16 aerei militari F35 corrispondono a 32.000 posti di terapia intensiva

di Emanuela Isonio
(da Valori, 31.3.2020)

Mentre il numero di posti letto è crollato a 3,2 ogni mille abitanti e sono stati tagliati 43mila operatori sanitari, la spesa militare cresce anno dopo anno.

Barattereste 32mila posti di terapia intensiva per fare in modo che l’aviazione militare italiana possa mettere nei propri hangar 16 aerei F35? Oppure rinuncereste a comprare più di 5 miliardi di mascherine per avere una nuova portaerei e una manciata di elicotteri e mezzi blindati?

Sembrano proposte fuori di testa, perfettamente in linea con i più cinici “pesci d’aprile”. È invece l’esemplificazione di quanto avrebbe potuto fare l’Italia sul fronte sanitario se negli ultimi anni non avesse aumentato le proprie spese militari. Senza contare, per di più che, nel frattempo, le spese per la sanità hanno subito progressive contrazioni.

Per le armi crescita costante. Per la salute no

Le comparazioni possono essere fatte leggendo i numeri dell’ultima analisi sviluppata dalla Rete Italiana per il Disarmo su dati dell’Osservatorio Mil€x e della Fondazione GIMBE – Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, think thank bolognese di politica sanitaria.

“La spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al PIL, passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi” si legge in una nota di Rete Disarmo. Intanto, “la spesa militare ha sperimentato un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013)”. In pratica è aumentata di poco meno di 3 miliardi di dollari.

Calcolando che un posto letto di terapia intensiva “vale” circa 80mila euro (15mila per il letto vero e proprio, 30mila per il ventilatore, 16mila per i monitor con i parametri vitali e 20mila per altre attrezzature indispensabili), con gli stessi soldi se ne sarebbero comprare oltre 30mila.

spesa pubblica italia per sanità OCSE
L’andamento della spesa pubblica per la sanità in Italia. Fonte: OCSE.

In particolare, le stime dell’Osservatorio Mil€x degli ultimi due anni descrivono una spesa militare di circa 25 miliardi di euro nel 2019, (cioè 1,40% rispetto al PIL) e di oltre 26 miliardi di euro previsti per il 2020 (cioè l’1,43% rispetto al PIL), quindi quasi ai massimi dell’ultimo decennio.

Le voci di spesa militare

Ma cosa comprendono questi costi? Al loro interno sono ricompresi sia quelli delle 36 missioni militari all’estero (ormai stabilmente pari a 1,3 miliardi annui circa) sia quelli del cosiddetto “procurement militare”, cioè di acquisti diretti di armamenti. Una cifra che negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre collocata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali.

Sono i fondi che servono a finanziare lo sviluppo e l’acquisto da parte dell’Italia di sistemi d’arma come i caccia F-35 (almeno 15 miliardi di solo acquisto per 90 velivoli), le fregate FREMM e tutte le unità previste dalla Legge Navale (6 miliardi di euro complessivi) tra cui la “portaerei” Trieste (che costerà oltre 1 miliardo), elicotteri, missili. E poi vanno aggiunti i 7 miliardi di euro “sbloccati” dalla Difesa e dal MISE, in particolare per mezzi blindati e la prevista “Legge Terrestre” da 5 miliardi (con Leonardo principale beneficiario).

Intanto nella sanità crollano i posti letto

Contemporaneamente, rivelano i dati della Fondazione GIMBE, nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43mila posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi con numero di posti letto negli ospedali sceso a 3,2 ogni mille abitanti nel 2017 (la media europea è del 5).

Andamento del numero di posti letto ogni 1000 abitanti in Italia e confronto con la permanenza media in ricovero. Fonte: OCSE.

“Nel decennio 2010-2019 – si legge in un rapporto del settembre scorso – il finanziamento pubblico del SSN è aumentato complessivamente di € 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%. In altre parole, l’incremento del FSN nell’ultimo decennio non è stato neppure sufficiente a mantenere il potere di acquisto”.

FONTE: Report Osservatorio GIMBE n. 7/2019. Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale
Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale. Fonte: Report Osservatorio GIMBE n. 7/2019.

Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano che probabilmente le due scelte (spese militari su e spesa sanitaria giù) non siano state esattamente lungimiranti. “Non sono le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza” commenta Francesco Vignarca, portavoce della Rete Disarmo. “La sicurezza è al contrario promossa e realizzata da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà)”.

Né cambierà qualcosa di sostanziale con il decreto “Cura Italia” che il governo ha licenziato nei giorni scorsi. I 25 miliardi di misure economiche straordinarie per rispondere all’emergenza sanitaria del SARS-CoV2 sono la stessa cifra del bilancio annuale per la Difesa. “Quanto si potrebbe fare di più risparmiandoci le spese militari anche in tempi ordinari?” si domanda Vignarca.

Le mosse di Trump per far salire ancora il budget militare italiano

A peggiorare la situazione, c’è un ulteriore fattore. Nei prossimi anni, la spesa militare potrebbe crescere ulteriormente. L’amministrazione statunitense a guida Trump sta infatti spingendo da anni affinché gli alleati NATO incrementino il proprio bilancio militare portandolo al 2% rispetto al PIL (e la controversa esercitazione “Defender Europe”, portata avanti nonostante la crisi coronavirus è un tassello della sua strategia). Per l’Italia questo significherebbe un ulteriore esborso di almeno 10 miliardi di euro ogni anno. A voi il divertimento di immaginare che cosa si potrebbe fare, invece, con quei soldi.

