Poteri speciali

COVID-19. Conte insiste con i poteri speciali. Il parere di un medico in prima linea
di Carlo Frigerio
Civica

Questo testo-intervista ci sembra da leggere per due ragioni: 1) stigmatizza la ormai chiara manipolabilità della Costituzione, che significa la fine della sua natura rigida, quella che nonostante tutto ha salvaguardato la democrazia in Italia; 2) evidenzia il fatto basilare, e che i media obbedienti sfruttano ogni giorno, relativo alla confusione tra positività e malattia.


Un paziente Padre costituente, ci protegge e guida, a nostra insaputa… 

Stiamo sereni, lo stato di emergenza sanitaria nazionale che doveva scadere il 31 luglio è prorogato fino al 15 ottobre ( pare del 2020…). Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri il 29 luglio 2020, dopo che il premier Conte era stato alle Camere a spiegare con il suo consueto stile, molto sobrio, l’intenzione di prorogare l’allarme rosso. Conte si è preso la soddisfazione di avere in mano la sua maggioranza composta da Grillini-Piddini-sinistra-Leu, che lo sorregge e incoraggia, al di là di ogni ragionevole evidenza, semplicemente chiudendo gli occhi e le orecchie. Nella foto in evidenza il premier si è poi preso la soddisfazione fuori da Montecitorio, insieme con Fico e Gualtieri di “suonare” un pezzo agli Italiani, da buon batterista insieme con i Rulli Frulli. Alla sera il CdM ha approvato un nuovo decreto legge. Nel dibattito parlamentare lo statista pugliese con la pochette si è lanciato oltre la scia di Monti. L’ha superato in originalità e sfrontatezza. Tanto si può dire di Monti, ma non le ha mai dette così grosse in punta di diritto. Vediamone un paio tratte dal discorso di replica che ha tenuto al Senato. La prima è stratosferica, per cultori della materia “difesa della Costituzione”, monopolio della sinistra, che tace esponendosi all’accusa di ignavia; Dante  tali peccatori “che mai non fur vivi” lì punì severamente. Sentiamo cosa ha detto  il Capo dell’Esecutivo a proposito della Carta:

”…abbiamo dovuto costruire un percorso normativo ad hoc che non era previsto in particolare nel dettato costituzionale. Però non dobbiamo confondere il fatto che non ci sia un percorso ad hoc nella nostra Costituzione col fatto che non si debba intervenire per adottare misure e per perseguire un iter normativo specifico nel segno evidente della tempestività degli interventi e dell’efficacia degli interventi normativi e anche operativi.“

Che bravo… Ci ha pensato lui a integrare e rigirare la Costituzione, come avvocato del popolo lo può fare, abbiamo un nuovo Padre costituente, che ci sorveglia e protegge da noi stessi. La seconda idea è meno forte ma più spettacolare. I senatori grillini, piddini, comunisti e sinistri governativi sono impazziti dalla gioia a sentire tali parole:

….è cronaca di queste ore su cui anche le forze dell’opposizione, immagino, sono particolarmente sensibili – di perseguire con tempestività ed efficacia un piano di sorveglianza sanitaria dei migranti dove, alla luce delle norme attuali, abbiamo addirittura difficoltà a operare una requisizione altrimenti di navi traghetto dove vorremmo, ovviamente, perseguire e assicurare lo svolgimento delle quarantene e quindi un programma adeguato ed efficace di sorveglianza sanitaria dei migranti; e, ancora, ci consentono di perseguire quel ripristino pieno delle attività di amministrazione della Giustizia nonché anche di piena sicurezza sanitaria negli Istituti penitenziari, attività – in particolare di amministrazione della Giustizia-  che abbiamo dovuto sospendere per le note ragioni. Ho parlato quindi di una proroga dello “stato di emergenza” imposta da ragioni squisitamente tecniche…”

Molto bene, vediamole queste considerazioni tecniche. Peccato, le ha segretate. Non sono state pubblicate, il Governo non ha alcuna intenzione di farle vedere, apponendo il segreto. In pratica dice che nelle carte c’è tutto, ma non le fa vedere. Insomma, si fa tutto questo sulla fiducia che si deve riporre nel portatore sano della pochette più elegante d’Italia.

A questo punto il giornale Civica ha chiesto ad un medico di base, Carlo Frigerio, operante nell’area metropolitana di Milano un suo autorevole parere e per questo lo ringraziamo.

(nella foto in evidenza: il premier Conte, parte del Governo con il presidente Fico si esibiscono prima del CdM con una breve suonata di batteria con la banda Rulli Frulli con disabili  in piazza Montecitorio)

COVID, il punto tecnico medico

L’Italia è oggi alle prese con gli esiti di una dichiarata pandemia mondiale. Con gli esiti, attenzione, non più con la malattia. Vale la pena, compiere qualche riflessione su ciò che è stato e su ciò che ne consegue. La virologia ha avuto il suo momento di popolarità con tutti i riflettori puntati sui pochi esperti che tuttavia si trovavano alle prese con una novità assoluta. C’è stata una sovraesposizione mediatica delle tematiche sanitarie; i dibattiti che dovevano restare confinati all’interno di una pure aspra discussione medico scientifica (ma sempre condotti da esperti qualificati), sono stati trascinati in ambiti impropri.

