Fabbriche, ristoranti, bar, librerie, parrucchieri, spiagge e discoteche – tutti riaprono. La ricerca no

di Peppe Nanni, a commento di un intervento di Salvatore Settis
(1.8.2020)

“Le fabbriche (ri)aprono, le università no. Ristoranti, bar, librerie, parrucchieri, negozi di abbigliamento eccetera riaprono, biblioteche e archivi no. Spiagge, parchi e località di montagna riaprono, la ricerca no.Non è alla lettera così, ma quasi”.

Questo l’incipit di una autorevole presa di posizione di Salvatore Settis contro la didattica a distanza, complice un pregiudizio, inconsciamente dilagante, che considera la scuola un’attività improduttiva e che quindi può aspettare sine die la riapertura, surrogata da spot a distanza. Ma, – dice Settis – così si dimentica che non ci sarebbero le fabbriche senza i luoghi di ricerca dove si progetta quel che viene costruito.

Peccato solo che un così convincente e stringente ragionamento si esponga al rischio di incrinarsi, non esplicitando il passaggio logico successivo, quando Settis scrive:

“Gira una conspiracy theory secondo cui l’università in presenza verrà presto sostituita da reti virtuali, lezioni registrate, professori e studenti a casa in ciabatte, senza far comunità. Occulti controllori delle coscienze starebbero manovrando per narcotizzare la vocazione critica dell’università come comunità pensante, e dunque focolaio di ribellione, un perpetuo Sessantotto che cova sotto la cenere. Fantasie, queste, coltivate da pochi […]“.

Se la riserva esprime il rifiuto a credere che quanto accade sia l’esecuzione di un ordito perfettamente preordinato da menti raffinate, nulla quaestio, siamo d’accordo che l’intelligenza scarseggia anche tra le fila dei cattivi.

Ma è invece utile ribadire, a scanso di equivoci, che sì, l’università deve essere un focolaio di ribellione e un perpetuo Sessantotto, altrimenti è un attrezzo inutile e può essere sostituita da corsi nozionistici di avviamento al lavoro servile, da tenersi a debita distanza. Perché la funzione intellettuale consiste esattamente nella contestazione permanente “dell’attuale stato di cose”, nell’attrito contro la quiete sociale, dal quale scaturisce l’avanzamento del sapere per rottura epistemologica, contro la ripetizione dell’identico, della rassegnazione codificata in proverbi e delle ingiustizie strutturali.

Che anche l’innovazione tecnologica e la dinamica delle forme di produzione siano necessariamente alimentate dalla coltivazione della radice conflittuale del sapere (che costringe la razionalità economica a rinnovarsi), costituisce un motivo in più per ricordare che professori e studenti, casalinghi e in ciabatte, narcotizzati e spoliticizzati, non raggiungeranno mai quella soglia che Walter Benjamin invitava a varcare, verso la comunità studiosa costituita dall’”Eros di coloro che creano”.

E l’attacco di Salvatore Settis alla vigliaccheria accademica converge in questa direzione.

L’intervento integrale di Settis è a questa pagina:
https://www.centroriformastato.it/wp-content/uploads/Universit%C3%A0-chiuse.pdf

Le mani legate. Da Genova a Minneapolis

Genealogia della violenza poliziesca

di Paolo Napoli
(da centro riforma dello stato, 22.7.2020)

Dopo l’assassinio di George Floyd e le proteste che hanno incendiato in lungo e in largo gli USA dell’epoca Trump, la questione della violenza della polizia è tornata al centro del dibattito pubblico. Sarebbe però sbagliato inquadrarne gli abusi in termini di eccezione: nell’uso poliziesco della forza c’è una dimensione strutturale con radici antiche, che solo un affondo genealogico permette di comprendere appieno.

La recente uccisione di George Floyd a Minneapolis per un atto deliberato di tortura poliziesca ha riportato al centro dell’attenzione mondiale l’inemendabile problema del razzismo nella società americana, ma ancor di più ha reso evidente, al di là di quei confini, una sorta di costante trasversale che congiunge in una sinistra linea di solidarietà le polizie di tutte le latitudini, al di là dei regimi politici.

A dispetto di storie nazionali spesso diverse, questo scorcio di millennio ci consegna una verità ben consolidata: dai fatti di Genova nel 2001 agli ultimi riots divampati nelle città americane e mondiali, passando per le fibrillazioni che la polizia francese instilla di continuo nel sismografo democratico indipendentemente da chi sieda all’Eliseo, è il fondamento e l’operato di questa istituzione che non smettono di suscitare preoccupanti interrogativi. In Francia la militarizzazione crescente della polizia, visibile a occhio nudo se solo si percorrono le strade delle grandi città quando è indetta anche la più innocua delle dimostrazioni, ha spinto Macron a parlare di riforma a fronte degli innumerevoli episodi che accusano i metodi violenti dei flic.

Ora, per andare oltre il caso francese, il problema non è tanto una questione di metodi violenti bensì di metodi polizieschi. In altri termini è l’identità storica e strutturale dell’istituzione-polizia a dover essere interrogata per capire se i suoi sistematici eccessi sono il frutto di derive nell’impiego di mezzi coercitivi da parte di un corpo sano e fedele ai valori costituzionali, oppure corrispondono a una patente genetica che fanno della polizia un soggetto atipico della legalità democratica. In tal caso avremmo a che fare con l’ambivalenza di un potere materiale che non si lascia ontologicamente redimere dalle categorie giuridiche.

Di colpo, allora, appare piuttosto chiaro che la «resistenza» è la nozione passante, in grado di spiegare da un lato la tendenza della polizia a non farsi integralmente modellare sui cardini del diritto, dall’altro la volontà, manifestata con varietà di toni e azioni da individui e masse al livello planetario, di rigettare la logica violenta che di quella resistenza poliziesca al diritto è l’inevitabile portato. Due modi diversi di coniugare il verbo resistere, che diviene il denominatore comune a due generi diversi di sottomissione mancata. Conviene allora tenere sempre a mente un dato basilare dal quale è possibile prescindere solo se si vuole offrire una rappresentazione contraffatta della realtà: la polizia storicamente non è un’istituzione del diritto e di conseguenza vive in primo luogo di rapporti fattuali, cioè di forza. Di qui la legittima specularità delle risposte sociali all’esercizio più «disinvolto», per non dire abusivo, dello spirito poliziesco d’interpretare quel rapporto di forza.

Presentata in questa cornice, l’intollerabilità delle violenze poliziesche si lascia cogliere in una prospettiva storico-concettuale più compatta, di cui le vicende di questi giorni, ripetizioni cicliche di un catalogo inesausto di precedenti, sono solo l’iceberg più scioccante. L’emozione suscitata dalle morti provocate dai tutori dell’ordine, per convertirsi in efficace arma critica, deve essere restituita a discorsi e pratiche che sono il lievito madre di un modus poliziesco plasmatosi sulla lunga durata e capace di riprodurre invariabilmente le sue peculiarità.

L’autonomia del poliziesco

In un’intervista che gli fa senza dubbio onore, il capo della polizia Franco Gabrielli raccontava nel 2017 a Carlo Bonini de la Repubblica che negli anni seguenti alle vicende del G8 di Genova, col progredire dei processi, serpeggiava sempre più nettamente tra uomini e donne in divisa il desiderio di sentirsi «corpo separato». Questo desiderio era alimentato anche dalla piega che iniziavano a prendere le vicende giudiziarie, con l’individuazione faticosa di precise responsabilità personali, ma con la difficoltà anche a delucidare le responsabilità «sistemiche» come le chiamava Gabrielli, che solo gesti inequivocabili come le dimissioni dell’allora capo della polizia De Gennaro avrebbero potuto far emergere. Al malcelato desiderio di non farsi processare, si accompagnava tra le forze di polizia anche l’orgogliosa rivendicazione di una logica tutta propria nell’assicurare l’ordine alla società. Da cultore sincero di una democrazia dei diritti, Gabrielli paventava questa deriva separatista, che peraltro dava voce ai conati più atavici del ventre autoritario della pubblica sicurezza, ampiamente diffusi ancora fino alla smilitarizzazione del corpo (1981), ma mai rimossi del tutto anche dopo quella simbolica riforma.

In quell’intervista-svolta, Gabrielli lanciava un segnale culturale importante: una democrazia compiuta non può tollerare asimmetrie tra Stato e cittadinanza quando si tratta di osservare i confini della legalità. Soltanto la cupa figura dello Stato-persona riesce a giustificare il fatto che l’autorità pubblica, per il suo essere tale, goda di una superiorità capace di accordarle deroghe al principio cardine di uno Stato di diritto che pone gli stessi limiti ai detentori della potestà pubblica come al singolo cittadino.

E tuttavia la polizia, proprio perché ha finito per essere identificata col soggetto che detiene in via esclusiva l’uso della forza fisica, per una sorta d’insopprimibile clinamen interno tende a spostare sempre più in là, se non addirittura a disconoscere, i paletti che canalizzano quella forza rendendola legittima. È evidente che solo a condizione del suo impiego regolato dal diritto quella forza può essere assegnata in via esclusiva alla polizia e ai vari corpi cui uno Stato affida la tutela dell’ordine pubblico. Il monopolio è una conseguenza del rispetto delle condizioni legali nell’impiego della violenza, venendo meno quest’ultimo anche la pretesa a una sovranità assoluta nell’esercizio della forza tende a svanire. Di qui gli scenari endemici di conflitti fisici che si dipanano sotto i nostri occhi, e che l’onda ricorrente del Black Lives Matter ha l’indiscutibile pregio di esaltare su scala globale, associandoli a un potente vettore simbolico come il razzismo verso la popolazione nera socialmente più discriminata.

