Teledidattica vs libertà di insegnamento: prescrizioni sui modi e i contenuti delle lezioni

di Antonio Violante
(Roars, 1.5.2020/2.5.2020)

Dal 20 febbraio, in concomitanza della chiusura di tutte le attività universitarie in presenza, è iniziata la didattica a distanza. Si riteneva che tale metodo innovativo fosse determinato dalla sopravvenuta situazione di emergenza, da utilizzare per il tempo necessario, fino a un ritorno alla normalità. Ma mai si era pensato – almeno credo io – che la didattica sarebbe stata guidata, oltre che nei suoi metodi, anche nei contenuti. Infatti, a parte le università telematiche che fanno dell’e-learning la ragione stessa della loro esistenza, tutte le altre ero convinto dovessero procedere secondo una pratica didattica ancorata a quella in presenza.

Tanto è vero che a partire dai primi di marzo ho tenuto le lezioni del mio corso secondo il sistema della videoconferenza oppure, dandosi agli studenti la possibilità di interagire con domande o richieste di eventuali approfondimenti tematici, avvalendomi di Microsoft Teams. Restando inteso, pareva un’ovvietà, che ciascuna lezione da remoto avesse la medesima lunghezza di quelle in presenza; vale a dire, per due ore accademiche, come in aula. In tale modo, ritenevo di applicare sia alla lettera sia nello spirito le indicazioni del rettore prof. Elio Franzini, nella sua esortazione a proseguire la didattica a vantaggio di studenti che, pagando le tasse universitarie, mantengono il diritto a un insegnamento di qualità non dissimile – nei limiti del possibile – da quello impartito in aula.

Tuttavia, da parte del Centro per l’innovazione didattica e le tecnologie multimediali (CTU) di ateneo sono arrivate indicazioni su come svolgere la didattica a distanza. Né si tratta di soli suggerimenti tecnici circa l’uso di tecnologie a cui la maggior parte dei docenti non è avvezza. Premettendosi, comunque, che ai professori universitari a oggi non viene richiesta una competenza nella didattica multimediale (per fortuna certo, ma ancora per quanto tempo?). Ma ugualmente, il CTU a “Tecnologie per la didattica – e-learning – Coronavirus – 19: Azione straordinaria di produzione di contenuti digitali per la didattica” , ha emesso tra i documenti “Linee guida per una corretta creazione di moduli multimediali (videolezioni)”, fornendo indicazioni non solo tecniche, ma anche su come trattare gli argomenti presentati a lezione.

Infatti, per la creazione di slide si indica di “preferire periodi brevi, evitando quindi la narrazione prolissa”. Ebbene, secondo il Dizionario della lingua italiana Gabrielli, “prolisso” significa “che si dilunga troppo”, e poi “eccessivamente dettagliato”, “verboso”. E ancora, sempre stando al Gabrielli, “prolisso” può significare anche “pedante”, “pignolo”. Insomma, tutta una serie di significati negativi per questo aggettivo, espressi da parte del CTU nella valutazione di merito tutta negativa, di un’ipotetica lezione fuori dai modelli da esso stesso creati, esposta secondo un ipotetico metodo sbagliato, almeno a detta di tale documento. Ma chi deve valutare presunte incisività o prolissità di un concetto disciplinare declinato nella didattica?

E poi, chi si arroga il diritto di stabilire valori qualitativi alle lezioni di un docente, indicando persino come le si deve impostare? Concetti complessi richiedono, che piaccia o no, argomentazioni complesse, mentre sta alla sensibilità e alla bravura del docente farsi capire dal proprio uditorio, e possibilmente senza ricorso a schemi banalizzanti. Ma a quanto pare, nelle videolezioni preferibile evitare le argomentazioni complesse.

Ancora, si raccomanda di “preferire elenchi puntati (per mettere in risalto dei concetti o chiarire argomenti complessi)”. Che quindi possono ritornare, ma come? Con un sapere somministrato in pillole, anzi erogato – ormai si dice così, secondo una equiparazione del docente a un rubinetto o a una pompa di benzina – mediante brevi definizioni scandite da punti, alla faccia del sapere critico da trasmettere. In altre parole, auspicato un “mangime telematico” distribuito in pacchetti preconfezionati tra l’altro, come si vedrà, anche interscambiabili.

Che l’osservazione di cui sopra non sia una farneticazione paranoide, si evince dalle raccomandazioni/prescrizioni contenute nei seguenti punti successivi che si riportano testualmente compreso quanto inserito tra parentesi tonde, mentre le chiose tra parentesi quadre sono di chi scrive: “evitare di inserire riferimenti all’insegnamento per le quali le slide [per il CTU alla base dell’insegnamento a distanza] sono state create (il nome del corso e altri riferimenti possono essere inseriti direttamente nella piattaforma di erogazione [rubinetto, per l’appunto]), in questo modo le registrazioni possono essere riutilizzate per insegnamenti/corsi differenti”. E poi, “evitare riferimenti temporali (es. come vedremo nella lezione successiva, come abbiamo visto nella lezione precedente, ecc.) per potere riutilizzare i moduli didattici anche con un ordinamento differente”; inoltre: “evitare di riferirsi alla numerazione delle lezioni (es. questa è la seconda parte dell’incontro) per la stessa ragione del punto precedente.”

Dal quadro soprastante, si è fatto evidente quanto prima lasciato intravedere: lezioni ridotte a pillole interscambiabili; per cui meglio non numerarle, in modo da potere usare i “moduli didattici” anche in contesti differenti da quelli per cui sono stati impostati e secondo un ordine “altro”. In proposito, inquietante la possibilità di riutilizzare il materiale didattico di un corso per altri insegnamenti/corsi. Questi ultimi tenuti da chi? Da docenti di altre materie, magari senza il consenso di chi li ha prodotti?

La lezione in aula, anche se tenuta nei locali dell’ateneo è pubblica nel senso che chiunque ha diritto ad ascoltarla, anche chi è estraneo all’università. Ma è anche di proprietà del docente, consumandosi nel momento stesso in cui le ha pronunciate: in aula verba volant. Mentre in didattica online, visa et scripta manent grazie alle nuove tecnologie.  Ma lascia perplessi che terzi, pur interni all’università stessa, possano farne uso in contesti diversi da quello in cui essa ha avuto luogo, ma non previa autorizzazione del docente, piuttosto dell’Università, diventata proprietaria della lezione. Inoltre, pare che per il CTU di Milano anche nella didattica viga la proprietà commutativa delle addizioni aritmetiche: cambiando l’ordine gli addendi – cioè i moduli non legati a una numerazione progressiva – il risultato non cambia. Forse si tratta di una novità nel campo didattico ispirata dal mondo della matematica, colpevolmente sfuggitami. Ma la lezione dovrebbe restare sempre attaccata al docente che l’ha impartita, il quale si assume ogni responsabilità di quanto detto; mentre essa, al contrario, è diventata di proprietà dell’università per la quale si è tenuto il corso. Invece ecco venire fuori, con indubitabile genialità creativa, la lezione interscambiabile, senza nome, senza un proprio numero progressivo (sic!), di pronto uso in contesti vari, scardinata da quello per cui era stata impostata. Progressi delle metodologie didattiche… chissà.

Lista delle indicazioni tutt’altro che terminata. Infatti, si tocca anche il tema della durata delle lezioni online: “È stimato che un’ora di didattica in presenza corrisponde a circa 20/25 minuti di videolezione. Si consiglia di registrare delle videolezioni di durata compresa tra i 10 minuti e i 20 minuti max.” Insomma, apoteosi della cultura in pillole, la cui erogazione deve cessare dopo 10 minuti, massimo 20. Con una stima di un’ora di didattica in presenza equivalente a 20/25 minuti di videolezione. Spontanea una domanda: durata stimata da chi? Pensare che nel mio corso di Geografia (60 ore, cdl in storia, II semestre), dovendo passare alle videolezioni dopo sole sei ore in aula e cercando di mettere in pratica l’appello del rettore, ho cercato di renderle simili il più possibile a quelle in presenza. Il che ha comportato una loro durata di 90/110 minuti ciascuna.

Poveri studenti, costretti a subirsi sbrodolate di concetti e riflessioni per quasi due ore, equiparate a salvifici 40/50 minuti di videolezione e somministrati in spezzoni lunghi ciascuno 20 minuti al massimo. Ho quindi violato tutte le norme anche se, potendo tornare indietro rifarei tutto ugualmente. Anche se la videolezione non soltanto richiede una preparazione degli argomenti da presentare talora complessa proprio come quella in aula, ma anche un grande lavoro tecnico e “sotterraneo” di allestimento e di inserimento della lezione per la sua fruibilità universitaria che a me, dalle competenze informatiche meno che elementari, è costato per ognuna ben di più del suo tempo di svolgimento. E naturalmente, anche nelle presentazioni delle videolezioni ho puntualizzato, con precisione quasi ossessiva, il loro numero progressivo nel contesto delle 30 lezioni totali per 60 ore contravvenendo – anche questo con il senno di poi lo rifarei ugualmente – alle norme del CTU a cui pare sembri affidata non solo la direzione tecnica, ma anche la metodologia didattica telematica di ateneo. Critiche queste, ma senza togliere nulla al lavoro egregio del CTU, che ha dovuto fronteggiare un’emergenza scoppiata quasi da un giorno all’altro, senza che l’ateneo sia – né si spera che lo diventi, nemmeno parzialmente – un’università telematica.