La popolazione in ciò ha colto più le contraddizioni che i progressi che si sono comunque conseguiti. La telecronaca epidemiologica quotidiana ha contribuito a diffondere timore, utile per ottenere comportamenti consapevoli, ma al tempo stesso ha prodotto incertezza, frustrazione e sfiducia nel futuro. Tuttologi dell’ultima ora, ancora oggi impartiscono lezioni ad un popolo, quello italiano, incline ormai a considerare verosimile solo ciò che preoccupa.

In questi giorni l’informazione, dei grandi network e quella ufficiale, deliberatamente si accanisce a introdurre altra confusione nella testa delle persone, con l’equiparazione dei “casi positivi” con i casi di effettiva “malattia”. La positività al tampone nasofaringeo per COVID-19, coronavirus, non equivale all’essere affetti da malattia. Quest’ultima si identifica nella condizione morbosa respiratoria che l’alta carica virale può determinare in taluni soggetti. Sarebbe come dire che chi risulti allergico alle graminacee, corra il continuo rischio di morire per una grave crisi d’asma (anche a Natale quando non è più stagione pollinica); oppure che chiunque abbia un neo sulla pelle (tecnicamente un tumore benigno) abbia il cancro.

Sembra essersi invertito il principio del “diritto alla salute” in “dovere alla salute” (sia per il dovuto rispetto verso gli altri ma anche per il timore di essere quarantenati o di subire un TSO). Da ora in avanti sarà meglio parlare di “diritto alle cure”. E’ molto imbarazzante la totale assenza di supporto da parte delle aziende territoriali sanitarie -ATS, le ex USSL. Hanno messo al sicuro il loro personale amministrativo con lo smart working, dopo di che sembravano evaporate. I clinici, cioè i medici dedicati alla fattiva cura dei pazienti, sono stati all’inizio sopraffatti dall’urto; frettolosamente promossi ad eroi, ora si trovano esausti, disorientati dalla mancanza di protocolli di comportamento convincenti e soprattutto davvero applicabili. Il Sistema Sanitario Nazionale, che ha retto finora solo grazie alla responsabilità degli operatori, non sarà in grado di alcun rilancio. La rapida conversione degli ospedali Centri Covid non potrà vedere una riconversione altrettanto rapida. Le liste d’attesa finora congelate, saranno aggravate dalle normative igieniche e perciò allungate a dismisura. Inoltre, anche considerando la disponibilità del Governo a nuove assunzioni in ambito medico, occorre ricordare che il bacino da cui attingere nuovi professionisti è pressoché inesistente (frutto soprattutto del numero chiuso in facoltà).

Il prossimo futuro.

Storicamente le ricerche volte alla scoperta di farmaci antivirali sono spesso state frustrate da successi assai modesti. La strada vaccinale appare lunga ed incerta. Tuttavia occorre ricordare che la pericolosità di una qualsiasi infezione virale si misura in base all’indice di mortalità e di morbilità. Ad oggi entrambi appaiono pienamente sotto controllo in Italia. L’esperienza maturata in ambito medico ormai è ampia e consolidata e le strategie di cura affinate.

Un’eventuale seconda ondata potrà essere solo secondaria a importazione di virus selvaggio da quei paesi oggi ancora coinvolti nella pandemia. Più probabile l’ipotesi di focolai isolati di positività al virus, da cui deriveranno alcuni casi sintomatici, perfettamente arginabili con le misure igieniche già in atto e con adeguate cure laddove occorresse.

Resta da cogliere la reale portata della crisi demografica già in atto da anni in Italia, con il presumibile peggioramento dell’indice di natalità. Quest’ultimo aspetto, finora rilevato da pochi (Comero del periodico Civica, il presidente dell’ISTAT…)  rappresenta un rischio che può avere un impatto implosivo per il nostro Paese.

Carlo Frigerio è medico chirurgo, specialista in pediatria, specialista in patologia neonatale  (per 20 anni medico ospedaliero, di cui 10 anni in reparti di pediatria e 10 anni in terapia intensiva neonatale)

Le mani legate. Da Genova a Minneapolis

Genealogia della violenza poliziesca

di Paolo Napoli
(da centro riforma dello stato, 22.7.2020)

Dopo l’assassinio di George Floyd e le proteste che hanno incendiato in lungo e in largo gli USA dell’epoca Trump, la questione della violenza della polizia è tornata al centro del dibattito pubblico. Sarebbe però sbagliato inquadrarne gli abusi in termini di eccezione: nell’uso poliziesco della forza c’è una dimensione strutturale con radici antiche, che solo un affondo genealogico permette di comprendere appieno.

La recente uccisione di George Floyd a Minneapolis per un atto deliberato di tortura poliziesca ha riportato al centro dell’attenzione mondiale l’inemendabile problema del razzismo nella società americana, ma ancor di più ha reso evidente, al di là di quei confini, una sorta di costante trasversale che congiunge in una sinistra linea di solidarietà le polizie di tutte le latitudini, al di là dei regimi politici.