Ci si sbaglierebbe di grosso tuttavia se si pensasse, alla luce degli ultimi fatti americani, che la polizia calibri il proprio habitus nella repressione della popolazione nera, repressione che è solo il più odioso dei banchi di prova, ma non l’origine di un modus operandi plasmatosi nell’Europa dell’Ancien régime, in particolare negli stati francesi e germanici a partire dalla seconda metà del XVII secolo. Da allora prende definitivamente forma un carattere identitario tenace della polizia, che si palesa drammaticamente nelle situazioni critiche di controllo e gestione dell’ordine pubblico, ma che in realtà aderisce alla fisionomia abituale dell’istituzione.

Malgrado quasi due secoli e mezzo di cultura dello Stato di diritto, tra gli agenti e spesso i vertici delle forze pubbliche il senso di frustrazione per un ruolo mal retribuito e rischioso risuona ancor più aggravato da una constatazione mai metabolizzata: «abbiamo le mani legate». In questa autocoscienza di una pulsione tarpata che la metafora esemplifica in modo non proprio tranquillizzante, si cela una storia assai istruttiva, al di là di enunciati del linguaggio comune che fanno la fortuna delle superficiali osservazioni sociologiche. La formula fu impiegata per la prima volta nel frasario colto dal potere pontificio medievale proprio per indicare che il papa non può avere le mani legate, cioè non può farsi condizionare dalle leggi adottate prima dagli altri pontefici né da quanto egli stesso ha stabilito in precedenza, perché la sua autorità discende direttamente da Pietro. Con questo marchingegno teologico-politico, ogni pontefice è principio a se stesso e quindi ha piena libertà decisionale.

Se nello scavo a ritroso la figura di Pietro è il principio-base che giustifica l’autonomia delle scelte operate dall’ultimo dei suoi successori, è ragionevole chiedersi a quale strato originario si richiamino i tutori dell’ordine pubblico quando aspirano a godere di analoga prerogativa, non avere le mani legate, deprecandone la mancata applicazione. Leggi, regolamenti e giudici sono evidentemente i lacci e lacciuoli che imbrigliano le mani della polizia, la quale invece pretende riposare non su un’idea di legalità formale bensì sul presupposto fondatore di una giuridicità materiale dello Stato, intesa come capacità primordiale di decidere e tradurre in concreto la propria volontà.

Ne deriva la preminenza originaria dell’esecutivo sugli altri due poteri e, di conseguenza, la tendenziale autonomia dell’azione di polizia, sua propaggine immediata, nel limitare i diritti fondamentali quando le esigenze imprevedibili dell’ordine pubblico lo richiedano. Questo modello, che nel clima autoritario degli anni Trenta del secolo scorso aveva trovato teorici convinti anche nelledemocrazie liberali europee, continua di fatto ad essere operativo sotto la superficie dello Stato di diritto come una sorta di cifra indelebile della razionalità poliziesca.

La polizia spara: come rispondere?

Ogni disegno di riforma dell’istituzione, per essere adeguato al suo oggetto, deve tener conto di questa scomoda verità storica: l’ignoranza della legge è costitutiva del potere di polizia. E tuttavia, siccome la critica di questo modello non può basarsi sulla sola resistenza di uomini e donne che legittimamente mettono voci e corpi di traverso alla violenza di polizia, è necessario pensare anche agli strumenti che il diritto è in grado di prestare in questa resistenza.

Il classico freno all’esercizio sregolato del monopolio della violenza statale è sempre stato il discorso e la garanzia giudiziaria dei diritti fondamentali sia per il singolo sia per le forme associative in cui si realizzano le libertà. Agendo sulla leva dei diritti sanciti dalle costituzioni statali e, in Europa, dalla CEDU, le democrazie occidentali dal dopoguerra in poi hanno immaginato di poter erodere lo zoccolo duro che fa della polizia un corpo genealogicamente estraneo al dominio del diritto.

Questo modo di affrontare il problema contrappone la razionalità astratta di alcuni principi alle prevaricazioni dell’autorità del potere pubblico e, così facendo, rende concettualmente visibile la nobile battaglia ingaggiata dal costituzionalismo moderno. Tali principi inibiscono dall’origine la forza materiale della potenza statale, indicandone i limiti di esercizio.

A questo disegno imperniato sullo scudo indefettibile dei diritti fondamentali, si può immaginare di affiancare un’altra opportunità, che invece di presumere il limite come ostacolo apodittico per la forza statale, accolga e faccia giocare fino in fondo la logica inversa, quella del plus ultra, come i cameralisti tedeschi del Settecento amavano dipingere, con prestito leibniziano, l’essenza della polizia.

La soluzione è di sicuro contro-intuitiva, perché sembrerebbe schiudere spazi insperati all’arbitrio della forza pubblica invece di fissarne argini più rigidi. E tuttavia il paradosso non sarebbe del tutto privo di risorse interessanti, perché se si asseconda l’istinto poliziesco ad avere le mani libere nella gestione della pubblica tranquillità, si deve anche ammettere che ogni episodio di disordine, data la premessa, deriva dalla negligenza di chi, godendo di generosi ampi margini di manovra, quell’ordine deve garantirlo. L’entropia non è inerente alle dinamiche sociali ma è direttamente proporzionale all’incapacità di governare l’ordine pubblico da parte di una polizia che ne è responsabile a priori.

C’è un altro importante comparto del pubblico impiego in cui regna questa logica, la scuola. Com’è noto sul corpo insegnante e il personale ausiliario grava la spada di Damocle della culpa in vigilando, un istituto in base al quale si presume che qualsiasi danno prodottosi nell’ambiente scolastico derivi da un’insufficiente sorveglianza da parte chi dirige la classe o controlla l’insieme dell’edificio. Per essere sollevati da ogni responsabilità, insegnati e ausiliari devono dimostrare che l’evento sia stato del tutto imprevedibile o fortuito e quindi che non potevano impedirlo (art. 2048, 3 co. c.c.).

Ora, se si applicasse lo stesso schema alle situazioni in cui la forza pubblica è chiamata a gestire non solo eventi di massa ma anche a reprimere singoli episodi conflittuali tra autorità e cittadini – la situazione-tipo del controllo di una persona sospetta, come nel caso di Floyd – cosa potrebbe accadere? In manifestazioni di piazza, per esempio, la polizia sarebbe più ragionevolmente indotta a perseguire strategie di prevenzione – «lavoriamo perché le cose non accadano», rivendicava nell’intervista Gabrielli – il cui scopo sarebbe proprio quello di ridurre al minimo il rischio di conflitti frontali con i manifestanti. Conflitti da cui scaturiscono spesso tensioni materiali e politiche delle quali, vigendo la culpa in vigilando, la polizia dovrebbe comunque rispondere.

L’onere della prova incomberebbe come un macigno: per non essere ritenute colpevoli, le forze dell’ordine dovrebbero chiarire di aver preso tutte le precauzioni necessarie a evitare il caos e i suoi danni. Una polizia “pastorale” che vigila su tutto si pone allora nelle sorprendenti condizioni che ne riducono autopoieticamente il raggio di azione, canalizzato lungo binari di più saggia misura, pena la responsabilità per culpa in vigilando. Insomma le soluzioni democratiche per scoraggiare, se non proprio inibire, i metodi “sbrigativi” della polizia, potrebbero trovare nel rimedio omeopatico – giocarsi fino in fondo la carta di un’istituzione che persegue l’ordine affrancata per principio da limiti – la risposta più audace per far emergere le colpe del sistema, al di là dei singoli. E forse sarebbe anche un’occasione inopinata per ricucire lo strappo pasoliniano di Valle Giulia, quel «frammento di lotta di classe» che vide il movimento prendersela con i «figli dei poveri».

Corpi e corpi. In presenza

di redazione corpi e politica
(28.6.2020)

corpi e politica si apre da oggi al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

corpi e politica è nato dall’urgenza di denunciare le insopportabili limitazioni imposte ai corpi. Limitazioni alla libertà di movimento, di espressione, di scambio fisico, decretate con una normativa arbitraria e autoritaria. Limitazioni pesantemente imposte con il terrorismo psicologico e mediatico che ha spinto a percepire in qualsiasi altra persona e perfino nell’ambiente una minaccia alla propria vita, che ha spinto le persone a recludersi spontaneamente o a limitare al minimo la propria vita sociale e di relazione – che è poi la vita stessa.

Vivere significa infatti scambio con i propri simili, incontro dei corpi nei luoghi reali, nell’ambiente, nel mondo. La vita è movimento, scoperta, autonomia – sorpresa e invenzione che si dà soltanto nella relazione con lo sconosciuto. La dissoluzione del contatto sociale diventa invece la migliore garanzia per chi governa, qualunque sia il suo nome: atomi sociali irrelati non potranno mai fare corpo per partecipare alla vita politica attiva anziché subire passivamente decisioni calate dall’alto.

Tutto questo ha molto poco a che fare con epidemie e questioni sanitarie, considerata la grande sproporzione fra i danni prodotti dal virus e gli enormi, universali, pervasivi danni fisici, psichici, sociali, economici provocati dalle misure di reclusione: una forma di controllo arbitrario delle esistenze che non ha precedenti nella storia per dimensioni e profondità.

La questione della libertà è da sempre una questione di corpi, del loro muoversi nello spaziotempo con energia, consapevolezza, lucidità, in autonomia rispetto a forme di convivenza coatte, da minacciose strutture di obbedienza, da regimi sanitari autoritari. L’esistenza umana è incompatibile con il regime della separazione. È fatta di una relazionalità costante, pervasiva, faticosa e feconda.

Di fronte al cristallizzarsi di questa situazione poche e isolate sono state le voci critiche. Ora però il regime di limitazione dei corpi si sta attrezzando per diventare permanente e la resistenza non può  che partire dai corpi. Dai nostri corpi, dai corpi che siamo.