Ma lo stesso, qualche considerazione ulteriore è d’obbligo. L’11 aprile 2020, su ROARS, l’articolo di Laura Angelucci, “Scuola e didattica a distanza: una riflessione”. Secondo l’autrice, si sono attuati cambiamenti nella didattica diventata online, la quale “… nei limiti temporali di una situazione contingente […] non può assolutamente configurare per la scuola, in prospettiva, nessun’ipotesi di lavoro alternativa futura”. Infatti, “tutto il lessico che descrive il lavoro agile rimanda ad una concezione del lavoro che, per statuto, non appartiene alla scuola”. Pubblicazione, la sua, che sottoscriverei interamente, senza se e senza ma, avendo avuto una pratica pluridecennale come docente di secondaria – negli anni ’80 e ’90 – prima di approdare all’università.

Ma i pericoli di una trasformazione strisciante della didattica di ateneo in una struttura, anche solo parziale, di e-learning sono già percepibili. E non è la sola forma a cambiare lasciando inalterata la sostanza, ma sono le forme stesse, nella didattica che piaccia o no “vere sostanze”, a modificare fin nei presupposti tutto l’insegnamento.

Intanto l’ANVUR – neanche la pandemia riesce a fermare questa agenzia – continua a valutare i “prodotti” (cioè oggetti in stile catena di montaggio, ora che “pubblicazioni” costituisce un termine ormai desueto) dei docenti non in base alla loro qualità intrinseca, ma a seconda della classe della rivista o del prestigio della casa editrice che li pubblica. In altre parole, involucro valutato al posto del contenuto, configurandosi una metonimia involontaria degna della migliore retorica. E procedendo innanzi, a quanto appare, si mette mano alla metodologia didattica, tra l’altro da usarsi per esigenze estranee non solo a quelle dell’aula, ma eventualmente estranee anche alla sensibilità del docente.

L’ANVUR fornisce l’incipit al rullo burocratico che sta permeando, dopo la secondaria, anche l’università. Una burocratizzazione che ormai fuori controllo che alimenta sé stessa, nonostante ripetute promesse di un suo snellimento. Tra le new entry in tale senso, la “terza missione”: come principio in sé non disprezzabile, ma dopo la sua introduzione “soft”, essa è diventata prima di tutto un obbligo, almeno morale per i docenti, per non fare sfigurare il proprio dipartimento nelle valutazioni comparative. Essa però, terzo pilastro aggiunto a quelli della ricerca e della didattica, sottrae tempo ed energie al perseguimento dei primi due. Dopodiché si è aggiunta come ennesimo adempimento burocratico: gli eventi relativi non vanno semplicemente segnalati ed eventualmente messi in curriculum; piuttosto, devono venire inseriti, per via esclusivamente digitale e secondo schemi predisposti dall’Amministrazione. In caso contrario, loro riconoscimento uguale a zero.

Insomma, come in ogni burocrazia che si rispetti è la “carta” – materiale o virtuale, non fa differenza – a determinare la realtà e non viceversa. Nuova gabbia burocratica, a scoraggiare le iniziative, o almeno la loro ufficializzazione. Diventate ardue a praticarsi anche azioni banali come il riconoscimento di spese per fotocopie o l’acquisto di cancelleria a uso didattico: tanto complicati da spingere a provvedervi di tasca propria. E poi, perdite tempo a compilare sempre più moduli e scartoffie anche per la didattica, vero coronamento a essa. Aggiungiamo il bisogno di segnalare “prodotti” per soddisfare gli AIR quando prima bastavano gli elenchi delle pubblicazioni a curriculum. Poi quello di corrispondere ai criteri ANVUR, carrozzone governativo che non favorisce certo una ricerca libera e disinteressata nemmeno nel ramo umanistico del sapere, ai fini di una competizione tra atenei e dipartimenti per ottenere risorse sempre più esigue. Si potrebbe andare avanti…

Tornando alla didattica, bisogna farsi una ragione che la sua standardizzazione è irreversibile, anche se questo inquieta. L’introduzione di “abilità” e “competenze” a porre ombra alle “conoscenze critiche”, di fatto svalutate da seguire la tendenza consolidata in secondaria, ha cominciato a prendere piede fin da quando con la riforma del 3+2 la preparazione professionale si è fatta “obbiettivo” (secondo un lessico militare) da perseguirsi anche in cdl spiccatamente umanistici come storia e filosofia.

Non credo che queste riflessioni provengano da un allarmismo ingiustificato, considerando la china discendente intrapresa dall’università, specialmente nell’ultimo decennio, che ha visto il corpo docente passivo in proposito, salvo lamentele di corridoio assolutamente inutili.

Come le anime nel Paradiso dantesco poste nel cielo della Luna astro che non brilla di luce propria, le quali in vita si erano distinte per mancanza di determinazione e per la tendenza alla sottomissione passiva, da ridursi in cielo a un’apparenza di ectoplasmi non riconoscibili come “sostanze” dal Poeta, che come la Luna non brillano di luce propria. Ecco le parole di Beatrice: “vere sustanze son ciò che tu vedi, / qui rilegate per manco di voto” (Par. III, 29-30). Ma forse anche troppo il cielo della Luna per i professori universitari italiani, trattandosi pur sempre di Paradiso. Infatti, l’inerzia del corpo docente raggiunge vette eccelse, altro che Piccarda Donati. Basti considerare il rifiuto al boicottaggio quasi generale della prima VQR. In proposito, davanti a un provvedimento iniquo a danno dei soli universitari tra tutti gli alti dirigenti dello Stato non contrattualizzati (parlamentari, magistrati, ufficiali superiori delle Forze Armate), l’accademia a parte qualche inutile mugugno ha messo la testa sotto la sabbia.

Infine, riguardo ai passi verso la sottrazione di spazi alla libertà didattica, si deve alla collega Ana Millan Gasca la citazione di un passo di Filostrato (su ROARS, 12 aprile), che recita: “Gli dei conoscono il futuro, gli uomini ciò che accade, i saggi ciò che si avvicina”. Non sta a me dire che sono saggio, ma anche senza che io lo sia, nessuna altra definizione mi sembra più azzeccata in relazione all’università (e alla scuola) nei giorni nostri.

Ma per fortuna, l’articolo 33 primo comma della Costituzione repubblicana non è stato ancora abrogato anche se, con l’aria che tira alimentata dall’emergenza della pandemia, a qualcuno comincia ad andare stretto. Né, sono convinto, vi sia bisogno di eliminarlo tout court: basta disapplicarlo a piccoli step magari a colpi di circolari, ai fini di una standardizzazione e semplificazione dei contenuti didattici trasmissibili.

Addenda
(2.5.2020)
La tendenza segnalata qui sopra, a Milano si consolida. Il 28 aprile avevo provato a entrare nel mio sito Ariel, la piattaforma online di ateneo per i materiali didattici: accesso negato, a meno si non dichiarare di accettare nuove disposizioni emesse il 26 aprile e dalla valenza retroattiva. Tra cui, il divieto di pubblicare nei corsi “erogati [ci risiamo] con gli LMS (Learning Management System) … materiale a carattere erotico od osceno, offensivo del pubblico pudore o della pubblica decenza …”. Insomma, si vieta di trasformare il proprio sito didattico in un sito porno. Ma si sa, a vietare qualcosa prima neanche lontanamente ipotizzata da potenziali trasgressori, si riconosce, proprio grazie al suo divieto, che quel qualcosa si possa anche fare. Avvilente per tutti i docenti essere arrivati a siffatte raccomandazioni, almeno credo. Peccato però che nessuno a Milano, a parte me, abbia trovato niente da ridire.

Ma il vero punto importante è quanto segue. Si chiede di accettare – in un burocratichese giuridico che è necessario leggere più volte per afferrare il significato di quanto scritto – che tutto quanto immesso tramite LMS, non solo gli autori ma anche il CTU (e dunque l’Università di cui esso è emanazione) possano utilizzarlo “in qualsiasi ambito, anche di natura commerciale”, senza che compaia il nome dell’autore. In altre parole, l’Università può pubblicare e/o tradurre, tutto o in parte e per qualsiasi contesto, il tuo lavoro previa cancellazione del tuo nome. Obbligatorio accettare se si vuole continuare l’insegnamento online.