A dispetto di storie nazionali spesso diverse, questo scorcio di millennio ci consegna una verità ben consolidata: dai fatti di Genova nel 2001 agli ultimi riots divampati nelle città americane e mondiali, passando per le fibrillazioni che la polizia francese instilla di continuo nel sismografo democratico indipendentemente da chi sieda all’Eliseo, è il fondamento e l’operato di questa istituzione che non smettono di suscitare preoccupanti interrogativi. In Francia la militarizzazione crescente della polizia, visibile a occhio nudo se solo si percorrono le strade delle grandi città quando è indetta anche la più innocua delle dimostrazioni, ha spinto Macron a parlare di riforma a fronte degli innumerevoli episodi che accusano i metodi violenti dei flic.

Ora, per andare oltre il caso francese, il problema non è tanto una questione di metodi violenti bensì di metodi polizieschi. In altri termini è l’identità storica e strutturale dell’istituzione-polizia a dover essere interrogata per capire se i suoi sistematici eccessi sono il frutto di derive nell’impiego di mezzi coercitivi da parte di un corpo sano e fedele ai valori costituzionali, oppure corrispondono a una patente genetica che fanno della polizia un soggetto atipico della legalità democratica. In tal caso avremmo a che fare con l’ambivalenza di un potere materiale che non si lascia ontologicamente redimere dalle categorie giuridiche.

Di colpo, allora, appare piuttosto chiaro che la «resistenza» è la nozione passante, in grado di spiegare da un lato la tendenza della polizia a non farsi integralmente modellare sui cardini del diritto, dall’altro la volontà, manifestata con varietà di toni e azioni da individui e masse al livello planetario, di rigettare la logica violenta che di quella resistenza poliziesca al diritto è l’inevitabile portato. Due modi diversi di coniugare il verbo resistere, che diviene il denominatore comune a due generi diversi di sottomissione mancata. Conviene allora tenere sempre a mente un dato basilare dal quale è possibile prescindere solo se si vuole offrire una rappresentazione contraffatta della realtà: la polizia storicamente non è un’istituzione del diritto e di conseguenza vive in primo luogo di rapporti fattuali, cioè di forza. Di qui la legittima specularità delle risposte sociali all’esercizio più «disinvolto», per non dire abusivo, dello spirito poliziesco d’interpretare quel rapporto di forza.

Presentata in questa cornice, l’intollerabilità delle violenze poliziesche si lascia cogliere in una prospettiva storico-concettuale più compatta, di cui le vicende di questi giorni, ripetizioni cicliche di un catalogo inesausto di precedenti, sono solo l’iceberg più scioccante. L’emozione suscitata dalle morti provocate dai tutori dell’ordine, per convertirsi in efficace arma critica, deve essere restituita a discorsi e pratiche che sono il lievito madre di un modus poliziesco plasmatosi sulla lunga durata e capace di riprodurre invariabilmente le sue peculiarità.

L’autonomia del poliziesco

In un’intervista che gli fa senza dubbio onore, il capo della polizia Franco Gabrielli raccontava nel 2017 a Carlo Bonini de la Repubblica che negli anni seguenti alle vicende del G8 di Genova, col progredire dei processi, serpeggiava sempre più nettamente tra uomini e donne in divisa il desiderio di sentirsi «corpo separato». Questo desiderio era alimentato anche dalla piega che iniziavano a prendere le vicende giudiziarie, con l’individuazione faticosa di precise responsabilità personali, ma con la difficoltà anche a delucidare le responsabilità «sistemiche» come le chiamava Gabrielli, che solo gesti inequivocabili come le dimissioni dell’allora capo della polizia De Gennaro avrebbero potuto far emergere. Al malcelato desiderio di non farsi processare, si accompagnava tra le forze di polizia anche l’orgogliosa rivendicazione di una logica tutta propria nell’assicurare l’ordine alla società. Da cultore sincero di una democrazia dei diritti, Gabrielli paventava questa deriva separatista, che peraltro dava voce ai conati più atavici del ventre autoritario della pubblica sicurezza, ampiamente diffusi ancora fino alla smilitarizzazione del corpo (1981), ma mai rimossi del tutto anche dopo quella simbolica riforma.

In quell’intervista-svolta, Gabrielli lanciava un segnale culturale importante: una democrazia compiuta non può tollerare asimmetrie tra Stato e cittadinanza quando si tratta di osservare i confini della legalità. Soltanto la cupa figura dello Stato-persona riesce a giustificare il fatto che l’autorità pubblica, per il suo essere tale, goda di una superiorità capace di accordarle deroghe al principio cardine di uno Stato di diritto che pone gli stessi limiti ai detentori della potestà pubblica come al singolo cittadino.

E tuttavia la polizia, proprio perché ha finito per essere identificata col soggetto che detiene in via esclusiva l’uso della forza fisica, per una sorta d’insopprimibile clinamen interno tende a spostare sempre più in là, se non addirittura a disconoscere, i paletti che canalizzano quella forza rendendola legittima. È evidente che solo a condizione del suo impiego regolato dal diritto quella forza può essere assegnata in via esclusiva alla polizia e ai vari corpi cui uno Stato affida la tutela dell’ordine pubblico. Il monopolio è una conseguenza del rispetto delle condizioni legali nell’impiego della violenza, venendo meno quest’ultimo anche la pretesa a una sovranità assoluta nell’esercizio della forza tende a svanire. Di qui gli scenari endemici di conflitti fisici che si dipanano sotto i nostri occhi, e che l’onda ricorrente del Black Lives Matter ha l’indiscutibile pregio di esaltare su scala globale, associandoli a un potente vettore simbolico come il razzismo verso la popolazione nera socialmente più discriminata.