Nella rivoluzione etica ed estetica del secolo scorso, uno slogan centrale era la “liberazione del corpo”, all’insegna di un cambiamento radicale che ha coinvolto milioni di esistenze: dagli atteggiamenti e comportamenti quotidiani degli individui ai grandi orizzonti collettivi di reinvenzione del mondo. Oggi, nel tempo oscurantista della paura, il primo oggetto di attacco e di censura è stato il corpo e l’energia che scaturisce dal desiderio – ma la fisicità dei corpi e l’estetica del desiderio erano già in una fase di desistenza. Ora, liberare i corpi significa puntare sull’incontro fisico, rilanciare la potenza del contatto e la necessità – umana ovvero politica – della relazione.

Tenere una lezione ai propri studenti senza mediazioni telematiche, in presenza fisica; lavorare in gruppo ‘dal vero’; spostarsi fisicamente in un’altra città o nazione; fare una festa; fare un’assemblea – potrebbero sembrare le più ovvie delle rivendicazioni, il ritorno a una normalità da recuperare dopo un periodo di obbligata astinenza. Ma invece proprio il tempo della deprivazione ha dimostrato quanto quelle pratiche siano preziose, funzionali alla vita activa senza la quale, per l’uomo, non si dà vita contemplativa ma neppure la mera sopravvivenza biologica.

Per questo corpi e politica si apre da oggi non solo alle riflessioni sul nostro tempo, ma anche al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita.

L’ultima intervista a Paolo Fabbri. Epide(se)miologie e contagi

a cura di Federico Montanari
(da “Occhio semiotico sui media” 3.4.2020)

“È la paura che ha instaurato questo particolare oggetto e il virus che ci fa ammalare, provoca socialmente gli stessi effetti che provocavano la circolazione dei rumors in tempo di guerra. […] La dimensione narrativa e delle voci domina. Il problema per noi è ricominciare a riconoscerne i processi e le forme”. Così Paolo Fabbri. Nel segmento estremo della sua esistenza, il grande studioso che molto ha letto e detto e poco scritto (‘Abbas Agraphicus’ è il personaggio che gli dedica Umberto Eco ne Il nome della rosa) ha trovato il modo di lasciarci una pista per indagare il rapporto tra informazione  genetica e macchina della comunicazione, tra diffusione del virus e Infodemia conclamata. Spetta a noi, grati per il lascito indiziario, risolvere l’enigma che lega i due fenomeni in un circolo vizioso.

Federico Montanari
Prima di affrontare la situazione di questi giorni fra contagio, stato di emergenza e Coronavirus, proviamo a ripartire un po’ più da lontano, dal concetto di Meme. Da tempo oramai il concetto di meme, di “memetica”, sembra essere diventato di gran moda: dai social media al marketing alla politica … che ne pensi?

Paolo Fabbri
Sì, il meme, come una sorta di entità di base della cultura, come analogo del gene in quanto unità di codifica e trasmissione dell’informazione in biologia. Ma, ad esempio, proprio un paio di anni fa un’autorevole studiosa, Candice Shelby, anche dall’interno di un convegno di biologia molecolare ospitato al Centro di scienze Semiotiche dell’università di Urbino, ha pubblicato un intervento che metteva in causa questo concetto di meme; riportando un dibattito molto acceso ha mostrato, certo, assieme a tanti altri ricercatori, che la cosa non è affatto pacifica. Può esistere un’entità del genere dal punto di vista scientifico? O si tratta di una pseudo-scienza? Si tratta di oggetti che, se mai esistono, sono invenzioni buone solo per il marketing online? E come pensarli questi memi: in termini di diffusione, imitazione o contagio? Dawkins aveva pubblicato il suo libro negli anni ’70 e da allora in tantissimi ne hanno discusso fino, per citare un noto filosofo, a Dennett. E anche nelle scienze umane, sociali e della cultura vi sono alcune posizioni che sembrano porsi quasi come una sorta di apertura di credito verso il concetto di meme. Forse anche in semiotica. Ad esempio, alcuni ricercatori del gruppo che ruota attorno a Volli, e del centro di semiotica di Torino, hanno pubblicato articoli che paiono talvolta andare in questa direzione. A mio modo di vedere con esiti discutibili, o poco convincenti, ma non importa, andiamo avanti.

Federico Montanari
In effetti quello che sembra non reggere dell’idea di meme è proprio l’idea di trasmissione e, al tempo stesso, di statuto e di “taglia” di questa presunta unità. È ovvio che la cultura e le società sono composte di sistemi complessi estremamente stratificati, in continua trasformazione ed evoluzione. Ma cosa passa e cosa si traduce o si trasmette? Rappresentazioni, certo, concetti, categorie; tuttavia, come dice la studiosa che critica l’idea di meme, si passa da un tipo di vestito, ad una pubblicità, sino a interi sistemi di credenze e di valori (religioni, politica, ecc.). Ma eccoci arrivati ai giorni nostri, di fronte a questa situazione spaventosa e paradossale, con questa idea di stato di emergenza.

Paolo Fabbri
Dunque, eccoci, arriviamo pure alla situazione odierna. Se tu dichiari che c’è una certa entità che gira, che sta circolando, che arriva con l’aria, o che sta lì, un’entità che resiste anche per cinque o sei ore di vita, poi tu la prendi su con la mano e poi ti tocchi, ecc. Insomma c’è un oggetto che hanno poi individuato, che hanno visto come era fatto, una modifica di altri Coronavirus o del responsabile della Sars: insomma l’hanno descritto, sequenziato, definito scientificamente; (infatti vedi l’entusiasmo di quando anche il gruppo di ricercatrici e ricercatori di Roma l’ha identificato). Ciò non toglie che ora però il problema è come risolverlo. Questa idea di averlo individuato è interessante, ma poi c’è un oggetto che circola, sappiamo vagamente che proviene da una certa fonte animale, ecc. che proviene da vari organismi e che ha la capacità di trasferirsi da un organismo all’altro e forse di modificarsi. C’è un’unità definita e definibile. Il problema è ora come fermarla e come difendersi. E non è affatto scontato. Ad esempio, l’influenza la gente la becca più o meno, diciamo, ogni anno, il problema è che non la si può distruggere definitivamente, nelle varie ondate dei diversi virus: ci siamo rassegnati che arriva più o meno ogni anno, facciamo un vaccino preventivo, a volte funziona a volte no, e va bene. Proviamo allora a prendere un altro punto di vista. Io, tempo fa, mi ero interessato al tema della viralità dal punto di vista semiotico e della comunicazione, con alcuni articoli in un paio di riviste e avevamo fatto una cosa sui “rumors”; e avevamo preso la metafora epidemica. E questo mi pare interessante, dato che prolunga questo fenomeno del contagio alla dimensione semiotica e della comunicazione: che questo problema non è soltanto un problema “biologico”, ma è intrinsecamente socio-culturale e a cui, ad esempio, gli studiosi di semiotica devono rispondere. Da sempre, dal nostro punto di vista, di studi sulla cultura e società e di semiotica, sappiamo che esiste il problema delle “voci”, delle dicerie, che si propagano e che in qualche misura la cosa si poneva in maniera virale. Io, dopo che avevamo fatto un numero della rivista di semiotica Versus, e che non ha poi riscontrato un così grande interesse, mi ero intestardito a studiare la cosa e avevo seguito un caso assai curioso. Non so se ricordi, c’era stato un periodo in cui a un certo momento ha cominciato a girare una voce o qualcosa di più: un sacco di gente di colpo gridava, o sentiva gridare, “Valerioo!”. Di notte, di giorno. Insomma, in Italia si era creato, a metà degli anni ’90, un caso di fenomeno di contagio collettivo, o di voci: la gente andava in giro nella notte a gridare “Valerio”, o durante le corse della Ferrari o in altre occasioni, come concerti ecc. Bene, il problema era: “chi era” o cosa era Valerio? Bisognava individuarlo. Poi venne fuori quello che diceva: “no, Valerio sono io!”. Sapevamo che c’era questa parola che veniva detta e che poi si trasferiva in modo assolutamente virale; se quello che stava vicino a te gridava “Valerio”: tu potevi essere preso oppure no; o di notte, quelli che passavano in motocicletta e facevano questo gridando. Questo tema prima di tutto ci servirebbe per ragionare sul fatto che esistono circuiti sociali in cui una data entità entra in circolazione; e in questo caso si tratta di elementi fatti di significante puro: qualcosa che gira così, non dotato di significato, e che quindi non è, per definizione, un segno. Le domande sono allora: com’è che circola e perché e come nasce? Ma, si dirà, cosa c’entra questo con qualcosa di chiaramente molto più drammatico, come un virus? Al di là della metafora? E i soliti causalisti ecco che allora sono intervenuti. Noi gli abbiamo detto: quello che conta sono le motivazioni, non le cause! Ma questo è un punto importante: la differenza fra cause e motivazioni è la differenza fra scienze umane e scienze dure. Ma è proprio qui che entra in gioco il fenomeno dei rumors. E aggiungiamo, per tornare ad oggi, quello che ha veramente cambiato e riarticolato tutto sono i social media: che sono davvero dei teletrasportatori e moltiplicatori di rumors. E qui dobbiamo ricordarci di un punto che è stato messo in evidenza da diversi studiosi, ad esempio da Gianfranco Marrone: l’accentuarsi della dimensione fàtica della comunicazione attraverso i social media; il lavoro relativo al mantenimento del canale e del contatto, del prolungamento della comunicazione stessa e che crea e mantiene il legame sociale.

Federico Montanari
Allora, su questo, uno de temi che tu avevi ripreso era anche quello delle leggende, riprendendo anche Marc Bloch, e il suo lavoro sulle voci e leggende di guerra, ma che veniva attualizzato dalla Prima guerra mondiale, fino a guerre più recenti come quella del Golfo, poi in Iraq e a seguire. Con la guerra che crea e mantiene le condizioni della loro comunicazione. Ecco, e oggi, dunque, come ripensare la questione?

Paolo Fabbri
Ecco che allora, a quel tempo: ecco che ci sono le trincee, tutti ammassati che aspettano l’assalto, poi ci sarà il massacro, ma intanto aspettano, ci sono lunghe pause dove la gente sta assieme in quelle condizioni. Condizioni che peraltro sono le stesse, certo, fatte le debite proporzioni, percui se si sta per lungo tempo in luoghi assieme, per esempio nella sala d’attesa di una stazione: ecco che lì iniziano a circolare le voci, oltre che i virus.

