Il lockdown totale è anche il prodotto di questo fallimento

di Carmelo Palma
(da Linkiesta, 24.3.2020)

“se l’Italia è il primo Paese al mondo, dopo la Cina, a decretare un lockdown totale non solo della vita sociale, ma anche di quella economica, ciò non lo si deve alla scelta di rispondere tempestivamente all’emergenza, ma alle conseguenze spaventosamente negative della pandemia in Italia, che la retorica dell’emergenza finisce paradossalmente per occultare, mentre le comunicazioni burocratiche della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità provano a normalizzare il “coronavirus italiano”, che invece palesa fragilità strutturali non dipendenti solo dalla virulenza dell’infezione: la letalità assoluta, l’altissima percentuale di contagiati in ospedale e in strutture sanitarie, a partire dai medici, il ritardo nella fornitura di dispositivi elementari – non i respiratori, ma le mascherine! – al personale sanitario, i tassi di ospedalizzazione radicalmente diversi tra regione e regione. Il lockdown totale è anche il prodotto di questo fallimento, non certo delle infrazioni dei “furbetti” che hanno aggirato le prescrizioni e che nella settimana successiva al Dpcm del 9 marzo non superavano il 4% dei soggetti controllati.”

Dopo un weekend di rocambolesche rincorse mediatiche >>>

 

Decreto Conte ultima edizione (per ora)

di Peppe Nanni

Sommerso dalla marea montante delle critiche dei giuristi e probabilmente bacchettato dal Quirinale per l’insostenibilità formale dei testi, Conte ci riprova e vara un decreto –legge per correggere i precedenti provvedimenti del Governo, un atto provvisoriamente efficace che dovrà essere ratificato da una decisione parlamentare, ammesso che i membri di Camera e Senato trovino il coraggio fisico per riunirsi.

Il testo, in un intrico barocco di rimandi incrociati con disposizioni amministrative, alcune di poco precedenti, altre collaterali e altre ancora genericamente annunciate per un tempo imminente, sostituisce il corredo di minacce penalistiche con un’elastica previsione di sanzioni amministrative. In pratica, cade l’indifendibile riferimento all’art. 650 del Codice Penale mentre i comportamenti censurati vengono ora colpiti con una ‘multa’ che vaga da un minimo di 400 Euro a un massimo di 3000, con uno sconto del 30% per il ‘consumatore’ che aderisca all’offerta pagando entro 30 giorni. La stessa sanzione (ma nella misura ridotta di circa 200 Euro) è prevista in relazione ai verbali elevati nei giorni scorsi, per alleviare le preoccupazioni delle Procure, gravate da circa 115.000 (infondate) notizie di reato pervenute sino a oggi.

Nessuna indicazione è fornita sulle modalità applicative all’interno di un range così vistoso tra il minimo e il massimo, anche se possiamo prevedere che, nella consueta e abnorme discrezionalità concessa, l’autorità deputata a irrogare la sanzione (statale o regionale) si atterrà ai minimi per evitare la massa di impugnazioni che un diverso atteggiamento certamente provocherebbe. Anche perché permane immutata la vaghezza e quindi l’incertezza della descrizione delle condotte proibite o meglio, spesso, ‘sconsigliate’, ad arricchire le quali è sopraggiunto l’invito a esercitare i muscoli ’in prossimità’ dell’abitazione. In merito può, per così dire, soccorrere un’eventuale misurazione della distanza consentita a opera dell’autorità regionale [LINK AL VIDEO DEL PRESTIGIATORE].

Il Decreto Legge n 19 infatti depenalizza le sanzioni ma non chiarisce ma anzi accentua le ambiguità della formulazione testuale e risulta di ostica lettura anche per l’interprete più esperto, continuando a offrire il fianco a più di un motivo di contestazione.

