Un delirio collettivo

di Alberto Giovanni Biuso
(22.6.2020)

Fisiologiche e frequenti sono nelle collettività umane le ondate di delirio collettivo causate da diverse ragioni e circostanze: guerre e fanatismi bellici atti a mobilitare cittadini e sudditi verso la loro morte e quella altrui; millenarismi religiosi pronti ad assicurare che un qualche regno dei cieli è vicino e basta fare qualcosa – ad esempio recarsi a piedi a Gerusalemme e conquistarla nel nome di Cristo (1096)– per ottenere la garanzia della salvezza; epidemie e contagi che spargendo il terrore supremo giustificano ogni ordine e decreto delle autorità pro tempore, qualunque sia il loro segno politico.

In nome del contagio da Covid19 e della pandemia psichica da esso scatenata si proibiscono i matrimoni tra omosessuali; si dà la caccia a solitari camminatori sulle spiagge; si lasciano in angosciosa solitudine i moribondi; si sprangano scuole, università e biblioteche facendo precipitare il corpo sociale in quelle che una volta si chiamavano le «tenebre dell’ignoranza», sostituendo la relazione viva con un algido e sterile contatto digitale/telematico/virtuale tra insegnanti e allievi.

E inoltre, a clamorosa negazione di anche recentissime campagne ecologiche, si suggerisce l’utilizzo dell’automobile privata come ‘mezzo più sicuro’ rispetto a quelli pubblici; si impongono mascherine/museruole e guanti di plastica il cui casuale smaltimento sta producendo danni enormi all’ambiente, come testimonia anche il noto geologo Mario Tozzi sulla rivista del Touring Club Italiano:

«Arrivano già le segnalazioni di quantitativi crescenti di mascherine e guanti in mare, dove diventano letali per tartarughe e pesci che li scambiano per cibo. […] Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente (e alla fine disperso in natura), ciò significherebbe dieci milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. […] Questa roba finirà nel Mediterraneo, dove ogni anno si riversano già 570 mila tonnellate di plastica. […] E c’è una contraddizione ambientale ancora più pesante. Ovviamente soffriamo per le 320mila vittime che Covid19 ha mietuto in tutto il mondo, ma non ci impressionano tanto i 4 milioni di morti in più , rispetto alle medie ‘normali’ che l’Oms segnala da tempo a proposito dell’inquinamento atmosferico; 80 mila solo in Italia, quando per il virus ne piangiamo, per ora, meno della metà. Il virus fa paura, l’inquinamento e la plastica inutile no»
(La rivincita della plastica, «Touring», luglio-agosto 2020, p. 22).

Le ondate di panico collettivo sono sempre molto pericolose e quella legata al Covid19 è particolarmente insidiosa anche per la sua dimensione planetaria, globale, dalle conseguenze ambientali assai gravi e intrisa di un asfissiante conformismo.

Oggi è martedì 16 giugno 2020. E abbiamo un appuntamento con Giulio Giorello

“Quello che io temo maggiormente oggi è una sorta di «stato medico» che vada, in nome della necessità, ben oltre il rispetto del paziente. Per carità, non come se questo fosse un disegno prestabilito ma una conseguenza magari perversa e non voluta di uno stato di necessità. Ed è questo il banco di prova non solo delle autorità mediche, ma anche dei nostri politici”.
Giulio Giorello, “La Lettura” (newsletter 5.6.2020)

 

L’avevamo sentito sabato per incontrarci oggi e fare un’intervista sul rapporto tra scienze, politica e filosofia, considerate come un unico campo conoscitivo, dove gli avanzamenti sono il risultato dell’attrito conflittuale, del cozzo produttivo tra prospettive diverse da declinare nel segno scavato dalla libertà in vista di una vita migliore, non la soffocante incombenza di idoli pietrificati, di contrapposte superstizioni terroristiche.

Con passione ragionata e smagliante ottimismo ci ha contagiato, come sempre, nel suo entusiasmo progettuale: “Sono molto contento, quello che state facendo con Corpi e Politica è davvero importante, abbiamo molto lavoro da fare, a  martedì e saluta gli altri amici”. Non aveva messo in conto l’invidia degli dei per chi coltiva una genialità sempre sorprendente attraverso una giovane incoscienza e una freschezza inscalfibile.

O forse sì (per questo ha ripetuto, fino all’ultimo, “guarda che mi sento bene”).

Oggi è martedì e per non mancare all’appuntamento con Giulio Giorello non possiamo essere tristi. Per incontrarlo e rimanere in sintonia con la sua cifra esistenziale ci tocca invece usare gli attrezzi che lui ha messo nelle nostre mani nel tentativo di Indovinare la pista di un percorso destinato a non finire e dove l’eco del suo nome continuerà a schivare gli strali di un’invidia davvero troppo umana.

 

Giulio Giorello, Una sicurezza ben miserabile

Le mascherine ci tolgono identità e umanità. Le lezioni da remoto non sono lezioni. La giustizia non ha più il suo ‘grande teatro’

da una intervista a “Il Dubbio” (maggio 2020)

Se io mi maschero, nascondo in parte il mio volto, chi ho di fronte non sa più se sorrido, se condividilo, se sono arrabbiato e così via. Non può comprendere il non detto, il non verbale. Questo non crea un corto circuito nelle relazioni?