Federico Montanari
E a proposito di questo, mi aveva colpito quello che diceva oggi un epidemiologo. L’importante ex capo dell’OMS in Europa, diceva: attenzione non pensiamo solo ai focolai ma anche alle condizioni di concatenamento e di circolazione. Siamo troppo fissati, diceva, alla cosa del “malato 0” e poi 1 e 2, ma poi il problema sono i concatenamenti. Questa cosa è legata a quanto dicevi prima sul caso “Valerio”? In che modo e come potremmo trasporla? Perché ho l’impressione che spesso il linguaggio degli epidemiologi sia molto simile al ragionamento di tipo semiotico e di studi sulla comunicazione: sì, c’è il lato fisico e biologico ma poi…

Paolo Fabbri
Ma tutte le volte che l’epidemiologo discute di un oggetto che passa e che finisce poi per essere dotato di una significazione specifica, e delle connotazioni specifiche, inesorabilmente prende il linguaggio della comunicazione.

Federico Montanari
Questo sembra un punto importante, perché, proprio in questi giorni, nell’emergenza del virus, molti giornalisti dicono: eh ma poi la comunicazione arriva dopo, si attacca sopra al fenomeno, costruisce la propaganda, poi la stessa propaganda e gestione della comunicazione, politica di emergenza, fallisce o esagera… Che ne pensi?

Paolo Fabbri
Ma è proprio questo il punto: loro, gli scienziati non possono che pensare così, comunicativamente. Dopo ci sono anche i fenomeni di connotazione, come propaganda, manipolazione ecc.; ma di fatto è sempre già così: il legame c’è già fin dal principio, fra comunicazione e modelli di circolazione dell’epidemia o del virus. Pensiamo a quando gli scienziati usano il linguaggio della comunicazione per parlare dei geni nelle scienze, o alle neuroscienze: pensiamo, ad esempio, al concetto di sinapsi. Oggi, per prendere un libro di successo recente, che si intitola Biologia della letteratura di Alberto Casadei, addirittura le connessioni grammaticali vengono chiamate sinapsi. Ma questo perché? Al di là di alcune semplificazioni, a volte anche assurde, il perché è molto semplice: una delle ragioni è che la teoria dell’informazione su cui è basata tutta la genetica, alle origini è anche una teoria della comunicazione. È la stessa teoria della comunicazione che nasce così! C’è una omologia quasi completa. E l’epi-demiologia è totalmente trasferibile in una teoria dei rumors linguistici; sono trasferibili l’una nell’altra perché la base comune è la teoria dell’informazione: all’origine troviamo una teoria dell’informazione che è basata, sin dalle sue origini, su problemi di comunicazione e di linguaggio, su problemi linguistici…

Federico Montanari
Dunque è forse inutile distinguere tanto, come fanno alcuni giornalisti fra, da un lato, comunicazione e poi lato fisiologico e virologico…

Paolo Fabbri
Ma certo, no, perché appunto il lato fisiologico e virologico sono pensati in termini di teoria dell’informazione. Ma è proprio per questo che mi pare allora stolto ragionare come ragiona questo autore che ha scritto il libro che citavo, Biologia della letteratura, che è professore di letteratura italiana alla Normale di Pisa, ed egli è convinto che questo potrà far fare un salto agli studi della letteratura, dando le basi “fisiologiche” alla letteratura, e che a noi fa un po’ ridere… Ma questo non è importante: lui, come detto, chiama sinapsi anche le connessioni linguistiche. Ma, al di là di questo caso, non si tratta, qui, di “imperialismo” di una teoria su un’altra (della teoria dell’informazione o del cervello sulla semiotica e sulla comunicazione o viceversa), il fatto è che dalla teoria dell’informazione degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, di cui sappiamo benissimo, per inciso, il ruolo che ha avuto la guerra nel concepirla e svilupparla, la teoria dell’informazione è essenzialmente una teoria della comunicazione. E quindi non è un caso che quando vai poi a studiare i fenomeni del contagio ti ritrovi con problemi comuni. La cosa spettacolare dei rumors è che metteva quasi a nudo questa possibilità di un trasferimento di un tratto apparentemente “insignificante” (chiaramente non solo nel senso nostro, semiotico, di significante e significato, ma anche come non rilevante) il quale però si trasferiva da un momento ad un altro, da un luogo ad un altro, in condizioni di un certo tipo, e poi scompariva. E tutti i tentativi di scoprire dov’era nato, di rintracciarne l’origine, andavano a buca. Ed è quello che sta accadendo oggi.

Federico Montanari
Pensiamo anche ai casi ironici di oggi: i leghisti in Veneto accusano i cinesi in un bar, salvo poi venir fuori che forse un “lombardo” era stato lui il portatore del virus, che si trovava da tutt’altra parte.

Paolo Fabbri
Certo è involontariamente divertente e comico, in un certo senso. Ma è divertente proprio laddove cercano di isolare, circoscrivere delle zone: è come tentare di bloccare il grido “Valerio!”, che sfugge da tutte le parti. Più cerchi di bloccarlo e più rischia di circolare…

Federico Montanari
Ma come si collega allora il concetto di meme all’idea di “rumors”?

Paolo Fabbri
Sì, certo, su questo avevamo fatto un’intervista con uno studioso e curatore di arte, Hans Ulrich Obrist, all’interno del Catalogo della Mostra CITIES, presso il Museo di Arte moderna di Bordeaux, nel 2000, sul tema delle “mutazioni”, perché anche lui era stato colpito da questa idea di rumors. È veramente un problema interessante: c’è un linguaggio, certo, ha certe regole, e certe trasformazioni. Noi abbiamo un linguaggio standard, una lingua che viene studiata per la sua sintassi, la sua morfologia, ecc. Poi però ci sono fenomeni di linguaggio, certi usi del linguaggio, che non corrispondono al modo con cui noi lo studiamo in modo tradizionale, con la linguistica, che oramai vanta molti decenni di storia, e con la quale noi guardiamo agli usi standard del linguaggio. Ci sono altri usi del linguaggio. C’è, certo, una proposizione “Valerio”: soltanto che sfugge. Certo c’è un nome proprio ma poi il fenomeno prende tutt’altro tipo di caratteri.

Federico Montanari
Il Coronavirus come “Valerio”, come una forma di diffusione caratteristica dei rumors? Dato che qui viene in mente anche un’altra cosa: prima il nome del virus era “Coronavirus” e poi è stato detto: finalmente, abbiamo trovato o attribuito il “vero nome”. Che è poi Covid-19 e poi la malattia, Sars-CoV-2, ecc… è la sigla… il nome proprio vero.

Paolo Fabbri
Certo, sì. Ma è interessante la storia della ricerca del nome… Dunque il punto è questo, noi abbiamo un’idea: che siamo esposti a questo fenomeno che è socio-semiotico, che è l’esposizione ai rumors, alle voci, le dicerie. Ma sui rumors ne abbiamo dette di ogni tipo: abbiamo dato loro diversi nomi, che si tratta, appunto, di voci, di leggende metropolitane, dicerie, ecc. Non so se ricordi quella che circolava a Siena: di “Batman”, non a caso, in piena crisi della banca del Monte dei Paschi. Di quel tipo che si travestiva da Batman, i due che scopavano e con lui che si travestiva, aveva legato lei e appunto si buttava su di lei, ma poi era cascato male e così si era rotto una gamba. E quindi lui non riusciva a muoversi e lei era legata, anche lei era un’impiegata di quella banca e lui con la gamba rotta vestito da Batman. Dunque, dopo sono arrivati e li hanno trovati così. Ecco, e questa cosa è circolata. Quindi, la circolazione di questi oggetti non è limitata alla parola, non è solo una parola o limitata a quella sequenza di parole. Perché intanto quelle sequenze di parole possono mescolarsi fra di loro o prendere la forma di un andamento narrativo. Che è un’invenzione completa, un nonsense. Però questo nonsense è suscitato da dati meccanismi. Ma, guarda caso, c’è un altro punto: questa storiella non è capitata solo a Siena, perché hanno scoperto che a New York nello stesso periodo raccontavano la stessa storia! E questo significa che questi fenomeni, questi oggetti si trasferiscono dall’uno all’altro e da un luogo a un altro in maniera epidemiologica ma che in realtà rispondono di volta in volta a situazioni (ad esempio di crisi) che sono disponibili ad accettarle.

Federico Montanari
Ma qui stiamo parlando di una sorta di predisposizione socio-culturale del fenomeno…

Paolo Fabbri
Dimensione culturale di un fenomeno, sì. Con anche gli stereotipi, anche razzisti, come abbiamo sentito in questi giorni. Si dice, i cinesi mangiano di tutto, promiscuità con gli animali, ecc., e lì succede qualcosa. Risposta: questo accade anche quando c’è un grande casino. È il caso dell’esempio che si diceva sopra, della banca di Siena: come dicevamo, crisi, la gente furibonda, preoccupata ecc., e poi ci sono stati degli attacchi, delle polemiche, un tipo si era anche suicidato, e poi arriva… è più facile che queste cose circolino, vale a dire la diffusione delle dicerie delle voci e delle leggende, circolino. Si depositino lì e poi girano. Ecco questo è un po’ il nostro punto, e credo che possiamo difenderlo, dal punto di vista socio-semiotico dobbiamo difenderci da questa opposizione un po’ idiota secondo cui da un lato c’è l’organico, l’organismo da un lato, e poi solo dopo arriva la comunicazione.