L’inquadramento giuridico dei decreti presidenziali (alla data del 12 marzo 2020)

di Peppe Nanni

A) Violazione del principio di legalità formale

Nonostante l’intervento, in dichiarata copertura di Conte e in perfetta malafede, di un coro plaudente di costituzionalisti – gli stessi che si commuovono retoricamente e gratuitamente per la perfezione della nostra Carta Fondamentale, a patto che sia ignorata di fatto – la decretazione sul Covid 19 del Governo è illegittima perché comprime diritti (di libertà personale, di circolazione, di riunione politica) espressamente garantiti da specifici articoli della Costituzione. I giuristi filogovernativi affermano spensieratamente che questi diritti possono essere compressi ma omettono di ricordare che la limitazione deve essere sancita dalla legge e non da un decreto amministrativo, di rango inferiore non solo rispetto all’articolato costituzionale ma anche rispetto ai provvedimenti dell’organo legislativo, il Parlamento (che intanto si squaglia ignominiosamente di fronte al pericolo).

In pratica, il potere esecutivo ha prodotto norme – di eccezionale gravità, abnormi – e applica sanzioni limitative della libertà personale sostituendosi anche alla Magistratura (a meno di essere capaci di operare una impossibile distinzione tra gli effetti pratici della restrizione domestica di massa che il Governo impone e un provvedimento giurisdizionale di “arresti domiciliari” con divieto di contatti che può essere comminato solo da un giudice). Un atteggiamento di assolutismo non illuminato sconosciuto anche nelle esperienze delle dittature militari, l’unico paragone possibile è quello con l’autocrazia zarista, residuo di un’epoca premoderna che ignorava la divisione e il bilanciamento dei poteri. Facendo un giro in internet si possono leggere le imbarazzate capriole dei giuristi postdemocratici (ad es.: “Quanto all’adottare misure restrittive delle libertà con un dpcm, ovvero un atto sostanzialmente amministrativo, che quindi sfugge al controllo preventivo del presidente della Repubblica e a quello successivo del Parlamento, desta un pò di perplessità”. Salvatori Currieri, sito Agenzia Italia, 13 marzo 2020). In sintesi: il decretare di Conte è un po’ illegittimo e incostituzionale perché proviene da un organo che non ha giuridicamente il potere di disporre arbitrariamente della nostra vita comprimendo diritti garantiti dalla Carta Fondamentale.

B) Violazione del principio di tassatività della legge penale

Nella società regolata dal diritto, nella quale ci piace pensare ancora di vivere, i comportamenti colpiti da una sanzione penale devono essere dettagliatamente individuati e chiaramente descritti, magari con un dettato normativo privo di contraddizioni. Il che non accade con il decreto Conte, che usa un linguaggio privo di tecnica giuridica e non imperativo,“Evitare…”, “ è fortemente consigliato…”;  termini evanescenti: cosa sono “i territori” in cui ogni persona è confinata? Il Comune? La (ex) Provincia, il rione, il condominio o forse la galassia? Non lo sapremo mai, e la perimetrazione geometrica pare delegata alla benevola discrezione del tizio in divisa che si rattrista se vai a fare una corsetta fuori invece di murarti in casa. Poco importa che il sito della Protezione Civile assicuri che il podismo è ammesso, naturalmente con moderazione. Non è una contraddizione, assicurano, è un consiglio. Un consiglio benevolo, in perfetto stile corleonese, forse appreso nel corso di quella trattativa Stato-Mafia che si è fantasiosamente inventato Paolo Borsellino. In realtà il testo del decreto dell’avvocato Conte, perfetta sintesi tra gesto autoritario e incapacità decisionale, non pare essere passato al vaglio correttivo neppure di un laureando in legge.

Macroscopico il divieto di assembramento, che, come è stato notato, non è corredato dall’indicazione di una qualche sanzione applicabile e quindi stigmatizza un fenomeno che non pare punibile; del resto come si potrebbe? “Assembramenti” nel linguaggio giuridico e diversamente da “riunioni”, indica “le adunate di più persone avvenute senza una preventiva decisione, tali da potersi definire accidentali”.