Ci si sbaglierebbe di grosso tuttavia se si pensasse, alla luce degli ultimi fatti americani, che la polizia calibri il proprio habitus nella repressione della popolazione nera, repressione che è solo il più odioso dei banchi di prova, ma non l’origine di un modus operandi plasmatosi nell’Europa dell’Ancien régime, in particolare negli stati francesi e germanici a partire dalla seconda metà del XVII secolo. Da allora prende definitivamente forma un carattere identitario tenace della polizia, che si palesa drammaticamente nelle situazioni critiche di controllo e gestione dell’ordine pubblico, ma che in realtà aderisce alla fisionomia abituale dell’istituzione.

Malgrado quasi due secoli e mezzo di cultura dello Stato di diritto, tra gli agenti e spesso i vertici delle forze pubbliche il senso di frustrazione per un ruolo mal retribuito e rischioso risuona ancor più aggravato da una constatazione mai metabolizzata: «abbiamo le mani legate». In questa autocoscienza di una pulsione tarpata che la metafora esemplifica in modo non proprio tranquillizzante, si cela una storia assai istruttiva, al di là di enunciati del linguaggio comune che fanno la fortuna delle superficiali osservazioni sociologiche. La formula fu impiegata per la prima volta nel frasario colto dal potere pontificio medievale proprio per indicare che il papa non può avere le mani legate, cioè non può farsi condizionare dalle leggi adottate prima dagli altri pontefici né da quanto egli stesso ha stabilito in precedenza, perché la sua autorità discende direttamente da Pietro. Con questo marchingegno teologico-politico, ogni pontefice è principio a se stesso e quindi ha piena libertà decisionale.

Se nello scavo a ritroso la figura di Pietro è il principio-base che giustifica l’autonomia delle scelte operate dall’ultimo dei suoi successori, è ragionevole chiedersi a quale strato originario si richiamino i tutori dell’ordine pubblico quando aspirano a godere di analoga prerogativa, non avere le mani legate, deprecandone la mancata applicazione. Leggi, regolamenti e giudici sono evidentemente i lacci e lacciuoli che imbrigliano le mani della polizia, la quale invece pretende riposare non su un’idea di legalità formale bensì sul presupposto fondatore di una giuridicità materiale dello Stato, intesa come capacità primordiale di decidere e tradurre in concreto la propria volontà.

Ne deriva la preminenza originaria dell’esecutivo sugli altri due poteri e, di conseguenza, la tendenziale autonomia dell’azione di polizia, sua propaggine immediata, nel limitare i diritti fondamentali quando le esigenze imprevedibili dell’ordine pubblico lo richiedano. Questo modello, che nel clima autoritario degli anni Trenta del secolo scorso aveva trovato teorici convinti anche nelledemocrazie liberali europee, continua di fatto ad essere operativo sotto la superficie dello Stato di diritto come una sorta di cifra indelebile della razionalità poliziesca.

La polizia spara: come rispondere?

Ogni disegno di riforma dell’istituzione, per essere adeguato al suo oggetto, deve tener conto di questa scomoda verità storica: l’ignoranza della legge è costitutiva del potere di polizia. E tuttavia, siccome la critica di questo modello non può basarsi sulla sola resistenza di uomini e donne che legittimamente mettono voci e corpi di traverso alla violenza di polizia, è necessario pensare anche agli strumenti che il diritto è in grado di prestare in questa resistenza.

Il classico freno all’esercizio sregolato del monopolio della violenza statale è sempre stato il discorso e la garanzia giudiziaria dei diritti fondamentali sia per il singolo sia per le forme associative in cui si realizzano le libertà. Agendo sulla leva dei diritti sanciti dalle costituzioni statali e, in Europa, dalla CEDU, le democrazie occidentali dal dopoguerra in poi hanno immaginato di poter erodere lo zoccolo duro che fa della polizia un corpo genealogicamente estraneo al dominio del diritto.

Questo modo di affrontare il problema contrappone la razionalità astratta di alcuni principi alle prevaricazioni dell’autorità del potere pubblico e, così facendo, rende concettualmente visibile la nobile battaglia ingaggiata dal costituzionalismo moderno. Tali principi inibiscono dall’origine la forza materiale della potenza statale, indicandone i limiti di esercizio.

A questo disegno imperniato sullo scudo indefettibile dei diritti fondamentali, si può immaginare di affiancare un’altra opportunità, che invece di presumere il limite come ostacolo apodittico per la forza statale, accolga e faccia giocare fino in fondo la logica inversa, quella del plus ultra, come i cameralisti tedeschi del Settecento amavano dipingere, con prestito leibniziano, l’essenza della polizia.

