronetti era un gran misogino; e oltre a ciò era anche sacerdote avvolto nelle tenebre senza speranza di un’ontologia del male; ma sono pensieri taglienti, sempre forieri di riflessione, i suoi.

Il secondo che si legge, aprendo il libro, è il seguente: “«E sarà spento ogni barlume di pietà dall’abitudine al raccapriccio» (orazione di Antonio in Giulio Cesare). Oggi in teatro questa battuta risuona come definizione del presente, dove il raccapriccio (i capelli drizzati) si spiana in un registrare meccanico del fatto raccapricciante, che eticamente lo disintegra. I veri raccapricciabili, in un pubblico spianato dall’Informazione sono mosche bianche.”[2]

Ecco, direi che nel gruppo che anima corpiepolitica si sono incontrati alcuni “raccapricciabili”: questo siamo, persone capaci di farsi muovere a pietà – di noi, degli altri, della società che siamo, del mondo che ci circonda –, perché sottrattesi in qualche modo allo spianamento attuato dall’Informazione. Accende la nostra pietas il destino dei morti non pianti, la solitudine cui sono soprattutto consegnati i più deboli, la ritualità annientata, che sia la funzione religiosa o l’aperitivo al bar poco importa, perché i molti riti quotidiani di ciascuno di noi sono ritmo, regola cadenzata che scandisce le vite e dà loro un senso.

Smuove la mia pietas filiale sentire al telefono la voce rotta di mia mamma che, complice l’artato deserto, è stata derubata della borsa mentre portava a spasso il cane (gli sciacalli appaiono invariabilmente all’odore della fragilità) e si sta faticosamente dibattendo da sola tra i mille impicci di una burocrazia che nemmeno la sovranità del virus vale a semplificare: l’ascolto raccontarmi che mentre apponeva le impronte digitali in comune per il rilascio della nuova carta d’identità, ha dovuto tenerle ferme con l’altra mano, perché le tremavano per l’agitazione. Una debolezza accresciuta che non posso nemmeno abbracciare. Attivo la cura delle parole, invio foto di fiori per messaggio, ma nulla è rassicurante, accogliente, dissolutivo come un abbraccio. Ancora Ceronetti: “I corpi li unisce il piacere, le anime la pena”. Non so distinguere tra corpi e anime, non mi appartiene questa divisione, ma qualcosa dentro di me intuisce che le anime, nella pena, traggono sollievo e piacere dalla vicinanza tra i corpi.

La pietas, insieme all’aequitas, è predicato della humanitas e nella mia mente di giusantichista sono scolpite a fuoco le parole di Ermogeniano riportate nel Digesto di Giustiniano (D. 1.5.2, Hermog. 1 iuris epit.): “hominum causa omne ius constitutum”, tutto il diritto è istituito per gli uomini.

Ora, nella situazione attuale ho come l’impressione che questa antica constatazione, se vogliamo lapalissiana, sia stata totalmente stravolta nei suoi equilibri: non il diritto al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio del diritto. Forse si è verificato un problema di ordine gnoseologico riguardo l’idea di “uomo” o quella di “diritto”.

Lo studioso di diritto romano Luigi Labruna[3] in relazione all’affermazione di Ermogeniano ha scritto “Il primo dovere di chi crea, applica, insegna, interpreta il diritto è quello di riflettere sui suoi fondamenti, sulla centralità dell’uomo rispetto alle leggi, che debbono essere prodotte al fine di garantire ed esaltare la persona umana, nella sua complessità…”. A proposito di tale “complessità” alla luce della quale va considerata l’idea di “uomo”, mi sovviene, mentre scrivo, la definizione di “salute” formulata, alla sua istituzione nel 1948, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità”; definizione, tra l’altro, ritenuta oggi datata da molti autorevoli studiosi, che ne propongono un aggiornamento in termini di “capacità di adattamento e di autogestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche, emotive”[4]. Alla luce di queste due definizioni, attualmente gli esseri umani non si direbbero proprio in salute; e non per effetto del virus, bensì perché i poteri politici sembrano aver dimenticato questi concetti fondamentali e aver trascurato una considerazione complessiva dell’uomo.

Ma anche la nozione di “diritto” è stata snaturata. Si è perso il senso di questa antropotecnica – “ars”, cioè “techne”, la definiscono i giuristi romani – e dei suoi fondamenti: ius, il diritto, condivide il radicale di origine con iugum, il giogo. Il diritto è giogo, aggioga le forze dirompenti, violente, dei singoli individui per orientarle in una direzione comune, per conseguire il bene comune; perché, come scriveva Hannah Arendt nel Denktagebuch[5], l’humanitas dei cives è “quella qualità umana che nasce soltanto nella societas”. Il ius è strumento che tiene insieme humanitas, societas, civitas ed aequitas; ma l’accettazione del giogo ha delle condizioni e prevede dei modi, prevede un consenso, almeno nei regimi democratici: “la sovranità appartiene al popolo”, recita l’art. 1 della nostra Costituzione; ma sulla sovranità e sui suoi rapporti con lo stato di eccezione ben più autorevoli autori si sono espressi. Mi limiterò ad affermare che nell’attuale situazione, con tutte le giustificazioni che ciascuno decide di accordare a essa, mi piacerebbe che qualcuno incominciasse a parlare di una “Fase 2” non solo dal punto di vista sanitario, ma anche istituzionale.

Sempre Ceronetti scrive “la «persistente, affannosa domanda» di Giustino Fortunato: che cosa vale, moralmente, l’Italia? continuerà sempre ad avere la stessa risposta: niente. Unica variante: meno che niente. Una nazione che moralmente non vale niente è un enigma… Non ha demone etico, non ha l’ombra: avrà valore di castigo, o lo chiama, tanta penuria?”.[6]

A volte la sconsolatezza tende a suggerire che Ceronetti abbia ragione.

Ma io non voglio crederlo, voglio nutrire, insieme ad altri, quel demone etico. Il mio modo di farlo è tornare ai classici e pensare che, affinché possa sopravvivere la libertas publica, coincidente con la vera securitas[7], è più che mai necessario che tutti si sentano chiamati a essere “magni viri”, cui “industria ac vigor adsint”[8].

Tacito, nel suo pessimismo politico, non confidava in una tale possibilità; ma lui viveva sotto il governo di un princeps legibus solutus.

 

Note

[1] G. Ceronetti, Pensieri del tè, Milano, 1987.
[2] G. Ceronetti, Pensieri cit., 11.
[3] Tra Europa e America Latina: principi giuridici, tradizione romanistica e ‘humanitas’ del diritto, in Roma e America. Diritto romano comune, XVII, 2004, 30 ss.
[4] M. Huber et al., How should we define health?, in British Medical Journal 2011, 343:d4163 (si veda anche la Carta di Ottawa del 1986, in cui, pur non fornendo una nuova definizione di salute, l’OMS stessa apre verso una riconsiderazione in termini più dinamici della nozione di salute).
[5] H. Arendt, Quaderni e diari, Vicenza, 2007, 225.
[6] G. Ceronetti, Pensieri cit., 24.
[7] V. G. Lopez, Libertas, in http://tuttoscorre.org/wp-content/uploads/2014/04/libertas.pdf.
[8] Tacito, Agric., 42.

