Signor Presidente, lei non può decidere della mia vita e della mia morte

Una signora di 88 anni così scrive a Macron. Da queste parole, da cui traluce un sereno orgoglio e un senso pieno della vita, impariamo la superba dignità di chi rivendica, a voce alta e chiara, la libertà di essere signori dello stile della propria vita e della propria morte

J’ai 88 ans, M. Macron, qui êtes-vous pour décider de ma vie et de ma mort?

di Madame X
da « Riposte Laïque » 23.10.2020

« Bonjour Monsieur le Président,
Je m’appelle Madame X, j’ai 88 ans.

Ce n’est pas moi qui tape cette lettre, je ne sais pas trop comment faire. C’est donc mon arrière-petite-fille de 19 ans qui écrit sous ma dictée.

Je vous écris aujourd’hui pour vous dire toute ma colère contre vous, vos ministres, et vos conseillers « scientifiques ». Qui êtes-vous, jeune godelureau, pour penser et décider à ma place, de ce qu’est ma vie, de ce que sera ma mort ?

J’ai 88 ans, j’ai eu une belle vie, avec ses hauts et ses bas, ses joies et ses blessures, comme tout le monde, je présume.

Dans les hauts, j’ai eu 5 enfants, tous mariés, qui ont eu à eux tous, 15 petits-enfants. La plupart de mes petits-enfants (12) sont aussi mariés, et ont maintenant à eux tous, 27 enfants. J’ai donc 27 arrières-petits-enfants.

Si vous savez compter, ma famille, issue de mon mariage avec mon regretté Robert, se monte à 54 personnes. Sans parler de la famille de mes frères et sœurs, que je vois encore régulièrement. À nous tous, nous sommes plus de 250, qui nous réunissons tous les 15 août… enfin, sauf en 2020, grâce à vous.

Et encore, 2 de mes arrière-petites-filles viennent de se marier. SANS MOI !!!
Grâce à vous et vos sbires, elles ont toutes les deux été privées de leur famille au complet, et amis, car vous avez interdit les rassemblements familiaux de plus de 30 personnes pour ME PROTÉGER, MOI !

Et accessoirement, mes enfants, qui ont 60 ans et plus.
Mais je ne vous ai rien demandé !

QUI ÊTES-VOUS POUR DÉCIDER DE MA VIE ET DE MA MORT ?
Moi, je veux VIVRE auprès des miens, les voir, les embrasser, rire et pleurer avec eux, SANS RESTRICTIONS.

Et si j’en meurs, eh bien, c’est que ce sera mon heure. Je mourrai heureuse d’avoir profité de leur présence, de leur joie et de leur amour jusqu’à la fin de ma vie.
Je refuse que vous m’obligiez à vivre seule, loin de toutes et tous, sans aucun contact physique, sans câlins de mes amours, sans leur rire devant mes gâteaux… Et encore, j’ai la chance de vivre chez moi.

Mais je pense à mes amis, qui vivent en Ehpad, emprisonnés dans leur chambre, sans voir personne, qui ont dû supporter la chaleur cet été, car on leur a interdit le ventilateur dans leur chambre. Ils sont en train d’en mourir ! De tristesse et de solitude. Vous êtes en train de les tuer bien plus sûrement que le covid. Et en plus, vous les priverez de la présence de leur famille lors des obsèques, limitées elles aussi en nombre de personnes présentes.

Pourtant, vous, vous vivez bien avec une femme de plus de 65 ans. Elle n’est pas à risques ? Pourquoi ne pas l’isoler de tous contacts, elle aussi ?

En fait, selon les critères que vous nous appliquez, vous la mettez en danger, elle aussi…
Encore une incohérence de votre part.
Ma petite-fille n’a pas pu se marier avec ses amis, mais ses frères et sœurs sont venus en trains bondés, avec parfois plus de 5 heures de trajet…

Logique, selon vous ? Vous autorisez 700 personnes à se réunir sous un chapiteau, mais vous interdisez 100 personnes sous une tente de mariage ?

Vous nous interdisez de vivre car vous avez sabré les lits d’hôpitaux, sous Hollande, puis vous, directement. Vous parlez de saturation, car 1 500 personnes sont en réanimation. 1 500 personnes sur 66 millions de Français ? De qui vous moquez-vous ? D’autant que toutes ne le sont pas pour des raisons de covid.