La soluzione è di sicuro contro-intuitiva, perché sembrerebbe schiudere spazi insperati all’arbitrio della forza pubblica invece di fissarne argini più rigidi. E tuttavia il paradosso non sarebbe del tutto privo di risorse interessanti, perché se si asseconda l’istinto poliziesco ad avere le mani libere nella gestione della pubblica tranquillità, si deve anche ammettere che ogni episodio di disordine, data la premessa, deriva dalla negligenza di chi, godendo di generosi ampi margini di manovra, quell’ordine deve garantirlo. L’entropia non è inerente alle dinamiche sociali ma è direttamente proporzionale all’incapacità di governare l’ordine pubblico da parte di una polizia che ne è responsabile a priori.

C’è un altro importante comparto del pubblico impiego in cui regna questa logica, la scuola. Com’è noto sul corpo insegnante e il personale ausiliario grava la spada di Damocle della culpa in vigilando, un istituto in base al quale si presume che qualsiasi danno prodottosi nell’ambiente scolastico derivi da un’insufficiente sorveglianza da parte chi dirige la classe o controlla l’insieme dell’edificio. Per essere sollevati da ogni responsabilità, insegnati e ausiliari devono dimostrare che l’evento sia stato del tutto imprevedibile o fortuito e quindi che non potevano impedirlo (art. 2048, 3 co. c.c.).

Ora, se si applicasse lo stesso schema alle situazioni in cui la forza pubblica è chiamata a gestire non solo eventi di massa ma anche a reprimere singoli episodi conflittuali tra autorità e cittadini – la situazione-tipo del controllo di una persona sospetta, come nel caso di Floyd – cosa potrebbe accadere? In manifestazioni di piazza, per esempio, la polizia sarebbe più ragionevolmente indotta a perseguire strategie di prevenzione – «lavoriamo perché le cose non accadano», rivendicava nell’intervista Gabrielli – il cui scopo sarebbe proprio quello di ridurre al minimo il rischio di conflitti frontali con i manifestanti. Conflitti da cui scaturiscono spesso tensioni materiali e politiche delle quali, vigendo la culpa in vigilando, la polizia dovrebbe comunque rispondere.

L’onere della prova incomberebbe come un macigno: per non essere ritenute colpevoli, le forze dell’ordine dovrebbero chiarire di aver preso tutte le precauzioni necessarie a evitare il caos e i suoi danni. Una polizia “pastorale” che vigila su tutto si pone allora nelle sorprendenti condizioni che ne riducono autopoieticamente il raggio di azione, canalizzato lungo binari di più saggia misura, pena la responsabilità per culpa in vigilando. Insomma le soluzioni democratiche per scoraggiare, se non proprio inibire, i metodi “sbrigativi” della polizia, potrebbero trovare nel rimedio omeopatico – giocarsi fino in fondo la carta di un’istituzione che persegue l’ordine affrancata per principio da limiti – la risposta più audace per far emergere le colpe del sistema, al di là dei singoli. E forse sarebbe anche un’occasione inopinata per ricucire lo strappo pasoliniano di Valle Giulia, quel «frammento di lotta di classe» che vide il movimento prendersela con i «figli dei poveri».

«Mò ce stà ‘o virùss»

di Alberto Giovanni Biuso
(29.7.2020)

Per una specie come la nostra le parole sono tutto, perché sono insieme pensiero in atto, pensiero pubblico, pensiero che comunica. Un’espressione come «distanziamento sociale» dice quindi molto, e drammaticamente, della visione che sta attualmente vincendo; ‘attualmente’ da alcuni decenni, da quelli che videro Thatcher e Reagan imporre l’ordine liberale e liberista al mondo. Un ordine del tutto ed esclusivamente individualista e quantitativo, si tratti di beni, risorse, denaro, velocità, vita. L’ordine che anche un fisico come Carlo Rovelli ha mostrato di condividere pienamente quando sul Corriere della sera del 2 aprile 2020 ha affermato che «il bene più prezioso» è «un po’ di vita in più». Che significa qualche anno, mese, giorno in più. ‘Tempo’ in più. Una contraddizione ironica e non piccola per chi afferma che il tempo esiste soltanto come struttura della mente (ho discusso le tesi di Rovelli in Tempo e materia. Una metafisica). Ma è sempre così: i negatori teorici del tempo diventano i suoi più fanatici sostenitori pratici quando si arriva al dunque della finitudine, vale a dire della condizione pervasivamente temporale dello stare al mondo.

Un po’ di vita in più è anche quella che i decisori politici si sono assunti come compito primario, a costo di rendere quel tempo ottenuto un periodo di miseria, angoscia, depressione. A questo conducono infatti superstizione e panico quando si impossessano non soltanto del corpo sociale ma anche di chi avrebbe il compito di guidarlo: «I terrori irragionevoli si allacciano alle folli speranze: quale laboratorio, per primo, fornirà il vaccino miracoloso? Si prendono misure di ‘distanziamento sociale’, a volte eccessive, a volte tardive, spesso inapplicabili. […] Nessuna autorità, pubblica o privata, vuole subire il rimprovero di ‘non aver fatto abbastanza’. Quindi spesso ne fanno troppo. L’economia e l’intera popolazione ne faranno le spese» (Slobodan Despot, in Diorama Letterario 353, p. 8).