[Interno mattina] [Interno primo pomeriggio] [Interno sera]

di Nicolò Zanatta
(14.4.2020)

[Interno mattina]
Sono seduto al tavolo della cucina, colazione appena terminata.

“Dovrei scrivere qualcosa per Corpi e Politica. Mi sento in colpa, non ho più fatto niente. Dai, ora mi metto e scrivo, magari su quell’idea del feticismo per il carabinierato. Allora-
Titolo, banale ma d’impatto? Ci penso dopo.”

Il fascino discreto del Carabiniere

Non dovrei eppure mi stupisco. Non dovrei aspettarmi nulla di diverso eppure non riesco ad accettarlo (“ho bisogno di musica per scrivere, dove sono finite le cuffie?”). Non posso concepire un così rapido, immediato e pericolosamente “naturale” appiattimento della popolazione verso le FFOO. Un’ossequiosa tendenza italiana al collaborazionismo più viscido con con qualsiasi forma di autorità ma verso la divisa. Basti pubblicare una cosa innocua (“A Martina dovevano arrivare dei libri ma ancora nulla, sta sentendo il corriere”) e in fondo priva di attriti come il nostro Vademecum (“qui inserisco il link”) che subito vengono innalzati gli scudi per proteggere i nostri poveri agenti. “Eroi”, “guerrieri”, “… in prima linea…”, “… ci proteggono…” come se fossimo in guerra. Una retorica ora usata anche verso tutti gli operatori sanitari, (“sono ancora in pigiama, forse dovrei vestirmi”) spesso come scusa per non migliorarne condizioni di lavoro: “visto? vi acclamiamo anche come eroi, ora non ci rompete le palle sui fondi mancanti e sulle attrezzature fatiscenti, non vorrete mica sembrare ingrati?”. Nel caso del carabiniere però è la costruzione di una dicotomia: una figura potente, valorosa, muscolare e al tempo stesso fragile, delicata ed esile tanto da necessitare di un continuo profluvio di carezze e coccole da parte di un pubblico (“dove volevo andare a parare con questa frase? mi vesto che magari mi viene in mente”).

Rileggendolo non mi pare male anche se va sistemato. Sono ancora in pigiama, sarebbe bene vestirsi. Devo anche andare a buttare la spazzatura. E ritirare i panni che ormai saranno asciutti… Non voglio perdere la concentrazione, forse il pezzo sul carabinierato lo tengo per il prossimo intervento. C’era quell’altra idea che volevo sviluppare sull’uso strumentale e meramente scenografico della Cultura durante la quarantena. Proviamo con quello, magari scorre più facilmente.

La società della spettacolarità (“5 minuti solo per trovare un titolo mediocre, iniziamo bene”)

Un Papa incede solitario di una piazza troppo grande per lui. Una macchia bianca in un mare di grigio-blu scuro, schiacciata da un cielo enorme. La scalinata sembra gigantesca, fuori scala, costruita per piedi e gambe molto più grandi di lui. Il Papa, la massima carica della Chiesa Cattolica Romana, è perso quanto lo potrebbe essere chiunque: Umano, troppo umano (“giusto, piazziamoci Nietzsche che non fa mai male con le robe di chiesa”). Limitati alle quattro, strettissime mura di questi arresti domiciliari globali, Arte e Cultura hanno ora solo lo scopo di distrarci, di distoglierci dal pensiero di guardare al nostro Presente e prendere coscienza effettivamente di ciò che sta succedendo. Nemmeno Piazza San Pietro a Roma in quanto tale è sufficiente, dev’essere catturata, ripresa e proiettata come se fosse un set cinematografico (“Dovrei scrivere su Google Docs, farlo direttamente nella mail è un po’ scomodo”), aspetto colto da molti nel mettere a confronto le immagini barocche del The Young/New Pope di Sorrentino e la diretta televisiva della preghiera di Papa Francesco del 27 Marzo 2020 (“devo assolutamente vestirmi ed andare a buttare la spazzatura, così mi levo il pensiero”)

Però sono quasi le 12, con cosa pranziamo oggi? Stranamente è da un po’ che non facciamo una pasta, Martina avrebbe voglia di pesto, potrebbe non essere una brutta idea. Mi metto a preparare.”

 

[Interno primo pomeriggio]

“Che frustrazione, ho perso completamente interesse nel continuare il discorso sullo spettacolo… ogni volta che mi metto davanti alla tastiera con lo scopo di scrivere qualcosa o di ragionare sulla contingenza, mi ribello contro me stesso e mi trovo a vagare, a perdermi in meandri inutili e perniciosi che non portano a nulla. Ciò che mi sta distruggendo di questa quarantena è l’assoluta impossibilità di raccogliersi, di porsi nelle condizioni di poter essere non solo immersi nei propri pensieri ma di poter dare loro ordine, di s-chiarire la propria testa. Ogni tentativo frustrato, ogni inizio distratto, ogni pensiero svanito. Potrei scrivere di questo? Magari è la volta buona che ne vengo a capo”.

Distratta-mente (“sto diventando un clichè vivente”)

Uscire di casa è una necessità non solo per quanto riguarda il prendere aria o la tanto vituperata e infantilizzata passeggiatina, quanto l’estrema necessità di una spazialità Altra rispetto a quella delle mura di casa. È il bisogno di (“Martina ha appena litigato con quelli della libreria”) porsi nella condizione di pensare in modo ordinato, di mettere in fila le parole. Costretti in 40 mq scarsi, l’ordine delle cose (“Ah! e ora tocca a Foucault”) prende il sopravvento sull’ordine delle idee. Non c’è più margine di manovra, non c’è più la possibilità di uscire da sè stessi per guardarsi da fuori e darsi una forma. La falsa retorica dell’epidemia come livella sociale è falsa anche per la componente intellettuale: lo spazio extra è privilegio sia quando è fisico che mentale (“mi manca andare in biblioteca a scrivere”). La disciplina nelle proprie abitudini è esercitabile nel momento in cui si ha la disponibilità di poterla mettere in pratica. È la libertà dal pensiero di aggiornare compulsivamente la pagina dell’INPS (“mi avranno accreditato i 600 € per le partite IVA?”), di togliere dai preferiti la sezione offerte di lavoro di Subito.it (“cercano braccianti, a questo punto vale la pena proporsi”), di mettere in agenda la necessità di ridiscutere il contratto di affitto della propria prigione (“speriamo la nostra padrona di casa sia comprensiva”). L’orizzonte è limitato materialmente, in tutta l’estensione di questo termine.

Ecco, questo mi sembra un buon tema su cui scrivere: l’impedimento nello scrivere. Forse un po’ masturbatorio ma ho il sospetto di non essere l’unico in questa condizione. Ci metto dentro anche gli attacchi degli altri articoli che avevo preparato e lasciato incompleti. In questo momento credo di riuscire a scrivere questo, a dare senso al mio pensiero solo inquadrandolo nella cornice di non riuscire a dargli senso. Vediamo che forma riusciamo potrebbe avere.