Federico Montanari
Ecco alcuni altri punti che mi sembrano rilevanti. Da un lato abbiamo questo: lo diceva persino un importante studioso di medicina, a cui veniva chiesto dei numeri del contagio; tutti stanno letteralmente “dando i numeri”: il computo e l’aumento giornaliero dei contagiati, il numero dei tamponi o dei “casi positivi”, ora le mappe, ora i guariti o i decessi, ecc. E lo studioso di medicina diceva: attenzione che non sono i numeri a contare, ma è la dimensione narrativa anche in questo caso…

Paolo Fabbri
Ma certo; intanto è inesorabile che questa epidemia venga narrata. E poi c’è il ruolo dei numeri: è l’effetto di reale, nel racconto. Se i francesi fanno, ad esempio trecento tamponi per il Coronavirus e altri ne fanno tremila, è ovvio che quando fai il conto finale ti vengono cose diverse. Ma se fai la percentuale tutto cambia. Il nudo numero, come diceva benissimo Barthes, è l’equivalente della pendola Luigi XIV quando la marchesa esce alle cinque. Perché, in un racconto, la pendola Luigi XIV e perché suona alle cinque? Poteva essere una qualunque pendola se si trattava di suonare a quell’ora; ma se tu dici, in un racconto, “pendola e Luigi XIV” rendi più verosimile l’evento, lo rendi “reale”. Gli scienziati e in particolare gli addetti alla comunicazione scientifica non conoscono le teorie letterarie e della narrazione, forse anche noi studiosi delle scienze umane cominciamo a dimenticarcele. L’altro punto è che manca l’abitudine, tipica degli studiosi di semiotica, al riscontro dell’omologia: vale a dire che ci sono dei piani e processi che possono essere omologabili fra di loro. È questa l’idea molto semiologica che ci porta a studiare i fenomeni con uno sguardo diverso: passare naturalmente da un piano di senso all’altro; dire che c’è un linguaggio e che si può passare da un linguaggio ad un altro, e che c’è una forma di comunicazione in cui circola un oggetto, un’informazione e un virus. A cui trovare un nome, delle proprietà, – l’essere – o delle azioni, creative o distruttive – il fare. Ecc.

Federico Montanari
Infatti il direttore generale dell’OMS ha affermato: “Avere un nome è importante per impedire l’uso di altri nomi che possono essere inaccurati o rappresentare uno stigma”.

Paolo Fabbri
Sì, a questo nome o sigla corrisponderebbe un Soggetto e un evento o un fenomeno che si chiama “Valerio”. Per noi è importante trovare un’omologia fra fenomeni e linguaggi diversi, ma per altri rappresenta addirittura uno scandalo: perché sono referenzialisti, credendo cioè al riferimento ad una realtà data una volta per tutte avremo un nome della lingua italiana (come i nomi propri dei bambini) e dall’altro un oggetto fuori da noi. E quindi, secondo loro, un fenomeno non c’entra niente con l’altro: se sei referenzialista è vero e basta. All’opposto, se studi la comunicazione, se ti occupi di isomorfismi di senso, ma ci vuole un certo esercizio, ecco che non ti pare assurdo che una voce, una diceria, assomigli nei suoi meccanismi ad un virus.

Federico Montanari
Ultimi due punti: da un lato viene fuori un’idea strategica, di conflitto, e non solo in senso banalmente “metaforico”; sentivamo tutti in questi giorni di questa cosa, di chiusura di territori, di zone rosse, di militari, di posti di blocco… In Cina sembrerebbe più naturale, ma chiudere il lodigiano con militari, con l’esercito, fa un certo effetto, senza che peraltro vi sia stata poi una forte opposizione, o di critica in senso proprio, al di là dei leghisti… Come la vedi? Anche questa idea di combattere un nemico,che è un virus, con “strategie di contrasto”, scenari, ecc.

Paolo Fabbri
Adesso c’è tutto un dibattito se non ci sia stato un eccesso nella risposta ecc. Ma la questione non è tanto se si sarebbe potuto fare di più o di meno, quanto la modalità dell’opporsi che è di tipo strategico, non solo: militare. Paul Virilio avrebbe detto: “Ecco, avete visto? Il territorio viene suddiviso in zone per essere controllato, attivando tutti i meccanismi disponibili nel cosiddetto ‘capitalismo della sorveglianza’”. La militarizzazione non è una metafora: è concreta e reale, sono lì. E naturalmente i governanti diranno: “Noi dobbiamo reagire così per preventivare e prevenire lo scenario peggiore possibile”, la pandemia ecc. Alla obbiezione, “avete esagerato”, oppure, “ma così rovinate l’economia del paese!” si risponde formulando un’altra sceneggiatura, un altro piano di controllo. Si tratta, appunto, di piani strategici, esattamente come in guerra, per, ad esempio, condurre un’offensiva e aggirare il nemico come, per fare un esempio lontano, i tedeschi, passare attraverso il Belgio e l’Olanda per scavalcare la Linea Maginot: questo è il “grande piano”. Ma ci fermeremo alla guerra di posizione. Una successione di piani e di simulacri: non c’è stato mai un momento diverso dall’attuale per dire che il capitalismo di oggi è il capitalismo di sorveglianza e controllo. Mettendo in campo concretamente le teorie della sorveglianza e del controllo che sono state concepite negli scorsi decenni (da M. Foucault a G. Deleuze e F. Guattari fino a S. Zuboff). Un dispositivo inesorabile: ogni volta che c’è un problema di cosiddetto ordine pubblico, incidenti, furti, eccetera, aumenta la richiesta di controllo, d’ordine umano e non umano, come le telecamere di sorveglianza ecc. Bene, tornando al contagio, questo è il momento in cui, con l’epidemia, senza averla del tutto calcolata e senza conoscerne le logiche interne, si mettono in gioco tutti i simulacri di controllo possibili. E questo è socialmente interessante. Nessuno si arrabbierà più di tanto, anzi, alla fine diremo: “Meno male che c’è questo controllo razionale”. Senza rendersi conto che questa è un’altra modalità di ragione: una ragione al tempo stesso organico-biologica, virale che mette in gioco anche una ragione socio-culturale che è quella di tutti i meccanismi di controllo e sorveglianza. Un esperimento in corpore vili. Un corpo sociale però.

Federico Montanari
Ultimo punto, i pubblici coinvolti, i destinatari di tutto ciò. Si trova in rete una enorme quantità di reazioni, in forma di ironia, di sarcasmo e di rovesciamenti: con esempi come “non si affitta ai settentrionali”, alle ironie sugli italiani e lombardo-veneti respinti da certi stati o messi in isolamento… L’aereo arrivato in Montenegro dall’Italia messo sotto sorveglianza, ecc. E, d’altro lato, alcuni dicono: ci troviamo di fronte a momenti di riattivazione di memorie culturali, o letterarie a vario titolo ecc. O anche in forma forse un po’ superficiale di stereotipi: ci chiudiamo in una casa, facciamo come nel Decameron, salvo poi che qualcuno ha ricordato che quella del gruppo di ragazzi e ragazze è la finzione iniziale, e la descrizione del Boccaccio è quella dei ladri e truffatori che si aggirano durante i giorni della peste.

Paolo Fabbri
Ecco lo capisco. Però c’è un fenomeno che è tipico dell’informazione e l’abbiamo un po’ visto in un recente convegno sulla serialità. La serie, la riproduzione della notizia può essere riproduzione dell’identico; abbiamo infatti l’imitazione, che nei linguaggi dei media è tipica: tu imiti l’altro, le sue forme eccetera. Ma dopo un certo tempo, ogni iterazione dell’identico comincia prima o poi a girare su se stessa: abbiamo allora il metalinguaggio; o la parodia. Abbiamo quindi due uscite possibili dalla serialità: da un lato verso il metalinguistico, dall’altro verso il comico. L’imitazione, ripetendosi, comincia ad interrogarsi su quello che sta dicendo e sulla ripetizione stessa; e allora abbiamo da un lato il metalinguaggio, dall’altro il pastiche o la parodia.

Federico Montanari
Un legame fra l’imitazione, il contagio, e dall’altro lato la serie, il parodico e il metalinguistico.

Paolo Fabbri
Sì, fra il seriale e il serio o non serio. Pensiamo sempre che il seriale sia serio, non è vero, può essere anche comico parodistico. Pensiamo al modello di gran moda negli ultimi anni, quello dei neuronispecchio: si presuppone che questa trasmissione profonda sia necessariamente sempre seria, ma non è detto. Può essere anche un pastiche: ci sono anche specchi deformanti! Abbiamo dunque, mi pare, dei criteri di analisi di quello che sta accadendo: da un lato la dimensione seriale; dall’altro la questione dei numeri come effetto di referenza e di realtà; e la base narrativa dell’epidemia; per noi, per chi si occupa di semiotica e di teoria della comunicazione questa non è una sorpresa. Quello che ci sorprende è come non si sia riusciti a fare passare l’idea che il modo con cui in generale sono state recepite la maggior parte delle proposizioni semiotiche o come “troppo difficili” o superflue. Pensiamo, ad esempio, al concetto di Forma di vita, incluso in una semiotica della cultura: voglio dire che le culture contengono forme di vita, queste contengono le narrazioni che includono discorsi, enunciazioni, frasi, tropi, ecc. Un classico esempio è quello di E. Goffman, la forma di vita del recluso in un manicomio o altra istituzione totale; o la forma di vita dello stigmatizzato a seguito di un incidente. L’incontro tra semiotica e sociologia è appassionante. E per tornare al nostro punto, i rumors, quando circolava la voce che stava per scoppiare la guerra, tutti si mettevano a fare le stesse cose che fanno ora: correvano a comprare, lo zucchero, il burro, le scatolette, i prodotti da toilette, come oggi nei supermercati. È la paura che ha instaurato questo particolare oggetto e il virus che ci fa ammalare, provoca socialmente gli stessi effetti che provocavano la circolazione dei rumors in tempo di guerra.

Federico Montanari
Attivazione degli stessi stereotipi, delle stesse narrazioni…

Paolo Fabbri
Efficacissimi. Le paure sono dettate da minacce “reali” come i virus o da racconti, dalle narrazioni e dalle dicerie.