La vicenda del coronavirus nell’anno 2020 è stata ed è anche la testimonianza di un complottismo al contrario, testimonianza dell’attribuzione di ogni responsabilità all’elemento biochimico, al virus – indubbiamente presente – e però del silenzio a proposito delle condizioni finanziarie; delle modalità produttiveproduttive (i mercati della carne); delle politiche sanitarie (la diminuzione drastica e feroce dei finanziamenti alla sanità pubblica) che ne hanno favorito la comparsa, la virulenza, la diffusione. 

Il nascondimento della presenza umana e politica dentro questo virus impedisce la comprensione dei suoi effetti o la loro riduzione a polemiche tra i partiti, qualcosa non solo di patetico ma anche di criminale rispetto al pericolo che il Covid19 rappresenta. Il silenzio sulle ragioni strutturali del contagio conferma che per il complottista, anche per quello al contrario, «dietro c’è sempre qualcuno, mai qualcosa. Egli si focalizza sugli uomini ed ignora i processi privi di un attore e quelli senza un soggetto, per riprendere una griglia analitica cara agli strutturalisti, e più specificamente a Louis Althusser. […] Non capisce che le strutture sono più potenti degli attori» (François Bousquet, ivi, p. 21).
Gli attori sono in questo caso i Fontana, i Conte, gli Speranza et similia. Le strutture sono l’Unione Europea, i debiti degli stati, l’ossessione liberista dell’‘austerità’ a danno delle vite umane, qualunque durata esse abbiano.

Veloci sono spesso i cambiamenti collettivi. A volte anche repentini. Diventano fulminei in presenza di eventi che sconvolgono proprio da un giorno all’altro la vita di milioni di persone. E quindi se «fino a pochi mesi addietro, in tutti i paesi si indicava come uno dei gravi drammi dell’epoca la solitudine», se «se ne discuteva sulla stampa, in radio, in tv, sul web», se «per combatterla si proponeva la ricetta dell’empatia. Dell’affetto. Della vicinanza. Dell’abbraccio. Di colpo, lo scenario si è rovesciato. […] Distanziamoci. E criminalizziamo chi non sta alle regole» (Marco Tarchi, Diorama Letterario 355, maggio-giugno 2020, p. 1).

Criminalizzazione che è uno degli effetti di «una vera e propria fabbrica della paura, che mette quotidianamente in circuito immagini e discorsi allarmanti» (Id., p. 2). Alcune delle conseguenze sono state sperimentate in un modo o nell’altro da tutti i cittadini. E sono queste: «La gran parte delle persone ha sacrificato volontariamente la propria libertà in cambio di un’illusoria sicurezza. La nostra prigionia, per quanto imposta dallo stato, è accettata dai più come male necessario. Lo Stato, principale responsabile della diffusione dell’epidemia, si declina come Stato Etico, padre che comanda, punisce e imprigiona i figli per il loro “bene”. I nemici sono quelli che non si piegano alle regole, persino quelle più insensate. I nemici sono i sanitari che denunciano la strage, invece di scrivere una pagina del libro Cuore del Covid-19. I nemici sono i lavoratori che scioperano nonostante i divieti, perché il ruolo di agnello sacrificale gli sta stretto. I nemici sono i detenuti che provano a sopravvivere. La delazione verso il vicino che trasgredisce è il premio morale per chi, strangolato dalla paura, resta intanato in casa, in inconsapevole attesa che il virus gli venga recapitato a domicilio dal parente che lavora o fa la spesa. Il panopticon globale è il passo successivo, la condizione che ci viene posta per passare dai domiciliari alla libertà vigilata. Sinora i più si sono piegati allo stato di eccezione senza opporre resistenza» (Maria Matteo, A Rivista anarchica, n. 443, maggio 2020, p. 12).

Sullo stesso numero di A Rivista anarchica, Giuseppe Aiello descrive una situazione che ho vissuto anch’io, identica, nel dialogo con alcuni amici e colleghi: «In tempi di pace, quando i morti sul lavoro, sulle autostrade, di cancro industriale si contano a decine di migliaia, ma non c’è “lo Gran Morbo” a minacciarci, citano Foucault come se fosse una specie di amico di famiglia dal quale hanno analiticamente appreso i segreti della microfisica del potere sin da quando erano in fasce. Adesso che si sono all’improvviso brancaleonizzati, della critica dell’istituzione medica, dell’analogia strutturale tra luoghi di detenzione brutale come il carcere e quelli della salute statalizzata non sanno più nulla. Ma come, il rapporto medico-paziente non era uno dei cardini della torsione autoritaria della società disciplinare? L’ospedale non aveva lo stesso significato di manicomio e caserma? No, roba passata, mò ce stà ‘o virùss» (p. 32).

Il virus ha colpito in modo drammatico l’Italia e l’Europa, le cui classi dirigenti reputano la sanità pubblica uno spreco da tagliare, tagliare, tagliare. In Lombardia, terra molto solerte nel tagliare, le conseguenze sono state tragiche.
L’Unione Europea, come mostra anche l’ «accordo» suicida che in questi giorni i media presentano come una vittoria dell’Italia (!), non mira soltanto a tagliare quanto più possibile le spese sociali ma, più in generale, a «fare tabula rasa della lunga e ricca storia europea» (Yann Caspar, Diorama letterario 355, p. 14), cancellando il tesoro delle differenze a favore di una omologazione identitaria fondata sul primato di ciò che Aristotele chiamava crematistica, vale a dire l’elemento soltanto finanziario.