La didattica dello sguardo, impossibile da remoto

di Walter Lapini
(da Il Corriere della sera, 12.5.2020)

Spero che nessuno dimenticherà il sacrificio, non solo contrattuale e sindacale, che la scuola dell’emergenza si sta sobbarcando in questi mesi. Unico antidoto ai social, essa ha dovuto rapidamente impararne il linguaggio, accettare una lunga suspension of dignity, infliggersi il gioco a guardie-e-ladri con allievi che sfuggono o copiano, si collegano e scollegano, facendosi beffe dell’insipienza informatica degli adulti, dei boomers, spesso peraltro immaginaria. Scattato il blocco, i professori hanno reagito in maniera fulminea e sincrona, senza aspettare imbeccate dall’alto. Si sono attivati con i mezzi che avevano – Skype, Zoom e quant’altro – e hanno salvato quello che si poteva salvare del quadrimestre appena iniziato. È stata una grande prova di forza e di vitalità, di coscienza civica, di etica professionale. Sia chiaro perciò che – pur con le eccezioni, i buchi neri, le furbizie immancabili – la classe docente ha fatto e fa miracoli.

Ma sia chiaro anche che la scuola non è questa. Le videolezioni vanno bene per qualche materia che finisce in -gìa, funzionano con chi è già imparato, per chi già sa. Non funzionano invece con le hard skills, con i saperi profondi, che si trasmettono non solo con la parola ma anche attraverso il contatto, la prossemica, lo sguardo. A nulla serve la didattica da remoto quando non si tratta di intonacare i muri bensì di gettare le fondamenta, forti, durature.

Perché insegnare, come direbbe il professor Franzò, non è insegnare, ma insegnare a capire se hai capito. E a tale scopo occorre vedere quella luce che brilla, quella palpebra che batte, quella fronte che si increspa. Solo allora riesci a dire se il transfert è avvenuto. Non sto facendo letteratura, o retorica a buon mercato. Gli addetti ai lavori mi intendono. Essi sanno bene che solo in presenza è possibile giudicare quali semi daranno frutto e quali si perderanno nel vento. È una lezione antica: Platone diceva che occorre lunga frequentazione fra maestri e allievi perché la fiamma più grande arrivi a far sprizzare una scintilla nella coscienza altrui e ad alimentarla.

L’anno 2020 è andato, facciamocene una ragione. Esami e scrutini saranno una pantomima, un trionfo del liberi tutti. Ma non è del 2020 che dobbiamo preoccuparci, bensì degli anni che seguiranno, poiché c’è da scommettere che in questo momento qualcuno sta facendo i suoi conti su quanto si risparmierebbe mandando cinque professori su dieci a cuocere hot dog, mettendone uno solo a sdottorare per tutti da dietro una telecamera e usando i rimanenti come carne da sportello, impegnati in un baby-sitting h24. Dopotutto i professori hanno tanto tempo libero, tante vacanze, e se durante l’emergenza hanno fatto lezione anche di pomeriggio e di sabato e nelle feste comandate, nulla vieta che possano farlo sempre.

Ditemi se trovate assurda questa scena: agosto in catamarano, tardo pomeriggio, mamma che prepara gli spritz, figlio che si collega in videolezione col professore che lo ha rimandato e che gli parla da una spiaggia sgalfa da gruppo Tnt. Quanti piccioni con una fava sola: disinnesco delle ripetizioni a pago, estati senza vincoli di spostamento, tocco vintage del docente retrocesso a precettore, spettacolo sempre appagante del pubblico impiego punito: così l’anno dopo ci penseremo due volte prima di rimandare. Quadretto di fantasia? Chissà. Certo è che con il virus il sistema-Paese è andato in blocco e che i primi rimedi per rimetterlo in moto saranno quelli già visti durante la crisi 2008-2011: turismo e circensi. L’inqualificabile proposta che si fece in quegli anni – riprendere la scuola a ottobre per allungare le vacanze degli italiani facendoli spendere di più – dimostrò che gli albergatori, i ristoratori, i pabulatori della notte e gli operatori della movida erano già fra i più influenti stakeholders della scuola. Se il processo si compirà, l’istruzione scenderà ancora nell’ordine delle priorità sociali e non si potrà che puntare sul teach-away, sull’istruzione alla spina, da sistemare alla meglio fra l’apericena e una seduta di pilates.

La campagna pubblicitaria è già cominciata. Qualcuno vuole darci a intendere che il virus ha aperto nuove vie per la scuola, nuovi orizzonti, che tanto piacciono sia ai padroni del silicio sia a chi occupa cariche politiche, amministrative, accademiche. E così già si profila per la scuola l’ennesima sfribrante battaglia: dover dimostrare che opporsi alla trasformazione dell’emergenza in normalità non significa essere misoneisti, giapponesi attardati nella giungla, nemici delle nuove tecnologie. È una battaglia che vinceremmo, se gli uomini di scuola marciassero uniti, licei, università, tutti. I ragazzi sono con noi, nessun dubbio su questo.

Eppure il nuovo verbo conquista e fa proseliti. Già si infoltisce la falange dei colleghi «responsabili», dei collaborativi, di quelli che se l’istituzione ti chiede un passo, loro pedalano fino a Pinerolo, e che, con il tono intimo-casual dei rispondi-a-tutti non richiesti, con l’ottimismo trillante e la freshness di chi sa che domani si troverà dalla parte giusta, ti spiegano che con questa didattica a distanza in fondo non si stanno trovando male, anzi bene, anzi meglio di prima: una meraviglia, un traguardo, altro che un ripiego. E magari, per parafrasare Pavese, non lo fanno per opportunismo, bensì sono così furbi da crederci davvero.