[Interno sera]

Sono ancora in pigiama.

Noia, rabbia e bivi esistenziali: in 30 mq meglio tenere lo schermo o il compagno?

di Anna Ghiraldini
(13.4.2020)

 

Nel 2020, a 31 anni, con uno smartphone iperperformante, connessa alla rete dalla mattina alla mattina seguente, la mia privacy annientata dalla vendita di dati tra google e social, le instagram stories e il riconoscimento facciale, sono colta da vera, profonda noia e tremendo, imbarazzante disagio quando sento il jingle di skype che inizia il suo motivetto polifonico; o quando accedo a teams e nel silenzio di un telefono che non squilla, attendo che si palesi il mio interlocutore (in genere, una manciata di pixel di docente con una libreria alle spalle – ma è capitato anche di peggio); o durante un hangouts, quando il primo che prende la parola copre la voce degli altri; o verso la fine di uno zoom quando, snervata dal rimpiattino tra le facce (e le voci) dei miei interlocutori, attendo con mestizia il prossimo giro di telelezioni e chiamate “di piacere”, in una logica senza fine. O quando l’interlocutore ti dice “togliamo il video così la connessione non salta” e ti ritrovi a interagire con uno schermo nero con una piccola foto in un bollino al centro. Alienante.

 

E se rompessi il telefono, andasse in burnout (anche) il computer, mi dimenticassi di versare l’obolo alla mia compagnia telefonica? E, insomma, se per almeno 36 ore non fossi raggiungibile, cosa potrebbe succedere? Mi sono trovata ad arrabbiarmi molto con la naturalezza con cui tutti, abili e meno abili, siamo passati alla vita (in)attiva via rete; con la leggerezza con cui è stata affrontata la questione smart- e tele- dando per scontato che tutti avessero una scrivania grande, una connessione a internet stabile, uno spazio, fisico e mentale, sufficiente allo studio e al lavoro.

 

Una cara amica mi ha raccontato che la fondazione per cui lavora le ha fatto recapitare uno schermo da 24″ per poter lavorare da casa (!) e lei si trova nell’impossibilità di poter tenere sia lo schermo che il compagno con cui convive nei 30 mq di appartamento (ed è tuttora molto indecisa su chi scegliere).

 

Ho avuto lunghe e infervorate chiacchierate con amici che risiedono in Italia, Inghilterra, Germania, Giappone, Spagna e tutti gli italiani e gli expat (che, comunque, qui non hanno intenzione di tornare), hanno ribadito la loro piena fiducia nel lavoro delle istituzioni, la loro accettazione incondizionata della reclusione, il loro plauso alle forze dell’ordine “perché si sa che in Italia la gente sta a casa solo se costretta con la forza”, il loro stigma nei confronti dei runners – salvo poi masticare frasi come “fortuna che abbiamo il balcone” o “oggi il ciclamino mi ha detto che una signora è passata per andare in farmacia tre volte” durante un aperiskype. Sia chiaro: questo non sta ridefinendo la psicogeografia delle mia amicizie; considero i miei amici vittima del canale di informazione sbagliato, troppo dentro alla questione per poter essere oggettivi. E io in questo momento sono all’estero ed esco di casa senza autocertificazioni e limiti di distanza dalla porta di casa, insomma sono in una posizione privilegiata.

 

Ho firmato petizioni per la riapertura di università, archivi e biblioteche perché la mia ricerca dottorale è bloccata. Andiamo, che affollamento ha un archivio? Quando ci sono tre consultanti in contemporane abbiamo ben che esaurito le scrivanie a disposizione.
 

Per quanto concerne la materia cui più sono vicina ora, ovvero la didattica a distanza, purtroppo temo che questo innovativo e avveniristico modo di fare lezione potrebbe diventare prassi. Banalmente, penso non solo agli studenti che si vedranno sollevati dal prendere parte fisicamente a lezioni in aula ma anche ai genitori che si chiederanno perché mantenere i figli in una città diversa quando possono rimanere a casa, tanto gli basta seguire i corsi online.

 

Credo che ad Architettura, con la sua struttura laboratoriale e i lavori di gruppo, questo sia inapplicabile; ma docenti ai quali non interessa l’opinione degli studenti o che non hanno mai avuto interesse nel leggere nelle loro facce espressioni smarrite e interrogative (avrei qualche esempio in mente…) troveranno nello strumento della lezione online un modo per fare didattica che ben si confà alla loro incapacità di provare empatia per i loro studenti.

 

E temo parimenti i danni provocati dai “speriamo tutto torni presto come prima” (COME PRIMA???) e le lesioni psicofisiche da distanziamento sociale.

L’importanza della amicizia politica, quando tutto è deserto e paura

di Alejandro Nanni
(13.4.2020)

 

Ormai sembra non esistere un passato in cui non eravamo rinchiusi, quando potevamo passare le nostre giornate nella frenesia generale – ce ne ricordiamo? aveva il suo fascino.

 

Ho sentito persone lamentarsi perché c’è chi vuole fare sport in questo momento emergenziale, quando in vita sua non si è mai impegnato veramente in attività sportive. Ma io personalmente che ho 18 anni sono uno sportivo e devo dire che la mancanza della pallacanestro svolge un ruolo importante nel mio umore e nella mancanza di stabilità mentale in questo periodo. Provo un senso di forte sdegno nei confronti di chi incolpa del tanto temuto aumento di contagi le persone che vanno a correre o vogliono fare attività fisica.

 

Ma c’è di più. Comincia a farsi sentire la completa assenza di rapporti e relazioni con persone che non siano familiari o compagni di cella. Sembra quasi scemare la capacità di parlare e interagire, anche solo per via telefonica, con persone con le quali ormai non si ha più contatto da tempo. Se non ci si attiva, se non si cerca di canalizzare il proprio potenziale e la propria attività cerebrale in un progetto collettivo, nel ragionare e non di subire passivamente l’attuale situazione, si rischia che il nostro organo più importante si atrofizzi, lasciandoci in completa balia dei prodotti che servono a “distrarci” e distruggere ogni nostro senso critico – i prodotti di macabro ‘intrattenimento’ ai quali spesso ammetto di cedere – o in balia della disperazione che viene dal senso di impotenza, dall’incapacità di poter cambiare le cose.

 

Ora più che mai bisogna selezionare le amicizie, quelle che possono contribuire alla sinergia che questo momento necessita. Immagino sia accaduto a molti ma mi sono accorto di quanto poche siano le persone che conosco che hanno la capacità di non rimanere fissi nelle proprie idee e che soprattutto riescono ad avere un’opinione che sia frutto di un ragionamento che vada oltre alla ricerca della tanto agognata salvezza sanitaria personale. Mi sono anche ritrovato a dover leggere, in una discussione, che è stato corretto da parte del governo non affidarsi al buon senso dei cittadini, dato che sembrano non averlo.