Quindi, per parte mia, ho dovuto fare diventare Ariel (gestito da me per l’immissione dei contenuti, ma di proprietà dell’Università) un guscio vuoto, usato solo per comunicazioni di servizio agli studenti e tutt’al più contenitore di lezioni in videoconferenza, ma senza grafici e tabelle e solo con la mia faccia in primo piano e con tantissimi riferimenti e rimandi, da renderle inutilizzabili in contesti altri rispetto alla lezione stessa.

Il presente a metà

di Simona Lorenzano
(Università di Catania – 2.5.2020)

Immersa in questo clima di ritiro casalingo, dopo settimane di notizie funeste e commenti preoccupati che solo da poco hanno preso a essere più positivi, quando l’animo trova un porto sicuro dove potersi sentire a suo agio, vado alla ricerca di stimoli. In questo, la lettura, la musica, le riflessioni dei miei professori sono amiche fidate e illuminanti.

Dal momento che, la situazione attuale non consente lo svolgimento regolare delle “lezioni tradizionali”, le lezioni online sono l’unica alternativa possibile ma, di certo, non l’offerta migliore. Basta fermarsi qualche istante a riflettere per capire che ciò che si perde non è cosa da poco. Trovarsi fisicamente in un’aula universitaria con un professore in carne e ossa che insegna di fronte a te, rende reale il trovarsi immersi con grande intensità nella Storia, nel pensiero di un grande filosofo o in una riflessione sociologica. Nel chiuso della sua stanza, invece, ognuno di noi è custodito da una “zona di comfort”, dalla quale diventa più difficile staccarsi per seguire, con spirito partecipativo, una lezione che si svolge sullo schermo del nostro computer. Una lezione reale, al contrario, riesce a sradicarci da questo mondo ovattato, permette di metterci in gioco, di uscire fuori da noi stessi e di proiettarci in una dimensione di crescita.

Questo però era possibile ieri, quel ieri che, in una sorta di necessaria retrotopia, è diventato un’utopistica età dell’oro, il luogo in cui tutti i nostri problemi sembravano più lontani. Oggi, invece, sono i protagonisti assoluti della scena presente. Qualsiasi scena presente, dal momento che la realtà attuale non è solo concreta, ma anche virtuale. Questo presente, tuttavia, mi dà la sensazione di essere il presente delle cose a metà. Cos’è una donna o un uomo se viene privato della possibilità di muoversi all’esterno, di relazionarsi con gli altri e di lavorare al meglio delle sue possibilità? Io risponderei che è una donna a metà o un uomo a metà e queste donne e questi uomini a metà danno vita a una comunità sociale che, al momento, è caratterizzata da professori a metà, da studenti a metà, da musicisti a metà, da artisti a metà, da operai a metà. È facile rendersi conto, ora più che mai, di quanto ognuno abbia bisogno dell’altro, di quanto l’uomo sia un animale sociale e di quanto l’individualismo dia in cambio soddisfazioni assai modeste. L’arte è monca se non c’è nessuno che può godere della sua bellezza e il lavoro svolto è vano se non c’è qualcuno che possa godere a pieno dei suoi frutti. Un professore è un professore a metà senza i suoi studenti e uno studente è uno studente a metà senza un confronto con gli altri studenti e con i suoi professori.

Fare lezioni online, dunque, non potrei definirlo in altro modo se non come “fare lezione a metà”: un uomo non è un freddo device ma un essere emotivo, dotato di pensiero autonomo e che ha bisogno di essere stimolato dalla totalità dell’ambiente in cui si trova. Con la Dad la ritualità che accompagna le lezioni frontali viene a perdersi, soprattutto se a questo si aggiunge il fatto che molte lezioni svolte online possono essere riprodotte in differita, nei tempi e nei modi decisi dallo studente. “L’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sì con la sua intera persona vivente, ma rinunciando all’aura. Poiché la sua aura è legata al suo hic et nunc” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tr. it. Einaudi, Torino 1998, p. 21): con queste parole Walter Benjamin fa riferimento alla perdita dell’aura che l’opera d’arte subisce nell’epoca della riproducibilità tecnica, in cui anche il prodotto culturale diventa un prodotto di consumo. Come l’opera d’arte anche la lezione, al tempo della Dad, ha perso la sua aura caratteristica.

La Didattica a distanza, certamente, è una valida alternativa al non fare lezione del tutto, così come l’università telematica è una valida opzione quando, per svariati motivi, non si ha la possibilità di frequentare un corso di studi alla maniera tradizionale. Si tratta però di un’esperienza più povera che crea uomini e donne più povere e che, nel tempo, darebbe vita a grandi disuguaglianze sociali che vanno ad aggiungersi quelle già esistenti. A mio parere, dunque, questa non può diventare la norma: l’esperienza universitaria non può essere ridotta alla dimensione online.

L’università non è soltanto il luogo dove ogni studente frequenta delle lezioni. È il luogo in cui è possibile dialogare con un professore trattenendosi oltre l’orario di lezione. È il luogo in cui si può entrare, per caso, in un’aula dove si tiene un seminario e appassionarsi a qualcosa che prima non si conosceva. È il luogo in cui si possono incontrare persone nuove, diverse e interessanti, confrontandosi con le quali, innescare delle dinamiche di arricchimento reciproco. Il caso, il mistero, l’incontro sono quelle dimensioni potenti e imprevedibili che è difficile inserire in una dimensione virtuale, così matematizzata e lineare: è difficile inserirle proprio perché queste sono dimensioni che l’uomo non può controllare, ma proprio in esse può ricevere delle grandi sorprese e degli straordinari momenti di arricchimento e di crescita.

L’università comprende tante “Facoltà” e in ognuna di esse ogni studente ha facoltà di confrontarsi, studiare, ascoltare, creare e crescere. Se dovessi immaginare un mondo ideale, dunque, lo studio dovrebbe essere aperto a tutti quelli che lo desiderano, in tutta la sua completezza e al massimo di ciò che può offrire, secondo un’ottica volta all’ampliamento nel reale e non alla riduzione nel virtuale.

Esami a distanza

Il tradimento del patto docente/studente

di B.C.
(Università di Catania – 1.5.2020)

Interpretando la parte dello studente, quale attore sociale immerso in un continuo flusso di contatto sia corporeo che teoretico con gli altri attori sociali, quali i docenti o altri studenti, vivo tutto questo come una sorta di tradimento del rapporto con gli altri attori. Spero anch’io che non salti in mente a nessuno di voler in qualche modo continuare questa esperienza della didattica online.

Vorrei qui però analizzare brevemente l’altra parte di questa esperienza telematica che, secondo la mia ingenua opinione, risulta anche peggiore delle cosiddette lezioni online, parlo ovviamente degli esami in modalità telematica via la piattaforma Microsoft Teams.

Non sono qui per criticare nessuno, né tantomeno il dipartimento dove studio, anzi ritengo che proprio quest’ultimo sia da lodare per la tempestività avuta nel prevedere, affrontare e progettare adeguate soluzioni alla crisi in corso cercando di accontentare tutti gli studenti possibili. Ma è forse su quest’ultimo punto che trovo qualcosa da ridire – uno spunto di critica, poiché proprio nel tentativo di accontentare tutti si corrono maggiori rischi.

La nostra generazione, i Millenials, nasce e cresce all’interno del web, del mondo online. Ormai si impara prima a usare un computer che a scrivere un articolo o a leggere un libro; sappiamo navigare meglio in questo mondo che in quello esterno, quello reale, con una facilità disarmante.  Sugli esami a distanza: se aggiungiamo la buona dose di furbizia in dote all’uomo italiano ecco che potrebbe uscirne fuori un vero e proprio “esame fraudolento”. Termine qui usato non senza cognizione di causa poiché io stesso ho assistito a esami di studenti che  sarebbe generoso considerare una farsa. C’è chi ha sostenuto esami con una semplice mossa, in gergo “splittare”, “splittando” lo schermo del monitor, ovvero dividendolo in due parti, a destra la videoconferenza, a sinistra un documento word da cui leggere i contenuti dell’esame. C’è chi ha effettuato esami tramite app di messaggistica (WhatsApp per esempio) in cui il candidato riceveva risposte tempestivamente sul telefono (questo davvero non ne sarei in grado neanche io. Da restare basiti) senza che il docente se ne accorgesse. Qui pongo la mia prima domanda: i nostri docenti sono davvero preparati ad eventualità del genere?

Non metto in dubbio la capacità di intuire quando uno studente abbia studiato o meno, anzi sono sicuro che anni, decenni, di insegnamento e di studio rendano i miei professori in grado di capire in pochi millesimi di secondo quando uno studente sa o non sa. La mia perplessità qui risiede nella capacità dei docenti di saper intuire quei piccoli gesti, chiamiamoli “virtuali”, che possano dimostrare che uno studente stia in qualche modo barando o alterando il reale esito del suo esame. Possiamo davvero contare solo sulla fiducia e sul buon senso di ognuno di noi?