Il y a environ 50 morts par jour, ATTRIBUÉS au covid. Est-ce une raison pour moi, mes amis, nous les « vieux », de nous priver de vivre ?

Sans compter tous les Français, condamnés à la peur, au désespoir et au chômage à cause de vous… Vous ne voulez pas que nous, les vieux, nous mourrions, mais vous vous servez de nous pour faire mourir toute la France !

Monsieur le Président, laissez les Français tranquilles, LIBRES DE DÉCIDER DE LEUR VIE ET DE LEUR MORT !

Sachez qu’à partir d’aujourd’hui, 12 octobre 2020, je vais vivre comme je l’entends, en recevant qui je veux, et j’embrasserai tous ceux qui viendront me voir.

Votre avis, comme disait mon cher Robert, « je m’en tamponne le coquillard ».

Bien à vous,
Madame X »

Inno al corpo

di Paul B. Preciado
da “Liberation” (20.6.2020)

Amiamo il corpo malato. Amiamo le cicatrici e i morsi lasciati sulla pelle dalle ferite. Amiamo il corpo anziano, segnato dal tempo, raggrinzito dal sole, pieno di ricordi. Amiamo il corpo lento. Amiamo l’imperfezione e lo squilibrio, il labbro screpolato, l’occhio che vede a malapena, la mano che fatica ad afferrare l’oggetto, il pene moscio, la gamba più corta dell’altra, la colonna vertebrale che non può raddrizzarsi.

Amiamo il vero corpo, fragile e vulnerabile, e non il corpo ideale e tirannico della norma. Amiamo il corpo poetico, perché il linguaggio è solo uno degli organi astratti del corpo vivo. E amiamo il corpo in tutte le sue dimensioni organiche e inorganiche.

Il linguaggio e la tecnologia sono organi collettivi e politicizzati. Come tutti gli altri organi del corpo, ci sono stati rubati. Non sappiamo quasi niente del corpo vivo. Occorre quindi amarlo là dove esso si esprime: nella sua tremula fragilità.

Senza virtù coloniali e patriarcali
Amiamo sia il corpo che nasce sia quello che si avvicina alla morte, questo corpo considerato già obsoleto, inutile, improduttivo, un corpo che ci viene presentato in termini di spesa pubblica, corpo-debito, cifra nelle statistiche su infettati e morti.

Amiamo questo corpo che, pure se sull’orlo della morte, è ancora sensibile a un raggio di luce sulla pelle, a una parola, a un suono. Il corpo vivo in tutte le sue dimensioni è la nostra unica religione. Di conseguenza più un corpo si fa corpo, quando non presenta alcuna delle virtù patriarcali e coloniali – forza, produzione, giovinezza, lusso – più lo amiamo.

E questo anche perché le istituzioni della sanità pubblica, gli ospedali e le case di riposo, le prigioni, le scuole e le aziende sono i nostri primi nemici: perché cercano di ridurre il corpo vivo all’anatomia, all’indicatore di pubblica sanità, alla redditività dei pensionati, alle cifre sulla prevenzione della criminalità, al livello d’istruzione, al profitto.

I governi hanno parlato della guerra al virus, ma in realtà hanno fatto la guerra ai nostri corpi poetici. La nostra pelle è stata strappata, siamo stati privati di qualsiasi contatto o cura, siamo stati separati da amici e amanti, e i corpi preziosi dei nostri cari malati di covid-19 sono stati gettati in una fossa senza nome, privati del rituale che collega la memoria dei morti ai corpi dei vivi. Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista, che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi per una comunità che sogna di essere immunizzata. Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.

Gioiosamente virali
Perché non siamo la comunità immunizzata, siamo la comunità malata. Siamo intossicati e tossici. Il mondo al quale abbiamo appartenuto, questo mondo che non parla d’altro che di sanità pubblica, di prevenzione e d’igiene, non ha fatto altro, dal colonialismo a Hiroshima, passando dall’Olocausto e da Chernobyl, che distruggere il corpo vivo. La religione ha fatto del corpo la prigione dell’anima e il nemico di dio. L’ha fustigato, legato, ha cercato di purificarlo con il tormento e il fuoco. Ha voluto negarlo, dominarlo, sublimarlo. La scienza ha trasformato il corpo in un oggetto anatomico, l’ha sezionato, l’ha diviso in organi e in funzioni, ha voluto conoscerlo e controllarlo.