Per tutte queste ragioni la ricerca dell’ “amicizia politica” è fondamentale come mai prima d’ora per evitare di ritrovarsi soli a combattere persone che sostengono che la politica non serve e che le opinioni ora non hanno un senso (ovviamente se non allineate all’infallibile e indiscutibile Verbo della Scienza).

Purtroppo ho constatato che è difficile trovare miei coetanei, non ancora universitari, che abbiano voglia di informarsi veramente e approfonditamente, andando oltre alle notizie che vengono servite loro quotidianamente su un piatto d’argento. Perfino tra i miei compagni che hanno frequentato il liceo classico, che dovrebbe aiutare a sviluppare maggiormente un senso critico, quest’ultimo sembra mancare completamente.
La sensazione che ora sento forte è un insieme di paura per il futuro inteso come evoluzione mentale della mia generazione, e di rabbia per le affermazioni insensate e tipiche dell’attitudine alla “servitù volontaria”.

“Ma se non ha niente indosso!” – disse una bambina

di Tristana Dini
(da Effimera. Critica e sovversione del presente, 9.4.2020)

Mi è difficile scrivere. Difficile usare parole che non feriscano qualcuna o qualcuno, e trovare parole che non siano inutili. In questi giorni si sono contrapposti morti a morti, vite degne a vite meno degne. Mentre scrivo desidero tenere conto – oltre che delle persone che sono morte per il covid 19 – di tutti gli uomini e le donne per i quali il discorso secondo cui la malattia colpisce “solo” chi è anziano o ha altre patologie o è immunodepresso è stato ad ogni passaggio televisivo, ad ogni titolo letto su internet, una coltellata. Sentire di essere un numero dentro una statistica e che quel numero può essere una condanna a morte suona terribile. Sentire che la società in cui vivi può decidere che la tua vita sia sacrificabile rispetto a quella di qualcun altro è orribile. Pensare questo dei propri cari non lo è di meno, anzi.

Né posso certamente contrapporre morti a morti, allora vorrei provare ad “aggiungerli”, non per arrivare ad una somma, ma per allargare la percezione della vulnerabilità, per andare fino in fondo al giusto orrore per la sacrificabilità di alcuni, pochi o molti che siano. Insegno da due anni in un ospedale oncologico e se c’è qualcosa che ho imparato lì è l’importanza di ogni singola persona, di ogni ragazza e di ogni ragazzo, di ogni bambina e di ogni bambino,  di ogni singola vita. Sto imparando lì l’importanza di “come” si vive con la malattia, di “come” si può guarire e tornare a vivere, ma anche – ahimè – di “come” si muore. Allora per non contrapporre morti a morti bisogna tenere “conto” della vulnerabilità di ogni singolo cercando di non lasciare fuori nessuno.

Ma appena metto al centro questa vulnerabilità “allargata” in tutte le sue forme, appena ne provo ad ampliare la percezione, mi fa male pensare che questo paese, questa società non si sia fermato di fronte all’aumento di tumori in tutte le fasce d’età, ma soprattutto nelle creature piccole. Da subito il mio primo pensiero è stato: ma allora si poteva fare, si poteva fermare tutto! Perché non si è fatto? Perché le lotte che hanno denunciato la relazione tra “biocidio” e aumento di patologie oncologiche in Campania hanno faticato a venire ascoltate? Perché si finanziano poco quelle ricerche epidemiologiche che consentono di individuare i fattori che incidono sull’incremento dei tumori? Perché non si investe di più sulla prevenzione puntando alla trasformazione della nostra società e del nostro rapporto con l’ambiente per ridurre o eliminare questa patologie? Come mai in quel caso desiderio di salute dal basso e decisioni governative dall’alto non si sono incontrati, ma anzi scontrati anche violentemente? Una risposta – parziale – mi è venuta dall’idea che il tumore non è contagioso. In realtà ogni “sventura” – come la chiama Simone Weil – condanna chi ne è afflitto e in quanto tale viene respinta, dunque evoca sempre il contagio. Ma la “sventura” si può nel caso del tumore recintare, confinare, relegare alle vite di chi incontra questo dramma. Ci si può voltare dall’altra parte.

Invece il contagio diventa un vettore e un acceleratore incredibile di dinamiche di potere, esso produce un doppio effetto immediato, vista l’intensità, la velocità e la diffusione che lo caratterizzano. Da una parte diffonde uniformità nelle persone sulla base della paura (ognuno ha avuto paura di venire contagiato – anche grazie ai media che ci hanno tenuto a diffondere l’idea che non era vero che morissero e si ammalassero “solo” gli anziani, ma anche i giovani e i bambini – oppure di contagiare i propri cari). Dall’altra parte il contagio permette da secoli di creare “stati di eccezione” in cui i governi possono revocare le libertà individuali e sperimentare tecniche di disciplinamento dei corpi. “L’epidemia – come dice Benasayag – è il sogno di ogni tiranno, tutti diventano obbedienti per volontà propria”, “si crea questo godimento di obbedire che lega chi obbedisce al tiranno“, perché il “biopotere” funziona così, si aggancia ad una dimensione interna al soggetto.

Dunque la scelta politica italiana – almeno apparentemente – sarebbe stata quella di farsi carico di tutte le vite, o meglio, di tutte quelle affette da coronavirus. Ma in realtà visti i pochi posti in terapia intensiva, questa scelta lo stato non ha potuto assumerla su di sé e l’ha completamente rovesciata sulla popolazione, nel timore che si vedesse il re nudo, ovvero apparisse evidente quello che ogni italiano sa da tempo per averlo vissuto sulla propria pelle e cioè che un sistema sanitario nazionale di tutto rispetto è stato sottoposto a tagli incredibili negli ultimi venti anni a vantaggio – tra l’altro – del settore privato.  Sulle prime è sembrato che i cittadini prendessero sul serio questo compito sviluppando un senso di solidarietà diffuso, ma molto presto si è capito che la strada che stavamo prendendo non era quella della presa in carico della reciproca vulnerabilità, ma quella del “terrore a mezzo stampa”, della contrapposizione reciproca, del sospetto e della paura.

Scaricare sui cittadini la responsabilità di prendere in carico tutte le vite si è rivelata presto – inoltre – un’operazione impossibile, illusoria perché da qualunque lato tu la prendi, restano fuori dal conto gli altri morti, le altre sofferenze, le altre vulnerabilità e dunque il discorso non fila, perché non ci possono essere “morti più morti di altri”. Bisognerebbe allora aggiungere la vulnerabilità di chi non ha potuto più recarsi in ospedale per paura di contrarre il virus e che potrebbe riportarne conseguenze gravi, di chi non ha potuto usufruire degli screening di prevenzione di molte malattie a causa degli ambulatori chiusi, per non parlare del “prezzo” psichico, economico, sociale che molti hanno cominciato a pagare da subito, e ogni giorno che passa sempre più persone pagheranno. Poi, a voler estendere per davvero questa idea di vulnerabilità, a voler allargare l’orizzonte della cura quasi a moltiplicarla all’infinito non ci si può limitare all’umano. Come nota Cristina Morini – riprendendo Haraway – questa pandemia ci pone davanti ad uno scenario di lutto con cui già altri esseri si confrontano da tempo se il Living Planet Index del 2018, principale indice statistico dello stato di biodiversità sulla Terra, ha tracciato una perdita del 60% dei vertebrati tra il 1970 e il 2014. Allora io chiedo: la strada tracciata in questi giorni è quella dell’“empatia, simbiosi, simbiogenesi”? Ci troviamo di fronte ad un’estensione della cura “intesa come responsabilità collettiva che coinvolge tutti i corpi, tutti indistintamente importanti, tutti indistintamente mortali”? Per niente, purtroppo.