Nessuna pietà, neppure da morto, per Ibrahim

Al funerale di Ibrahim bandiere rosse contro gli abusi della polizia.
di Chiara Cruciati (da Il manifesto, 9.5.2020)

Turchia. Gas lacrimogeni e proiettili di gomma sulla commemorazione, la polizia sequestra il corpo del bassista del Grup Yorum morto dopo 323 di sciopero della fame. Gli agenti anti-sommossa circondano il quartiere operaio di Gazi. Le sue avvocate tra le 20 persone arrestate.

 

Nessuna pietà, nemmeno da morto, per Ibrahim Gokcek da parte della macchina schiacciasassi che è la repressione di Stato. Negli ultimi due giorni, dalla morte del bassista della band turca marxista Grup Yorum dopo 323 giorni di sciopero della fame, si sono scontrate le due facce della Turchia contemporanea: quella della battaglia per i diritti, la libertà e l’eguaglianza e quella fascistoide del regime costruito in due decenni di potere ininterrotto dall’Akp del presidente Recip Tayyip Erdogan.

Due facce che si sono fisicamente ritrovate a Gazi, quartiere operaio di Istanbul e a maggioranza alevita e curda, storicamente legato a doppio filo alla sinistra socialista e rivoluzionaria turca, sua base operativa per decenni. Lo dicono i cellulari della polizia, le auto degli agenti che lo pattugliano continuamente.

È qui a Gazi che Ibrahim è stato omaggiato giovedì, poco dopo aver perso la vita nella terapia intensiva dell’ospedale Reyap nella capitale culturale del paese. Ed è qui che ieri mattina sono cominciate le violenze della polizia. Troppa gente, la giustificazione ufficiale, in violazione delle misure di contenimento del Covid-19.

Dal giorno prima in centinaia, poi migliaia, si erano ritrovati per l’ultimo saluto, tra le bandiere rosse e i fazzoletti gialli del Grup Yorum, i pugni alzati e i fiori, i baci dei parenti al volto scheletrico di un uomo che non mangiava da quasi un anno intero, il saluto di artisti, politici e dei familiari di Helin Bolek e Mustafa Kocac, morti poche settimane prima, anche loro dopo mesi di digiuno di protesta.

Ieri il corpo di Ibrahim avrebbe dovuto essere trasferito da Istanbul alla sua città natale, Kayseri, nell’Anatolia centrale. Non ci è arrivato. La polizia ha aggredito la folla davanti al centro di preghiera alevita del quartiere, gas lacrimogeni e proiettili di gomma lanciati dentro la sala per impedire i funerali, porte e finestre distrutte.

 

“Ci avevano lasciato solo i nostri corpi per combattere”

Ibrahim Gökçek dei “Grup Yorum”: morte per la libertà in un carcere della Turchia

di Roberto Vecchioni
(da “La Repubblica”, 10.5.2020)

[Il gesto esemplare di un gruppo di musicisti, arrestati dal governo di Erdogan, che hanno esercitato la loro libertà fino al suicidio per fame in un carcere turco, è stato del tutto oscurato dalla retorica d’accatto del sentimentalismo a buon mercato, oscenamente profuso anche negli spot commerciali. Un macigno sul cuore, ma soprattutto un pessimo segno dell’anestesia di massa che ci pervade, a cui concorrono la cecità dei media e la sordità della nostra coscienza politica e civile].

In questi giorni che tutti i formaggi, i sughi pronti, gli assicuratori, i detersivi, i bancari, i concessionari si scoprono ad amare come non mai gli italiani che devono comunque comprare per essere felici; in questo semicomico affollarsi di spot che assicurano “tutto andrà bene” ed esibiscono bambini ignari col cioccolato in bocca; in questi giorni che dobbiamo sorbirci su ogni possibile canale stereotipi, ovvietà sesquipedali, stronzate minimali da audience peloso e mascherine così o colà e un metro, un metro e mezzo di distanza e vado al mare o non ci vado, senza nemmeno perderci la sceneggiata parallela di due esimi uomini di legge che “vengo anch’io” “no tu no” e “ah sì? Allora lo dico a tutti”; in questi giorni che come ti muovi sbagli e che il virus c’è e poi c’è ma di meno e il liberismo dopo aver ucciso mezzo mondo sta pure suicidandosi, nessuno, dico nessuno, ha nemmeno per un istante pensato di segnalare che tre ragazzi, tre musicisti, in un Paese non lontano, stavano morendo volontariamente uno per volta in un terrificante sciopero della fame per qualcosa che chissenefrega se si chiama libertà.

Il gruppo musicale è quello degli Yorum. Poco importa se fossero bravi o no. Cantavano un tipo di protesta civile dai toni nemmeno poi così accesi, ché se avessero esagerato, lì in Turchia, forse sarebbero morti prima. Cantavano parole che noi siamo abituati ad ascoltare da De Gregori, Guccini, perfino da Celentano. Raccontavano sogni e voglia di vivere insieme, parlavano di uguaglianza, fratellanza, roba che a eccezione di CasaPound, perfino la nostra destra fa finta di crederci.