Federico Montanari
Che poi vanno a retroagire sulle stesse azioni, sulle pratiche, sulle organizzazioni e sull’economia…

Paolo Fabbri
L’annuncio che c’è stato un incidente nucleare e un probabile tsunami può attivare le stesse reazioni di un’epidemia. La dimensione narrativa e delle voci domina. Il problema per noi è ricominciare a riconoscerne i processi e le forme.

Dal virus alla rivolta: un’altra mappatura

redazione di corpi e politica
(1.6.2020)

“We are closed in, and the key is turned
On our uncertainty; somewhere
A man is killed, or a house burned,
Yet no clear fact to be discerned:
Come build in the empty house of the stare.”
[da William B. Yeats, Meditations in Time of Civil War, in “The Tower”, 1928]

 

Sui giornali americani la schedatura geografica del virus viene improvvisamente sostituita dalla mappatura dei focolai della rivolta. L’irruzione di un improvvisa serie di assembramenti doppiamente proibiti ruba di colpo la scena all’emergenza sanitaria – rottura politica nella rottura panterapeutica che i parametri governamentali sono impreparati a registrare. Comunque vada a finire, resta la prova che i meccanismi del controllo sono tutt’altro che efficienti e la cattiva utopia non è un destino ineluttabile, resta il compito comune di dare forma creativa alle energie sociali che si sprigionano.

I media spiazzati rincorrono la nuova storia
il manifesto 31.5.2020

 

 

Le spie dell’anima e la guardia della libertà

di Peppe Nanni
(26.5.2020)

con una dichiarazione dello staff di poliziotti.it “congiunti di uno stato etico? No grazie!” #IoNonSanziono

L’iniziativa di Boccia & De Caro, arruolare 60.000 disoccupati per creare una milizia di controllo sullo stile di vita degli italiani, sta incontrando in queste ore un coro tanto corposo di proteste che probabilmente dovrà essere ritirata. Intanto i due geniali promotori si diffondono in spiegazioni che suonano a conferma sia del loro egotismo liberticida (“le nostre Ordinanze devono essere fatte rispettare”), sia della matrice moralista e robottizzante (“si tratta soltanto di distributori di buona educazione”).

Il vero scandalo consiste nel fatto che queste proposte sono state ideate e spudoratamente comunicate, quando invece dovrebbero essere radicalmente impensabili. Sono la spia di cosa si intende per normalità, cioè il regime di banalità del male, dove la delazione è un valore riconosciuto al servizio della tristezza sociale sancita per regolamento.

Nessun controllo sulle grandi unità produttive, dove fatalmente si innesca buona parte dei contagi, nessun inviato di stampa e tv a verificare le condizioni di lavoro delle aziende agroalimentari: il patema della classe piùomenodirigente è suscitato dalla constatazione che qualche incosciente se ne approfitta e frequenta i tavoli esterni dei bar solo perché loro gli hanno concesso munificamente di riaprire. Un abuso della fiducia paternamente elargita, l’avessero mai immaginato, quelle sentine del vizio sarebbero rimaste sprangate per generazioni o provvidenzialmente già fallite.

Come dice il sindaco di Milano, esercitandosi in pedagogia scandita, si deve uscire per “la-vo-ra-re”, in modalità rigida di penitenza, mai dimenticare che il virus è una punizione divina, un flagello che ci ha colpito perché la gente non sa stare al proprio posto nella nuova catena realvirtuale di montaggio: solo il sacrificio di chi si ammala immolandosi sul posto di lavoro è gradito agli dei, o almeno ai loro rappresentanti in Terra, ma divertirsi o addirittura assembrarsi sono attività pericolose, focolai che possono degenerare facilmente in attività politica o nella blasfema gioia di vivere, che sono poi la stessa cosa, come insinuava quel pervertito untore di Baruch Spinoza.

Quindi quale miglior rimedio che arruolare la parte più disperata del gregge indisciplinato e metterla a fare il guardiano delle Tavole della Legge, versione simil iraniana della Polizia Religiosa a caccia di (s)mascherine? La servitù volontaria, “asservire gli uni per mezzo degli altri”. Basta investirli con un titolo appropriato nella neolingua, dopo i desueti “Ausiliari della sosta”, adesso è il turno degli “Assistenti del distanziamento”, dotati di righello d’ordinanza.

Solo averlo pensato è un crimine contro l’intelligenza, ben più che contro l’umanità. Che rende per contrasto più appariscente un fenomeno tutt’altro che scontato, la presa di posizione assunta da alcuni membri di quei corpi armati al riparo del quale gli oligarchi confidano di vivere al sicuro e che invece danno segni di non aver dimenticato di essere, prima di tutto, cittadini tra i cittadini:

“Se quando abbiamo scelto di arruolarci nella Polizia ci avessero detto che un giorno ci sarebbe toccato agire come cani da pastore o, peggio, da guardia di una sorta di muro di Berlino, ci saremmo fatti grasse risate […] Invece, a distanza di oltre trent’anni (già, chi scrive non è una #GiaccaBlu di primo pelo, siamo abbastanza adulti e con una certa esperienza) è proprio quello che sta accadendo e siamo increduli, attoniti […] Siamo consapevoli della situazione emergenziale a causa del #Covid19, ma ancor più lo siamo dell’assurdità di certi provvedimenti amministrativi e di certe (deliranti) ordinanze emesse dalle autorità locali. Ci siamo espressi contro l’utilizzo dei droni (una follia) per la caccia all’uomo, utili e strumentali solo ed esclusivamente alle manie di protagonismo di alcuni Sindaci scatenati in una gara a chi è più realista del Re (altro prodotto di una politica stupida e insensata sulla gestione della sicurezza pubblica) […] Non vogliamo essere #Congiunti di uno Stato Etico in stile DDR, non vogliamo essere complici di questo sfascio sociale”.
Lo Staff di Poliziotti.it Congiunti di uno Stato etico? No, grazie! #IoNonSanziono

Ecco, proprio mentre inquietanti segnali rendono minaccioso l’orizzonte –mentre intellettuali inaciditi buttano a mare il loro trascorso amore per la libertà in cambio di uno scampolo di incerta sicurezza – una parte delle guardie di sicurezza avverte che senza libertà non c’è niente da salvaguardare.

Forse si stanno ridisegnando nuovi confini e la linea di frattura passa attraverso ciascuno di noi, tra vecchie abitudini e desideri rinnovati, tra contiguità logorate e alleanze in statu nascendi? Forse sono miraggi, certo passaggi che portano fuori dalla quarantena mentale, dal confinamento categoriale, dal distanziamento disciplinare dell’immaginazione collettiva.

“Mi ricordo quando suonava la campanella. Invece nella scuola al computer non suona mai la campanella, non suona mai niente”

Differenze tra scuola on line e scuola vera

di Giuseppe Caliceti
(da il manifesto, 14.5.2020)

«Mi ricordo quando suonava la campanella. Invece nella scuola al computer non suona mai la campanella, non suona mai niente»

[Per i bambini piccoli, appena approdati alle scuole elementari, per la loro percezione del tempo, il periodo di reclusione casalinga e di scuola negata dura già da un’eternità, quanto un’ epoca. Non sappiamo ancora come le conseguenze di questa esperienza traumatica segneranno i comportamenti di una generazione, in termini di capacità relazionale, spirito di iniziativa, fiducia nell’addentrarsi nel mondo. Ma l’articolo che riportiamo, frutto intelligente del dialogo a coatta distanza tra un maestro e la sua giovanissima classe, autorizza la speranza che i bambini, se incoraggiati da adulti in grado di pungolarli con consigli stimolanti, siano in grado di metabolizzare il virus ansiogeno sparso a piene mani dai dispositivi scolastici e governamentali.  Come tanti piccoli guerriglieri di una saga scritta in diretta, possono raggiungere, proprio attraverso la prova che stanno attraversando così precocemente, le soglie di una nuova consapevolezza critica, scampando al destino seriale di conformismo al quale li avviava comunque anche l’ ‘offerta formativa’ pre-crisi.]

 

I bambini ci parlano.

«Io mi ricordo che facevamo sempre la ricreazione e se era bello il tempo, se non pioveva, anche se era freddo, noi andavamo sempre a giocare in cortile e io mi divertivo»

Ciao bambine, ciao bambini, ci vediamo ancora una volta al computer. Adesso con voi del primo gruppo, più tardi con gli altri gruppi. Oggi vi chiedo di dire quelle che, per voi, sono le differenze tra la scuola vera e la scuola di adesso, la scuola al computer.

«Per me la scuola al computer non è una scuola vera perché…. Perché non si va a scuola».
«Al computer non puoi giocare».
«A me la scuola al computer non piace perché non vedi bene tutti i tuoi amici. Non senti bene tutte le loro voci. Poi devi stare sempre seduto. Devi sempre… No, non mi piace. Io non vedo l’ora che la malattia finisca e dopo torniamo alla scuola normale».
«Una differenza è che alla scuola dentro al computer sei sempre seduto davanti al computer, non vedi mai… Non c’è la ricreazione. Non si va fuori in cortile a giocare. Non puoi fare niente».
«È troppo tempo che siamo in casa. Io mi sono stancata. Io vorrei andare a scuola e giocare con i miei amici. La scuola al computer mi piace perché è meglio di niente. Ma non mi piace».
«Io vedo dal telefonino di mia mamma. Anche adesso. Si vede piccolo. Io preferivo la scuola normale».
«Io non pensavo mai che questo anno di scuola, il primo anno di scuola che io ho fatto alla scuola elementare dopo l’asilo, andava a finire così. Mi dispiace».
«Mia mamma ha detto che quest’anno siamo tutti promossi. A me fa piacere. Ma io non credo che ci bocciavano ugualmente».
«A me piace più la scuola normale di questa perché almeno siamo tutti insieme in aula».
«Noi non possiamo andare a scuola e possiamo solo fare questa scuola con il computer che però non è la scuola vera».
«Mi piace perché io adesso alla mattina posso alzarmi più tardi e anche alla notte posso andare a letto più tardi. Ma solo per questo. Però io ce la farò. Anche mia mamma ha detto così».
«A me piace la scuola al computer perché è una scuola nuova. Perché noi non avevamo mai fatto. Poi è anche moderna. All’inizio mi piaceva molto. Adesso mi sono stancata. Perché è sempre uguale».
«Per me… A me non piace la scuola al computer».