Nelle ultime settimane ho visto il nostro paese percorso da un terribile odio, dall’irrazionale disprezzo verso gli altri. Io stessa sono pervasa da un’enorme rabbia, dovuta al fatto che – a fronte di una totale assenza di assunzione di responsabilità da parte di chi ci governa in merito alle politiche sanitarie che ci hanno condotto fin qui – mi/ci è stato chiesto moltissimo, troppo. Rinunciare ai nostri corpi, alla possibilità di muoverci, rinunciare alla possibilità di incontrarci, di riunirci, lavorare, oziare quando lo decidiamo noi, a tratti rinunciare alla possibilità di pensare e parlare. Tutto ciò imposto nella maggior parte dei casi con il più bieco autoritarismo, con una militarizzazione di alcuni territori, metodi polizemergenza, governoieschi e con un inquietante consenso totale nel paese costruito grazie ad un uso criminale dei mezzi di informazione. Si sono utilizzate metafore di guerra che hanno trasformato un “problema di salute pubblica in uno scenario di protezione civile” (Gianni Tognoni), uno scenario in cui i cittadini si sono sentiti arruolati in una lotta senza quartiere contro un nemico invisibile, che proprio perché non è da nessuna parte potrebbe essere dappertutto. “Il nemico può essere chiunque, anzi il nemico è la vita in sé, dal momento che i virus su questo pianeta sono la forma di vita più diffusa” (Angela Balzano).

Il re è nudo, dunque: viviamo in una società neoliberale che ha smantellato i sistemi sanitari pubblici nei nostri paesi. È questo che mette in pericolo la nostra salute, perché anche se è vero che le risorse di uno stato non sono mai infinite è anche vero che la quantità maggiore di ospedali, medici, posti in terapia intensiva permette di non trovarsi davanti a scelte terribili. Oggi chi ci governa e ci ha condotto verso questo baratro ci chiede di rinunciare alle nostre libertà individuali e alle forme democratiche senza un chiaro limite temporale, senza un piano minimamente trasparente di come verrà gestita una situazione che – pur nella sua drammaticità – va avanti oramai da parecchio tempo (dunque l’alibi dell’effetto sorpresa lo possiamo ritenere scaduto, se mai ha avuto valore a fronte di una pandemia prevista e immaginata da tempo). Ci viene chiesto di entrare in una crisi economica senza precedenti per questo danno commesso non da noi. Se accettiamo di addossarci per intero questa responsabilità senza reclamare da chi ci governa che si assuma le proprie fino in fondo, domani ci verrà chiesto allo stesso modo di pagare noi – uno per  uno – i costi della sospensione di questi mesi. Allora mi piacerebbe che invece di urlare a chi cammina in strada di stare a casa dirigessimo quella rabbia verso chi ha causato questa situazione e prendessimo nota di ogni cosa per il futuro, ma un futuro che cominci da domani.

Non possiamo assolutamente rassegnarci al fatto che bisogna scegliere tra uguaglianza e libertà, tra salute e libertà, tra salute e democrazia. Che cos’è questa democrazia, mi si dirà? Non l’abbiamo sempre decostruita, contrastata, non ne abbiamo sempre evidenziato i limiti? La democrazia è quello spazio che mi permette di scrivere adesso, quello spazio di attrito tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, che mi permette oggi di coltivare la nostalgia per la libertà, gli incontri, le relazioni. In quest’ultimo mese questo spazio si è ridotto in certi momenti fino a farsi sottilissimo, fino quasi a togliermi il respiro. Per fortuna ho scoperto che la rabbia e la preoccupazione non era soltanto mia, ho potuto condividerla con altre e con altri. “Proprio di fronte a crisi di questo tipo è necessario pensare a come socializzare la rabbia e renderla politica. La rabbia verso uno stato che doveva tutelare la salute pubblica e invece ci sta portando verso una crisi economica dalle dimensioni imprevedibili” (Sara Gandini). La democrazia è lo spazio entro cui giocare il desiderio che si apra un orizzonte di vita anche in un momento così cupo. Quello spazio che permette di rivendicare libertà e vita per quelli che stanno perdendo il lavoro, per i lavoratori e le lavoratrici in “smart working”, per i detenuti, per i senza fissa dimora, per i bambini chiusi in casa da un mese senza un motivo razionale se non quello di presupporre ormai l’incapacità degli italiani di autoregolarsi, per gli immigrati, per una società ecosostenibile che provi a “tenere conto” di tutti i viventi…

Uno spazio in cui reclamare una stampa responsabile non votata al terrore, in cui esigere un piano coerente e trasparente di gestione di un problema sanitario, in cui guardare con maturità agli scienziati ed esperti, non come a delle figure ieratiche che debbano darci prescrizioni per il nostro futuro, ma come a persone che lavorano per scienze non esatte avvolte in nessi di sapere-potere. Ma la battaglia più importante adesso consiste nel rivitalizzare i nostri corpi, uscire prima possibile, radunarsi – pur con le dovute precauzioni – perché la “fase due”, così come tutte le successive, non può essere scritta solo dal manovratore, ma deve nascere dal confronto con le nostre pratiche politiche, e le pratiche politiche non emergono dalle tastiere dei computer. Non ha senso attendere un tempo senza virus, un tempo puro, sano, dobbiamo negoziare da subito le condizioni e le forme delle nostre vite “con il problema” (Haraway).