Lo stato liberista moderno ha fatto del corpo un bene e una merce, una responsabilità e una proprietà privata dell’individuo. L’ha disciplinato, normalizzato, uniformato. Il capitalismo coloniale ha fatto del corpo una forza lavoro, l’ha schiacciato, gli ha preso non solo tutta la sua energia vitale, ma anche tutto il suo potere creativo. Ha voluto catturarlo, comprarlo, venderlo, trarne profitto. Il patriarcato ha trasformato il corpo in forza di riproduzione. L’ha violentato, lo ha ingravidato. Nel neoliberismo questo corpo distrutto, devastato, espropriato, catturato… dal quale è stata estratta ogni forza vitale, è ancora negato. Al suo posto, un avatar edulcorato viene presentato come un’immagine elettronica condivisa. Ma il corpo resiste.

Requiem Antigone di Archivio Zeta

Modena, Cimitero di San Cataldo, 3-4 ottobre 2020

di Monica Centanni e Peppe Nanni

Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista,
che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi
per una comunità che sogna di essere immunizzata.
Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione
dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.
Paul B. Preciado, Inno al corpo

Fotografia di Franco Guardascione

Non poteva che essere Archivio Zeta, di cui conosciamo le rappresentazioni di testi tragici allestite sul fondale suggestivo del Cimitero tedesco sul Passo della Futa, a incrociare il mitema tragico di Antigone con l’emergenza – emergenza sanitaria ma anche, soprattutto, psico-politica – legata al Covid 19.

Infatti, facendo leva su una cornice altrettanto eccezionale come il cimitero San Cataldo di Modena e in particolare sul cubo metafisicamente essenziale di Aldo Rossi, Archivio Zeta, con la sua sensibilità artistica, mette sotto accusa i divieti di stampo tebano dei rituali di sepoltura dei morti, imposti durante il periodo clou dell’epidemia. Il sequestro dei corpi dei moribondi e dei morti e la proibizione dei rituali di sepoltura: è stata una violazione, inaudita, del dovere/diritto primario alla cura dei propri cari, all’assistenza agli infermi, all’accompagnamento alla morte. Non era mai accaduto: Creonte è stato superato.

Vulnerando il diritto primario alla sepoltura e all’elaborazione del lutto, i decreti governativi, mentre colpivano il corpo fisico dei cittadini, incidevano contemporaneamente nella carne viva del ‘corpo poetico’: Questo pare essere il grido teatrale della compagnia. A essere gravemente incrinate sono state le capacità espressive dei più umani dei sentimenti, raddoppiando e amplificando la morte fisica con la perdita di senso dell’esistenza, sequestrato insieme alle bare dei funerali negati.

Deve essere messa in luce la costanza e la tenacia di questa piccola compagnia teatrale che testimonia l’autenticità e l’intensità dello sforzo creativo anche nella difficilissima situazione che colpisce, ancor più per quanto non accada per altri settori, il mondo dello spettacolo e in particolare quello teatrale, che non può esistere se non afferrando fisicamente la diretta presenza dello spettatore.

Alla compagnia di Guidotti e Sangiovanni va riconosciuto un supplemento di merito per la peculiare capacità di intensificare la latente riserva di vibrazioni emozionali dei luoghi: a San Cataldo, come alla Futa, il concentrato di memoria, di energia e di qualità architettonica, è riattivato attraverso l’azione teatrale. La potenza suggestiva dell’ambientazione è chiamata a far da palcoscenico alle nostre passioni: una complicità delle forme materiali che certifica l’effetto di verità dei gesti dei corpi degli attori e dei testi che risuonano grazie alle loro voci.

 

 

Panegirico della camminata e della bicicletta

Resistenza alla città ai tempi del dispositivo epidemico

di Afshin Kaveh
(29.7.2020)

Kaveh racconta le sue camminate in bicicletta durante la chiusura e le colloca dentro una consapevolezza profonda dello spazio, della città, della libertà. Osserva giustamente che “si è insomma diventati escursionisti non appena usciti furtivamente di casa, attraversando con occhi nuovi le sue vie e con esse i suoi microclimi”. Le immagini, intanto, parlano.