E questo è un rischio reale sopratutto quando la mole di candidati è davvero alta e la capacità gestionale viene meno.

Un’ultima ma non meno importante questione che vorrei proporre è la totale assenza e violazione di privacy che si attua trasmettendo l’esame in diretta streaming. L’esame è pubblico, senza dubbio,  e noi studenti del Monastero dei Benedettini di Catania non siamo minimamente abituati a sostenere esami con un grande pubblico alle spalle, come avviene in altri dipartimenti; però qui è davvero vivo il grande rischio di una grossa violazione della privacy, che proclamiamo continuamente essere tanto cara a tutti noi.

La possibilità di essere registrati è davvero alta, sia da parte di voi docenti che noi studenti. Sono già uscite tante e tante registrazioni di videolezioni, esami e lauree online, di qualunque dipartimento, non solo in Sicilia, si rischia di incappare in un argomento tanto caro alle grandi istituzioni, il cyberbullismo, oltre che a una violazione della privacy.

Non scordiamoci che non tutti siamo uguali, molta gente è sensibile, finire alla gogna del web è ormai un fatto così reale, facile e immediato e non tutti sono capaci di reggere un tale peso emotivo. Anche una sola parola a volte può urtare la nostra sensibilità, mettere a nudo le nostre debolezze, figuriamoci essere sottoposti a una tale pressione. Non sarebbe più utile limitare l’accesso agli esami ai soli candidati prenotati? O anche le sedute di laurea ai soli laureandi? Sicuramente rappresenta una violazione dell’esame pubblico ma a situazioni critiche devono corrispondere critiche soluzioni.

Scrivo tutto questo perché io sono dentro questo mondo da quando ho 12 anni, so perfettamente come funziona, frequento siti web, blog, social e quant’altro da ormai troppi anni, forse più di quanto avrei dovuto certe volte e via via questo mondo non è di certo migliorato. Ricordo quand’ero uno studente liceale ai primi anni ci chiedevano cosa avesse di positivo il web, ad oggi risponderei un bel niente. Ci ha disincantati, ci ha reso viscidi, inermi, impassibili, anaffettivi, violenti, codardi…

È stata formativa, ma non è stata una didattica

di Elisabetta Romano
(Università di Catania – 30.4.2020)

Chiedere a uno studente come si trova con la didattica a distanza è un po’ come chiedere a un amante di viaggi la propria esperienza in merito a una visita virtuale di un museo o di una città.

Indubbiamente, se si chiedesse a quel viaggiatore com’è stato vedere Firenze attraverso uno schermo, questi risponderà “è sempre un’emozione vedere lo splendore di questa città” e se noi, non ancora soddisfatti dalla brevità della sua risposta, continuassimo a chiedergli “crede che sia stata un’esperienza di viaggio formativa?” concorderete con me che il nostro turista ci guarderebbe con un sorriso quasi divertito e ci correggerebbe dicendo “senza dubbio formativa, ma non credo si sia trattato di un viaggio”.

Sono del parere che qualsiasi esperienza viviamo possa essere definita “formativa”, e credo che non serva nemmeno appellarmi a filosofi, uomini letterati o grandi scienziati per rendere la mia affermazione più credibile. La nostra conoscenza del mondo deriva solo in parte da quello che abbiamo appreso a scuola, dai libri, dai film e da qualsiasi altro tipo di materiale culturale. Sappiamo “come funziona il mondo” proprio perché l’abbiamo vissuto. Ma la domanda che ci è stata posta in seguito all’emergenza covid-19, che ci ha costretti a una didattica distanza, è ben diversa da questa.

Non ci stanno chiedendo se la nostra sia stata un’esperienza formativa, in quanto è indubbiamente vero che lo sia, come del resto qualsiasi trasmissione d’informazione. Ci stanno chiedendo la nostra esperienza di didattica a distanza e credo che a questo punto, da amante del viaggio che ho scelto consapevolmente di intraprendere un anno fa, io debba rispondere “è stata formativa, ma non credo sia stata una didattica”.

La didattica è solo informazione? Visitare una città significa semplicemente ammirarne paesaggi e monumenti?

Già dalla scuola dell’infanzia ci insegnano cosa significhi realmente didattica, impariamo da subito che non esiste apprendimento senza contatto vivo con gli altri, crescendo impariamo a detestare materie solo per il cattivo approccio che qualche insegnante ci fa avere con queste. Ci innamoriamo del suono della voce di quel professore che invece è in grado di farci appassionare a ciò che dice, di colui che è in grado di toccare le corde giuste della nostra sensibilità di ragazzi assetati di conoscenza e stimoli, curiosi di capire come si fa a rendere le parole non solo parole.

Ma come dovrebbe essere possibile percepire tutto questo tramite uno schermo? Come si fa a capire quando un professore parla tanto per parlare o lo fa perché quello che dice lo sente davvero, se non lo si vede camminare in mezzo all’aula? Se non lo si sente rimproverare qualcuno per il disordine? Se non lo si vede guardare male qualche studente perché rientra in classe con il caffè, totalmente incurante di aver disturbato la lezione con il rumore della porta? Come si fa a lasciarsi ispirare dai commenti che fanno i colleghi se non senti il modo in cui li esprimono? Se non sai se ciò che dicono è patito (nel senso etimologico del termine) oppure è un semplice copia-incolla? Come fai a scoprire il collega che poi diventerà il tuo compagno di viaggi metafisici improponibili, se non puoi guardarlo davvero negli occhi, se non puoi percepire il suono della sua voce quando fa una domanda, all’interno della quale mette tutta la propria curiosità e la propria passione?

Abbiamo bisogno di sentirci come Amy nel film La Corrispondenza di Tornatore, vaghiamo alla ricerca di qualcuno che renda vivo ciò che vuole insegnare, abbiamo bisogno di innamorarci e di posare il nostro “sguardo incantato” su qualcuno che sia in grado di farlo, fino a sentire nella nostra pelle ciò che deve provare “un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi”.

È anche vero però che gli strumenti tecnologici che oggi usiamo possono essere un’utile risorsa, un po’ come lo sono le email, o le varie piattaforme online, ma lì si parla semplicemente di strumenti, non di metodi di insegnamento, e dunque è un’altra storia.

Nella trasformazione in pixel del suono e delle immagini si perdono componenti fondamentali del processo educativo. Per trasmettere qualcosa ci vuole un contatto, che significa appunto cum tangere, toccarsi vicendevolmente, scambiare un rapporto che non sia univoco. E a tal fine sono necessarie la vicinanza e la partecipazione reale di docente e alunni, e questa trasmissione funziona un po’ come la conduzione elettrica: occorre che i corpi siano vicini nella loro fisicità, che le particelle sonore della nostra voce incontrino fisicamente (e dunque realmente) quelle dell’orecchio degli altri componenti dell’aula e così reciprocamente gli uni con gli altri.

Qualche giorno fa un docente ci ha inoltrato il link di una registrazione di una sua lezione di qualche anno fa. Ascoltandola mi sono subito resa conto che la voce del docente che parlava non era la stessa del docente che sento parlare ogni martedì e giovedì. Ammetto che questo strano effetto potrebbe essere dovuto al passare del tempo che ci cambia, ma è stato un po’ come quando cambiano il doppiatore di un personaggio che ormai conoscevamo con quella voce e ho compreso che, nel caso in cui questa situazione si dovesse prolungare ancora per mesi, io dovrò constatare di non avere mai sentito la vera voce di quelli che sono stati i miei insegnanti, e questo sarebbe un vero paradosso.

I Greci, che poi sono gli inventori di quella che noi oggi chiamiamo didattica, addirittura portavano all’apice della fisicità il processo educativo attraverso la pratica della pederastia, consapevoli dell’ineludibilità di quella ai fini della crescita dell’individuo. (Si noti, a tal proposito, l’etimo del termine ‘comprendere’).

Esiste forse un servizio di mappe online che sia in grado di far percepire al non-visitatore quel richiamo quasi magico che gli immensi capolavori di Firenze (che fanno capolino da ogni via e vicolo che porta al centro storico, ammonendo quasi colui che cerca di allontanarsene) esercitano su colui che li ammira? Esiste forse un servizio online per audiofili capace di far ascoltare (e non sentire) la melodia che esce fuori da ogni angolo della Plaza de España a Siviglia, che non deriva soltanto da ballerini e suonatori che si esibiscono all’aperto? Come si fa a riprodurre in pixel un sospiro di stupore?

La bellezza del viaggio consiste anche nel tragitto per arrivare a destinazione, nell’incontrare inaspettati compagni di avventura, così come la bellezza dell’università significa anche godere di tutti i piccoli riti apotropaici che fanno parte del percorso educativo. Il caffè da 20cinque prima degli esami, fermarsi alla bancarella dei libri per odorare le pagine ingiallite, cercare posto per studiare nel ponte e fare pausa nei vari cortili del Monastero dei Benedettini di Catania. Questi motivi bastano per farmi alzare presto la mattina, bastano per percorrere a piedi la mia adoratissima e plurimaledetta salita di San Giuliano, bastano per vivere la mia Università.