Bambini, visto che in tanti mi stanno dicendo che preferite la scuola vera invece che la scuola al computer, la scuola a distanza, mi dite un ricordo che avete della nostra scuola normale? Della nostra classe quando eravamo nella nostra aula?

«Io mi ricordo che facevamo sempre la ricreazione e se era bello il tempo, se non pioveva, anche se era freddo, noi andavamo sempre a giocare in cortile e io mi divertivo».
«Anche a me manca molto la ricreazione. Mi manca quando giocavamo insieme. Mi manca quando facevamo i balletti scatenati e anche quelli romantici e anche gli altri. Mi mancano i massaggi. Mi manca… Insomma, mi manca tutto».
«Io mi ricordo che c’era il laghetto e per me c’è ancora. Mi ricordo i pesci rossi. Mi ricordo i pesci grandi e anche quelli piccoli».
«Per me i pesci si stanno chiedendo anche loro perché adesso c’è sempre silenzio vicino al laghetto, vicino allo stagno. Forse pensano che noi siamo morti tutti. Oppure che siamo andati via e li abbiamo lasciati soli».
«A me viene in mente quando abbiamo fatto le canzoni di Natale».
«Mi ricordo quando eravamo a mensa e stavamo tutti in quel posto lì, in palestra, col tavolo lunghissimo e noi tutti seduti».
«Mi ricordo quando suonava la campanella. Invece nella scuola al computer non suona mai la campanella, non suona mai niente».
«Io mi ricordo che la scuola normale era più emozionante di questa scuola qui».
«Io penso che noi siamo sfortunati perché prima non abbiamo iniziato la prima nella nostra scuola perché la scuola la dovevano aggiustare per il terremoto, se c’era un terremoto, perché non era a posto, e allora noi siamo dovuti venire qui in questa scuola. Poi siamo venuti qui e anche qui la scuola è stata chiusa. Io spero che finisca tutto presto. Il Coronavirus e anche la scuola da aggiustare. Io spero che il prossimo anno va tutto bene. Non c’è il coronavirus e neppure il terremoto. Io spero che la nostra scuola è pronta e così dopo vado a scuola e ci andiamo tutti. Perché poi è più di un anno che noi andiamo a scuola ma non ci andiamo mai, dico, nella nostra scuola. E io non so neanche come è la nostra vera scuola. La scuola di Calerno, dico».

La mascherina non è necessaria. Parola del Ministero della Salute (e dell’OMS)

“La mascherina non è necessaria per la popolazione generale in assenza di sintomi di malattie respiratorie” (Ministero della Salute)

Questa la locandina pubblicata a fine febbraio e ancora presente nel sito del Ministero della Salute. Quanto vi si afferma è confermato dalle indicazioni dell’OMS (le ultime di fine aprile si leggono qui) in cui è detto chiaramente che non ci sono prove scientifiche sull’utilità dell’uso su larga scala delle mascherine e si precisa che, anzi, quelle fatte in casa (che non sono dispositivi medici) possono indurre un aumento di infezioni respiratorie.

*Nota del 23.05.2020: la pagina originaria del sito del Ministero della Salute è stata cancellata, rimane archiviata e consultabile al seguente indirizzo: https://web.archive.org/web/20200403163109/http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioNotizieNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4099

Atteniamoci rigorosamente, scrupolosamente, alle indicazioni del Ministero e delle autorità competenti.

 

Favolacce di genere

E vissero tutti felici e contenti

di Barbara Biscotti
(14.5.2020)

Il Messaggero ha pubblicato il 12 maggio un’intervista a Marco Alverà, rimbalzata poi attraverso altre testate on line . Marco Alverà è amministratore delegato di Snam, società che si occupa di infrastrutture energetiche e seconda azienda italiana nella classifica dei 500 TopEmployers mondiali; per questo il suo CEO è finito sulla copertina di Forbes Italia di gennaio 2020. Ma non solo. Alverà, infatti, autore tra l’altro di libri, è anche stato individuato dagli editor di Linkedin come uno dei 450influencer leader mondiali. Stiamo parlando, dunque, di un personaggio con una presenza mediatica di peso.

Nella situazione presente – ci viene  comunicato – l’azienda si sta impegnando in iniziative di solidarietà, a partire dalla volontaria riduzione del 25 % proprio da parte del suo CEO (e di altri manager a seguire) della propria retribuzione lorda da maggio a dicembre 2020, al fine di destinare quella quota in beneficenza. Retribuzione che ammontava, secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2017 a 1,6 milioni lordi annui.

Nell’intervista in questione Alverà, però, non tratta questo tema, ma si concentra sulle previsioni dei cambiamenti che le attuali circostanze comporteranno nel mondo del lavoro, mettendo a fuoco in particolare il tema della parità di genere. Questione, invero, assai sensibile e di primo piano nel momento attuale in cui, come in ogni situazione di crisi, i soggetti più a rischio, specie sotto il profilo dell’impiego, sono le donne.

Si tratta dunque di un’intervista che sul piano teorico sembrerebbe poter offrire spunti di riflessione interessanti. La lettura del testo, però, lascia a dir poco basiti. L’incipit è già programmatico: “il 70% dei mestieri del futuro richiederanno competenze scientifiche, cioè quelle ricomprese nell’acronimo Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica)”, è il primo postulato di Alverà. Ricordiamoci, nel leggerlo, che gli influencer sono l’equivalente moderno degli oracoli: le loro affermazioni (la cui natura sibillina spesso significativamente si rivela negli acronimi) hanno un’efficacia performativa; attraverso il filtro dell’auctoritas che la collettività, globale e mediatica, riconosce loro, orientano la realtà, istituendone gli sviluppi futuri.

Quindi, voilà il vaticinio: gettiamo direttamente via tutti i saperi non scientifici, perché in futuro non serviranno praticamente a nulla. Magari, solo a titolo di esempio, facciamoci prima un giro, però, attraverso le pagine del bellissimo libro di M. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (con un’introduzione di T. De Mauro), Il Mulino, 2011.

Ma andiamo avanti. Proseguendo nella lettura, si giunge al punto focale: la questione di genere. Per introdurre la quale e sostenere l’idea che la formazione in tali ambiti di competenza sarà fondamentale per garantire un equilibrio di genere nel mondo del lavoro, Alverà pensa bene di affermare: “Le nostre tecniche e le nostre ingegnere sono spesso invitate nelle scuole per raccontare quanto è entusiasmante lavorare nell’energia”. I “vostri” tecnici e ingegneri no? Perché? E perché non si dice che le “vostre” (ma quando la smetteremo di usare l’odioso aggettivo possessivopadronale? Le parole sono importanti…) tecniche e ingegnere non vengono invitate in sedi istituzionali, in convegni internazionali?

Qui non solo il tono risulta di un paternalismo insopportabile, ma sotto il profilo sostanziale le donne per l’ennesima volta, con bonaria accondiscendenza, vengono destinate a svolgere un ruolo ben delimitato entro i rassicuranti (seppur importantissimi), meta-materni spazi della scolarità.

L’intervista prosegue con notizie apparentemente confortanti (in tal senso le riprende, infatti, anche Corriere-Buonenotizie): l’istituzione di una borsa di studio presso il Politecnico, la defiscalizzazione del 50% sulle assunzioni di donne (con formazione “Stem”, ça va sans dire), la riduzione delle tasse per le ragazze iscritte a facoltà scientifiche.

Sono davvero buone notizie? Non direi proprio. Sarebbe ora di affermare a chiare lettere che non è attraverso questo genere di provvedimenti in stile riserva indiana che si garantisce la parità di genere, la quale è un diritto, anzi di più, uno status irrinunciabile la cui sussistenza – non introduzione – va garantita a partire dalla ancor lontanissima parità di retribuzione, e non concessa da alcuno, quasi che ne fosse il detentore.

Ma la parte più “interessante” dell’intervista è quella conclusiva, in cui Alverà mette brillantemente insieme il tema dello smart working e la questione di genere, affermando che il primo può costituire un’opportunità per le donne (ancora una volta: perché specificamente per le donne?). Tale considerazione viene esemplificata da un istruttivo esempio: “Penso a una collega che per noi fa l’analista. Prima si svegliava alle sei e mezza, preparava i figli, li lasciava a scuola, passava un’ora in auto. Poi, arrivata in ufficio, leggeva ore e ore di dati necessari alla sua analisi. La stessa cosa potrà farla da casa, con risparmio di tempo e un’efficienza migliorata”.

A prescindere dal fatto che viene profilata immancabilmente la situazione di una donna lavoratrice che si fa carico interamente e da sola anche del ménage famigliare quasi fosse una vocazione naturale, ecco il triplo, pericolosissimo, salto mortale: per questa lavoratrice sarà molto comodo restare a casa e fare da lì tutto ciò che faceva prima.

Ma Alverà ha mai fatto la madre-lavoratrice-casalinga? Sa che cosa significa la condizione che molte donne (ma anche uomini) stanno vivendo in questo periodo in cui devono lavorare da casa, in una situazione di smart working che è tutto fuorché egualitaria, ferme le diseguaglianze introdotte dalla diversità di presupposti in termini di spazi, di connessione e di disponibilità di strumenti adeguati a supportare tale situazione lavorativa? E, soprattutto, sa che cosa significa stare a casa, mentre nella stessa ci sono dei figli che richiedono giustamente presenza e attenzioni, doverli seguire, doverli accudire e intanto lavorare? Non ci sono solo risparmio ed efficienza nel mondo reale. E la seduzione di questa presunta “comodità” nasconde un veleno difficilmente ravvisabile, se non a un’analisi molto attenta: un ritorno al confinamento delle donne nello spazio dell’oikos e alla negazione per loro delle possibilità che la vita della polis, nell’incontro di corpi pensanti e agenti, sola riserva.