 

L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti alle stanze ad aria condizionata:
la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce.
L’uomo delle città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica
e per questo non sogna più.
Ivan Chtcheglov, Formulario per un nuovo urbanismo


La città è già stata distrutta all’alba

Se tra le pagine de La vita contro la morte, Norman O. Brown, definendo la città come «un deposito di sublimazione accumulata, e quindi di colpa accumulata» presentava un passaggio da un lato criptico e dall’altro intriso di freudismo, per non parlare della conclusione secondo cui «per mezzo della città i peccati dei padri sono puniti nei figli», nella primavera del 2020 l’agglomerato atomizzato della concentrazione umana ha palesato ogni sua contraddizione fondante e organizzativa, dando piena ragione al filosofo statunitense.

La fondazione di base della città e la successiva formazione di una coscienza urbana, riflettono uno dei primi regimi di separazione tra l’essere umano e il proprio rapporto col vissuto in quanto, come ricordava giustamente Werner Sombart, la città nasce come un «insediamento di uomini che, per il loro sostentamento, dipendono dalla produzione del lavoro agricolo che non è il loro lavoro». La dimensione spaziale è una parte cruciale nell’articolazione della quotidianità di ogni singolo individuo, ed essa trova organizzazione fondante nella propria economia politica. Insegnava Guy Debord che «l’urbanismo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi conseguentemente in dominio assoluto, può e deve ora rifare la totalità dello spazio come suo proprio scenario».

Ogni spostamento, che per usare un linguaggio illichiano può essere sia di transito che di trasporto e, seguendo le stesse analisi del critico radicale, il primo riguarda «quegli spostamenti che fanno uso dell’energia metabolica umana» mentre il secondo «quelli che si avvalgono di altre fonti di energia», segue una fitta rete di movimenti e percorsi uguali, prestabiliti, monotoni o, per dirla sempre con Illich, una traversata «disegnata con criteri industriali». L’urbanistica parla ai suoi abitanti e, contemporaneamente, parla anche di essi. Quella da noi vissuta – seguendo un processo che si vorrebbe globale ma che per diventarlo deve ancora sedare e appiattire un certo numero di resistenze, che ci auguriamo rimangano in vita – ha molto da raccontarci. Uno dei rischi è che gli ultimi avvenimenti ruotanti attorno alla gestione del Covid-19 – virus che, per parlarci chiaro fin da subito evitando fraintendimenti e dietrologie, esiste eccome – comportino una accelerazione del dispotismo urbano, tra iper-tecnologizzazione e militarizzazione in senso più ampio. Ma questo potrebbe (anzi, deve) alimentare nuove vie di fuga e nuove incursioni tra quel tessuto che si è sfaldato e disgregato, non per la produzione del virus stesso quanto del suo immaginario, cercando così di riappropriarsene una volta per tutte.

[La tipica crescita urbanistica sassarese, la cui città antica è situata nella parte sud-orientale del proprio territorio per poi espandersi alla rinfusa tra macchie di quartieri satellite, campagna, zone artigianali, colate soffocanti di asfalto e zone industriali, può vantare il pregio di essere dissezionata internamente da veri e propri polmoni verdi, laddove la ricca presenza di acqua impedisce l’edificazione. Una camminata alla sua estremità sino a Scala di Giocca, per esempio, permette di lasciarsi dietro ogni edificazione urbana (e con essa ogni limitazione-in-divisa) e, scendendo scala di Nalva, si affronta un fitto sentiero rurale sino a disperdersi nella valle del Rio Bunnari; divenire unici animali umani, tra distese di ciclamini e il torrente che scorre bagnando la regione ai piedi degli imponenti costoni calcarei].

