La stanza di zia Léonie. I

di Barbara Biscotti
(13.12.2020)

«quella zia Léonie che dopo la morte di suo marito, lo zio Octave, non aveva più voluto lasciare, dapprima Combray, poi la sua casa di Combray, poi la sua camera, infine il suo letto, e non “scendeva” più, sempre coricata in un vago stato di afflizione, di abbattimento fisico, di malattia, di idea fissa e di devozione»

La prima volta abbiamo reagito. È per due mesi, pazienza, ha pensato una parte di noi. L’altra parte, però, intanto ha ruggito, facendo sentire la propria voce sulle discutibili tecniche della gestione dell’emergenza – che pure non si nega – nascoste sotto quell’invocazione al pazientare, sulle mille interpretazioni della situazione in cui, ognuno cercando di mantenere a modo suo – tutti legittimi – una certa lucidità, abbiamo letteralmente “dato i numeri”.
Poi ci siamo illusi che si stesse tornando a una certa normalità. I più accorti sapevano che si trattava di mera illusione. Ma pazienza, ancora.
Ora è sotto gli occhi di tutti il fatto che l’emergenza è destinata a durare. E a lungo.
Ma qualcosa nel frattempo è accaduto. Temo, in generale, per un senso di maggior acquiescenza e rassegnazione che si percepisce nell’aria, accompagnato da una cupezza che non è solo legata all’avvicinarsi del solstizio d’inverno. Ma qui compio un esame di coscienza, facendo riferimento anche a quanto mi sento dire da altre e altri che, come me, nella vita fanno gli “intellettori”, cioè quelli che di mestiere usano il loro intelletto come strumento (personalmente preferisco riservare il termine “intellettuale”, che non mette in luce la natura umilmente artigianale di tale attività, a pochi e senz’altro non a me).

Ora, nell’animo di ogni intellettore alberga da qualche parte una “stanza di zia Léonie”. Proust riandava con la memoria agli odori confortanti di quel luogo, al senso di calore e cose buone che evocava. Ma erano memorie infantili. Importanti, ma infantili.
È vero, ognuno di noi sa bene che si tratta di una bella stanza, piena di libri, di cose da osservare, smontare e rimontare, in cui ci si può rifugiare, si può fare in santa pace il proprio modesto lavoro di chi ha la fortuna di poter pensare e costruire forme, a volte utili, a volte inutili, fatte di pensiero. Ogni intellettore, specie oggi che la modernità l’ha relegato nella classe del cognitariato chiamata a stare alla catena di montaggio dei saperi, anela ad avere ancora dei momenti in cui chiudersi lì dentro e costruire con amore e cura i propri oggettini, libri essenzialmente.
Ma ora è diverso. Ora scopriamo improvvisamente di non essere più i visitatori pieni di stupore della stanza di zia Léonie, che entrano, mangiano il boccone di madeleine intinta nel the ed escono appagati, pronti ad affrontare la giornata e a vivere il mondo.
Ora ci ritroviamo a essere zia Léonie, che si ritira dal mondo in seguito a un lutto.
Di fronte ai lutti si può reagire in due modi. O si lascia passare il tempus lugendi, quello necessario a ciascuno, e piano piano si torna al mondo, cambiati ma ci si torna. O ci si lascia annientare dalla perdita, ritirandosi in uno spazio interno, ovattato, dove l’aria è «satura della quintessenza di un silenzio così sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità». Un silenzio rassicurante, certo, ma intessuto di rinuncia al mondo.

Annichiliti dal lutto per la morte delle nostre diverse libertà, molti di noi non si sono resi conto, come zia Léonie, del fatto che stavamo noi stessi, con i nostri corpi-menti, scivolando in una progressiva autoreclusione, dalla città alla casa, poi alla stanza: da ultimo ci attenderà il letto. Poco alla volta stiamo noi stessi uccidendo la prima tra le nostre libertà, quella intellettuale. La fatica di varcare la soglia della stanza, della casa, che ci immette negli spazi della polis, è stata sovraccaricata di ostacoli, di prove eroiche, cui anche il rigido clima invernale aggiunge il suo carico. E a mano a mano ci siamo adattati al confortevole piccolo spazio caldo della nostra stanza, in cui possiamo giocare con i nostri balocchi e nel quale però il corpomente, avendo poca metratura per muoversi, si rattrappisce, perde elasticità, e soprattutto non incontra altri corpimente con cui confrontarsi e misurarsi.
Dunque, attenzione a questa deriva. Perché è quello che da molte parti si vuole.
Parafrasando un vecchio slogan, c’è una zia Léonie in ognuno di noi: uccidila.

Dunque, forza zia Léonie, rimetti in moto le gambe, anche se solo sulla cyclette. Che magari poi, nonostante il freddo e l’aria inquinata, esci e vai a fare una passeggiata. Incontrare l’altro, anche con la mascherina e la distanza, può attivare cortocircuiti importanti. Non lasciamo che la fatica, le difficoltà ci scoraggino. Proponiamoci di incontrare ogni giorno qualcuno, fosse anche solo il giornalaio. Ma di incontrarlo davvero, parlarci.
E rimettiamo in moto le menti, che magari, invece di raccontarcela da soli, dentro i nostri libri, ne incontriamo altre. E se la pensano diversamente da noi, è pure meglio, che si fa un po’ di stretching più intenso… Discutere, confrontarsi, arrabbiarsi sia il nostro calendario dell’avvento: ogni giorno riflettere insieme a qualcun altro su un aspetto del presente.
Perché per i pochi intellettuali e per i molti intellettori pensare nella/per la/con la polis non è una scelta, bensì un dovere. Basta leggere Gramsci ogni mattina, quando ci si sveglia, per balzare su da quel letto della zia e uscire dalla porta della stanza, della casa:

“L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.”