Il signor Erdogan si sveglia un mattino che non è quello di Bella Ciao e si chiede “a chi posso rompere le scatole oggi?”. Mette su quattro prove false per dimostrare che il Grup Yorum è affiliato a un movimento rivoluzionario (cioè che non la pensa come lui) di estrema sinistra e gli proibisce di esibirsi in pubblico.

Io ho un macigno dentro il cuore. Chi non è attore, musicista, saltimbanco non sa e non può sapere cosa significhi quel mondo che hai di fronte da un palco e conosci soltanto dai rumori e dai sospiri, dagli urli e dagli applausi, perché le luci che hai in faccia ti accecano. Per un artista la folla è la vita. Se tolgo a un artista quel palco o una piazza è come a una farfalla le ali, è come togliergli l’anima: chiedetelo al Suonatore Jones di Fabrizio, chiedetelo al Caruso di Dalla.

Questi tre ragazzi si sono fatti mesi e mesi di sciopero della fame, perché senza l’anima del corpo non gliene fregava niente. Nessuno del grande Occidente si è fatto vivo. Nessuno si è alzato, ha urlato in qualche fottuto congresso dove si ciarla solo di Pil, di spread, di Dow Jones. Ai media figurarsi, non faceva audience.

L’ultimo, Ibrahim Gökçek, è morto dicendo “ci avevano lasciato solo i nostri corpi per combattere”. Quel macigno che ho nel cuore per un simile mondo si chiama vergogna, noia, paura, schifo, viltà, indifferenza e disperazione. Senonché Ibrahim, morendo, ha tradotto tutti questi “si chiama” in amore.

 

Güleycan [Dolcesorriso]

Grup Yorum accompagnato dall’orchestra Istanbul Syhmphonic Project in concerto il 12 giugno 2010 per festeggiare i 25 anni dalla formazione del gruppo. All’evento, che si svolse all’İstanbul İnönü Stadyumu, presero parte 55 mila persone. L’ultimo concerto, prima del divieto imposto dal governo di Erdogan di suonare dal vivo, risale al 2015.

Dolcesorriso*

Anche se il sole mi è stato negato,
mia rosa, mia rosa che sorridi,
Ho un gran caldo dentro,
mia rosa, mia sorridente rosa,
Buca i muri,
mia rosa, mia rosa radiosa,
Brace d’amore,
mia rosa, rosa che a me sorridi,

Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso
Rosa rosa rosa
Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso.

Tanti affanni,
mia rosa, mia rosa che sorridi,
Non è un segreto né c’è da indovinare,
mia rosa, mia sorridente rosa,
Che non ci sarà pietà nell’attesa,
mia rosa, mia rosa radiosa,
Notte dalle maglie metalliche,
mia rosa, rosa che a me sorridi,

Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso
Rosa rosa rosa
Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso.

È una strada lunga lunga,
mia rosa, mia rosa che sorridi,
Ma la meta è sicura,
mia rosa, mia sorridente rosa,
Niente paura,
mia rosa, mia rosa radiosa,
La nostra vita prorompe,
mia rosa, rosa che a me sorridi,

Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso
Rosa rosa rosa
Dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso dolcesorriso.

testo in lingua originale:

Güleycan

Güneş bile yasak,
gülüm güley gülüm,
İçim sarı sıcak,
gülüm güley gülüm,
Duvarları deler,
gülüm güley gülüm,
Sevdanın közü,
gülüm güley gülüm,

Güleycan güleycan güleycan güleycan
gül gül gül
Güleycan güleycan güleycan güleycan.

Dertlerim nice,
gülüm güley gülüm,
Ne giz ne bilmece,
gülüm güley gülüm,
Bekliyor zalim,
gülüm güley gülüm,
Tel örgüden gece,
gülüm güley gülüm,

Güleycan güleycan güleycan güleycan
gül gül gül
Güleycan güleycan güleycan güleycan.

Bu yol uzun ırak,
gülüm güley gülüm,
Varılacak mutlak,
gülüm güley gülüm,
Şu korkuyu çıkar at,
gülüm güley gülüm,
Gürül gürül hayat,
gülüm güley gülüm,

Güleycan güleycan güleycan güleycan
gül gül gül
Güleycan güleycan güleycan güleycan.

 

* Traduzione italiana di Riccardo Gullotta.

 

Chi insegna più? Ultima venne la lezione

di Claudio Magris
(da Il Corriere della sera, 15.10.2000)

[20 anni fa, in un articolo che pare scritto oggi (anzi domani: ottobre 2020), Claudio Magris denunciava il fatto che lezioni e seminari, che pur dovrebbero costituire la ragion d’essere dell’impegno universitario, affogano in un mare di altre attività burocratiche e gestionali. Oggi la teledidattica imposta d’ufficio come alternativa aziendalmente efficace alle lezioni in presenza, rischia di sancire l’atto finale di quell'”incontro avventuroso e affascinante con il nuovo e con l’inedito” che si dà nel corso di ogni vera lezione, durante ogni vero seminario. E rischia di abrogare definitivamente quella cifra della relazione, soggettiva e insieme corale, unica e privilegiata che sigla il patto tra studenti e docenti]

In questi giorni inizia, in molte università italiane, l’anno accademico, ossia ricominciano le lezioni e i seminari, che dovrebbero costituire la vera e propria vita dell’università, la sua ragion d’essere e dunque il compito che assorbe maggiormente il tempo, le energie e l’interesse dei docenti. Questo lavoro essenziale e la preparazione che esso comporta stanno diventando sempre più secondari e marginali, schiacciati dalla sempre più affannosa e farraginosa elefantiasi di sedute, riunioni ed elezioni di organi accademici precedute da incontri per accordarsi sul voto, interminabili e spesso inutili discussioni sull’attività e la programmazione didattica, stesure di richieste di fondi più complicate dei testi scientifici per i quali i fondi si richiedono, verbali, integrazioni e correzioni di verbali, mozioni, adunate, assemblee, commissioni chiamate a pronunciarsi su riforme sempre più arzigogolate e macchinose, calcoli e litigi sul numero dei cosiddetti crediti corrispondenti a un corso o a un cosiddetto modulo del corso stesso: tutto in nome della didattica e della ricerca scientifica che vengono invece ostacolate dal tempo in tal modo loro sottratto.