Cronache del pre e del dopo-bomba

La città moderna trova organizzazione nelle sue colate di asfalto e cemento armato, nei suoi paesaggi composti di palazzi e centri commerciali, nei suoi quartieri-vetrina oppure a specchio. I primi per permettere alla «circolazione umana considerata come consumo, il turismo», così come intuiva con sottigliezza Debord, «di andare a vedere ciò che è divenuto banale» nei suoi centri d’attrazione, i secondi come tristi abitazioni identiche tra loro ed edificate in piante a scacchiera, alle periferie, ai confini. Tutto ciò è, a priori, disegnato per seguire gli spostamenti e la vita della merce facendone il soggetto della storia, laddove il tempo si spazializza nel tempo-consumo, un eterno presente costretto all’astoricizzazione e dunque all’immutabilità musealizzata dei propri spazi presentati come naturali, esistenti da sempre e, in quanto tali, immodificabili, e non per quel che sono realmente, ovvero delle funzionali categorie del sistema capitalistico. L’obsolescenza dei suoi abitanti, da sempre verità ma perlomeno un tempo ben velata, si è palesata una volta per tutte ai tempi della quarantena, quando gli incontri simultanei delle vite e dei corpi vissuti di ogni singola individualità, momenti fondamentali del rapporto e del legame sociale in sé, sono stati segregati e isolati nelle mura di mattoni delle proprie scatole quadrate, lasciando libera circolazione appunto alle sole merci, alle armi, alla legge; delimitando ulteriormente i movimenti negli spazi decretati dai loro confini. In questa circostanza è trapelata la profonda diseguaglianza della vita quotidiana, di fronte alle condizioni di confino e di fronte alla malattia stessa, così come giustamente ha fatto notare Jerôme Baschet. Il castello di carte è crollato su se stesso.

La segregazione, dettata da terrore e disciplinamento più che da responsabilità, coscienza e consapevolezza autogestionaria, ha comunque comportato una serie di esperienze che Anselm Jappe si augura diventino buoni propositi per immaginare una vita-altra in prospettiva conflittuale, ovvero «lavorare meno, consumare meno, fare meno viaggi frenetici, inquinare meno, fare meno rumore», ora consapevoli che sia questo modello di mondo causa e concausa dei continui disastri ecologici di cui l’avanzata epidemica si presenta ora come una delle sue tante peculiarità.

[Il ritorno da una lunga pedalata, incorniciato dal tramontare del sole, tra Ittiri e Florinas, paesi di poche anime e distanti tra loro più di 20km, nella regione del Coros, nel Logudoro, circondati da altipiani in un percorso tra andamenti collinari, discese, salite e vallate con fonti e torrenti d’acqua, ulivi secolari e campi di carciofi].

La camminata e la pedalata come resistenza

Cambiare rotta significa anche apportare logiche diverse a ciò che prima si perpetuava freneticamente: il passaggio nella città ha assunto per molti una caratteristica diversa quando esso si è praticato tra le vie di quartieri desertificati. Le auto costrette alla sosta ci hanno reso partecipi di un rumore prima ironicamente inudibile: il silenzio. La qualità dell’aria è decisamente migliorata e il cielo ha ripreso il suo colore più vivo. Ma se la camminata si è limitata a un consumo vissuto diversamente, ma pur sempre consumo (come l’uscita per il tabacco o altre necessità vacue), si è persa la possibilità non solo di vedere realmente la città con altri occhi ma anche di viverla diversamente. Come notava Illich, «coloro che vanno a piedi sono più o meno tutti uguali» e «chi dipende dalle proprie gambe, si sposta secondo lo stimolo del momento […], in qualunque direzione e per andare in qualsiasi posto che non gli sia legalmente e materialmente precluso», per quanto sia la città in sé a precludere esclusivamente agli spazi e al tempo dedicati al consumo. Per rompere con queste barriere, la deriva, teorizzata da Chtcheglov e descritta da Debord come un «lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono», in un «passaggio veloce attraverso svariati ambienti» è ancora oggi la miglior pratica per poter mettere radicalmente in discussione la città così com’è vissuta, e con essa la sua architettura e la sua urbanistica, depositando radicalmente la merce e diventando noi stessi la forza motrice della nostra storia, in un rapporto dialettico tra soggetto e mondo oggettuale, mediandolo e facendoci mediare. In tempi di Covid gli spostamenti sono stati severamente disciplinati e puniti tra Decreti, Ordinanze e un dispiegamento massiccio di forze dell’ordine. Per fuggire dal disagio della segregazione domiciliare non sono stati in pochi a cercare zone d’ombra, punti ciechi in cui rifugiarsi di tanto in tanto, in cui incontrarsi, atomizzarsi nello scambio corporale allorché il rapporto virtuale dell’alias-ad-alias ha dimostrato i suoi limiti insoddisfacenti e incompleti; oppure in solitudine, in un rapporto organico tra se stessi e l’ambiente circostante. La camminata si è dunque perpetuata a mo’ di avventura, un giro in terre ostili da cui non sai che aspettarti, in cui il rischio è stato una costante e un momento non si è mai presentato uguale al precedente, rompendo con la logica del percorso prestabilito dalla passeggiata-atta-a-consumare la quale ha nelle vetrine e nelle vie dello shopping e della movida le sue terre di passaggio prestabilito, tutto uguale, banalizzato anche nei suoi incontri.