 

RIFERIMENTI

 

http://effimera.org/covid-19-rendere-politica-la-rabbia-di-sara-gandini/?fbclid=IwAR3G33uB_g4W57n25K6mNYxKVH6agLfF8s75NAQpf1dfr4g2XXAm5rc08

http://effimera.org/elogio-del-mostro-e-dellamore-in-un-pianeta-infetto-di-cristina-morini/

https://www.dinamopress.it/news/lincubatrice-mostruosa-sars-wars-cov-2/?fbclid=IwAR2zzrnSzRhpdA4l0TfjD0uJoFnXQTZY5g66khv-Yuo05ttBgHYdnO5GwLE

http://www.inchiestaonline.it/welfare-e-salute/gianni-tognoni-il-coronavirus-e-un-problema-sanitario-non-un-nemico-di-una-guerra-misteriosa/?utm_campaign=shareaholic&fbclid=IwAR1FUugR1HJKw6Se6MiOKrp-q96xQApHv19GZiu9eOwtq0DghnM4_5_8tD8

https://contropiano.org/news/cultura-news/2020/03/13/unepidemia-e-il-sogno-del-tiranno-tutti-diventano-obbedienti-per-propria-volonta-0125130?fbclid=IwAR0aN3I4WNNdNIOZbMMEbESUNveCMyTXk55bh-3I1Tji8giwEG5dZMO-z2Q

https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/04/coronavirus-nell-aria/

Brunelleschi suoni la carica!

di Giacomo Confortin (12.4.2020)

Purtroppo è vera la vicinanza dei ‘molti’; di chi, più o meno beato, sguazza nell’attesa del puntuale grugnito ministeriale della sera. Ma davanti il televisore, l’assopimento di classe non è mai stato parte degli altri pietosi fenomeni domestici, quali la cura del microonde e del tostapane. Di certo è nato prima l’impulso a cedere le proprie opinioni politiche rispetto ai mezzi (oggi nemmeno troppo taglienti) per conquistarsele. Eppure, gli spettatori sono vuoti di tutto ma non della forza di ribadire che si sentono tutt’affatto pieni.

La lunga vita del Corona Virus si sta ripiegando al microcosmo: prima colorava le vie geopolitiche del pianeta; poi popolava di uomini armati le strade, cambiandosi in Corona Digos; e infine dimostra la personale schizofrenia – Corona Sméagol – nei rapporti all’informazione.

Se il mondo nuovo esige nuove lotte, che fare?

Ricostruire un mondo ‘vecchio’! Forse il mondo prima che le Muse dello Scherzo di Leopardi perdessero la lima – quelle stronze! Studiare, è senz’altro la risposta dal canto mio, non per culto indolente dei preparativi alla battaglia, né in ritirata passatista. L’alibi è nato logoro. Ma un’immagine può essere Brunelleschi, che torce lievemente il corpo di Cristo in croce, quasi perché crei da sé uno spazio comune, percorribile, attorno alla scultura.

Ricondurre al noto, al patrimonio civile da riscoprire per tale, gli elementi scatenanti del discorso politico significa rompere il guscio individualista di noi presunti appestati, inspessito a tradimento per decreto-legge.

Insomma ognuno deve suonare la carica con le sue proprie parole. Altrimenti, useremo il Crocefisso di Brunelleschi come ariete per assaltare il forno del pane.

Quindi da fare c’è. Da queste pagine anche un lotta per immagini – e nuove voci, costellazioni più profonde, e via così. Non sarà breve questa avventura!

 

Il conflitto interpella l’intelligenza dei corpi

di Peppe Nanni
(11.4.2020)

La sospensione di ogni attività culturale decretata dal governo in via amministrativa non è dovuta solo all’insensibilità governativa: è giusto riconoscere che il senso comune percepisce come irrilevante e superfluo qualsiasi sforzo di approfondimento, considerato un optional rinunciabile. Ma una causa determinante risale anche all’abdicazione degli intellettuali da qualsiasi responsabilità nella determinazione delle scelte politiche, nell’indifferenza civile spesso contrabbandata come neutralità o come generica predica moralistica. La caduta di ogni tensione radicalmente trasformativa, l’accettazione del gergo semplificato della comunicazione massmediale, il decadimento dell’arte, non più attrito sovversivo e rottura delle forme date ma collezione di performance innocue. Siamo usciti dal Novecento ma per tornare indietro, con una cultura garbatamente disimpegnata quando non piegata in posa penitente per aver osato troppo e comunque incapace di reggere un conflitto strutturalmente impiantato per il cambiamento e il superamento ‘dello stato attuale di cose’. E infatti non esce nessun grande libro, i luoghi della politica sono occupati da un tipo umano residuale e improbabile, la politica non abita più qui, nelle istituzioni senescenti occupate da logiche privatistiche e, come vediamo in diretta, da cecità strategica, da analfabetismo progettuale.

Sono passati pochi anni da quando un organizzatore del Salone Internazionale del Mobile così spiegava la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano: “Non so come, ma le idee che vengono messe in scena danno poi forma al design, ai nuovi modelli che noi produciamo”. Oggi non solo Regione Lombardia si vanta di proibire la riapertura delle librerie (Amazon ringrazia) ma l’Associazione Costruttori può candidamente dichiarare: “Da pazzi preferire la cultura all’edilizia”. Il problema non riguarda solo chi confonde l’esercizio del pensiero con la prontezza nel risolvere i cruciverba domenicali. E’ disattivata la funzione intellettuale e l’inerente attitudine a provocare trasformazioni radicali, tangibili, materiali non è più percepibile, mentre una concezione riduzionista della cultura inaridisce perfino il percorso dei troppi studiosi incanalati lungo la filiera del più estenuato specialismo.

Eppure: esiste una domanda esigente di senso, forse confusa ma diffusa, che non trova un’offerta adeguata o incontra solo relitti di identità ideologiche spente, che riepilogano la stanchezza di formule scontate, incomprensibili per le nuove generazioni. In un mondo che parla di virus, di reti, di esodi migranti, il conflitto chiama a nuove forme, interpella direttamente l’intelligenza dei corpi, vuole un’immaginazione capace di contenere le pulsioni traboccanti ma intramata di concreto senso storico.

Non abbiamo risposte ma possiamo intuire la direzione, se facciamo di noi stessi un laboratorio sperimentale, se accettiamo che la partita attraversi le nostre vite. L’intenzione alta di Machiavelli, applicata alle battaglie immediate, che possiamo fare subito. Con il gesto che rompe l’unanimismo da reclusi, con il rovesciamento delle telelezioni in occasioni di paideia orizzontale, con l’adozione di un metodo che rompe gli steccati disciplinari e nega la separatezza dispotica delle ‘competenze’, come già stiamo facendo in Corpiepolitica quando scrutiniamo materiali scientifici (vedi l’invito a ‘fare scienza dal basso’ ).

Un tentativo che non cerca di esprimere quello che sappiamo già ma di proteggere invece lo slancio comune per raggiungere nuova conoscenza e nuova determinazione politica, di comprendere in maniera attiva quello che sta già succedendo in noi nella pressione della svolta in atto.

Al ballo mascherato della viralità. Sull’obbligo di coprirsi la faccia anche quando non serve

di Wu Ming
(da Giap, 8.4.2020)

Perché da un po’ di giorni ce la stanno menando così tanto con la mascherina? Perché alcune ordinanze regionali l’hanno già resa obbligatoria quando si esce di casa, nonostante medici, scienziati e la stessa OMS ripetano che indossarla ovunque è improprio e persino rischioso? Perché politici e amministratori si fanno fotografare accanto a cargo pieni di mascherine? Che scontro politico c’è intorno alla mascherina? Che ruolo avrà la mascherina nella cosiddetta «Fase 2» dell’emergenza coronavirus? Proviamo a fare il punto.

