Il teatro come pharmakon

Teatro del Lemming
(28.4.2020)

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Dopo oltre due mesi di totale chiusura, lo spettacolo dal vivo non ha ancora alcuna indicazione, nemmeno all’avvio della cosiddetta “Fase 2”, rispetto a tempi e modalità di una sua possibile riapertura. Questo clima di totale incertezza è oltretutto acuito dalla totale marginalità che la questione teatrale ha assunto all’interno del dibattito pubblico. Questo non solo è grave per le centinaia di migliaia di lavoratori che non conoscono quale orizzonte futuro si configuri, ma lo è anche per lo svilimento di un’arte la cui funzione, da servizio pubblico sembra ridursi, almeno nell’opinione di molti media, a puro svago o intrattenimento.

In questi giorni si è più volte parlato di una Netflix della cultura, di trasferire cioè il teatro su piattaforme digitali. Ma per noi pensare di realizzare teatro on line è semplicemente impossibile: lo possiamo chiamare video, televisione, cinema ma non teatro. È importante ribadire, come già altri colleghi hanno fatto, che il teatro è tale solo nel momento in cui prevede la presenza viva e concreta di attori e spettatori in uno spazio condiviso. È infatti costitutivo e proprio al teatro pretendere la condivisione di un evento da parte di una comunità che si incontra. A teatro si è presenti con il proprio corpo e con i propri sensi. Si è presenti con i propri fantasmi, alle fratture del nostro tempo e si è costretti ad un faccia a faccia con l’evento. Se davvero la convivenza con quest’epidemia dovrà continuare ancora a lungo, invitiamo ciascuno di noi a pensare al teatro come a un pharmakon. In quest’epoca terribile che impone la distanziazione sociale la pretesa del teatro di essere incontro ravvicinato e relazione, oltre che come veleno può essere pensata come cura: il farmaco di cui abbiamo bisogno per restare umani. Perché accanto alla salute dei corpi è altrettanto importante prendersi cura dello spirito, della mente e delle anime.

Così se a partire dalle prossime settimane sarà possibile la riapertura delle attività sportive e di cura della persona, e si pensa di prevedere accessi contingentati all’interno di bar, ristoranti, musei, Chiese, pensiamo possa essere fatto altrettanto per lo spettacolo dal vivo. Ricordando che il teatro è fatto sia di un lavoro a porte chiuse (prove, laboratori, residenze) che di serate aperte al pubblico e che in molti luoghi di questo Paese i teatri rappresentano dei presidi culturali e civili a cui non è in alcun modo possibile rinunciare.

Crediamo poi che spetti agli artisti, nel rispetto della garanzia alla salute dei lavoratori e degli spettatori, trovare modi per cui sia possibile, nonostante tutte le limitazioni, essere fedeli alla natura propria del teatro che è quella appunto di costruire comunità, per quanto provvisorie, in cui l’Altro, lo sconosciuto, appaia non più come un pericolo ma come lo straniero di cui prendersi cura.

Pubblicato in www.teatrodellemming.it

App ‘Immuni’: nutrire dubbi è legittimo e utile

Dobbiamo essere diffidenti verso tutti i sistemi di sorveglianza, anche se e quando fatti (ci si assicura) per il nostro bene.

di Nadia Urbinati
(da Repubblica 27.4.2020)

Il governo ha scelto l’app Immuni per la gestione del contact tracing coronavirus nella fase 2 dell’emergenza. Ad aggiudicarsi il bando è stata la compagnia Bending Spoons (fondata in Danimarca nel 2013) con sede a Milano. L’app servirebbe a monitorare la nostra (in)sicurezza all’uscita dalla reclusione sicura. Da qui alla seconda metà del 2021 per convivere con il Covid 19 occorrerà tracciare chi viaggia, si muove, interagisce. Diverse le reazioni all’app: entusiasmo dei tecnofili, ostilità dei resistenti al digitale, scetticismo dei pragmatici. Ma nutrire dubbi è, oltre che legittimo, utile.

Immuni è avvolto da problemi da risolvere in tempi brevi, visto che si prevede la sua entrata in funzione a fine maggio. Questioni tecniche, ma soprattuto morali e psicologiche. Connesse ovviamente alla privacy. Certo, la libertà individuale non sta tutta incapsulata nella sfera della mia intimità psicologica ed emotiva. È anche decisione di agire insieme agli altri e nel mondo. Ma il cuore della libertà sta nella certezza di essere io soltanto a vedere e vivere me stessa.

Proteggere il mio intimo dall’occhio pubblico o altrui è la condizione senza la quale non c’è rispetto per la mia libertà. L’intimità di me con me stessa è, scriveva Hannah Arendt, quella condizione recondita che deve avere la certezza di non essere ispezionata. Dobbiamo essere diffidenti verso tutti i sistemi di sorveglianza, anche se e quando fatti (ci si assicura) per il nostro bene. La garanzia dei diritti è figlia di questa sana diffidenza, che non scompare mai, nemmeno quando poteri politici limitati si impegnano a non violarla. E che fare quando è la tecnologia del software a proporsi come ancella del nostro bene? Abbiamo tutto il diritto di non fidarci del paternalismo tecnologico; di chiedere come l’app tratterà i dati sensibili e altamente personali che dovrebbero essere usati solo per ragioni sanitarie e solo relativamente all’infezione da Covid 19.

È legittimo (e realistico) dubitare di questa intromissione degli interessi privati nella conoscenza di quel che dovrebbe spettare solo al pubblico avere, e per gli scopi delimitati previsti. È legittimo chiedersi chi svolgerà la funzione di archiviazione dei dati. È ovvio che la legge prevede che gli attori privati siano responsabili per ogni operazione; ma la pena segue il danno. E questo danno è comunque incalcolabile: come si vive “dopo”, ovvero sapendo che qualcuno ha carpito e usato pezzi della mia vita, che sa chi ho frequentato e con chi ho interagito? Si tratta di un danno difficile da calcolare e la sola idea di poterlo subire è insopportabile. Quali che siano le garanzie e benché tutto avverrà secondo le regole stabilite dall’Unione europea, che sono stringenti e severissime, resta il fatto che ci saranno operatori privati a noi sconosciuti che avranno un potere straordinario su di noi, occhi invisibili puntati sulla nostra vita intima e personale.

Ultimo problema, squisitamente hobbesiano. Che cosa mi accadrà se le persone che stanno nello stesso mio scompartimento di un treno sono allertate dalla app sulla mia positività? Non è rischioso stare sotto i riflettori dei miei casuali compagni di viaggio, ai quali di me interessa solo che sia immune? In uno scenario “Sci-fi”, vi è ragione di rabbrividire nel dover vivere in una società che ci classifica come immuni o contagiati, e che si dota di monatti-bluetooth.