È ovvio che ogni attività presuppone preliminari analisi e discussioni, ma il rapporto tra il dire e il fare si è quasi capovolto; è come se si discutesse un’ora sulla lista cibaria e sui caratteri in cui è stampata e poi ci si ingozzasse in cinque minuti delle pietanze divenute nel frattempo fredde e immangiabili. I professori strappano un’ansimante ora di lezione fra una seduta di consiglio di dipartimento e una commissione sulla triennalizzazione; esaminano in fretta un capitolo di tesi, leggendolo magari trasversalmente, perché li aspetta la commissione che studia le famose e fumose «aree».

La nuova università-azienda sembra chiedere ai professori di essere dei manager, cosa che non è detto essi sappiano tutti essere. Ma, diversamente da un’azienda – che non chiede ai suoi manager di essere pure professori di storia delle dottrine economiche, bensì di fare bene un ben determinato e preciso lavoro – l’università pare chiedere ai suoi docenti di essere contemporaneamente un po’ tutto e niente (studiosi di papirologia, amministratori, burocrati, politicanti) e li chiama a una crescente attività burocratica e assembleare, il cui bizantinismo formalistico e la cui logorrea politichese sono il contrario dell’efficienza aziendale. Una massa crescente di circolari spesso indecifrabili, documenti, relazioni di sottocommissioni sostituisce, sul tavolo o nel laboratorio, i testi di letteratura greca o i risultati di un esperimento che il docente dovrebbe studiare, con la dovuta calma e ponderazione.

La proliferazione burocratica si allarga velocemente, copre il mondo, i libri, gli apparecchi con una gelatinosa massa cartacea, un’inondazione dalla quale si emerge ogni tanto faticosamente, come dalla piena lutulenta di un fiume, per sciorinare in velocità uno scampolo di lezione a qualche sperduto studente che sta in attesa sulla riva. Tutto poi accade in una fretta convulsa, la circolare che invita a stendere la richiesta di fondi arriva il giorno prima della scadenza e costringe quindi a occuparsi col fiato in gola solo di quella richiesta, magari senza aver riflettuto bene a ciò che si vuol veramente chiedere e preoccupati soltanto comunque di chiedere.

Rispetto all’atmosfera di un’impresa, quella dell’università sembra talora un caos agitato, in cui tutti devono sempre sbrigare qualcosa il più rapidamente possibile perché incalzati dall’urgenza di fare subito qualcosa d’altro, pensando già a quest’assillo successivo e dunque non lavorando veramente a ciò che stanno facendo. Come ogni agitazione frenetica, pure questa produce, alla fine, una sostanziale staticità, un immobilismo povero di reali cambiamenti e progressi. Stritolato fra il calcolo dei crediti e l’articolazione dei moduli, l’insegnamento – la lezione, il seminario, l’esercitazione di laboratorio – trova poco spazio, specie interiore, per riflettere e per rinnovarsi; anche bravi docenti finiscono così per rimestare la stessa pasta, per rimaneggiare cose già studiate secondo metodi già noti e forse già usurati.

È inevitabile che in tal modo la lezione – nelle varie forme richieste dalle diverse discipline e dal diverso grado di preparazione degli studenti – sia sempre meno rispettata e venga trattata, magari inconsciamente, come una cenerentola trascurabile, di cui si può fare facilmente a meno. Ad esempio, i continui pressanti inviti a convegni, dibattiti, tavole rotonde, trasmissioni televisive o altri Eventi, come si suol dire, non prendono nemmeno in considerazione l’idea che un professore possa declinare l’invito perché impegnato, in quel medesimo lasso di tempo, nelle lezioni previste dall’orario del lavoro per il quale è stipendiato. Addurre questo motivo reale d’impedimento non costituisce una giustificazione; gli organizzatori dell’Evento lo considerano quasi offensivo, un pretesto che certo nasconde altre ragioni di rifiuto. È meglio mentire, dire che si è all’estero o già impegnati in un’altra tavola rotonda, e recarsi a far lezione di nascosto, sperando di non essere visti, come se si stesse indulgendo a qualche vizio disdicevole.

Lezioni e seminari possono essere – e spesso sono – molto più creativi, avventurosi e originali di tanti Eventi enfaticamente pubblicizzati. Quando studiavo a Torino, ho visto ad esempio nascere in aula – dalla lezione e dal dialogo con gli studenti – alcuni grandi libri di Giovanni Getto o di Franco Venturi. Era là, nell’esercizio di un lavoro quotidiano, che avveniva l’incontro, per noi affascinante, col nuovo e con l’inedito e ciò accade anche ora, là dove ci sono docenti che, marinando sedute e comitati, dedicano a quel lavoro in classe la parte maggiore della loro creatività. Anche nella fiaba, alla fine, la più bella e più seducente è Cenerentola.