(A. Gramsci, “La Città Futura”, in L’Ordine Nuovo, 11 febbraio 1917)

Apocalittici senza vaccino

di Alberto Giovanni Biuso
(30.11.2020)

Non nascondono più il compiacimento per una situazione che li vede al centro del potere e dell’informazione.
Sperano che non finisca più, in modo da non dover tornare alle loro anonime esistenze.
Parlano per quello che sono, degli irresponsabili.
Questi apocalittici parlano come se fosse cosa inevitabile e fisiologica mantenere a tempo indeterminato l’abisso di asocialità, di miseria economica, di angoscia psichica. Parlano come ignoranti della salute, che è un fatto complesso, costituto da dimensioni organiche, metaboliche, immunitarie, relazionali, psicosomatiche, temporali.
Parlano come chi si compiace di privare i ragazzi del futuro, gli adulti della pienezza, gli anziani della compagnia che lenisce l’inevitabile morire.
Parlano come gli stolti che sono, per la cui insipienza non esiste alcun vaccino.

 

 

Contagion

di Alberto Giovanni Biuso
(30.11.2020)

Contagion
di Steven Soderbergh
USA, 2011
Con: Laurence Fishburne (Ellis Cheever), Matt Damon (Thomas Emhoff), Kate Winslet (Erin Mears), Gwyneth Paltrow (Beth Emhoff), Jude Law (Alan Krumwiede), Marion Cotillard (Leonora Orantes)

Un pipistrello vola. Lascia cadere parte del proprio cibo che viene raccolto da un maialino. Il quale diventa presto pietanza in un ristorante di Hong Kong. Una cliente apprezza così tanto il piatto da chiedere di farsi una foto con il cuoco che ha cucinato il maiale. I due sono quindi vicini e sorridenti. Tornata nel Minnesota, Beth Emhoff sta male e in due giorni muore. Da lì il contagio si propaga velocemente tramite le mani che toccano, gli oggetti toccati, la tosse.
Nulla si sa del nuovo virus: «La migliore difesa per ora è il distanziamento sociale: stare in casa, lavarsi le mani, non incontrare nessuno», non toccarsi mai il viso. Il Parlamento si organizza per lavorare on line. Tra gli specialisti e sulla stampa si moltiplicano i riferimenti all’epidemia spagnola del 1918-1920. I medici dicono ai potenziali contagiati e anche ai sani «non parli con nessuno, non tocchi nessuno». I genitori raccomandano ai bambini: «Tieniti a distanza da altre persone». In quanto immune, il marito di Beth dice: «Se sono immune, non potreste usare il mio sangue per la cura?». I governatori di alcuni Stati chiudono le frontiere. Camion dell’esercito per le strade. Si cerca in tutti i modi di trovare un vaccino. Chi si è vaccinato ottiene un braccialetto che gli consente di muoversi liberamente; chi non è vaccinato è sottoposto a controlli e perdita dei diritti.

Familiare, vero? Ma è la trama di un film del 2011. Le principali differenze rispetto alle realtà che stiamo vivendo nel 2020 sono costituite dai saccheggi e dalle violenze, che avvengono subito e in modo grave; dal numero assai più alto di morti, che nel film è dopo alcuni mesi di 26 milioni nel mondo (attualmente i morti da Sars2 si attestano intorno al milione e mezzo); dalla virulenza decisamente più aggressiva e potente del virus di Contagion. Una curiosa differenza è che nel film le maschere/museruole appaiono ma non sono obbligatorie.
Una differenza a sfavore della realtà è però che nel film il vaccino viene trovato dopo pochi mesi ed è efficace. I provvedimenti sanitario-politici di esperti e amministratori smarriti e terrorizzati sono invece gli stessi. Identico è naturalmente il panico  e simile è la fine della socialità.

Anche le singolari ma in fondo ovvie coincidenze tra un’opera di fantasia e quanto dopo dieci anni sta effettivamente accadendo mostrano che sono prevedibili e sono state previste epidemie causate in primo luogo dalla perdita della biodiversità, dalla distruzione degli ambienti nei quali vive la fauna selvatica, dal diffondersi ovunque e in modo industriale dei macelli e dell’alimentazione carnea. Il virus è dunque anche il risultato della relazione distorta tra Homo sapiens e gli altri animali
La Covid19 passerà ma la possibilità che si ripeta a livelli più gravi è realistica, per la semplice ragione che decisori politici e società civile non sono in nessun modo disponibili e capaci di modificare davvero (e non con il patetico e pericoloso alibi dello «sviluppo sostenibile») i modelli economici e lo sfruttamento insensato del pianeta Terra. Il quale si difende e si difenderà in tutti i modi da noi.
Per quanto riguarda il film di Soderbergh, la prima parte è avvincente e ha un ottimo ritmo, poi però scivola nel genere catastrofista hollywoodiano.

«Qualcosa di più forte che lo schifo»

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni
(6.11.2020)

Società e politica funzionano come un piano inclinato: una volta che la pallina comincia a rotolare acquista velocità e diventa difficile fermarla. È questo uno dei più noti ‘segreti’ dell’autorità: quando la potestas fa leva sul terrore arriva un momento nel quale non è più necessario che essa dia ordini precisi. I corpi intermedi provvederanno a parlare al posto suo e a decidere secondo quanto l’autorità di governo avrebbe stabilito e che certamente desidera.
È ciò che sta accadendo in molti corpi intermedi della società civile. Non è più necessario che siano presidenti e ministri a pronunciarsi. Lo stiamo vedendo, perché direttamente ci tocca, con la scuola e con l’università. I ministeri dell’istruzione e della ricerca lasciano alle scuole e agli atenei alcune delle decisioni ultime e concrete. I rettori delle università siciliane si riuniscono e non decidono. Devono essere le singole università a farlo. E allora accade che l’Ateneo di Catania prenda decisioni su basi non scientifiche, mediatiche ed emotive e stabilisca –prima dell’ultimo decreto del presidente del consiglio– un’estensione sempre più marcata delle lezioni telematiche, in particolare ordinando di «mantenere in modalità mista tutti gli insegnamenti dei primi anni delle lauree triennali e magistrali a ciclo unico, salvo i casi in cui, per specifiche esigenze di tutela della salute, sia richiesta e ottenuta autorizzazione del rettore per l’erogazione in modalità a distanza»; il che vuol dire che un quinto circa degli studenti potrà seguire delle lezioni reali, tutti gli altri rimarranno per delle ore davanti a un monitor a distrarsi in tutti i modi possibili.