Fare didattica a distanza è chiedere di visitare una città eliminando tre dei cinque sensi, e per di più usare i restanti due soltanto parzialmente. Al termine del non-viaggio saremo senz’altro capaci di ripetere il nome delle strade, delle piazze, dei monumenti, di ricordare la storia della città che abbiamo non-visitato, ma avremo dimenticato la più importante delle lezioni: mai confondere la mappa con il territorio.

Didattica nella caverna

di Davide Amato
(Università di Catania – 30.4.2020)

“Non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?” (515b). Così Platone ci introduce, nel VII libro della Repubblica, nel suo celebre “mito della caverna”, in cui immagina “uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna” (514a). Questi uomini, nati e cresciuti nell’oscurità, vedono statuette che si muovono, o meglio ne vedono solo l’ombra proiettata dal fuoco accanto a loro. E, continua Platone, abituati a vivere in quel luogo angusto e oscuro “quei prigionieri considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali” (515c).

Questo mito immortale ereditato da Platone potrebbe essere associato alla didattica a distanza, dove le stanze private e solitarie di studenti e  professori diventano come caverne fornite però (al posto delle statuette e del fuoco) dei più nuovi dispositivi digitali: tutto il necessario per proiettare le nuove ombre. Al pari degli schiavi del mito, il mondo dell’università e della scuola si abituerà alla didattica a distanza? E se sì, chi ne beneficerebbe? La posta in gioco è massima: ne va del futuro dell’istruzione, ma anche di giovani sempre più abituati a vivere attraverso i social, attraverso il web, che disimparano a vivere fisicamente le esperienze, che disimparano l’empatia e la solidarietà, di cui l’interazione diretta è condizione imprescindibile.

Di “educazione privatizzata” parlava anni fa Marco Magni in un articolo che mostra come, nel nostro tempo dominato dal neoliberismo, si è lasciata alla scuola la funzione di “infondere, o inventare, un’anima, al progetto di un’economia sociale di mercato, ovvero ad una società individualistica e competitiva fondata sull’autoimprenditorialità e sulla concorrenza di mercato”. Un modello economico quindi che trova il luogo eminente della sua fondazione nella scuola, come dimostra “ l’Education Act della Thatcher, dell’88, che rappresenta il prototipo delle riforme neoliberiste dell’educazione”. Ma la stessa Thatcher che sbandierava l’inesistenza (o la morte?) della società, ormai superata da un mondo in cui “esistono solo gli individui”, cosa penserebbe oggi di questa nuova esperienza mediata dell’educazione?

Di certo la DaD garantirebbe evidenti vantaggi economici – si pensi a quanto le regioni risparmierebbero sui fondi per le borse di studio alloggio – e logistici – la riduzione degli spostamenti, la ridotta manutenzione delle aule, e quant’altro. Ma aldilà degli aspetti più economici, la DaD avvicina gli studenti a quella dimensione in cui esistono solo gli individui, sacrificando la socializzazione e la solidarietà sull’altare dell’interesse particolare. Qui lo studente diviene fruitore passivo di nozioni da apprendere in religioso silenzio mentre il docente discute di fronte a uno schermo. Il rapporto allievo-maestro, che sta al centro dell’educazione grazie alla sua potenza umana e interattiva, viene implacabilmente sacrificato dalla DaD. In un suo articolo Alberto G. Biuso afferma giustamente: “Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali, senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università”. Non può esistere educazione senza interazione, quindi, perché questa non avviene per “trasmettere nozioni ma per condividere un mondo”.

La lezione è dunque un unicum irripetibile, un’esperienza di socialità che deve educare il cittadino a vivere in comunità oltre che ad affacciarsi al mondo del sapere. Concludo con questa frase tratta ancora dall’articolo di Marco Magni, che sottolinea il rischio di un’educazione sempre più individualista: “I problemi inerenti il rapporto maestro-allievo su cui ragionavano Socrate, Quintiliano, Erasmo, Vittorino da Feltre, Pestalozzi, non sono poi così dissimili dai discorsi sull’educazione odierni, e neppure dal senso comune di insegnanti, allievi, genitori del presente. Cose che, una volta ‘aziendalizzate’, sono già distrutte, e il danno provocato resta molto difficile da nascondere”.

I giuristi al Governo: rispettare la Costituzione

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Caro Presidente, Collega,

siamo un gruppo di professionisti del diritto, “quelle sagge restrizioni che rendono liberi”. Non può sfuggirci che le restrizioni delle libertà fondamentali messe in campo dal Governo centrale e da enti locali per fronteggiare l’emergenza Covid-19 generano gravi dubbi di costituzionalità e rappresentano un pericoloso precedente per lo Stato di diritto. Non è qui in discussione se tali provvedimenti fossero materialmente giustificati – e siano stati sopportati – dalla necessità di ridurre la curva dei contagi. Ciò che qui preme rilevare, come sarà illustrato in questa lettera, è che:

primo, se non sappiamo quando si potrà tornare alla “normalità” delle nostre vite (ammesso che ne esista una), è fondamentale – ed è possibile – ritornare al più presto a una normalità costituzionale;

secondo, se i provvedimenti gravemente restrittivi della libertà personale (e altri diritti costituzionali) sono stati accettati di buon grado – insieme con la compressione delle attività economiche e del reddito – essenzialmente dalla totalità della popolazione italiana, lo è stato in virtù di un ‘patto sociale’, che a fronte del vincolo di solidarietà e della sostanziale delega ai cittadini di buona parte della tutela della salute pubblica comportava che lo Stato “facesse in pieno la sua parte” nell’organizzare, allocare e dispiegare efficacemente le risorse necessarie (test, dispositivi di protezione, accesso alle terapie, attrezzature mediche, etc.). È evidente che questo non è pienamente avvenuto né prima né durante la Fase 1, ed è dunque fondamentale che avvenga in pieno nella Fase 2 e in quelle che seguiranno;

terzo, vista l’attuazione spesso aggressiva dei provvedimenti restrittivi delle libertà costituzionali e l’uso in corso e prospettico di meccanismi di sorveglianza, è altrettanto fondamentale che questi siano attuati nel fermo rispetto dei diritti della persona e del principio di proporzionalità;

quarto, è inaccettabile che la giurisdizione sia stata di fatto sospesa nella Fase 1, come se non fosse un’attività essenziale al pari almeno delle tabaccherie. Questo non dovrà più avvenire. In questo, come in altri ambiti, si può prendere esempio da altri Paesi di risalente tradizione giuridica; e

quinto, data l’importanza che in una democrazia liberale rivestono gli organi di informazione e la pubblica opinione, non è tollerabile che la comunicazione di piani, studi e misure di siffatta rilevanza sia rimessa a indiscrezioni o dirette Facebook senza contraddittorio, il dibattito sia riservato a esperti o si svolga al riparo dallo scrutinio pubblico e non sia possibile porre domande pubbliche ai decisori. Lo Stato deve rendere conto (the State must be held accountable) e, soprattutto in questa emergenza, garantire piena trasparenza, anche per costruire o mantenere quella fiducia nello Stato e nel Governo che è presupposto essenziale per l’efficace funzionamento di qualsivoglia misura.

1. Ripristinare le guarentigie costituzionali

È un fatto che le misure (centrali e locali) introdotte per fare fronte all’emergenza Covid-19 ledono fino quasi ad annullare le libertà e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, incluse la libertà di circolazione (Art. 16), la libertà di riunione (Art. 17), il diritto di professare la propria fede religiosa nei luoghi di culto (Art. 19), il diritto allo studio (Artt. 33-34), la libertà di iniziativa economica (Art. 41), financo la libertà di espressione del pensiero (Art.21) e soprattutto la libertà personale (Art. 13) e i diritti inalienabili della persona di cui all’Art. 2 e alla CEDU.

Non si intende qui sottovalutare la gravità della pandemia e l’esigenza di agire con rapidità ed efficacia per contrastarla, e del resto misure di c.d. lockdown sono state introdotte in una pluralità di Paesi. Né tanto meno si ignora che alcune di queste libertà (come quella di circolazione e soggiorno) possono essere limitate (ancorché dalla legge in via generale) “per motivi di sanità o di sicurezza”.

Ma non è vezzo formalista ricordare che non si possono trattare le guarentigie costituzionali come un inutile orpello – anche perché la crisi del coronavirus sarà lunga, a questa potranno seguirne altre, e una volta creato un precedente può nascere la tentazione di non tornare indietro (come già osservava l’Economist qualche settimana fa). È proprio in crisi come questa che vanno salvaguardati i nostri valori fondamentali (come ricordava la Presidente della Commissione Europea il 31 marzo scorso) e le limitazioni che si rendono necessarie devono rispettare i principi di adeguatezza e proporzionalità (come ricordava l’Office of the Commissioner for Human Rights dell’ONU il 6 marzo scorso).