 

Paolo Rossi: “Il teatro può ripartire dai cortili o nelle stazioni”

“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”


Intervista a Paolo Rossi di Anna Bandettini
(da la Repubblica, 9.5.2020)

“Dammi un limite e io lo sfrutto a mio favore”. Dopo più di due mesi di vita da soldatino (“sveglia alle 6, pulisco casa, cucino, telefono al nipotino, compro giornali e sigarette, lavoro, dormo, sveglia alle 6…”) Paolo Rossi sta organizzando il suo spirito guerriero come ai tempi di Comedians, lo spettacolo che negli anni Ottanta rivelò il suo talento di artista irregolare, anarchico, dirompente. “Riprendo a fare teatro – dice – intanto con le prove. Poi sfrutteremo l’estate per fare spettacoli all’aperto”.

Spieghi come farà.
“Dal 19 inizio le prove, rispettando le regole. Saremo io e i miei tre musicisti-saltimbanchi, il distanziamento sul palco c’è. E sottolineo l’importanza delle prove. Se vogliamo tanto aprire i teatri, cosa portiamo in scena se non proviamo? Gli streaming che abbiamo fatto in queste settimane? Le prove sono teatro e spesso anche più interessanti dello spettacolo, quindi le apriremo al pubblico. D’accordo con Walter Zambaldi, il direttore dello Stabile di Bolzano con cui lavoro, facciamo entrare non più di trenta spettatori in un teatro da 800 posti. Se poi non ce lo permettono, ma sarebbe strano perché non è una pubblica manifestazione, abbiamo già prenotato un parrucchiere”.

E che c’entra il parrucchiere?
“Visto che dal primo giugno loro possono riaprire… Sarà un modo diverso ma sempre teatro è”.

Una provocazione?
“Ma scusa, se daranno il permesso ai calciatori di allenarsi, alle chiese di aprire, devono per congruità dare a noi artisti il permesso di lavorare. Noi siamo più capaci di sfruttare, con creatività, i limiti e le regole. Le prove aperte sono già spettacolo. Quello vero si farà in estate all’aperto, sarà agile, concepito per poter andare nei cortili, in strada, in stazione, come facevano i maestri, i comici dell’arte, ma anche Jannacci o Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico non sarebbe mai nato se si aspettava il sostegno del ministero. Poi, quando si potrà, lo porteremo al chiuso. Penso anche a un’altra possibilità, un’interzona tra lo spettacolo dal vivo e la registrazione video dove mostrare quello che nello spettacolo non si vede”.

Di che spettacolo si tratta?
“Quello che doveva andare in scena al Piccolo di Milano in questi giorni, tra l’assemblea, la sceneggiata e la tragedia greca. Una stand up applicata al rituale. Si intitola Su la testa, come la mia trasmissione di Rai 3 degli anni Novanta, è un bel titolo per questo momento e siccome l’ho inventato io, lo posso resuscitare. E poi perché porta buono. Sottotitolo: Pane o libertà. Poi c’è anche un secondo progetto”.

Quale?
“Un progetto triennale dall’autunno che partirà nei container. Su Shakespeare, ma in forma di teatro popolare. Penso a Riccardo III o Amleto, per fare teatro comico devo partire dalle tragedie. La comicità che mi piace fare investe nella poesia, altrimenti finisce come i talk show, la satira che imita, la caramella che guasta i denti. Ma quella non è roba mia”.

Perché questa voglia di ripartire costi quel che costi?
“Noi attori non possiamo stare fermi a firmare appelli e basta. La domanda che faccio ai teatranti è: siamo sicuri che il teatro viva solo nel suo luogo deputato? Che i teatri saranno così pieni da non permettere il distanziamento? Che invece di inventarci qualcosa dobbiamo tornare alla normalità? Sai quello che slogan che circola: non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.

Quando il decreto diventa un virus

di Michele Ainis
(da Repubblica, 6.5.2020)

L’ultimo Dpcm è il numero 11, la maglia che fu di Gigi Riva. È entrato in vigore il 4 maggio, ma alcuni articoli s’applicavano già dal 27 aprile, insieme ad altri articoli confezionati nel Dpcm del 10 aprile, che sostituisce i 9 Dpcm precedenti. Copre 70 pagine, ciascuna di 4 mila caratteri e 600 parole. Esordisce con 20 “Visto” (il tal decreto o delibera o ordinanza), 2 “Preso atto” e 2 “Considerato”. Il suo primo articolo si suddivide in lettere, dalla “a” alla “z”. Poi l’alfabeto s’esaurisce, e allora il decreto raddoppia: “aa”, “bb”, “cc”. La lettera “ii” contiene una serie di raccomandazioni, come quelle della mamma; e le raccomandazioni si dispongono nelle sottolettere “a”, “b”, “c”, “d”, da non confondere con le relative sopralettere. Nella sopralettera “a” si menzionano i congiunti, invece nella “x” si citano i parenti, non si sa bene se disgiunti dai congiunti. Lo chiarirà, forse, una Faq, o magari provvederà un Dl.