Il risultato è che la relazione educativa, sulla quale soltanto può crescere il sapere, si dissolve nella relazione puramente nozionistica nella quale consiste la cosiddetta didattica a distanza. Altri danni alla relazione educativa -e semplicemente umana– arrivano su indicazione? stimolo? suggerimento? ordine? dell’ennesimo e micidiale decreto del presidente del consiglio dei ministri. Si stabilisce dunque che «3 Gli esami, scritti e orali, si svolgono in modalità a distanza. 4) Le lauree, come già predisposto da tutti i Direttori di Dipartimento, si svolgono esclusivamente a distanza. 7) È sospeso l’accesso degli studenti alle aule studio e alle biblioteche. 8) Il ricevimento degli studenti in presenza è sospeso ad eccezione di tesisti e dottorandi che potranno, qualora ritenuto necessario dal relatore/tutor, essere ricevuti in presenza nel rispetto delle misure di sicurezza previste». Per i Dipartimenti di scienze umane le biblioteche sono vitali, come i laboratori per altri ambiti. Come, dove, che cosa studieranno i nostri allievi?
Tali decisioni non vengono prese dall’Ateneo per il periodo previsto dal DPCM del 3.11.2020 bensì «a decorrere dal 06 novembre p.v. e per il restante scorcio del primo semestre dell’anno accademico 2020-2021, salvo modifiche o provvedimenti più restrittivi da parte delle autorità».
Tutto questo, si dice, sulla base di dati numerici oggettivi. Quali? Quelli che danzano ogni giorno cambiando natura e direzione? Quelli che gli stessi organismi tecnici e amministrativi smentiscono reciprocamente in relazione ai loro componenti sanitari e politici? In ogni caso, e a proposito del ritorno in grande stile dentro il governo e dentro l’informazione di numeri gridati a caratteri cubitali –numero dei positivi equiparato in modo antiscientifico a numero dei malati; numero dei ricoverati, numero dei morti, compresi i deceduti per altre patologie conteggiati come ‘morti da covid’ –, ricordiamo quanto scrisse Gregg Easterbrook: «Torture numbers, and they will confess to anything» («Our Warming World», in New Republic, 11.11.1999, vol. 221, p. 42).
Sugli effetti educativi, psicologici, somatici di tutto questo, più di tante parole vale quanto scrive una studentessa, la cui lettera è stata pubblicata sul Corriere fiorentino del 27.10.2020:

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«Uno stato incapace mi sta privando della mia età più bella» 

Caro direttore, mi chiamo Camilla, ho 17 anni e frequento (frequentavo?) il quarto anno del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Sin da marzo, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, io e i miei amici ci siamo sforzati di cercare modi per restare in contatto e divertirci nonostante la situazione critica, sempre nel rispetto delle regole, prima in videochiamata e successivamente dandoci appuntamento in luoghi aperti, dove fosse possibile rispettare la distanza e indossando sempre l’indumento dell’anno, la mascherina.
Noi ragazzi abbiamo passato l’estate girovagando per il centro, non frequentando le discoteche come eravamo soliti fare, siamo tornati a scuola con regole rigide, senza l’indispensabile compagno di banco, una figura a mio avviso fondamentale, con la mascherina e senza ricreazione; non ci siamo lamentati in alcun modo, nonostante le istituzioni pensassero a tutto tranne che a noi.
Siamo stati accusati della diffusione del contagio, in quanto promotori della movida, in quanto frequentatori della scuola, in quanto causa dell’affollamento sugli autobus. Ci siamo accontentati di orari scolastici ridotti, rinunciando al diritto di ricevere l’educazione garantita prima dell’avvento del Covid.
Ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, come mi sento dire da marzo come un ritornello. Ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
Domenica 11 ottobre ho avuto contatto con un caso positivo di Covid. Non appena saputo mi sono autonomamente sottoposta ad un periodo di quarantena e, poiché l’Asl non ha provveduto a procurarmi alcun certificato, la scuola non ha potuto attivare per me la didattica a distanza. Mercoledì 21 ho effettuato il tampone, mi è stato garantito che in massimo 48 ore sarebbe stato disponibile il referto. 24 ore passano, ne passano 48, ne passano 72, passano 5 giorni… niente. Io intanto, in attesa di un tampone che non si sa se sia andato perso o se verrà mai processato, sono reclusa in casa, non posso tornare a vivere la mia vita, in realtà non posso uscire nemmeno per portare la spazzatura ai cassonetti: sono giunta alla conclusione che la società non sta facendo assolutamente niente per il mio bene, che non mi rispetta né come studente né come persona.
Inoltre scopro che non è affatto sicuro (anzi, alquanto improbabile) che io possa tornare a frequentare l’edificio scolastico, in quanto è necessario attivare la didattica a distanza per arginare il contagio, poiché la Regione non è riuscita a trovarmi posto su un autobus: a causa di un problema facilmente risolvibile sono costretta a passare la mie giornate davanti a un computer, privata di tutto ciò che di bello la scuola offre, dell’unica occasione di socializzare (perché non mi è più permesso muovermi se non per “spostamenti necessari”), di imparare, di costruirmi il futuro, di divertirmi, di ridere e di scherzare. Mi limiterò ad alzarmi stanca la mattina, ad avviare uno schermo, a seguire a fatica le lezioni a cui prenderò parte con un maglione spiegazzato e i pantaloni del pigiama, ad accendere la televisione e a trascorrere i pomeriggi imbambolata di fronte ad essa; la perifrasi che meglio descriverà la mia vita sarà “monotona noia”, il momento più entusiasmante della giornata sarà quello in cui aiuterò mia madre a cucinare. Non dovrebbe essere questa la prospettiva di vita di una ragazzina di 17 anni. Mi private del momento più bello della vita, l’adolescenza.
Lo Stato mi ha delusa, in 8 mesi di pandemia non è riuscito ad organizzarsi e a rimetterci sono io, siamo noi, tutti gli italiani che, impotenti davanti alla situazione, si limitano ad adempiere a testa bassa ai doveri loro imposti dalle “norme antiCovid”. Più passo il tempo in questo Paese in balia della sorte e più sono convinta di volermene andare.
Avete sulla coscienza me e il mio futuro.
Aspetto da 5 giorni il risultato del tampone Da marzo ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
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Gli Organi d’Ateneo di Catania e di molte altre Università hanno anch’essi «sulla coscienza» gli studenti «e il loro futuro». Un futuro diventato cupo, impaurito, terrorizzato. Di questo siamo responsabili noi docenti, tutti, perché quello che sta accadendo si chiama con una parola ben nota nelle relazioni sociali e anche educative: tradimento.
Si può ben dire che «c’è in tutta questa storia qualcosa di più forte che lo schifo» (Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, in «Tutte le opere», G. Barbèra Editore, Firenze 1923, cap. IV, p. 797). C’è in tutta questa storia un misto di cinismo, isteria collettiva, potere dei media, interessi economici (un solo dato, tra i possibili: dalla piattaforma MSTeams la Corporation Microsoft va aumentando esponenzialmente i propri ricavi [(Slack contro Microsoft, il Post, 23.7.2020; cfr. inoltre Nel lockdown cresce anche Teams di Microsoft]) e tanta tanta viltà; tutto convergente verso la sottomissione al piano inclinato di un’autorità irrazionale.
Come docenti, intellettuali e cittadini crediamo sia un nostro dovere, assai più che un nostro diritto, descrivere gli eventi in ciò che appaiono e sono, anche -appunto- nel loro manzoniano schifo.