Viene in rilievo, per un verso, la riserva di legge prevista dalla Costituzione per introdurre limitazioni (anzi, per la libertà personale la doppia riserva, di legge e giurisdizione), per altro verso l’assenza di una previsione costituzionale che consenta di limitare il diritto di riunirsi in privato o di impedire l’uscita dal proprio domicilio per ragioni sanitarie, e per altro verso ancora l’effetto combinato di tutte le limitazioni introdotte contestualmente. E viene in rilievo la gerarchia delle fonti del diritto, che non può sovvertirsi nel nostro ordinamento. E invece è stata sovvertita, come si dirà ora.

Il Governo ha dichiarato lo “stato di emergenza”, “in conseguenza del rischio sanitario” connesso con l’insorgenza del coronavirus, con una delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020. La nostra Costituzione non conosce alcuno “stato di emergenza”, prevedendo solo lo “stato di guerra” (che ex Art. 78 Cost. va deliberato dal Parlamento e dichiarato dal Presidente della Repubblica). Infatti la delibera del Consiglio dei Ministri invoca una legge ordinaria, segnatamente gli Artt. 7 e 24 del D. Lgs. 2/1/2018 n. 1 (codice della protezione civile). Ma questa legge, per un verso, non contempla il caso di pandemie e, per altro verso, consente di emanare ordinanze di protezione civile in ambiti del tutto diversi da quelli oggetto delle misure qui in discussione (e comunque “nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e dell’Unione Europea”) – dunque senza autorizzare chicchessia a comprimere libertà costituzionali che solo la legge (e in casi limitati) può comprimere. Il Governo si è anche appoggiato alla pronuncia dell’OMS per giustificare lo “stato di emergenza”. Sta di fatto che lo stato di emergenza è stato dichiarato unicamente dall’organo esecutivo, senza alcun vaglio parlamentare e in un vuoto costituzionale. Per fare un esempio, la Francia ha dichiarato lo stato di emergenza il 20 marzo scorso con una legge approvata da entrambi i rami del Parlamento. E del resto il 31 gennaio c’era tutto il tempo, prima che si manifestassero tre settimane dopo i primi casi di trasmissione del virus, per fare un passaggio parlamentare anche in Italia. Il Governo si è invece limitato a emanare un comunicato stampa con cui informava di avere deliberato lo stato di emergenza per sei mesi, “come previsto dalla normativa vigente” (quale?), “al fine di consentire l’emanazione delle necessarie ordinanze di Protezione Civile” (cui certamente non è consentito di incidere sulle libertà costituzionali).

Sarebbe dunque bene, in primo luogo, riformare la Costituzione per prevedere lo “stato di emergenza” da dichiararsi dal Parlamento a maggioranza qualificata fissando i limiti, anche rispetto ai diritti della persona, che la conseguente azione di governo dovrà rispettare – salvi i poteri della Protezione Civile. Tale riforma costituzionale, come ben noto, sarebbe necessaria pure per l’utilizzo massiccio del DPCM, giacché non è previsto in Costituzione che i poteri di cui all’Art.77 siano delegabili al Presidente del Consiglio che resta un primus inter pares.

Dopo le prime ordinanze di protezione civile ai primi di febbraio sul coordinamento degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza, quali il controllo negli aeroporti e il rientro di italiani all’estero, a seguito della scoperta di contagi a Codogno il 23 febbraio il Consiglio dei Ministri approvava un decreto-legge con cui si autorizzavano le “autorità competenti” (quali?) ad adottare “ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”, tra cui il divieto di allontanamento o accesso alle aree interessate (c.d. “zone rosse”), la chiusura di scuole e attività commerciali in dette zone, e così via (come è ampiamente noto).

Si noti che il decreto-legge, per un verso, introduceva un divieto di “ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato” (di dubbia costituzionalità) e, per altro verso, non conteneva misure restrittive della libertà personale salvo la quarantena obbligatoria o fiduciaria per chi aveva avuto contatti con contagiati o proveniva da zone a rischio (identico contenuto aveva il DPCM in pari data). Tuttavia il decreto-legge autorizzava le “autorità competenti” ad adottare “ulteriori” (imprecisate) “misure di contenimento e gestione dell’emergenza” – e demandava ad altri soggetti, tra cui i Presidenti delle Regioni, l’adozione delle misure (così tra l’altro, complicando la catena di comando e aprendo la via a una proliferazione di atti privi di forza di legge, talora in contrasto tra loro, limitativi dei diritti costituzionalmente garantiti).

Non a caso prendeva vita una serie di provvedimenti di rango amministrativo che, anche eccedendo l’ambito del decreto-legge, restringevano sempre più la libertà personale (ad esempio, l’ordinanza del Ministro della Salute del 20 marzo che vietava l’accesso alle aree gioco e alle zone verdi e vietava attività all’aperto, l’ordinanza dei Ministri della Salute e dell’Interno del 22 marzo che “bloccava” le persone nella dimora anche temporanea in cui si trovavano) senza alcuna copertura legislativa fino al nuovo decreto-legge del 25 marzo. Quest’ultimo si faceva scudo dell’Art. 16 della Costituzione (“che consente limitazioni della libertà di circolazione per ragioni sanitarie”) per contemplare anche “limitazioni alla possibilità di allontanarsi dalla propria residenza, domicilio o dimora”, ovvero limitazioni alla libertà personale, che è ben diversa dalla libertà di circolazione, come già insegnavano i grandi costituzionalisti, da Mortati a Vassalli, sulla scorta del dibattito in Assemblea Costituente. Limitazioni della libertà peraltro eseguite con dispiego di mezzi e risorse – di cui diremo oltre – vistosamente sproporzionate rispetto all’obiettivo (si pensi, tra i tanti, all’inseguimento di un runner con drone e poliziotti o alla signora multata perché sedeva – da sola – su panchina a 200 metri da casa). Eppure l’Art. 13 Cost. non ammette “forma alcuna di detenzione” né “qualsiasi altra restrizione” della (“inviolabile”) libertà personale se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Il Governo ha più volte giustificato le restrizioni alle libertà personali con la necessità di reprimere i comportamenti quali quelli del “weekend del 7 marzo” che vide i Navigli o le piste di sci affollate. Ora, a parte che non è mai stato dimostrato un link epidemiologico tra quei comportamenti e i contagi riscontrati nelle settimane successive (link sempre più tenue, a due mesi di distanza), vi è da chiedersi se non si poteva conseguire un risultato analogo o migliore di quello raggiunto nella curva dei contagi senza ricorrere a un sostanziale annullamento della libertà personale, come è stato fatto in altri Paesi – in primis, la Germania – e di questo diremo oltre.

Ciò che si intende evidenziare non è solo il fastidioso atteggiamento paternalistico e colpevolizzante rispetto a una popolazione che ha mostrato un sostanziale senso di responsabilità ma è il rischio che la restrizione dei diritti della persona possa creare un pericoloso precedente, che un futuro governo – magari di orientamento politico diverso – potrebbe sfruttare, magari in una crisi legata alla sicurezza (si pensi al cyberwarfare o al terrorismo), per incidere pesantemente sulle libertà costituzionali (si pensi alla manifestazione del pensiero, alla libertà di riunione o alla libertà religiosa) senza vaglio parlamentare e senza copertura costituzionale. Si rende dunque necessario tornare alla normalità costituzionale, sin dalla Fase 2 (anche in vista di possibili, future “emergenze”).

2. Lo Stato faccia in pieno la sua parte

Il lockdown – con le correlate restrizioni delle libertà costituzionali – non sopprime di per sé il virus. Il confinamento in casa:

– serve a “guadagnare tempo”: se grazie ad esso la curva dei contagi tende verso lo zero, si allevia la pressione sulle strutture sanitarie e si possono apprestare misure mirate ai nuovi casi (test, terapie sui positivi, tracciamento dei contatti, isolamento) tese a evitare altri lockdown;

– e, a ben vedere, rappresenta (di fatto) una colossale delega alla popolazione (di buona parte) della tutela della salute pubblica.

In buona sostanza, le restrizioni alle libertà e ai diritti costituzionali sono complementari all’opera sanitaria delle autorità nella fase acuta della crisi. Si può dire che sono state accettate dai cittadini (e da chi cittadino non è), che hanno di buon grado effettivamente rinunciato alla libertà personale, in virtù di una sorta di ‘patto sociale’ che comportava, a fronte di tale sacrificio e rinunzia, che le autorità facessero in pieno la loro parte nell’organizzazione, allocazione ed efficace utilizzo delle risorse necessarie a individuare, isolare e curare subito (per quanto possibile) i contagiati, limitare i nuovi contagi e i decessi, proteggere il personale sanitario e il resto della popolazione, rafforzare i presidi territoriali e le strutture ospedaliere.