«Direi proprio di sì. Può creare un corto circuito con forme quasi patologiche di diffidenza nei confronti dell’altro. Vede, io questa cosa la percepivo quando ero in ospedale. Non riuscivo a distinguere un infermiere dall’altro. Poi ho trovato modi per riconoscere le persone e i loro atteggiamenti, ho stretto legami che ad un certo punto sono diventati di amicizia. Ma sono state costruzioni limite. Ci sono invece persone, come il filosofo Cartesio, che amavano dire di se’ stessi larvatus prodeo, ossia “procedo mascherato”. In questo senso era nota la quasi patologica diffidenza di questo grandissimo protagonista della modernità. Ma il suo impatto sulla modernità non sta nel fatto che girava mascherato, bensì nel fatto “pubblico” che riuscì a produrre alcuni grandissimi saggi scientifici ai quali fu poi premesso il famoso Discorso del metodo».

[…]

Professore, c’è anche un altro aspetto levato alla pandemia e che interseca le relazioni sociali. Parlo del “remoto” come modalità di rapporto interpersonale e sociale. È una salvaguardia sanitaria, ma stravolge il modo di relazionarsi. Che ne pensa?

«Sono d’accordo. Pensi al caso dell’insegnamento universitario a distanza, come viene definito. Da remoto come espressione è ancora peggio. Questa modalità mi pare ci faccia perdere una delle componenti più interessanti dell’insegnamento: il faccia a faccia tra docente e studente. Si tratta di uno strumento enorme di controllo e di valutazione nel corso della lezione stessa. Tutto questo viene perduto e onestamente non capisco bene con cosa si possa recuperare. Stiamo diventando tutti delle università telematiche? Mi viene male solo a pensarci».

Professore, questo distanziamento da remoto è salvavita ma scardina il rapporto interpersonale. Quale aspetto, nel bene e nel male, è più difficile da gestire?

«È tutte e due le cose. Si salva la vita? Certo. Ma tenga presente un aspetto. Se uno esce di casa può essere colpito in testa da una tegola che cade da un tetto. Allora dovremmo vietarci di uscire di casa per evitare tegole vaganti? Certo stando chiusi in casa ci sentiamo più al sicuro. Ma si tratta di una sicurezza ben miserabile» .

Il discorso vale anche per la giustizia, asset fondamentale di un sistema democratico. I tribunali sono chiusi, alcune udienze si fanno a distanza…

«L’esercizio della legge era la prova di un grande teatro. Adesso il grande teatro non più, è sostituito da palliativi. Prima o poi si dovrà tornare alle forme di espressioni classiche della giustizia. Sia nelle aule giudiziarie come in quelle universitarie. Questo tipo di palliativi sono portato a giustificarli soltanto se hanno una durata temporale assai limitata. Questo è il punto di fondo. Se così non fosse, rischiamo di perdere molte componenti rilevanti sotto il profilo umano del nostro vivere sociale».

 

Giulio Giorello, La libertà non è mai scontata. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco

da: Parole e pensieri ai tempi del coronavirus:Libertà’, Il Giorno (22.3.2020)

Potersi muovere senza restrizioni almeno nella propria città. Era una libertà che davamo per scontata e che lo stato di necessità imposto dal coronavirus sembra che abbia drammaticamente cancellato. Un certo “senso comune” ci suggerisce che si devono accettare tanti piccoli compromessi destinati prima o poi a scomparire con il ritorno alla normalità. Ma questo tipo di discorso è capzioso e che venga da qualche politico neomarxista o da qualche bravo ricercatore in campo medico non cambia la sostanza delle cose. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco. Non vogliamo né uno Stato a cui dover inchinarci né una “scienza medica” che con un colpo di spugna cancelli tutto quel dibattito di idee, metodi, soluzioni da cui nascono il prestigio e il fascino della stessa buona ricerca medica. La quale senza libertà pare destinata a ridursi a una tecnologia di controllo che inevitabilmente spegnerebbe le buone ragioni con cui i cittadini si affidano ai medici.

Dal virus alla rivolta: un’altra mappatura

redazione di corpi e politica
(1.6.2020)

“We are closed in, and the key is turned
On our uncertainty; somewhere
A man is killed, or a house burned,
Yet no clear fact to be discerned:
Come build in the empty house of the stare.”
[da William B. Yeats, Meditations in Time of Civil War, in “The Tower”, 1928]

 

Sui giornali americani la schedatura geografica del virus viene improvvisamente sostituita dalla mappatura dei focolai della rivolta. L’irruzione di un improvvisa serie di assembramenti doppiamente proibiti ruba di colpo la scena all’emergenza sanitaria – rottura politica nella rottura panterapeutica che i parametri governamentali sono impreparati a registrare. Comunque vada a finire, resta la prova che i meccanismi del controllo sono tutt’altro che efficienti e la cattiva utopia non è un destino ineluttabile, resta il compito comune di dare forma creativa alle energie sociali che si sprigionano.

I media spiazzati rincorrono la nuova storia
il manifesto 31.5.2020