A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani

di Wu Ming
(ottobre 2020)

[Proponiamo due interventi tanto rigorosi quanto amari sulla catastrofe per la sinistra che la vicenda del Sars-Covid rappresenta. Il primo lo si legge qui: A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani ed è firmato Wu Ming. Il secondo è un commento di Wu Ming 1 allo stesso testo]

La cosa che più mi ha sorpreso e addolorato, in questo 2020, è la rapidità con cui, tra intellettuali e attivisti “di movimento”, si è ritirata ed è scomparsa – come in una vastissima bassa area – ogni riflessione su quale vita valga la pena vivere.
All’improvviso è rimasto solo un nocciolo di materialismo volgare, di riduzionismo economico che è anche riduzionismo biologico: per non crepare era non solo accettabile ma addirittura *bello* vivere come talpe, purché ci dessero i soldi.
Decenni di pensiero critico, di esperienze, di analisi, di momenti condivisi, sono stati gettati come zavorra.
Devo dire che non mi sarei mai aspettato di vedere la maggior parte del “movimento” ripiegarsi su questo, farne SOLO ed ESCLUSIVAMENTE una questione di richieste economiche. Che, intendiamoci, sono indispensabili. Ma non esauriscono tutto il discorso.
Davvero si pensa che la maggior parte delle persone accetterebbe di vivere «come piante grasse» (cit. AlexJC) a tempo indeterminato, a condizione di ricevere un bonifico? Che conoscenza dell’essere umano, che gusto per la vita e per la lotta, che idea di società – e di possibile società futura – ha in testa, chi pensa una cosa del genere?
Eppure è andata così, sono scomparse tutte le riflessioni sul fatto che vita non è solo sopravvivenza, e che la salute è un insieme complesso e una condizione sociale, non solo non prendersi un virus.
Si parlato quasi solo di reddito, senza riflettere sugli enormi prezzi esistenziali, psichici, culturali che l’apologia schizogena della reclusione domestica – perché questo è stato #iorestoacasa – ci avrebbe lasciato in eredità. No, si è implicitamente postulato un impossibile “rischio zero”, in nome del quale ripiegarsi in un privato privato di corpi.
Per mesi e mesi non si è detto pressoché nulla contro le strategie di deresponsabilizzazione che la classe al potere (non solo quella di governo, tutta: padronato, media, burocrazia ecc.) adottava. Anzi, chi denunciava la caccia al capro espiatorio veniva irriso, e so di compagne e compagni che a quella caccia hanno partecipato con zelo.
A chi criticava il governo è stato scagliato contro un appello incredibile, interdittivo, codino, con firme “di movimento” che non mi sarei mai aspettato.
A chi faceva notare che non si poteva sacrificare tutto il resto (il legame sociale, il vivere stesso!) in nome del “rischio zero” veniva dato del nazista, del darwinista sociale.
E si è fatta l’apologia delle piattaforme e delle app che consentivano di “sostituire” la vita “in presenza”.
Il massimo di risposta che si otteneva quando si sollevavano questi temi era: «non è il momento, ne parliamo dopo».
E intanto le peggiori tendenze avanzavano inesorabili.
Chiarisco un possibile equivoco: non mi sono mai atteso che la “sinistra radicale”, il “movimento” o altri clichés che usiamo per indicare questo sfilacciato network nel quale ci siamo formati potesse fare qualche differenza significativa. L’area aveva già i suoi bei problemi, a livello nazionale era già irrilevante, e quel che sta accadendo è più grande di noi tutte e tutti.
Mi sarei però atteso meno voglia di capitolare, meno acquiescenza, meno conformismo, meno collateralismo col governo, meno bava alla bocca contro i “reprobi” ecc.
Le piazze di questi giorni e queste notti, per quanto interclassiste, contraddittorie, confuse, strumentalizzate, non hanno posto solo il problema del reddito, che pure è fondamentale. Abituati al nostro gergo da “rifiuto del lavoro”, rischiamo di non capire che quando da quelle piazze è salito il grido «vogliamo lavorare!», significava «vogliamo vivere!», vogliamo avere una vita attiva, incontrare le persone. Idem quando si è alzato il grido «libertà!»: non è la “libertà” liberista, è l’autodeterminazione, è la libertà che sogna chi è stato esautorato da ogni scelta.
Anche in questa società divenuta sempre più tanatofobica, il vero incubo, soprattutto per gli spossessati, gli oppressi, i marginalizzati, non è morire ma smettere di vivere.
Di fronte a tutto quel che sta accadendo, ripensare oggi a quel che gran parte della “sinistra radicale” non ha visto arrivare può persino sembrare futile. Ma pensiamo alle rivolte in corso, e a quanta fatica si faccia a trovarne una decifrazione sensata (con poche lodevoli eccezioni) dove un tempo saremmo andati a cercarla. Pensiamo alla difficoltà di trovare un’interpretazione davvero ascoltante di quelle piazze e di quei riot. Pensando a ciò, forse il senso di questo sguardo retrospettivo si capisce, al di là del manifestare un dolore, e uno stupore che dura da mesi.