Ma ancora una volta la profilassi che viene somministrata a scongiurare aprioristicamente il rischio che ci si accorga di questo sottotesto è quella che da tempo viene subdolamente inoculata dalle logiche del liberismo terzomillenarista attraverso il linguaggio degli affetti: l’equilibrio vita-lavoro è ciò che sta a cuore all’azienda. Un buon manager, ci spiega Alverà, “mira ad avere collaboratori felici e motivati”.

Già ce la vediamo, come in una pubblicità americana degli anni Sessanta, la loro analista felice e motivata: finalmente in pantofole a casa, un bambino sulle ginocchia, l’altro che fa i compiti di fianco a lei, la minestra sui fornelli e lo schermo del suo computer su cui sfilano dati da analizzare.

Beata lei, principessa fortunata, destinata a un lieto “e vissero felici e contenti”. O no?

In ogni caso le altre, quelle che lavorano in fabbrica, nei negozi, nei campi, nei centri di smistamento merci, non avranno nemmeno tanta buona sorte. Però garantiranno che a lei arrivi comodamente a casa tutto ciò che le serve.

il manifesto contro il manifesto

“Reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste” (Luigi Pintor)

di Peppe Nanni
(12.5.2020)

Il sorprendente appello filogovernativo  apparso sulle colonne del Manifesto in data 1 maggio (vedi l’appello “Basta con gli agguati”) ha suscitato un dibattito acceso, soprattutto tra i commenti di lettori e abbonati che hanno in gran parte respinto non solo le tesi, fragilmente costruite, di appoggio a Giuseppe Conte, quanto lo smottamento ideologico che quella presa di posizione ha evidenziato. Scrivono, tra l’altro, gli estensori:

“Non c’è dubbio, neppure, che siano stati limitati alcuni diritti fondamentali come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e sia stato limitato il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali. Ma niente ha intaccato la libertà di parola e di pensiero degli italiani e comunque il Governo non è parso abusare degli strumenti emergenziali previsti dalla Costituzione”.

Si può anche prescindere dal particolare che la Costituzione volutamente non prevede la dichiarazione dello stato di emergenza e che la dilettantesca decretazione ministeriale (largamente illegittima) ha compresso in grave misura anche le libertà politiche di riunione e di manifestazione, disinvoltamente ignorate dall’appello, insieme ai 14 prigionieri morti nelle rivolte carcerarie e alla miriade di cittadini vessati a discrezione dalle ronde dei controllori, per non parlare dell’abolizione della cultura con un tratto di penna e della consegna della scuola a piattaforme telematiche private, etc. Quello che colpisce è il tenore superficiale e affrettato del testo, che non contiene quel minimo di approfondimento e di riflessione che sarebbe lecito aspettarsi, benché sottoscritto anche da personalità di punta della vita culturale italiana e internazionale. Nessun pensiero viene mobilitato per sostenere una posizione del tutto inedita per un giornale tradizionalmente critico verso le istituzioni di potere e che ha rappresentato a lungo un luogo imprescindibile del dibattito intellettuale.

Da questo punto di vista non interessa interrogarsi sulle motivazioni immediate dell’appello, sul riposizionamento tattico del quotidiano ‘comunista’ all’interno di un panorama editoriale avvitatosi sull’asse di una, pur preoccupante, involuzione oligopolistica. E neppure se l’intento sia quello di arginare Salvini con Conte, officiando il rito masochista del meno peggio (commenta un lettore: “Per non dare tutto nelle mani di quello là, diamo tutto nelle mani di questo qua”. E un altro, icasticamente. “Spero che vi finisca l’inchiostro”). Affiora ben altro. Con un significativo lapsus freudiano, è lo stesso appello a evidenziare il punto doloroso:

“Il problema sta […] dentro quello che si diceva un tempo il ceto intellettuale. Dove il segmento per quanto ci riguarda più problematico è proprio quello ‘democratico’”.

Ecco, un ceto intellettuale democratico certifica e garantisce che non ci sono alternative (e quindi non c’è politica), che si sta facendo tutto il possibile, con “prudenza e buonsenso” (due eminenti e sofisticate categorie filosofiche, mica le doti che si auto-attribuisce l’ultimo dei politici qualunquisti).

Abdicando platealmente rispetto a qualsiasi funzione critica e impiegando – si spera volutamente, ma comunque con cieca sfiducia nelle capacità intellettive dei destinatari – un linguaggio aconcettuale e discorsivo da scuole elementari, un ceto intellettuale si consegna all’insignificanza sociale. Nessuna ricerca di scenari diversi, di letture plurali della contingenza, almeno di progetti trasformativi tali da bilanciare e giustificare la momentanea sopportazione del paternalismo del governo Conte in vista di sorti se non magnifiche almeno migliori. Solo una postura difensiva.

È un vizio che viene da lontano e che segna la parabola di un pensiero passato dall’effrazione della realtà all’accettazione dell’esistente, dalla filosofia della prassi di Antonio Gramsci alla rinunciataria predicazione del buonsenso prudente, che poi è solo il travestimento spontaneo dell’ideologia di volta in volta dominante. Naturalmente lo sanno benissimo. Ma così si estingue il ruolo storico dell’intellettuale moderno, la sua utilità politica.

Una scommessa partita dall’enunciato di Marx per “abolire lo stato di cose presente”. Quando Marx e Engels nominano il proletariato “erede della filosofia classica” e compiono il miracolo di convincere un largo strato operaio a dedicarsi al miglioramento complessivo della società e non solo al rivendicazionismo economico, segnano la nascita di una figura di intellettuale che mette la propria esistenza e il proprio pensiero dentro l’opera di effettiva trasformazione della realtà. Perché la critica dell’economia politica buca filosoficamente le basi fino ad allora indiscusse dell’organizzazione della vita sociale.

L’intuizione socialista partecipa di un movimento più vasto. Quando Nietzsche attacca frontalmente l’accademia scoprendo l’ebbrezza dionisiaca e smonta la genealogia della storia, ci consegna un modo nuovo di leggere la realtà, anche al prezzo di impegnare il suo ‘doppio cervello’ in un esperimento psichicamente mortale. Quando Van Gogh intensifica la potenza del colore per far scaturire le fonti energetiche che inaugurano il Novecento, gioca la sua incolumità lungo quel fronte. Le tante grandi figure intellettuali sono state sismografi sensibili e consapevoli dei moti tellurici che hanno propiziato e anche se non è richiesto a tutti di reggere una tensione estrema, non si dà funzione intellettuale senza progetto trasformativo e senza impegno biografico, pena la riduzione a retorica culturale, specialismo subalterno, tecnica ripetitiva. Il pensiero vivo si spegne in ‘discipline’ oggettivamente ossequiose o in moralismo da proverbi. Invece di cambiare il mondo, si torna a contemplarlo spargendo solo la noia immunitaria di descrizioni erudite.

Un lento ritrarsi storico ha segnato il percorso della sinistra e della sua cultura ufficiale negli ultimi decenni, fino a rasentare la dissoluzione di una soggettività sempre più labile e sempre meno effettiva e a stento identificabile con qualche tratto differenziale. Dietro lo stanco appello del Manifesto si cela una crisi di lunga durata e un errore non occasionale, sottolineato e aggravato dai vari interventi ad adiuvandum pubblicati sul quotidiano. Anche Luciana Castellina ha ritenuto di ribadire la propria adesione ma la sua autorevole firma non ha aggiunto forza argomentativa. Anzi ha confermato la deriva:

“Questo appello ci ripropone un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Peccato appunto che il consunto principio “la mia libertà trova un limite in quella dell’altro” sia un caposaldo della visione atomistica della società, una concezione negativa e standardizzata della libertà, tipica dell’archeologia liberale, che fa a pugni con la visione partecipativa della libertà politica, intessuta di variegate relazioni con gli altri e mortificata dall’isolamento impotente di monadi che non comunicano.

Stupisce questa posizione, che sembra dimenticare l’insegnamento arendtiano: ‘l’uscita di casa’, la relativizzazione della vita domestica, costituisce la precondizione per vivere lo spazio pubblico sfuggendo la dimensione privatistica, la realizzazione politica di sé nel luogo dove incontrarsi fisicamente, scambiarsi e realizzare promesse reciproche di impegno per una vita migliore. Rottura degli assetti di dominio concreto attraverso una esperienza di gioia potente: il ‘rassembramento’ è un concetto politico e un effetto pratico, è la potenzialità espressiva dell’incontro dei corpi, la nascita felice per fusione di un ‘corpo politico’ collettivo. Proibirlo equivale a mutilare un diritto partecipativo individuale e a impedire l’esperienza di un ‘noi’.

Ma esiste una lettura alternativa: il suicidio della sinistra non è l’unica fine possibile. Come la farfalla per il bruco, una metamorfosi radicale può sottrarre la storia della sinistra al destino della resa impotente o della nostalgia identitaria, al blocco di una ripetizione ostinatamente improduttiva, minoritaria, subalterna. Bruciare mappe ormai inservibili e lanciare a tutti il richiamo a sconfinare verso paesaggi di lotta nuovi e spiazzanti.

All’epoca dell’invasione dell’Irak, in uno slancio immaginativo tanto estremo e rigoroso quanto commovente – in uno sforzo preveggente che forse ha affrettato la sua morte, avvenuta pochi giorni dopo – così Luigi Pintor consegnava un prezioso lascito di scintillanti linee di fuga nel suo ultimo editoriale, uscito su il manifesto nell’aprile del 2003, con il titolo “Senza confini:

“La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’ 89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. È una constatazione, non una polemica.

Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.

Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati.

Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste” (Luigi Pintor, il manifesto, 24.4.2003).