 

«Le mascherine erano pantomima». Così scrivevamo il 25 febbraio, nella prima puntata del nostro Diario Virale. In quell’epoca remota, poteva sembrare un’affermazione troppo netta. Gli ultimi dieci giorni di emergenza dimostrano invece quanto fosse precisa.

Dai titoli dei giornali – Repubblica su tutti – a proposito del «virus che circola nell’aria», alle ordinanze sull’obbligo di uscire mascherati, fino alle promesse a mezzo stampa di distribuire al popolo milioni di mascherine: intorno ai dispositivi di protezione individuale monta uno spettacolo sempre più evidente.

La prima puntata del Diario insisteva, poche righe più sotto:

«Comprare la mascherina era un modo per sentirsi efficienti, pronti alla battaglia. Omologati e quindi più sicuri. Era il desiderio per un oggetto solo perché lo desiderano gli altri. Un mix di consumismo e paranoia. La mascherina era l’equivalente individuale, personal, delle “misure di prevenzione” imposte alla cittadinanza. Contava il gesto: come certi eroinomani che rimangono dipendenti dal buco, anche senza iniettarsi la roba. Pura funzione apotropaica. Un talismano.»

Anche questo passaggio poteva suonare ardito, e oggi ancor di più. «Ma come vi permettete di definire “un talismano” le misure di prevenzione, quando ci sono decine di migliaia di morti da Covid19 e migliaia di contagiati in terapia intensiva? Forse che dovevano restare aperte le scuole, i teatri, i bar di quartiere?»

Sostenere che un gesto ha una dimensione teatrale non significa negare che abbia anche altre ragioni, oltre a quelle più spettacolari. L’agire sociale ha sempre una componente teatrale: guardare ed essere guardati, invidiare, sedurre, attirare e distogliere l’attenzione. Non siamo dualisti, né crediamo all’opposizione tra natura e cultura, quindi non ci interessa distinguere, nelle misure di contenimento del contagio, gli aspetti scientifici da quelli “di facciata”. La mistificazione avviene quando si pretende di fornire una giustificazione tecnica per un provvedimento politico, usando a sua volta la scienza come una maschera per coprire altri interessi.

Chi sostiene che il contenimento del contagio impone di stare a casa fa esattamente questo, perché il contagio si contrasta con la distanza fisica tra i corpi, non c’entrano le case, che sono ambienti chiusi, favorevoli al diffondersi delle malattie, dove una certa distanza è pure difficile da mantenere. È questo a rendere teatrali il divieto di frequentare i parchi, le multe per passeggiata clandestina, le mascherine indossate all’aperto e i camion dell’esercito per trasportare le bare. I morti c’erano, e c’era la necessità di seppellirli fuori dai cimiteri della Bergamasca, ma la scelta di quel mezzo di trasporto, tra i tanti possibili, ha una giustificazione teatrale che non può essere negata.

Ed è spettacolo anche il divieto di celebrare i funerali, perché si potrebbero trovare mille modi per farlo lo stesso, almeno con i parenti stretti, a debita distanza, come del resto hanno scelto di fare altri paesi. Vietare i funerali è solo un modo di alzare l’asticella della tragedia: se non possiamo nemmeno piangere i morti al cimitero, allora siamo pronti per accettare qualunque obbligo. Vale tutto.

Da qualche giorno le mascherine sono la nuova frontiera del teatro d’emergenza. Di sicuro a Palazzo Chigi stanno valutando se imporre l’obbligo di mascheramento su tutto il territorio nazionale. Lombardia e Toscana lo hanno già annunciato. In alcuni comuni, come Trino Vercellese, è stato introdotto già da tempo, con multe per chi non lo rispetta. Idem nella provincia autonoma di Bolzano, dove hanno illustrato la misura in maniera davvero eloquente: «Coprire la bocca ed il naso – si legge nel comunicato stampa – divengono quindi un dovere sociale. Si tratta di un segno necessario e tangibile di responsabilizzazione reciproca».

Allo stesso modo, l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, in collegamento con Agorà, su Rai 3, ha sostenuto che «la mascherina da oggi in poi sarà semplicemente un gesto di buona educazione»
. E il virologo Fabrizio Pregliasco, in un’intervista sull’Huffington Post: «Le mascherine danno un senso di sicurezza».

Un segno, un gesto, un «senso di sicurezza». Il dress code per partecipare al Ballo Mascherato del Coronavirus. Al punto che chi non possiede una mascherina viene invitato, da alcuni amministratori, a coprirsi con una sciarpa o un foulard. Nonostante proprio questa pratica venisse scoraggiata nelle FAQ del Ministero della Salute:

«Non è consigliato l’uso di maschere fatte in casa o di stoffa (ad esempio sciarpe, bandane, maschere di garza o di cotone), queste infatti non sono dispositivi di protezione e la loro capacità protettiva non è nota.»

La frase compariva sotto alla domanda 6: «Devo indossare una mascherina per proteggermi?». Nella versione più recente, il riferimento alle sciarpe è scomparso. Chissà perché. Tuttavia, si legge ancora che

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se sospetti di aver contratto il nuovo Coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti o se ti prendi cura di una persona con sospetta infezione da nuovo Coronavirus. […] è possibile che l’uso delle mascherine possa addirittura aumentare il rischio di infezione a causa di un falso senso di sicurezza e di un maggiore contatto tra mani, bocca e occhi.»

Quest’ultima frase è tradotta dal Q&A dell’European Center for Disease Prevention and Control.

Più sotto, in risposta alla domanda 7 – «Come devo togliere e mettere la mascherina» – si dice che

«le mascherine in stoffa (es. in cotone o garza) non sono raccomandate.»

Quindi, immaginiamo, a maggior ragione non saranno raccomandate le bandane.

Ecco allora che sindaci e governatori provano ad aggirare il problema di chi non ha la mascherina e non la può comprare, perché non se ne trovano in giro. Scattano così gli annunci di distribuzione gratuita. Annunci che fin da subito creano problemi, disguidi, inutili assembramenti di persone a caccia dell’ambito oggetto del desiderio. Un mix di impreparazione e tragedia che è lo specchio esatto di come l’Italia sta gestendo, fin dall’inizio, quest’emergenza sanitaria. Con la complicità di giornali che rilanciano notizie non ancora confermate, nella solita gara a chi arriva prima on line.

Ieri, 7 aprile, Repubblica Bologna titolava: «Mascherine gratis per tutti da domani». L’articolo, più volte rimaneggiato nel corso della giornata, sosteneva che sarebbero state distribuite in farmacie, edicole e tabaccai. Oggi, 8 aprile, il quotidiano corregge: «Da giovedì, due milioni di mascherine gratuite davanti ai supermercati e alimentari».

Nell’articolo del 7 aprile, è significativo soffermarsi sulle dichiarazioni dell’assessore Donini: «Avendo delle scorte nei nostri magazzini, ci siamo resi conto che ci potevamo pemettere di iniziare subito la distribuzione nelle farmacie per i cittadini». Viene da chiedere: come mai «avendo delle scorte» vi siete «resi conto» proprio adesso che potevate regalarle al popolo?