Covid-19: epidemia quantistica 2.0?

di Alessandro Pluchino
(4.11.2020)

Ad aprile, all’apice della “prima ondata” di Covid-19 in Italia, avevo coniato l’espressione “epidemia quantistica” per riferirmi al seguente, strano, fenomeno. Nei mesi di gennaio e febbraio 2020, quando ancora il virus cinese sembrava lontano ma invece – ormai lo sappiamo – c’erano già migliaia di contagiati in giro per la Lombardia (e dunque – visto che non c’erano restrizioni di mobilità – probabilmente anche nel resto del paese), non si è avuta notizia di alcun assalto ai pronto soccorso e le terapie intensive non registravano alcuna emergenza. Poi, improvvisamente, da quando è scoppiato il caso del (presunto) paziente 1 di Codogno e si sono cominciati a fare migliaia di tamponi, tutto è improvvisamente cambiato. Dunque, come in fisica quantistica, sembrava che l’osservazione avesse plasmato la realtà e che l’epidemia avesse cominciato a mostrare i suoi effetti solo quando noi avevamo cominciato a misurarli.
Oggi, a sei mesi di distanza e all’inizio della famigerata “seconda ondata”, abbiamo molti dati ed elementi di riflessione in più, ma lo spettro dell’epidemia quantistica sembra non essere stato affatto scacciato. Anzi.

Ad inizio ottobre l’OMS ha reso pubblico il risultato di uno studio secondo il quale il 10% della popolazione mondiale, ossia ben 750 milioni di persone, potrebbe essere stato contagiato dal Covid-19. Dunque 20 volte di più dei 35 milioni di casi complessivi ufficialmente accertati a livello planetario. Se questi numeri fossero veri – e non abbiamo motivo di dubitare delle stime dell’OMS – la letalità del Covid-19 (cioè il rapporto tra il numero di decessi e il numero dei contagiati), e quindi la sua pericolosità MEDIA, diventerebbe confrontabile con quella dell’influenza stagionale, ossia dell’ordine dello 0,1% – ovvero dell’uno per mille. Ammettiamo per un attimo che sia davvero così. Perché allora in primavera sembrava che le strutture sanitarie stessero avviandosi al collasso e adesso sembra riproporsi lo stesso scenario, laddove questo non accade ogni anno con l’influenza stagionale?
La spiegazione potrebbe risiedere proprio nel martellamento mediatico che, a partire dalla fine di febbraio, ci propone giornalmente dei veri e propri bollettini di guerra, amplificando qualunque informazione riguardi il Covid-19 e minimizzando tutto il resto. Non sarebbe la prima volta che pressioni di questo tipo, anche molto meno invasive, avrebbero provocato reazioni note agli psicologi e ai sociologi come fenomeni di “isteria collettiva” o “isteria di massa”: “l’isteria di massa è un fenomeno psicosociologico che riguarda il manifestarsi degli stessi sintomi isterici in più di una persona. Un semplice esempio di isteria di massa è quello di un gruppo di persone convinto di essere affetto dalla stessa malattia o disturbo. La storia umana ha registrato un numero consistente di casi in ogni angolo del pianeta. Il fenomeno dell’isteria collettiva potrebbe sembrare andare in contrasto con una società sempre più istruita, che non crede più a uteri vaganti, a possessioni diaboliche e alla stregoneria. Eppure, episodi del genere continuano a verificarsi, il più recente dei quali è stato registrato nel 2012, quando 1900 bambini di 15 scuole dello Sri Lanka hanno cominciato a manifestare una serie di sintomi tra cui eruzioni cutanee, vertigini, e tosse, che non avevano evidenti cause fisiche. Sebbene i casi di isteria collettiva possono essere facilmente derubricati come ridicoli o semplici comportamenti bizzarri, la ricerca ha dimostrato che esistono una serie di fattori che possono contribuire alla formazione e alla diffusione del fenomeno, comprese ansie sociali, pressioni culturali, paure o eccitazione, o stress estremo. Anche se i contesti sociali, politici e culturali sono cambiati nel corso dei secoli, la psicologia umana è rimasta sostanzialmente la stessa, ed è per questo motivo che, prima o poi, assisteremo a nuovi casi di isteria collettiva.” (U. Gaetani, Gli strani casi di “isteria di massa” registrati nel corso della storia).
Stiamo forse assistendo anche oggi, “mutatis mutandis”, a qualcosa di simile?
In che misura potrebbe aver ragione il virologo Giorgio Palù quando avverte “Basta con l’isteria”?