Non è un caso che queste derive, spesso (o almeno nel contesto nel quale vivo io, quello della costa del nord-ovest della Sardegna tra le valli di Sassari, ricche di sentieri rurali e percorsi d’acqua, e i rilievi e gli uliveti di Ittiri), abbiano trovato il suo alleato per eccellenza nelle periferie sempre più diradate fino alla conclusione spontanea oltre la città, laddove inizia il naturale e la passeggiata si trasforma in escursione. Eppure questa volta la logica dell’escursione è stata parte coesa anche al passaggio nella città stessa e si è insomma diventati escursionisti non appena usciti furtivamente di casa, attraversando con occhi nuovi le sue vie e con esse i suoi microclimi. Non saranno di certo “due passi” a salvarci, né romperanno l’esistente e il suo sbando autoritario. Sarà però questo modo di vivere gli spazi e il tempo che ci sarà d’esempio per disalienare l’interscambio tra noi e l’ambiente, vivendo gli spazi e il tempo in prospettive organizzative radicalmente diverse. Viverli diversamente – e per farlo è necessario prima metterli in discussione – significa anche abitarli diversamente, attribuendogli una significazione in cui la nostra centralità soggettiva, da non confondere col becero antropocentrismo o egocentrismo, si farà struttura ontologica con la totalità.

Una delle potenze metaboliche, per parlare con Illich, non è solo la camminata ma è anche il rapporto con la bicicletta; un mezzo sì tecnico, ma che nell’intersezione con l’uomo non passa per mediazioni energetiche che non siano le sue (trasformando l’energia muscolare in energia cinetica) e la cui azione e funzionalità di trasporto, inserendosi ovunque (persino tra la fitta nervatura di una coda di automobili in un ingorgo stradale o portandola a mano in momenti di riposo), rompe con la configurazione e la conformazione dello spazio sociale nella propria struttura, codificata a misura del trasporto su organizzazione industriale, certo d’una comodità indicibile e di cui chiunque di noi usufruisce ma che, innegabilmente, sempre secondo Illich, decreta una «nuova geografia» dettando e fabbricando «nuovi tempi». Le città sono edificate a misura di automobile, non di essere umano (come invece sono presentate) e i tentativi di macchinizzare la bicicletta (nel senso valoriale del lessico marxista, nella sua mera visione di profitto) inserendola negli spostamenti lavorativi o nei lavori veri e propri (rider) è solo una facciata ecologista, o green, di cui il sistema capitalistico non potrà mai rivestire il velo senza decadere in un evidente ossimoro.

[Pedalata di 31km da Ittiri sino al Lago del Cuga nel territorio di Uri, uno specchio d’acqua certo prodotto artificialmente (che nei periodi di secca fa emergere alcuni nuraghi sommersi) ma pennellato sul tipico sfondo collinare e sul suo silenzio].

Conclusioni

La camminata (soprattutto se vissuta come una deriva perpetua) e la bicicletta sono gli unici modi per rompere con la logica del passeggero, una delle tante figure concatenate ai momenti del nostro vissuto organizzato su tante piccole separazioni, mediazioni e deleghe, ove il paesaggio e il territorio sono persi, sfuggenti e deformati dall’industria e dalla sua logica di movimento, sia nella forma che nei ritmi lavorativi e consumistici, modificando di conseguenza anche i suoi abitanti. La camminata, intesa come modo di vivere l’ambiente e le sue relazioni, seppur non possa eguagliare le distanze e le velocità di altri mezzi (compresa la stessa bicicletta), permette un incontro che va ben oltre quello collegato dai veicoli.

La bicicletta è sì un veicolo ma che, vissuto con una logica di rottura rispetto alla dimensione degli spazi e alla loro temporalizzazione, cede un’autonomia liberatoria fortemente egualitaria. Nella sua pedalata, tra discese e salite, nella fatica ma anche nella piena soddisfazione dell’esperienza: organica col mezzo, organica con l’ambiente attraversato.

L’assenza dei corpi, nella primavera del 2020, ha portato a una febbrile esigenza di libertà, ma se essa non si presenterà conflittualmente sarà tempo sprecato. Né la camminata né la bicicletta sono il fine, ma la loro logica ridisegnerà il vivente, il vissuto e l’ambiente in cui esso agisce abitando pienamente le situazioni nelle quali il corpo è immerso.