Un delirio collettivo

di Alberto Giovanni Biuso
(22.6.2020)

Fisiologiche e frequenti sono nelle collettività umane le ondate di delirio collettivo causate da diverse ragioni e circostanze: guerre e fanatismi bellici atti a mobilitare cittadini e sudditi verso la loro morte e quella altrui; millenarismi religiosi pronti ad assicurare che un qualche regno dei cieli è vicino e basta fare qualcosa – ad esempio recarsi a piedi a Gerusalemme e conquistarla nel nome di Cristo (1096)– per ottenere la garanzia della salvezza; epidemie e contagi che spargendo il terrore supremo giustificano ogni ordine e decreto delle autorità pro tempore, qualunque sia il loro segno politico.

In nome del contagio da Covid19 e della pandemia psichica da esso scatenata si proibiscono i matrimoni tra omosessuali; si dà la caccia a solitari camminatori sulle spiagge; si lasciano in angosciosa solitudine i moribondi; si sprangano scuole, università e biblioteche facendo precipitare il corpo sociale in quelle che una volta si chiamavano le «tenebre dell’ignoranza», sostituendo la relazione viva con un algido e sterile contatto digitale/telematico/virtuale tra insegnanti e allievi.

E inoltre, a clamorosa negazione di anche recentissime campagne ecologiche, si suggerisce l’utilizzo dell’automobile privata come ‘mezzo più sicuro’ rispetto a quelli pubblici; si impongono mascherine/museruole e guanti di plastica il cui casuale smaltimento sta producendo danni enormi all’ambiente, come testimonia anche il noto geologo Mario Tozzi sulla rivista del Touring Club Italiano:

«Arrivano già le segnalazioni di quantitativi crescenti di mascherine e guanti in mare, dove diventano letali per tartarughe e pesci che li scambiano per cibo. […] Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente (e alla fine disperso in natura), ciò significherebbe dieci milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. […] Questa roba finirà nel Mediterraneo, dove ogni anno si riversano già 570 mila tonnellate di plastica. […] E c’è una contraddizione ambientale ancora più pesante. Ovviamente soffriamo per le 320mila vittime che Covid19 ha mietuto in tutto il mondo, ma non ci impressionano tanto i 4 milioni di morti in più , rispetto alle medie ‘normali’ che l’Oms segnala da tempo a proposito dell’inquinamento atmosferico; 80 mila solo in Italia, quando per il virus ne piangiamo, per ora, meno della metà. Il virus fa paura, l’inquinamento e la plastica inutile no»
(La rivincita della plastica, «Touring», luglio-agosto 2020, p. 22).

Le ondate di panico collettivo sono sempre molto pericolose e quella legata al Covid19 è particolarmente insidiosa anche per la sua dimensione planetaria, globale, dalle conseguenze ambientali assai gravi e intrisa di un asfissiante conformismo.

Oggi è martedì 16 giugno 2020. E abbiamo un appuntamento con Giulio Giorello

“Quello che io temo maggiormente oggi è una sorta di «stato medico» che vada, in nome della necessità, ben oltre il rispetto del paziente. Per carità, non come se questo fosse un disegno prestabilito ma una conseguenza magari perversa e non voluta di uno stato di necessità. Ed è questo il banco di prova non solo delle autorità mediche, ma anche dei nostri politici”.
Giulio Giorello, “La Lettura” (newsletter 5.6.2020)

 

L’avevamo sentito sabato per incontrarci oggi e fare un’intervista sul rapporto tra scienze, politica e filosofia, considerate come un unico campo conoscitivo, dove gli avanzamenti sono il risultato dell’attrito conflittuale, del cozzo produttivo tra prospettive diverse da declinare nel segno scavato dalla libertà in vista di una vita migliore, non la soffocante incombenza di idoli pietrificati, di contrapposte superstizioni terroristiche.

Con passione ragionata e smagliante ottimismo ci ha contagiato, come sempre, nel suo entusiasmo progettuale: “Sono molto contento, quello che state facendo con Corpi e Politica è davvero importante, abbiamo molto lavoro da fare, a  martedì e saluta gli altri amici”. Non aveva messo in conto l’invidia degli dei per chi coltiva una genialità sempre sorprendente attraverso una giovane incoscienza e una freschezza inscalfibile.

O forse sì (per questo ha ripetuto, fino all’ultimo, “guarda che mi sento bene”).

Oggi è martedì e per non mancare all’appuntamento con Giulio Giorello non possiamo essere tristi. Per incontrarlo e rimanere in sintonia con la sua cifra esistenziale ci tocca invece usare gli attrezzi che lui ha messo nelle nostre mani nel tentativo di Indovinare la pista di un percorso destinato a non finire e dove l’eco del suo nome continuerà a schivare gli strali di un’invidia davvero troppo umana.

 

Giulio Giorello, Una sicurezza ben miserabile

Le mascherine ci tolgono identità e umanità. Le lezioni da remoto non sono lezioni. La giustizia non ha più il suo ‘grande teatro’

da una intervista a “Il Dubbio” (maggio 2020)

Se io mi maschero, nascondo in parte il mio volto, chi ho di fronte non sa più se sorrido, se condividilo, se sono arrabbiato e così via. Non può comprendere il non detto, il non verbale. Questo non crea un corto circuito nelle relazioni?