MEGLIO CHIARIRE SUBITO CHE, OVVIAMENTE, NON STIAMO IN ALCUN MODO NEGANDO (e tantomeno lo fa Palù) CHE CI SIA STATO, E CI SIA ANCORA, UN NUOVO VIRUS IN CIRCOLAZIONE E NON STIAMO CERTO DICENDO CHE CHI SI AMMALA SAREBBE UN MALATO IMMAGINARIO. TUTT’ALTRO!
Ricordiamoci infatti che stiamo partendo dall’assunzione che abbia ragione l’OMS e che ci siano MOLTI, MA MOLTI più contagiati nel mondo, e quindi anche in Italia, di quelli che siamo riusciti a tamponare. Estrapolando le stime dell’OMS, nel nostro paese dovrebbero esserci milioni di contagiati, molti di più dei circa 680.000 casi registrati fino ad oggi, di cui peraltro – come sottolinea anche Palù – la stragrande maggioranza (si parla del 95%) è costituita da asintomatici. Del resto anche l’ISTAT, ad agosto, aveva confermato che ci sono almeno un milione e mezzo di italiani con gli anticorpi del Covid-19. E questo dato sarebbe in linea con i numeri dell’influenza stagionale, che ogni anno – nonostante la possibilità di proteggersi col vaccino – fa registrare dai 6 agli 8 milioni di casi (e comunque miete anch’essa migliaia di vittime, dirette o indirette).
Se dunque il numero di casi e le letalità sono confrontabili, a nostro parere la differenza fondamentale tre le due epidemie, in termini di pressione sulle strutture sanitarie, sta nel fatto che le informazioni sull’influenza stagionale non sono affatto amplificate dai media e la popolazione non viene terrorizzata e spinta a recarsi nelle strutture sanitarie all’apparire di sintomi anche minimi. Tra gennaio e febbraio 2020 (quando i sintomi influenzali, evidentemente anche da Covid, già si manifestavano ma si pensava di avere a che fare con una “semplice” influenza stagionale) i cittadini che pressavano i pronto soccorso venivano infatti invitati a restare a casa. Da marzo in poi, invece, una volta scoppiato ufficialmente l’allarme Covid in Lombardia, i contagiati da coronavirus – non solo quelli davvero a rischio (principalmente anziani con patologie pregresse), ma anche quelli che manifestavano sintomi minimi, probabilmente anche in preda a forme isteriche di terrore sempre più alimentate dai continui bollettini di guerra mediatici – hanno cominciato ad affollare senza alcun freno le strutture ospedaliere della regione, rischiando di farne provocare il collasso e spingendo il governo nazionale (contro il parere della commissione tecnica, che aveva consigliato di chiudere solo alcune regioni del nord) ad imporre un lockdown nazionale a scopo preventivo.
Oggi stiamo ritornando a parlare di lockdown sotto la minaccia di un nuovo rischio di collasso degli ospedali. Ma c’è il sospetto che potrebbe trattarsi della manifestazione del medesimo effetto osservato in primavera, reso ancor più cronico da mesi di pressioni mediatiche e dal numero sempre maggiore di tamponi che pescano in un mare di contagiati molto più vasto di quello che – nonostante le rivelazioni dell’ISTAT e dell’OMS – ci viene ancora ufficialmente raccontato. Come scrive Marco Travaglio nel suo editoriale sul “Fatto Quotidiano” del 1 novembre, ciò che può mandare in tilt gli ospedali non sono le richieste di terapia intensiva, che adesso sono molto più distribuite sul territorio rispetto alla prima ondata, ma i ricoveri ordinari. Sempre più persone si recano nelle strutture ospedaliere con sintomi lievi, o addirittura senza sintomi ma solo per farsi il tampone con l’incubo di essere state contagiate. E, paradossalmente, se vengono trovate positive, gli ospedali hanno interesse a tenersele strette perché, come spiega l’ex direttore della Protezione Civile Guido Bertolaso, ricevono 2000 euro al giorno per ogni paziente Covid.

Insomma, mentre l’economia cola a picco e migliaia di piccole imprese e attività commerciali, soprattutto in settori critici come quelli della ristorazione, del turismo o della cultura, rischiano di essere definitivamente spazzati via dalla minaccia di nuovi lockdown, sembra che il sospetto di un’epidemia quantistica 2.0 si stia rivelando più concreto che mai.
Ma allora, quale potrebbe essere la soluzione?
Tenendo conto che, al di là dei continui e velleitari proclami, il tanto atteso vaccino non arriverà prima di parecchi mesi, non ci sono molte alternative praticabili se non vogliamo ritrovarci tra le macerie economiche e sociali di un paese in rovina. Anzi, a mio parere, esiste un’unica ricetta, composta da svariati ingredienti: (1) smettere di enfatizzare le notizie sul Covid con continui bollettini di guerra per limitare i fenomeni di isteria collettiva; (2) evitare, in particolare, di ripetere allo sfinimento i numeri dei casi totali che emergono giornalmente, che dipendono fortemente dal numero di tamponi e dalle modalità con cui vengono effettuati, e che comunque – come si è visto – sottostimeranno sempre di molto i casi reali; (3) tutelare con forme di prevenzione mirate le categorie più a rischio, che al 95% sono costituite da anziani con patologie pregresse; (4) invitare chi non ha sintomi a non recarsi negli ospedali alla ricerca isterica di un tampone e cercare, in prima istanza, di curare tempestivamente a casa, magari con l’aiuto dei medici di famiglia, chi invece presenta sintomi evidenti; (5) infine, lasciare liberi tutti gli under 70 (età da valutare) di lavorare e andare in giro come credono, con o senza precauzioni, puntando ad una diffusione sempre maggiore dell’immunità, soprattutto tra i più giovani (che prima sono stati incredibilmente criminalizzati per la loro “movida”, mentre adesso vengono quasi indotti a sentirsi in colpa per il loro diritto ad avere una didattica in presenza).
Di qualcosa del genere sembra essersi finalmente convinta persino Ilaria Capua, una virologa “mainstream” tra le più ascoltate degli ultimi mesi. Forse sarà per questo che non la troviamo più nei talk show di prima serata…

Palù: «Basta con l’isteria» 

[Questa intervista a Giorgio Palù, uno dei virologi più conosciuti al mondo e più apprezzati, ci sembra che costituisca un necessario invito alla razionalità, perdere la quale è una delle più ricorrenti e gravi malattie del corpo sociale]

Coronavirus, il virologo Palù: «Il 95% dei positivi è asintomatico. Chiudere tutto? No, basta con l’isteria» 
Il professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova: «Il numero che conta veramente è quello dei ricoverati in terapia intensiva»
di Adriana Bazzi
(Corriere della Sera, 24.10.2020)

«Confusione»: se si dovesse riassumere, in una parola, la situazione Covid-19 in Italia oggi, questa sarebbe la più indicata, almeno nella testa della gente. Come uscirne? Intanto partiamo dalle impressionanti cifre dei bollettini giornalieri: ieri si parlava di 19.143 «contagi» o, in alternativa, di «casi» oppure di «positivi», tutti intercettati con i famosi tamponi. In crescita esponenziale. Ma che cosa questi termini nascondono in realtà? Lo chiediamo al professor Giorgio Palù, un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia.