Aperto | Venezia, 7-9 luglio 2020

a Venezia l’Università riguadagna il suo spazio

Tre giorni di seminario. L’Università Iuav di Venezia riguadagna lo spazio fisico, dove possono incontrarsi nuovamente corpi e pensieri.

Aprire, ri-aprire, all’aperto. Nelle declinazioni in cui l’aperto è stato articolato durante le fasi che hanno seguito il lockdown il desiderio del fuori è diventato esorbitante, ha invaso il lessico, l’immaginario, il pensiero. Ma aprire, agire all’aperto, pianificare aperture non comporta un ritorno al mondo di prima, alla normalità che, s’è detto, era essa stessa il problema.

Quali sono le condizioni in cui stiamo riaprendo? Come torniamo nelle aule delle università, nei laboratori, nelle sale dei teatri? Quali sono oggi gli spazi di praticabilità della presenza, le forme di comunità, le reti relazionali che si stanno costruendo?

Ne parliamo all’aperto, nello spazio riguadagnato della nostra università.

Programma

martedì 7 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Venezia/Mondo
Laura Fregolent
Malvina Borgherini
Monica Centanni
Marco Baravalle/Anna Clara Basilicò
Collettivo Confluenze
Extragarbo

 

mercoledì 8 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Corpi
Annalisa Sacchi
Silvia Calderoni
Chiara Bersani (in collegamento)
Motus (in collegamento)
Ilenia Caleo
Nina Ferrante
Piersandra Di Matteo/Atlas of Transitions
Caterina Serra

giovedì 9 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Istituzioni/Lavoro/Spazi
Mario Lupano
Francesca Corona (in collegamento)
Oberdan Forlenza
Silvia Bottiroli (in collegamento)
Peppe Allegri (in collegamento)
Baravalle/Chiara Buratti

 

Corpi e corpi. In presenza

di redazione corpi e politica
(28.6.2020)

corpi e politica si apre da oggi al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

corpi e politica è nato dall’urgenza di denunciare le insopportabili limitazioni imposte ai corpi. Limitazioni alla libertà di movimento, di espressione, di scambio fisico, decretate con una normativa arbitraria e autoritaria. Limitazioni pesantemente imposte con il terrorismo psicologico e mediatico che ha spinto a percepire in qualsiasi altra persona e perfino nell’ambiente una minaccia alla propria vita, che ha spinto le persone a recludersi spontaneamente o a limitare al minimo la propria vita sociale e di relazione – che è poi la vita stessa.

Vivere significa infatti scambio con i propri simili, incontro dei corpi nei luoghi reali, nell’ambiente, nel mondo. La vita è movimento, scoperta, autonomia – sorpresa e invenzione che si dà soltanto nella relazione con lo sconosciuto. La dissoluzione del contatto sociale diventa invece la migliore garanzia per chi governa, qualunque sia il suo nome: atomi sociali irrelati non potranno mai fare corpo per partecipare alla vita politica attiva anziché subire passivamente decisioni calate dall’alto.

Tutto questo ha molto poco a che fare con epidemie e questioni sanitarie, considerata la grande sproporzione fra i danni prodotti dal virus e gli enormi, universali, pervasivi danni fisici, psichici, sociali, economici provocati dalle misure di reclusione: una forma di controllo arbitrario delle esistenze che non ha precedenti nella storia per dimensioni e profondità.

La questione della libertà è da sempre una questione di corpi, del loro muoversi nello spaziotempo con energia, consapevolezza, lucidità, in autonomia rispetto a forme di convivenza coatte, da minacciose strutture di obbedienza, da regimi sanitari autoritari. L’esistenza umana è incompatibile con il regime della separazione. È fatta di una relazionalità costante, pervasiva, faticosa e feconda.

Di fronte al cristallizzarsi di questa situazione poche e isolate sono state le voci critiche. Ora però il regime di limitazione dei corpi si sta attrezzando per diventare permanente e la resistenza non può  che partire dai corpi. Dai nostri corpi, dai corpi che siamo.