In sintesi: il decreto Conte è inapplicabile perché non riesce a descrivere con esattezza le condotte punibili.

Mantenere il cuore civile della funzione intellettuale

di Peppe Nanni
(27.3.2020)

“A me delle libertà fondamentali non frega niente”: capita di incontrare espressioni del genere sul web, come risposta tranciante contro chiunque manifesta preoccupazione per la tenuta del quadro costituzionale. Ma questa sindrome da servitù volontaria può anche far scattare una decisa presa di posizione: se gli organismi del potere politico e amministrativo si fossero rivolti al corpo della cittadinanza con un altro tono, invitando ad assumere atteggiamenti individualmente e socialmente responsabili verso il pericolo epidemico, se avessero ammesso almeno in parte le enormi responsabilità dell’intera classe dirigente per la grave menomazione del sistema sanitario pubblico e nell’assunzione contraddittoria e intempestiva delle misure di prevenzione e contrasto, se non avessero esibito una maschera grottesca di paternalismo arrogante, se non avessero irresponsabilmente scatenato il contagio incontrollabile del panico, attraverso un uso, tanto velleitariamente stalinista quanto spettacolarmente sgangherato, del chiasso mediatico per infantilizzare  e incattivire il pubblico, se tutto questo non fosse andato in scena, forse si sarebbe potuto sopportare, almeno in parte, anche l’introduzione di (pseudo) norme tecnicamente mal confezionate e costituzionalmente inquietanti.

Così non è stato, autorizzando il dubbio che si sia messo in atto non una semplice sospensione occasionale ma un processo di irreversibile fuoriuscita dal perimetro delle libertà presidiate dal dettato della Costituzione. E la pulsione morbosa che baratta la salvezza dall’epidemia con l’estinzione di qualsiasi facoltà intellettiva e rischia di sommergere, indipendentemente dalle intenzioni di qualche apprendista stregone, non solo le basi – giuridiche, politiche, solidaristiche – di una convivenza degna di questo nome ma persino, non poi così paradossalmente, la razionalità specifica del progetto sanitario di tutela della salute pubblica. Anziché mobilitare l’intelligenza diffusa della società a fornire uno slancio responsabile e cosciente nella ricerca delle migliori soluzioni possibili, maggioranza e opposizioni, per inadeguatezza strutturale e per atavica sfiducia verso la collettività, hanno evocato i demoni del terrore davanti a un pubblico sospinto verso l’infantilismo.

Diventa allora fondamentale mantenere pulsante il cuore civile della funzione intellettuale, che non è quella di riempire i cruciverba o recitare la Vispa Teresa, come sembrano credere i governanti che hanno abolito la cultura per decreto. Irrinunciabile è la visione d’insieme, la capacità di raccordo tra le diverse prospettive valoriali, il bilanciamento tra urgenze tattiche e interessi strategici della comunità politica, la scansione tra i diversi tempi d’intervento che sono richiesti dalla società contemporanea e dalla sua complessità. In questa prospettiva, non si può che valutare con durezza critica anche la dilettantesca formulazione giuridica del decreti ministeriali, il mancato rispetto delle legittime procedure di ratifica e approvazione, la confusione terminologica e la pericolosissima discrezionalità operativa che viene iniettata nello svolgimento di funzioni così delicate in un momento di così grave smarrimento. È noto che chi rinuncia alla libertà in cambio della sicurezza, finisce con il perdere sia l’una che l’altra. Lungo il piano inclinato non ci sarà nessun “dopo” per porre rimedio, per restaurare la libertà, lo scambio educativo, l’energia delle relazioni sociali oggi traumatizzate. Sono cose destinate comunque a cambiare: rivendicarle oggi, subito, qui, non significa ripristinare la già guasta situazione di prima – che ha prodotto il pandemonio – ma tentare di inaugurare una vita nuova anziché una sopravvivenza passivamente rassegnata