Professor Palù, la gente è sconfortata e non sa più a chi credere. Come rispondere?
«C’è tanto allarmismo. È indubbio che siamo di fronte a una seconda ondata della pandemia, ma la circolazione del virus non si è mai arrestata, anche se, a luglio, i casi sembravano azzerati, complice la bella stagione, l’aria aperta, i raggi ultravioletti che uccidono il virus. Poi c’è stato il ritorno dalle vacanze, la riapertura di tante attività e, soprattutto, il rientro a scuola».

Risultato: i numeri dei «casi» sono in aumento. Come interpretarli correttamente?
«Ecco, parliamo di “casi”, intendendo le persone positive al tampone. Fra questi, il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo. Punto secondo: è certo che queste persone sono state “contagiate”, cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano “contagiose”; cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi».

Altri motivi per cui certe persone «positive» non sono «contagiose»?
«Perché potrebbero avere una carica virale bassa, perché potrebbero essere portatrici di un ceppo di virus meno virulento oppure perché presentano solo frammenti genetici del virus, rilevabili con il test, ma incapaci di infettare altre persone».

Allora, riassumendo: so che certe persone sono positive al tampone, so che sono asintomatiche, quindi non malate, so, però, che in una certa percentuale di casi (non è possibile stabilire quanto grande) possono contagiare altri. E, quindi, come comportarsi, visto che a Milano, per esempio, si è dichiarato il fallimento della possibilità di tracciare i contatti?
«Ci si dovrebbe attivare nel caso si individuino dei “cluster” (traduzione: raggruppamenti, ndr): quando, cioè, il positivo è venuto a stretto contatto con altre persone in un ambiente di lavoro, a scuola o in famiglia. Allora si dovrebbero fare i tamponi a tutti».

Quindi, conoscere i dati giornalieri, come da bollettini, sui contagi/casi/positivi non è, in definitiva, utile? 
«Quello che veramente conta è sapere quante persone arrivano in terapia intensiva: è questo numero che dà la reale dimensione della gravità della situazione. In ogni caso questo virus ha una letalità relativamente bassa, può uccidere, ma non è la peste».

A che cosa attribuisce l’attuale impennata di casi?
«Certamente alla riapertura delle scuole. Il problema non è la scuola in sé, ma sono i trasporti pubblici su cui otto milioni di studenti hanno cominciato a circolare. Tenere aperte le scuole è, però, indispensabile».

Lei è contrario o favorevole a nuovi lockdown?
«Sono contrario come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani, che sono il nostro futuro, e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure. Tutto questo a fronte di una malattia, la Covid-19, che, tutto sommato ha una bassa letalità. Cioè non è così mortale. Dobbiamo porre un freno a questa isteria».

Il volto, la morte, i giovani

di Alberto Giovanni Biuso
(23.10.2020)

«Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa. Questo mutamento è possibile solo grazie all’apertura di una nuova dimensione. […] L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il mio potere di potere. Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla così e così mi incita a una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, fosse’anche godimento o conoscenza. E però questa nuova dimensione si apre nell’apparenza sensibile del volto».
(Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito [Totalité et infini, 1971], trad. di A. Dell’Asta, Jaca Book, Milano 1980, p. 203).

Così Lévinas, così la filosofia consapevole che l’interazione umana accade in un corpomente la cui espressione più immediata e più potente è il volto. Che non è una faccia come semplice somma di mento, labbra, naso, zigomi, occhi, fronte, ma è appunto volto come unità olistica permeata di apertura, curiosità, attenzione.
Che cosa rimane del volto umano quando – secondo quanto dichiarato da un ministro della Repubblica italiana – la maschera/museruola «deve diventare un’abitudine, come il casco»? Che cosa hanno da dire i lévinasiani, che cosa hanno da dire i filosofi su questo totale impoverimento del volto umano e dunque dell’umana vita?

«La morte è un supplizio nella misura in cui non è semplicemente privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze».
(Michel Foucault, Sorvegliare e punire [Surveiller et punir: Naissance de la prison, 1975] trad. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, p. 37).

E quale sofferenza più ferocemente inflitta a degli innocenti del lasciarli morire da soli, nella disperazione della fine, nella distanza dai propri affetti e figli, nel gelo di istituzioni geriatriche sbarrate a chiunque non sia tra i controllori della vita che muore mentre muore piangendo e soffocando senza che nessuno stringa la mano del morente?  E tutto questo, con feroce ironia, per «difendere i nostri anziani».
Secondo Platone la filosofia è anche un prepararsi a morire; per Heidegger l’esistenza è Sein-zum-Tode, un essere per la morte; una delle branche della filosofia si chiama tanatologia. Anche per questo è un indegno e barbarico orrore impedire ai familiari di assistere i propri anziani che stanno morendo. Nessuna civiltà era arrivata a tanto, neppure il Terzo Reich. Ci è arrivata l’Italia del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, di un Ministro della Salute espresso da ‘Liberi e Uguali’, del devoto di Padre Pio Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E dei loro consiglieri tecnico-scientifici, il principale dei quali non è neppure un virologo ma uno zanzarologo.
Che cosa hanno da dire su tutto questo i foucaultiani, i filosofi, gli intellettuali critici, i sessantottini, i progressisti? Tutti riconvertiti al terrore e al servaggio? Tutti transitati da Lévinas e Foucault all’anima nera del romanzo di Manzoni? Così infatti risponde Don Abbondio al Cardinale Federigo: «Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire» (I Promessi Sposi [1840], a cura di G. Getto, Sansoni, Firenze 1985, cap. XXV, p. 606).

I vecchi vengono dunque abbandonati alla propria solitudine, circondati – non sempre – da ‘operatori sanitari’ ma lontani dai loro affetti e quindi dalla vita.
I giovani vengono criminalizzati mediante una delle tante parole/luoghi comuni che servono a parlare senza  pensare: movida. Vengono quindi prima invitati e poi costretti a non uscire di casa, a tornare a ore debite alla proprie dimore, a non stare insieme. E vengono indicati e sospettati come gli «egoisti untori» dell’epidemia.
Nel trattamento rivolto ai vecchi e ai giovani serpeggia dunque (per chi voglia vederla) una concezione sacrificale dell’esistenza, un memento mori non certo declinato come consapevolezza della nostra finitudine ma come sentimento di terrore e di colpa. Una concezione sacrificale che mostra – in un modo che per la storia della cultura è di grande interesse ma che nel tessuto quotidiano diventa solo angoscia – la permanenza delle più medioevali concezioni della fede cristiana: l’esistenza come peccato, la vita quotidiana come espiazione, le malattie come castigo, la rinuncia come soluzione. E tutto questo imposto non più da preti e teologi ma da politici e biologi.
A che cosa si è ridotta la vita, della quale tutti si ergono a difensori? L’elemento ascetico gorgoglia sempre nelle società umane ed è stato capace di riapparire con tutta la sua forza anche in una società apparentemente disincantata e produttivistica. Questo è il confine della biopolitica, oggi.