«Direi proprio di sì. Può creare un corto circuito con forme quasi patologiche di diffidenza nei confronti dell’altro. Vede, io questa cosa la percepivo quando ero in ospedale. Non riuscivo a distinguere un infermiere dall’altro. Poi ho trovato modi per riconoscere le persone e i loro atteggiamenti, ho stretto legami che ad un certo punto sono diventati di amicizia. Ma sono state costruzioni limite. Ci sono invece persone, come il filosofo Cartesio, che amavano dire di se’ stessi larvatus prodeo, ossia “procedo mascherato”. In questo senso era nota la quasi patologica diffidenza di questo grandissimo protagonista della modernità. Ma il suo impatto sulla modernità non sta nel fatto che girava mascherato, bensì nel fatto “pubblico” che riuscì a produrre alcuni grandissimi saggi scientifici ai quali fu poi premesso il famoso Discorso del metodo».

[…]

Professore, c’è anche un altro aspetto levato alla pandemia e che interseca le relazioni sociali. Parlo del “remoto” come modalità di rapporto interpersonale e sociale. È una salvaguardia sanitaria, ma stravolge il modo di relazionarsi. Che ne pensa?

«Sono d’accordo. Pensi al caso dell’insegnamento universitario a distanza, come viene definito. Da remoto come espressione è ancora peggio. Questa modalità mi pare ci faccia perdere una delle componenti più interessanti dell’insegnamento: il faccia a faccia tra docente e studente. Si tratta di uno strumento enorme di controllo e di valutazione nel corso della lezione stessa. Tutto questo viene perduto e onestamente non capisco bene con cosa si possa recuperare. Stiamo diventando tutti delle università telematiche? Mi viene male solo a pensarci».

Professore, questo distanziamento da remoto è salvavita ma scardina il rapporto interpersonale. Quale aspetto, nel bene e nel male, è più difficile da gestire?

«È tutte e due le cose. Si salva la vita? Certo. Ma tenga presente un aspetto. Se uno esce di casa può essere colpito in testa da una tegola che cade da un tetto. Allora dovremmo vietarci di uscire di casa per evitare tegole vaganti? Certo stando chiusi in casa ci sentiamo più al sicuro. Ma si tratta di una sicurezza ben miserabile» .

Il discorso vale anche per la giustizia, asset fondamentale di un sistema democratico. I tribunali sono chiusi, alcune udienze si fanno a distanza…

«L’esercizio della legge era la prova di un grande teatro. Adesso il grande teatro non più, è sostituito da palliativi. Prima o poi si dovrà tornare alle forme di espressioni classiche della giustizia. Sia nelle aule giudiziarie come in quelle universitarie. Questo tipo di palliativi sono portato a giustificarli soltanto se hanno una durata temporale assai limitata. Questo è il punto di fondo. Se così non fosse, rischiamo di perdere molte componenti rilevanti sotto il profilo umano del nostro vivere sociale».

 

Giulio Giorello, La libertà non è mai scontata. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco

da: Parole e pensieri ai tempi del coronavirus:Libertà’, Il Giorno (22.3.2020)

Potersi muovere senza restrizioni almeno nella propria città. Era una libertà che davamo per scontata e che lo stato di necessità imposto dal coronavirus sembra che abbia drammaticamente cancellato. Un certo “senso comune” ci suggerisce che si devono accettare tanti piccoli compromessi destinati prima o poi a scomparire con il ritorno alla normalità. Ma questo tipo di discorso è capzioso e che venga da qualche politico neomarxista o da qualche bravo ricercatore in campo medico non cambia la sostanza delle cose. Ogni pur piccolo compromesso non è una rinuncia da poco. Non vogliamo né uno Stato a cui dover inchinarci né una “scienza medica” che con un colpo di spugna cancelli tutto quel dibattito di idee, metodi, soluzioni da cui nascono il prestigio e il fascino della stessa buona ricerca medica. La quale senza libertà pare destinata a ridursi a una tecnologia di controllo che inevitabilmente spegnerebbe le buone ragioni con cui i cittadini si affidano ai medici.

Dal virus alla rivolta: un’altra mappatura

redazione di corpi e politica
(1.6.2020)

“We are closed in, and the key is turned
On our uncertainty; somewhere
A man is killed, or a house burned,
Yet no clear fact to be discerned:
Come build in the empty house of the stare.”
[da William B. Yeats, Meditations in Time of Civil War, in “The Tower”, 1928]

 

Sui giornali americani la schedatura geografica del virus viene improvvisamente sostituita dalla mappatura dei focolai della rivolta. L’irruzione di un improvvisa serie di assembramenti doppiamente proibiti ruba di colpo la scena all’emergenza sanitaria – rottura politica nella rottura panterapeutica che i parametri governamentali sono impreparati a registrare. Comunque vada a finire, resta la prova che i meccanismi del controllo sono tutt’altro che efficienti e la cattiva utopia non è un destino ineluttabile, resta il compito comune di dare forma creativa alle energie sociali che si sprigionano.

I media spiazzati rincorrono la nuova storia
il manifesto 31.5.2020