Anche i Dl, però, sono ormai più numerosi dei birilli ospitati dentro un bowling. Trattasi di decreti legge, strumenti normativi che presentano un lato buono e uno cattivo. Il vantaggio sta nel fatto che la Costituzione li menziona, laddove i nostri padri fondatori — per negligenza imperdonabile — trascurarono di citare i Dpcm, editti decisi in solitudine dal premier. Lo svantaggio è anch’esso colpa dei costituenti, che pretesero la conversione in legge di tali decreti, non oltre 60 giorni dalla loro emanazione. E come si fa, con un Parlamento in quarantena? Come fai a convertirli in tempo, quando fin qui ne sono stati timbrati 9? Quando 3 decreti risultano abrogati per decreto, un altro paio hanno trovato spazio in una legge, però ne restano in circolo altri 3, anzi altri 4, dato che il governo ha appena aggiunto un Dl sulla giustizia?

La soluzione escogitata dalle Camere iscrive il proprio nome nell’oscura lingua dei burocrati: “pratica dei confluiti”. Funziona così, ammesso che funzioni. C’è il decreto A, entrato in vigore — poniamo — il 1° marzo. E c’è il decreto B, adottato dieci giorni dopo. Per non doverli votare entrambi in Parlamento, trascrivo il decreto A dentro il decreto B, con un emendamento copia-incolla; e magari emendo l’emendamento stesso, spostando una virgola di qua, un aggettivo di là. Scaduti i 60 giorni dal decreto A, quest’ultimo muore, sia pure senza funerali (vietati dal terzo Dpcm e dal sesto Dl del governo); ma in realtà sopravvive dentro il decreto B, come un feto nel ventre materno.

L’uovo di Colombo? No, piuttosto una frittata. Perché il decreto B va approvato entro 50 giorni, non 60, altrimenti i primi 10 giorni di vigenza del decreto A rimangono scoperti. Perché moltiplicando questa stessa operazione per 4 decreti il tempo si restringe ulteriormente, mentre si gonfia come un otre la legge di conversione dell’ultimo decreto. Perché taluni effetti dei decreti che non verranno convertiti hanno bisogno d’essere stabilizzati con altrettanti congegni normativi a tempo (“clausole di salvaguardia”, si chiamano così). E perché infine questo gioco di scatole cinesi rende il diritto inconoscibile, come nella novella di Kafka ( La questione delle leggi , 1920).

Per capire il presente occorre studiare il passato, s’insegna nei libri di scuola. E il virus che sta infettando il nostro ordinamento era già in circolo ben prima che l’epidemia infettasse gli italiani. Con la crisi delle assemblee parlamentari, sotto i nostri occhi da decenni. Con l’abuso dei decreti, che hanno soppiantato il primato della legge. Con la rissa permanente fra Stato e Regioni, dunque con regole locali o nazionali che si contraddicono a vicenda. Con la dittatura della burocrazia, a sua volta alimentata da un profluvio di norme parossistiche. Su tutti questi mali il virus ha agito come una lente d’ingrandimento — potente, implacabile, feroce. Affrettiamoci a curarli, anziché distogliere lo sguardo.

Una bugia è una tragedia, 151mila bugie non sono statistica, sono propaganda del governo Conte

di Christian Rocca
(da: Linkiesta, 1.5.2020)

I dati allarmistici forniti ai giornali per difendersi dalla critica di non aver riaperto il paese erano solo teorici. Dal punto di vista scientifico è normale prevedere il caso estremo, ma la questione è politica, non matematica. Due ipotesi di mistificazione, una peggiore dell’altra.

È successa una cosa molto grave, che si aggiunge ai numerosi comportamenti maldestri di cui si è reso protagonista questo governo sul fronte della comunicazione o, meglio, della disinformazione: lunedì alcuni ambienti governativi hanno risposto alle diffuse critiche sulla mancata apertura del 4 maggio passando ai giornalisti un rapporto del comitato tecnico-scientifico, indicando loro il numero di 151 mila possibili terapie intensive che si sarebbero rese necessarie l’8 giugno nel caso Giuseppe Conte avesse invece riaperto buona parte delle attività.

L’indomani tutti giornali ovviamente hanno riportato la notizia, e soprattutto quel numero minaccioso, a sottolineare la saggezza della prudente decisione del governo. Solo che quello era uno scenario definito ieri «irrealistico» dagli stessi ricercatori del comitato tecnico-scientifico, cosa che nel passare la velina ai giornalisti gli ambienti governativi hanno preferito non far notare.

Ci siamo accorti di quello strabiliante numero di possibili terapie intensive, 151mila a fronte di un picco massimo all’apice della curva di poco più di 4 mila, perché un rispettato manager come Giovanni Cagnoli ha scritto che quei conti non gli tornavano, gli sembravano esorbitanti e frutto di un errore di calcolo. Dubbi condivisi anche da un professore ordinario di statistica epidemiologica dell’Università di Tor Vergata, Alessio Farcomeni, sentito da Linkiesta, così come dal direttore dell’Istituto Mario Negri Giuseppe Remuzzi in un’intervista al Corriere della Sera.

Ieri mattina, durante una lunga conferenza stampa, i ricercatori incaricati dall’Istituto superiore di sanità hanno difeso la loro metodologia di calcolo, che ancora non convince Cagnoli e Farcomeni, ma la cosa più importante detta dal ricercatore Stefano Merler della Fondazione Kessler è che quello dei centocinquantunomila pazienti in terapia intensiva era uno scenario «non considerato come realistico» dagli stessi che lo hanno ipotizzato, perché possibile dal punto di vista teorico soltanto se i cittadini e le istituzioni si dimenticassero di questi mesi passati in emergenza sanitaria e, una volta usciti di casa, approcciassero la vita quotidiana senza precauzioni come all’inizio della pandemia, ovvero senza dispositivi di protezione, senza rispettare le norme sanitarie e senza la minima conoscenza delle caratteristiche di trasmissibilità anche asintomatica del virus.