Non abbiamo potuto rivolgere la domanda direttamente a Donini, ma più avanti cercheremo la risposta. Un primo indizio è il commento del governatore Bunazzén alla notizia che Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ha imposto l’uso della mascherina nei luoghi pubblici del suo comune, uno dei meno contagiati di tutto il Nord Italia: «Noi siamo abituati a parlare con i fatti, e così proviamo a fare anche questa volta. Mettiamo subito a disposizione le mascherine a tre emiliano-romagnoli su quattro. Senza proclami, facciamo ciò che è necessario per fermare il contagio». Singolare che l’espressione «senza proclami» compaia in quello che è, a tutti gli effetti, un proclama.

Di certo, le parole del governatore dimostrano che è in corso una battaglia politica e che le mascherine vengono usate alla stregua di volantini elettorali. Tanto varrebbe stampigliarci sopra la faccia del munifico donatore. E pazienza se si tratta di mascherine chirurgiche, monouso, da buttare dopo il primo utilizzo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo Q&A sul coronavirus, dice esplicitamente che

«se non hai i sintomi del Covid19, soprattutto tosse, o non ti stai occupando di qualcuno che li ha, allora stai sprecando una mascherina».

E sottolinea l’importanza di un «uso razionale delle mascherine chirurgiche per evitare l’inutile spreco di preziose risorse e il loro utilizzo scorretto».

Interpellato da Ed Yong per un articolo su The Atlantic, il professor Joshua Santarpia ha puntato il dito proprio sulla difficoltà di usare bene la mascherina da parte della gente comune, col risultato di aumentare il rischio di contagio:

«Invece di proteggerti, ti sei messo in faccia qualcosa che ti spinge a toccarti il viso, o a toccare l’esterno della maschera, che magari è infetto. Hai creato un rischio per te stesso e te lo sei messo dritto in faccia».

L’autore del pezzo – che più volte ha sostenuto la necessità di misure anche molto impopolari di lockdown – scrive con grande onestà che «In Asia, le mascherine non sono soltanto uno scudo. Sono anche un simbolo. Sono un’affermazione di senso civico e responsabilità. Le mascherine possono essere il segnale che una società sta affrontando seriamente la pandemia».

Da tutto questo, appare chiaro che mancano fondate motivazioni scientifiche per imporre l’uso della mascherina ogni volta che si esce di casa. Con buona pace del governatore Fontana, che si è giustificato dicendo «Ho preso questa decisione perché tantissimi scienziati ci dicono che è più opportuno», ma affrettandosi ad aggiungere, nella stessa frase, «e in ogni caso più rispettoso verso gli altri».

D’altra parte, come abbiamo detto, nessuna scelta politica si riduce a una motivazione scientifica, per quanto incontrovertibile. E in questo caso si tratta pure di una questione sulla quale «tantissimi scienziati» dicono l’esatto contrario di quanto imposto dalle ordinanze.

Il margine del teatro, quindi, si fa più ampio. E dunque: quale sarà la vera motivazione di questo ballo in maschera? E perché si è scatenato ora, quando il contagio rallenta, mentre sarebbe stato più normale aspettarselo nei giorni della lunga salita verso «il picco»?

Le risposte possibili sono più d’una.

Anzitutto, c’è una questione d’immagine. In un momento come questo, dove tutto lo spazio politico e dell’informazione è saturato dal discorso sul virus, un sindaco e un governatore, per non sparire dal radar dei cittadini, devono “fare qualcosa” contro il contagio. Ma poiché il governo nazionale ha già preso misure molto stringenti in questo senso, l’unico modo per “fare qualcosa” è “fare di più”. Il “non-fare” infatti, “non-fa” notizia, anche quando sarebbe benemerito, come insegna il taoismo.

Ecco allora che parte un gioco al rialzo, dove la politica non è più un calcolo del rischio e del giusto principio di precauzione, ma un aumento delle misure messe in campo, per quanto inutili. «Andare oltre» significa “fare di più” quindi essere meglio, più attivo. Come quando per la sicurezza degli abitanti, una strada cittadina viene illuminata a giorno. Se «luce uguale sicurezza», allora «più luce uguale più sicurezza».

Questa prima interpretazione può spiegare il comportamento di alcuni amministratori, e la gara che si è innescata tra loro. Ma lascia scoperta l’altra questione: perché proprio adesso?

Perché adesso inizia la fase 2. Deve iniziare. Ce lo dicono i numeri e soprattutto: ce lo chiede Confindustria.

Il 28 febbraio, nella seconda puntata del nostro Diario virale, abbiamo scritto che

«gli amministratori si trovavano in un paradosso a spirale, una trappola senza uscita: non sapevano come rimangiarsi il “decisionismo” e il celodurismo di pochi giorni prima. Revocare le direttive inutili mentre il virus era ancora in giro non equivaleva forse ad ammettere di avere sbagliato tutto, o almeno di avere esagerato? L’altra opzione era fingersi imperterriti, mantenere in essere le direttive in nome di una loro presunta efficacia, almeno per un’altra settimana, poi si sarebbe visto. […] in attesa… di cosa?
Di un vaccino? Della bella stagione? Ch’al vgnéss zò la Madòna?»

Ecco. Ora siamo proprio a quel punto. Se il contagio “rallenta” è pur sempre vero che il numero di casi e di decessi è ben lontano dall’essere “fuori dall’emergenza”. E se rallenta, non si possono comunque allentare le misure di contenimento, perché lo spettacolo vuole che siano proprio quelle misure, e non altre, ad aver ottenuto il risultato tanto atteso.

Eppure, bisogna riaprire le fabbriche, mandare le persone al lavoro. Anzitutto, sostenendo che in queste due settimane di “chiudi tutto” sono state implementate eccezionali misure per la sicurezza dei lavoratori. In secondo luogo, l’allentarsi delle misure dev’essere giustificato da qualche misura ulteriore. Qualcosa che permetta di dire che non si sta tornando indietro.

Quel “qualcosa” è la distribuzione gratuita di mascherine, l’obbligo di indossarle e in generale un aumento del controllo, al quale assisteremo nelle prossime settimane, con parossismi in coincidenza della Settimana Santa: checkpoint per impedire la «fuga nelle seconde case», multe per i furbetti, droni sui boschi e tutto l’armamentario dispiegato al massimo. E al contempo: video di bimbi che piangono perché non possono uscire, di nonni tristissimi per la Pasqua in isolamento, di imprenditori pronti a riaprire l’azienda.

In questo modo la narrazione mediatico-governativa riuscirà a sopravvivere nella fase 2, a rigenerarsi contraddittoriamente, allentando la presa sulla libertà di movimento per salvare le attività produttive e al contempo omologando e militarizzando ulteriormente la vita sociale.

Per parafrasare una vecchia gag di Corrado Guzzanti… Non faremo la fine della Corea, non faremo la fine della Cina o della Germania. Faremo la fine dell’Italia.