È evidente che questo non è avvenuto (quanto meno non in maniera soddisfacente) nella Fase 1. I dispositivi di protezione individuale (a partire dalle ‘mascherine’) non sono stati prodotti e distribuiti in quantità sufficiente, si sono presto resi introvabili e non sono stati assicurati neanche al personale sanitario. I c.d. tamponi sono stati effettuati in maniera eccessivamente selettiva e tardivamente: abbondano i casi in cui il tampone è stato negato in presenza di sintomi conclamati a persone che venivano prese in carico dalla sanità pubblica solo in caso di crisi respiratoria (perciò tardi). La gestione delle RSA, ovvero delle persone più vulnerabili, è stata catastrofica. La necessaria separazione delle strutture di soccorso e ricovero dedicate ai pazienti Covid-19 (o sospetti tali) e quelle riservate agli altri non è stata realizzata ovunque. Ci si è concentrati sull’aumento dei posti di terapia intensiva, rispetto a cui si è conseguito un risultato importante, ma a scapito degli altri. Il numero dei decessi è cinque volte superiore a quello della Germania (che ha una popolazione ben maggiore).

Non si vuole qui sminuire la complessità della crisi pandemica e ignorare le difficoltà di gestire una fase convulsa. Possono avere concorso altri fattori, vi sono altri Paesi (come la Francia, la Spagna, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti) che hanno reagito altrettanto o più tardivamente, ma resta il fatto che, nelle sei settimane trascorse dalle notizie certe sul nuovo coronavirus in Asia e i primi casi di community transmission in Italia, non ci si è preparati a sufficienza, né sono state poste in essere tutte le azioni necessarie nei due mesi di diffusione del virus in Italia.

Il punto fondamentale, in un’ottica costruttiva, è che quanto non è stato fatto sinora si faccia nelle prossime fasi. La questione centrale è quella dei ‘tamponi’, come raccomandato dall’OMS, suggerito dai migliori esempi nazionali e da ultimo evidenziato da Angela Merkel: “testing, testing, testing is the way forward”. Nella c.d. Fase 2 è necessario assicurare che i ‘tamponi’ siano effettuati su larga scala, al primo sintomo e a tutti i contatti dei sintomatici – e che sia esteso il numero dei laboratori che possano ‘processarli’. Così come va assicurato che i dispositivi di protezione individuale siano disponibili a tutto il personale sanitario (compresi i medici di base) e al resto della popolazione. Non risulta che la questione sia centrale nel discorso pubblico e nelle comunicazioni governative. Non è dato – ad oggi – sapere quali siano i piani ‘granulari’ del Governo, per intenderci, su tamponi (qual è la capacità?), laboratori, test sierologici e mascherine.

I piani sembrano invece concentrati ancora una volta sulle misure di distanziamento sociale, affidate essenzialmente a cittadini e imprese. Ma il distanziamento sociale, da solo, non basta a scongiurare un’altra impennata dei contagi né, di conseguenza, un altro confinamento con le correlate compressioni di diritti costituzionali, attività economiche e culturali, crescita educativa, salute fisica e mentale. È necessario che lo Stato faccia in pieno la sua parte.

3. Sorvegliare la sorveglianza

L’esecuzione (e di fatto l’interpretazione) delle misure restrittive è stata affidata, in sostanza, alle forze dell’ordine, che hanno svolto il compito con modalità particolarmente aggressive (anche quando non si ravvisava alcuna offesa al bene giuridico tutelato), in un vuoto giurisdizionale.

Non sono stati rari i fermi di cittadini che si recavano all’edicola (attività pur dichiarata essenziale dalle norme restrittive), le multe a chi si recava in ospedale a riprendere la moglie infermiera o passeggiava non distante dal proprio domicilio, e generalmente i casi di ‘interpretazione estensiva’ delle restrizioni della (inalienabile!) libertà personale da parte di coloro cui è stata deputata la ‘sorveglianza’ (anche nei confronti dei sani e di attività che non presentavano alcun rischio di contagio di terzi). Il tutto condito con stigma sociale e con un linguaggio che capovolge l’ordine normativo: si parla di “consentire” libertà che sono costituzionalmente garantite. Non solo: sanzioni per centinaia di Euro, palesemente irrituali, sproporzionate e punitive, vanno a colpire una popolazione già pesantemente afflitta da una perdita di reddito senza precedenti, e che dovrebbe spenderne altre per impugnarle con uno spazio di difesa ridotto.

Come si è già autorevolmente osservato, con il sistema della c.d. autocertificazione si è di fatto richiesto al cittadino di esercitare il proprio diritto di difesa al momento della contestazione, in sostanziale violazione dell’Art. 24 Cost. e delle garanzie procedimentali di legge.

E si è assistito a scene, come la multa di 533 Euro a un rider in bicicletta che lavorava o all’interruzione di una Messa da parte di un poliziotto, francamente intollerabili ma prevedibili quando si affida a forze dell’ordine l’interpretazione e l’esecuzione di norme vaghe e mal redatte.

Da ultimo si vedono elicotteri e droni sorvolare e soffermarsi su giardini privati e cortili condominiali, senza che ne sia chiara la ragione né l’utilizzazione dei dati così conseguiti. Non solo: è allo studio l’utilizzo su larga scala di una app che, ai fini di tracciamento dei contatti e contenimento della diffusione del virus, potrebbe avere accesso a dati personali e/o sensibili, per quanto si sostenga che dovrebbero essere raccolti in forma anonimizzata.

È di fondamentale importanza che, nella Fase 2 e in quelle successive, nella misura in cui sia strettamente necessario limitare i diritti costituzionali, si garantisca la certezza del diritto senza affidarne l’interpretazione, in modo peraltro frammentato, a soggetti attuatori o deputati alla sorveglianza, apprestando strumenti di controllo anche giurisdizionale delle loro attività. E che, tanto queste limitazioni quanto i nuovi meccanismi (anche tecnologici) di sorveglianza, siano attuati nel fermo rispetto dei diritti della persona e del principio di proporzionalità.

4. La Giustizia è un’attività essenziale

Non è dato comprendere perché sia stata “consentita” l’attività di esercizi commerciali con misure di distanziamento tra le persone, e non sia stato fatto altrettanto per le aule di giustizia, oppure perché si sia organizzata la didattica a distanza e non lo si sia fatto – a parte alcune eccezioni legate all’indifferibilità – per le udienze civili (come in Inghilterra). In Germania e in Olanda, ad esempio, non vi è stata una sospensione generalizzata di tutte le udienze e dei termini processuali. Allo stato, in Italia, le udienze e i termini processuali sono generalmente rinviati all’11 maggio 2020.

In altre parole, la Giustizia non è stata considerata un’attività essenziale. Auspichiamo che questo non avvenga più nelle prossime fasi, anche ove dovesse ritenersi necessario disporre un nuovo lockdown. Non si tratta soltanto di una questione simbolica o di principio. Non c’è Stato senza giurisdizione.

Di contro, sarebbe ancor più grave che le restrizioni adottate per l’emergenza sanitaria avessero un effetto nefasto sullo svolgimento delle attività processuali con inescusabile compressione del contraddittorio e del diritto alla difesa di cui all’Art. 24 della Costituzione.

Lo svolgimento improvvisato e disorganizzato di udienze, specie in materia penale, che si è avuto in queste settimane, con mezzi telematici di fortuna, contribuisce infatti a dimidiare l’attività giurisdizionale, privandola dei suoi contenuti minimi, e ad affossare il valore costituzionale del giusto processo (Art.111) già messo a dura prova da altri provvedimenti di questo Governo.

Ciò senza dimenticare che la vicenda della introduzione del c.d. “processo da remoto” in sede penale (convertita in legge con il DL n°18/20 contestualmente alla approvazione di un Odg della Camera dei Deputati che sostanzialmente ne ha preannunciato la successiva, parziale, abrogazione) – più che la tardiva presa d’atto della ovvia incompatibilità di tale modalità con gli strumenti cognitivi propri del giudice penale, oltre che con i principi di immediatezza e oralità del rito – rappresenta un esempio di schizofrenia legislativa che appare un unicum persino per la reattiva e ondivaga produzione legislativa italiana.

Tradizione che, da quanto si apprende, sarebbe destinata ad arricchirsi di un nuovo capitolo nei prossimi giorni, attraverso l’emanazione, anche qui di dubbia costituzionalità ratione materiae, di un DL ad hoc riguardante le decisioni della Magistratura di sorveglianza con ciò smentendo, nei fatti, la proclamata intenzione di difendere la libertà e la autonomia della giurisdizione.

Dubbi di costituzionalità che, peraltro, sono già stati autorevolmente espressi anche sulle norme che hanno disposto la generalizzata sospensione dei termini di prescrizione e di custodia cautelare, in taluni casi, come in Cassazione, persino di fronte alla richiesta di procedere da parte dell’imputato detenuto.