Nella rivoluzione etica ed estetica del secolo scorso, uno slogan centrale era la “liberazione del corpo”, all’insegna di un cambiamento radicale che ha coinvolto milioni di esistenze: dagli atteggiamenti e comportamenti quotidiani degli individui ai grandi orizzonti collettivi di reinvenzione del mondo. Oggi, nel tempo oscurantista della paura, il primo oggetto di attacco e di censura è stato il corpo e l’energia che scaturisce dal desiderio – ma la fisicità dei corpi e l’estetica del desiderio erano già in una fase di desistenza. Ora, liberare i corpi significa puntare sull’incontro fisico, rilanciare la potenza del contatto e la necessità – umana ovvero politica – della relazione.

Tenere una lezione ai propri studenti senza mediazioni telematiche, in presenza fisica; lavorare in gruppo ‘dal vero’; spostarsi fisicamente in un’altra città o nazione; fare una festa; fare un’assemblea – potrebbero sembrare le più ovvie delle rivendicazioni, il ritorno a una normalità da recuperare dopo un periodo di obbligata astinenza. Ma invece proprio il tempo della deprivazione ha dimostrato quanto quelle pratiche siano preziose, funzionali alla vita activa senza la quale, per l’uomo, non si dà vita contemplativa ma neppure la mera sopravvivenza biologica.

Per questo corpi e politica si apre da oggi non solo alle riflessioni sul nostro tempo, ma anche al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

Mi manca la città. Cartolina da Bologna

di Alvise Narduzzi (21.4.2020)

 

Cammino verso Piazza Maggiore; e mi scopro mosso da un’insolita curiosità di imboccare quelle vie per le quali, solitamente, a guidarmi bastano le gambe. È una domenica di quarantena, ma non hanno avvisato il Nettuno, che impettito sfoggia il suo bronzo restaurato di recente per un pubblico sparuto e disinteressato. Seduti sotto le Nereidi, i rider colorano la Piazzetta con le tonalità del rispettivo servizio di consegna. Attendono di rispondere a tutti gli ordini che l’isolamento sociale ha generato, e patiscono la spola di una volante lì attorno, come un avvoltoio sulla carogna.

Superato l’angolo di Palazzo D’Accursio, precisamente quello dove si staglia l’ombra del Nettuno che uno dei Segreti ritiene equivoca, mi fermo per fare una foto a Piazza Maggiore, immobile nella nudità che forse mai ha conosciuto fino ad ora. Prima di avere il tempo di essere insoddisfatto della foto, decido di rientrare, spinto dal perentorio: “Ehi, facciamo i turisti?”, gracchiato dalla volante in movimento. Mentre torno sui miei passi, non riesco a fare a meno di sorridere, pensando che finalmente, oltre ad un nuovo fascino alla Piazza, il distanziamento sociale potrebbe essere riuscito a dare un fine utile al Voltone del Podestà e al suo telefono senza fili.

Le foto sono per i miei. Sono increduli della desertificazione di una città che nel loro immaginario reputano cuore pulsante dell’aggregazione giovanile. Opinione di cui sono felicemente complice e artefice, poiché ho sempre venduto loro immagini al miele di Bologna – che ho imparato ad amare come casa mia, per quanto è viva. E mi manca, la città, per tutte le volte che di quella vitalità sono stato parte; ma anche per tutte le volte che, severa, mi ricordava quanto sbagliassi a non vivere nelle sue strade. Io gliele mando, le foto, ma non so come dir loro che La Grassa ormai ci sfama portando il cibo al piano, consegnandolo col braccio teso a sfiorare il crampo, nel rispetto della distanza ordinata; tantomeno che La Dotta è ormai costretta alla triste forma di precettrice virtuale. Non so nemmeno spiegare, beninteso, che stiamo centellinando i rapporti personali, tra sporadiche visite clandestine e incontri online che, saltando le strette di mano, esordiscono tutte con un inutile: “Come sta andando la quarantena?”.

Credo dirò loro, per convincere me stesso, che dopotutto Bologna è anche La Rossa. Fatto che conferma, almeno cromaticamente, l’analogia col cuore che ho spacciato così bene. Racconterò che rateizziamo i rapporti, ma tentando di non interrompere il battito, i processi di sistole e diastole del pulsare bolognese. Proprio sotto casa, davanti alla Finestrella, quando mi coglie la malinconia persino nel vedermi risparmiato il quotidiano slalom tra i cretini che fotografano una Venezia fittizia, lo capisco sul serio: mi manca la mia città.