Ora, dal punto di vista della ricerca statistica, ovviamente ci sta prevedere il caso estremo e, appunto, «irrealistico», ma la mistificazione di questi giorni non riguarda i modelli matematici, la correttezza della metodologia e l’esattezza del calcolo, cosa che lascerei agli studiosi.

La questione è politica: per giustificare una scelta, peraltro anche condivisibile, di non far ripartire a pieno ritmo il paese, si è scelta la strada di far trapelare attraverso i mezzi di comunicazione un dato, quello dei centocinquantunomila possibili pazienti in terapia intensiva, che secondo i ricercatori, testuale, era stata calcolata «solo per darci un’idea di quello che potrebbe succedere ignorando che cos’è Covid», ma ben sapendo, ancora testuale, che «nessuno di noi si comporterà in un modo così sciocco da non assumere un minimo di protezioni».

Delle due l’una: chi ha passato quel documento ai giornali, indicando quel numero stratosferico e senza avvertire che era riferito a uno scenario irrealistico, o lo ha fatto non avendo capito lo studio del comitato tecnico scientifico oppure lo ha fatto con l’intenzione di manipolare l’opinione pubblica. Il dibattito è aperto su quale delle due ipotesi sia più preoccupante per il nostro paese.

riAprire i teatri.

Apriamoli sempre, tutti i giorni, per tutto il giorno e anche certe notti

di Gabriele Vacis
(28.4.2020)

Un’idea per riaprire il Teatro Carignano di Torino e tutti gli altri teatri d’Italia, specialmente quelli storici: aprirli e tenerli aperti tutto il giorno e, venerdì e sabato, anche la notte. Aprirli veramente. Finora i teatri erano chiusi per la maggior parte del tempo, si aprivano al pubblico soltanto per le due o tre ore dello spettacolo. Apriamoli sempre!

Gli spettatori potranno entrare ad ogni ora del giorno. Naturalmente non si potrà entrare in più di cento o duecento per volta. Ma l’estensione del tempo d’apertura permetterà d’incrementare le presenze. Gli spettatori troveranno la platea sgombra. Via le poltrone, perché all’inizio, nel settecento, le poltrone non c’erano. Torniamo alle origini. Così si potrà rispettare la distanza tra le persone. Sui palchetti il problema non c’è: uno spettatore per palchetto o gruppi di “congiunti” che possono stare vicini. Si potrebbe addirittura ripristinare la vendita dei palchetti alle famiglie. Prenoti on line, come nei musei e paghi dieci euro. Ti misurano la febbre quando entri e nel foyer si potranno ritirare degli sgabelli pieghevoli per chi vorrà sedersi in platea, alla giusta distanza. Le maschere saranno addestrate alla sanificazione che potrà avvenire periodicamente nell’arco della giornata: i teatri sono già attrezzati per le luci ad ultravioletti che sanificano gli ambienti. Per la gestione di prenotazioni e tutti i servizi si sfrutterà l’esperienza nell’uso della rete che stiamo facendo adesso, in clausura. Si coinvolgeranno le imprese e gli enti locali, per esempio il Politecnico e le aziende sanitarie che potranno fornire algoritmi di gestione e movimentazione, le aziende della moda per l’abbigliamento delle maschere che avranno mansioni più “creative”.

E cos’è che accadrà nei teatri? Io faccio teatro da quando avevo quattordici anni: da cinquant’anni sento ripetere che le prove sono molto più appassionanti dello spettacolo. I maestri del novecento ci hanno insegnato che quello che c’è dietro alla rappresentazione è prezioso quanto lo spettacolo stesso. È l’occasione buona per fare il salto, per realizzare il sogno del Living Theatre e di Grotowski, di Copeau e Paolo Grassi che volevano il teatro come servizio sociale, come la metropolitana e l’acqua potabile. Portiamo in scena tutto: le prove, le letture dei testi, l’allenamento degli attori, l’allestimento delle luci e dei suoni. Nel lavoro quotidiano della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, nel training, nelle lezioni dei maestri c’è tensione, c’è cultura, c’è scoperta comune, c’è tanta bellezza. Smettiamola di tenercela per noi. Da quando lavoro con disabili, studenti, con immigrati, con gente comune, vivo momenti di teatro straordinari.

Il teatro, più che creazione di forme è creazione di relazioni tra le persone. Prendiamo tutto il coraggio che abbiamo accumulato in questo isolamento e portiamo al Carignano tutto quello che c’è dietro allo spettacolo, tutti i giorni, per tutto il giorno. E anche certe notti.

Questa rivoluzione richiede una grande collaborazione tra gli artisti, i tecnici, gli organizzatori, fino alle maschere, che dovranno ridefinire i propri ruoli, ampliando le loro competenze all’arte, alla pedagogia, alla cura della persona. Il che comporta una redistribuzione radicale di paghe e retribuzioni, più equa. Servirà meno marketing e più complicità tra artisti e spettatori. Gli attori rinunceranno a un po’ di vanità in favore della comprensione. I manager rinunceranno a un po’ della loro sufficienza efficientistica in favore della solidarietà. L’obiettivo sarà la partecipazione comune alla creazione dell’evento teatro. Cogliamo l’occasione per trasformare finalmente i teatri da luoghi esclusivi in spazi d’inclusione. Cogliamo l’occasione per dare un futuro a questo straordinario patrimonio che sono i nostri teatri.