5. Trasparenza e contradditorio vanno garantiti

Anche sul piano comunicativo l’azione di governo lascia ampi margini di miglioramento. Si è autorevolmente detto che, nella gestione delle pandemie, è cruciale che il governo stabilisca e mantenga la fiducia dei propri cittadini, anche attraverso la piena trasparenza delle proprie azioni.

Questa deve declinarsi in una comunicazione assidua e completa dell’andamento epidemiologico, delle proiezioni e degli studi utilizzati, della metodologia dei test (tamponi) effettuati, delle ragioni e dell’eziologia dei decessi, dei piani anche in via di formazione relativi ai test, alle altre misure di diagnosi, protezione e contenimento, delle previsioni e così via. Soprattutto, la comunicazione deve provenire direttamente dal governo, e consentire un’interlocuzione che si presti a soddisfare ogni pertinente domanda di informazione.

E invece la comunicazione in Italia è stata essenzialmente affidata a una conferenza stampa della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore di Sanità, in cui alcuni dati sono stati costantemente forniti senza ulteriori spiegazioni (si pensi ad esempio al numero dei decessi o quello dei tamponi) e le risposte alle domande dei giornalisti sono spesso state evasive o ripetitive. Non vi è stata una regolare conferenza stampa del Presidente del Consiglio e del Ministro della Sanità, al contrario di altri Paesi. La comunicazione (peraltro, essenzialmente delle misure restrittive) è stata affidata a dirette televisive o via Facebook, spesso a tarda notte, senza contraddittorio e senza alcuna possibilità di approfondire le questioni trattate o affrontare le questioni omesse. Su questo sfondo sono proliferate le esternazioni di vari esperti, spesso in disaccordo tra loro (peraltro in relazione a un virus di cui si sa ben poco), e le indiscrezioni sul lavoro di varie commissioni e task force esonerate dallo scrutinio pubblico. Paradossalmente, è lo stesso diritto costituzionale alla salute a essere messo a repentaglio se si abdica alla delicata opera di bilanciamento politico e si delegano le scelte a tecnocrati non politicamente responsabili e sempre a rischio di conflitto di interesse.

In una democrazia liberale gli organi di informazione e la pubblica opinione rivestono un ruolo primario. Non è tollerabile che la comunicazione di piani, studi e misure che rivestono la rilevanza qui discussa sia rimessa a indiscrezioni o dirette Facebook senza contraddittorio, il dibattito si svolga in circoli riservati, assai poco aperti a opinioni critiche, e non sia possibile porre domande pubbliche ai decisori. Lo Stato deve rendere conto (the State must be held accountable). É auspicabile che nelle prossime fasi muti la linea comunicativa sin qui adottata.

Caro Presidente, nulla di quanto detto fin qui va letto come mancanza di rispetto. Abbiamo tuttavia voluto aggiungere la nostra voce a quella di molti altri, dai genitori preoccupati per la chiusura ad libitum delle scuole, agli operatori che si occupano di disabili, ai numerosi gruppi anche organizzati di cittadini preoccupati per la sospensione del Referendum Costituzionale e per la compressione degli spazi costituzionali di partecipazione politica, che non hanno trovato finora alcun ascolto. Sappiamo che Lei, da fine giurista, è attento al delicato bilanciamento degli interessi in gioco, compresi i valori costituzionali conquistati a caro prezzo. Nell’ora più buia, ci paiono necessari dialogo e umiltà.

Avv. Fabrizio Arossa, Avv. Bruno Arrigoni, Dr.ssa Claudia Benanti, Avv. Maurizio Bonatesta, Avv. Antonella Borgna, Prof. Avv. Aldo Berlinguer, Prof. Avv. Ilaria Caggiano, Avv. Andrea Comisso, Avv. Alessandra Devetag, Prof. Avv. Lucilla Gatt, Avv. Stefano Giordano, Avv. Dario Gramaglia, Prof. Elisabetta Grande, Avv. Franzo Grande Stevens, Avv. Cristina Grande Stevens, Avv. Giulia Facchini, Avv. Vincenzo Lapiccirella, Prof. Avv. Alberto Lucarelli, Prof. Costanza Margiotta, Prof. Avv. Ugo Mattei, Prof. Avv. Pier Giuseppe Monateri, Avv. Lorenza Morello, Prof. Avv. Luca Nivarra, Dr. Walter Nocito, Prof. Avv. Massimo Paradiso, Prof. Avv. Salvatore Patti, Dr. Daniele Ruggiu, Avv. Giacomo Satta, Dr. Stefano Scovazzo (Pres. Trib. Minorenni, Torino), Avv. Pierumberto Starace, Avv. Gianluca Tognozzi, Prof. Avv. Daniele Trabucco, Prof. Avv. Giovanni Maria Uda, Avv. Carlo Zaccagnini

 

Un’epidemia quantistica

di Alessandro Pluchino
(30.4.2020)

Ieri sul Corriere della sera è apparsa la notizia di un nuovo dossier della REGIONE LOMBARDIA che ha avuto una scarsissima risonanza sui media, rimanendo coperta dal frastuono che da due mesi ci inonda di cifre e statistiche, impedendoci di discernere il grano dal loglio, di distinguere la realtà dalla narrazione mediatica.

Da un lato, infatti, c’è la realtà. E la realtà, come ci rivela lo studio riportato ieri dal corriere, è che già al 26 gennaio, in Lombardia, erano presenti 543 casi di individui positivi al coronavirus. Ripeto, 543. Dall’altro, poi, c’è la narrazione mediatica. E la narrazione, come ci ripetono i media unificati da settimane, è che il primo contagio ufficiale è stato rilevato il 21 febbraio a Codogno, dove è stato certificato il famoso paziente 1.

La narrazione prosegue dicendo che, SOLO A PARTIRE DA QUEL MOMENTO, l’epidemia è esplosa, intasando in POCHI GIORNI i reparti di terapia intensiva della Lombardia, minacciando di invadere il resto d’Italia e spingendo il governo, a partire dai primi giorni di marzo, a chiudere progressivamente tutte le attività, segregandoci in casa per due mesi e mettendo a serio rischio la tenuta economica del paese. Ma, dice sempre la narrazione, impedendo nel contempo che, dalle regioni del nord, il contagio si diffondesse al centro-sud, che – grazie alle contromisure – avrebbe così evitato la catastrofe. E in effetti la temuta catastrofe, al centro-sud, non c’è stata: al 2 aprile, le 12 regioni del centro-sud (isole comprese) registravano solo il 20% dei casi totali, il 13% dei decessi e il 28% dei ricoveri in terapia intensiva. Ottimo: vuoi dire che le restrizioni hanno funzionato! E adesso ci avviamo, con tutte le cautele necessaria, alla lunga e incerta fase due. Questa, dunque, la narrazione.

Ma torniamo alla realtà, cioè ai 543 casi di individui contagiati al 26 gennaio in Lombardia. Dando per corretta la progressione dell’epidemia che ci è stata narrata a partire dal paziente 1, se in Lombardia c’erano 543 casi al 26 gennaio, il “paziente zero” deve collocarsi intorno al 19 gennaio. Ora, dal 19 gennaio al 21 febbraio, sono passati 33 giorni. In questi 33 giorni, in assenza di isolamento e in assenza di restrizioni alla mobilità, i lombardi hanno vissuto tranquilli e sereni, senza alcun allarme, senza intasamento degli ospedali e sentendo parlare di coronavirus solo con riferimento alla Cina. E lo stesso hanno fatto tutti gli altri italiani, nonostante ogni giorno migliaia di pendolari si siano spostati dalla Lombardia in tutte le altre regioni d’Italia. Se prendiamo adesso i 33 giorni successivi, dal 21 febbraio al 25 marzo, dando sempre per corretta la progressione ufficiale dei casi totali riportata dal ministero della salute, avremmo invece sperimentato – nonostante la progressiva applicazione delle restrizioni alla mobilità – una tragica esplosione dei contagi, che solo in Lombardia sarebbero passati da 1 (il paziente di Codogno) a ben 32346, con un numero di decessi totali di 4474, 10026 ospedalizzati e 1236 ricoveri in terapia intensiva, estendendosi rapidamente anche nel resto d’Italia (che nello stesso periodo registrava complessivamente 74386 contagiati!).

Riassumendo, restringendo il discorso alla sola Lombardia, nel primo intervallo di 33 giorni, dal paziente zero al paziente 1, quando i TG parlavano d’altro e nessuno faceva tamponi, e nonostante ormai si sappia che già al 26 gennaio i casi totali erano ben 543, non sarebbe successo praticamente nulla. Invece, nei 33 giorni successivi, dal paziente uno in poi, quando si è iniziato a fare tamponi a tempesta, la catastrofe. Da fisico, sarei tentato di azzardare un’ipotesi suggestiva: sembrerebbe che siamo di fronte ad un’epidemia quantistica, che si manifesta solo quando la osserviamo! Temo però che la verità, ovviamente, sia molto meno suggestiva. Ma la lascio decidere a voi.