 

“Great Barrington Declaration”, uno sguardo scientifico sull’epidemia

Il 4 ottobre 2020 su iniziativa di Martin Kulldorff, professore di medicina all’Università di Harvard, biostatistico ed epidemiologo; Sunetra Gupta, professore all’Università di Oxford, epidemiologo con esperienza in immunologia; Jay Bhattacharya, professore alla Stanford University Medical School, medico, epidemiologo, economista sanitario ed esperto di politica sanitaria pubblica, numerosi “Medical and Public Health Scientists and Medical Practitioners” delle più importanti Università e Centri di ricerca del mondo hanno diffuso la Great Barrington Declaration, nella quale evidenziano in modo argomentato, pacato ma deciso i controsensi e i rischi delle attuali politiche sanitarie e indicano delle strategie molto meno pericolose e più efficaci.
Il testo in inglese si può leggere qui: Great Barrington Declaration.
Riportiamo per intero la traduzione italiana che può essere sottoscritta anche da non medici, da semplici Concerned Citizen.

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In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai Governi in materia di COVID-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo “Protezione Focalizzata” (Focused Protection).

Provenendo da diverse parti del mondo e sia da destra che da sinistra del panorama politico, come epidemiologi abbiamo dedicato la nostra carriera alla protezione delle persone. Le attuali politiche di blocco stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo. I risultati (solo per citarne alcuni) includono tassi di vaccinazione infantile più bassi, peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale – con la conseguenza che questo porterà negli anni a venire a un aumento della mortalità, con la classe operaia e i membri più giovani della società che ne soffriranno il peso maggiore.

Tenere gli studenti fuori dalle scuole è una grave ingiustizia.
Mantenere queste misure fino a quando non sarà disponibile un vaccino, causerà danni irreparabili con conseguenze sproporzionate per i meno fortunati.

Con il passare del tempo, la nostra comprensione del virus sta crescendo. Sappiamo che l’incidenza della mortalità da COVID-19 è più di mille volte superiore negli anziani e nei malati rispetto ai giovani. Infatti, per i bambini, COVID-19 è meno pericoloso di molte altre patologie, tra cui l’influenza.
Con l’aumento dell’immunità nella popolazione, il rischio di infezione per tutti, compresi i più vulnerabili, diminuisce. Sappiamo che tutte le popolazioni alla fine raggiungeranno l’immunità di gregge – cioè il punto in cui il tasso di nuove infezioni diventerà stabile – e che questa immunità può essere aiutata (ma non dipende) da un vaccino. Il nostro obiettivo dovrebbe quindi essere quello di ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l’immunità di gregge.

L’approccio più umano, che bilancia i rischi e i benefici nel raggiungimento dell’immunità di gregge, è quello di permettere a coloro che sono a minimo rischio di morte di vivere normalmente la loro vita per costruire l’immunità al virus attraverso l’infezione naturale, proteggendo al meglio coloro che sono a più alto rischio. Noi chiamiamo questa strategia “Protezione Focalizzata”.

L’adozione di misure per proteggere le persone vulnerabili dovrebbe essere l’obiettivo centrale delle risposte di salute pubblica a COVID-19. A titolo di esempio, le case di cura dovrebbero utilizzare personale con immunità acquisita ed eseguire frequenti test PCR su il resto del personale e su tutti i visitatori. La rotazione del personale dovrebbe essere ridotta al minimo. I pensionati che vivono in casa dovrebbero farsi consegnare a domicilio generi alimentari e altri beni di prima necessità. Quando possibile, dovrebbero incontrare i familiari all’esterno piuttosto che all’interno. Un elenco completo e dettagliato di misure, compresi gli approcci alle famiglie multigenerazionali, può essere implementato ed è alla portata e delle capacità di tutti i professionisti della sanità pubblica.

A coloro che non sono vulnerabili dovrebbe essere immediatamente consentito di riprendere la vita come normale. Semplici misure igieniche, come il lavaggio delle mani e la permanenza a casa quando si è malati, dovrebbero essere praticate da tutti per abbassare la soglia di immunità di gregge. Le scuole e le università dovrebbero essere aperte all’insegnamento in presenza.
Le attività extrascolastiche, come lo sport, dovrebbero essere riprese. I giovani adulti a basso rischio dovrebbero lavorare normalmente, piuttosto che da casa. Dovrebbero essere aperti i ristoranti e le altre attività commerciali. Arte, musica, sport e tutte attività culturali dovrebbero riprendere normalmente.

Le persone più a rischio possono partecipare se lo desiderano, mentre la società nel suo insieme gode della protezione conferita ai più vulnerabili da coloro che hanno costruito l’immunità di gregge.

 

Oltre lo Stato etico: lo Stato psicagogico

di Alberto Giovanni Biuso
(8.10.2020)

Emblematico quanto è apparso sul manifesto del 7.10.2020 come sintesi delle dichiarazioni del ministro della Salute:
«Il nuovo Dpcm. Non tutti gli esperti sono convinti dell’efficacia delle mascherine all’aperto, ma il provvedimento ha anche uno scopo psicologico: comunicare “l’innalzamento della soglia di attenzione”».
Speranza: «Mesi non facili». Per ora misure light

L’esercito nelle strade e la museruola che impedisce il respiro vengono definiti “light”.
Dallo Stato etico allo Stato psicologico/psichiatrico, lo Stato ultrapaternalista, lo Stato psicagogico.
Verso dove stiamo precipitando?