«Qualcosa di più forte che lo schifo»

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni
(6.11.2020)

Società e politica funzionano come un piano inclinato: una volta che la pallina comincia a rotolare acquista velocità e diventa difficile fermarla. È questo uno dei più noti ‘segreti’ dell’autorità: quando la potestas fa leva sul terrore arriva un momento nel quale non è più necessario che essa dia ordini precisi. I corpi intermedi provvederanno a parlare al posto suo e a decidere secondo quanto l’autorità di governo avrebbe stabilito e che certamente desidera.
È ciò che sta accadendo in molti corpi intermedi della società civile. Non è più necessario che siano presidenti e ministri a pronunciarsi. Lo stiamo vedendo, perché direttamente ci tocca, con la scuola e con l’università. I ministeri dell’istruzione e della ricerca lasciano alle scuole e agli atenei alcune delle decisioni ultime e concrete. I rettori delle università siciliane si riuniscono e non decidono. Devono essere le singole università a farlo. E allora accade che l’Ateneo di Catania prenda decisioni su basi non scientifiche, mediatiche ed emotive e stabilisca –prima dell’ultimo decreto del presidente del consiglio– un’estensione sempre più marcata delle lezioni telematiche, in particolare ordinando di «mantenere in modalità mista tutti gli insegnamenti dei primi anni delle lauree triennali e magistrali a ciclo unico, salvo i casi in cui, per specifiche esigenze di tutela della salute, sia richiesta e ottenuta autorizzazione del rettore per l’erogazione in modalità a distanza»; il che vuol dire che un quinto circa degli studenti potrà seguire delle lezioni reali, tutti gli altri rimarranno per delle ore davanti a un monitor a distrarsi in tutti i modi possibili.

Il risultato è che la relazione educativa, sulla quale soltanto può crescere il sapere, si dissolve nella relazione puramente nozionistica nella quale consiste la cosiddetta didattica a distanza. Altri danni alla relazione educativa -e semplicemente umana– arrivano su indicazione? stimolo? suggerimento? ordine? dell’ennesimo e micidiale decreto del presidente del consiglio dei ministri. Si stabilisce dunque che «3 Gli esami, scritti e orali, si svolgono in modalità a distanza. 4) Le lauree, come già predisposto da tutti i Direttori di Dipartimento, si svolgono esclusivamente a distanza. 7) È sospeso l’accesso degli studenti alle aule studio e alle biblioteche. 8) Il ricevimento degli studenti in presenza è sospeso ad eccezione di tesisti e dottorandi che potranno, qualora ritenuto necessario dal relatore/tutor, essere ricevuti in presenza nel rispetto delle misure di sicurezza previste». Per i Dipartimenti di scienze umane le biblioteche sono vitali, come i laboratori per altri ambiti. Come, dove, che cosa studieranno i nostri allievi?
Tali decisioni non vengono prese dall’Ateneo per il periodo previsto dal DPCM del 3.11.2020 bensì «a decorrere dal 06 novembre p.v. e per il restante scorcio del primo semestre dell’anno accademico 2020-2021, salvo modifiche o provvedimenti più restrittivi da parte delle autorità».
Tutto questo, si dice, sulla base di dati numerici oggettivi. Quali? Quelli che danzano ogni giorno cambiando natura e direzione? Quelli che gli stessi organismi tecnici e amministrativi smentiscono reciprocamente in relazione ai loro componenti sanitari e politici? In ogni caso, e a proposito del ritorno in grande stile dentro il governo e dentro l’informazione di numeri gridati a caratteri cubitali –numero dei positivi equiparato in modo antiscientifico a numero dei malati; numero dei ricoverati, numero dei morti, compresi i deceduti per altre patologie conteggiati come ‘morti da covid’ –, ricordiamo quanto scrisse Gregg Easterbrook: «Torture numbers, and they will confess to anything» («Our Warming World», in New Republic, 11.11.1999, vol. 221, p. 42).
Sugli effetti educativi, psicologici, somatici di tutto questo, più di tante parole vale quanto scrive una studentessa, la cui lettera è stata pubblicata sul Corriere fiorentino del 27.10.2020:

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«Uno stato incapace mi sta privando della mia età più bella» 

Caro direttore, mi chiamo Camilla, ho 17 anni e frequento (frequentavo?) il quarto anno del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Sin da marzo, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, io e i miei amici ci siamo sforzati di cercare modi per restare in contatto e divertirci nonostante la situazione critica, sempre nel rispetto delle regole, prima in videochiamata e successivamente dandoci appuntamento in luoghi aperti, dove fosse possibile rispettare la distanza e indossando sempre l’indumento dell’anno, la mascherina.
Noi ragazzi abbiamo passato l’estate girovagando per il centro, non frequentando le discoteche come eravamo soliti fare, siamo tornati a scuola con regole rigide, senza l’indispensabile compagno di banco, una figura a mio avviso fondamentale, con la mascherina e senza ricreazione; non ci siamo lamentati in alcun modo, nonostante le istituzioni pensassero a tutto tranne che a noi.
Siamo stati accusati della diffusione del contagio, in quanto promotori della movida, in quanto frequentatori della scuola, in quanto causa dell’affollamento sugli autobus. Ci siamo accontentati di orari scolastici ridotti, rinunciando al diritto di ricevere l’educazione garantita prima dell’avvento del Covid.
Ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, come mi sento dire da marzo come un ritornello. Ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
Domenica 11 ottobre ho avuto contatto con un caso positivo di Covid. Non appena saputo mi sono autonomamente sottoposta ad un periodo di quarantena e, poiché l’Asl non ha provveduto a procurarmi alcun certificato, la scuola non ha potuto attivare per me la didattica a distanza. Mercoledì 21 ho effettuato il tampone, mi è stato garantito che in massimo 48 ore sarebbe stato disponibile il referto. 24 ore passano, ne passano 48, ne passano 72, passano 5 giorni… niente. Io intanto, in attesa di un tampone che non si sa se sia andato perso o se verrà mai processato, sono reclusa in casa, non posso tornare a vivere la mia vita, in realtà non posso uscire nemmeno per portare la spazzatura ai cassonetti: sono giunta alla conclusione che la società non sta facendo assolutamente niente per il mio bene, che non mi rispetta né come studente né come persona.
Inoltre scopro che non è affatto sicuro (anzi, alquanto improbabile) che io possa tornare a frequentare l’edificio scolastico, in quanto è necessario attivare la didattica a distanza per arginare il contagio, poiché la Regione non è riuscita a trovarmi posto su un autobus: a causa di un problema facilmente risolvibile sono costretta a passare la mie giornate davanti a un computer, privata di tutto ciò che di bello la scuola offre, dell’unica occasione di socializzare (perché non mi è più permesso muovermi se non per “spostamenti necessari”), di imparare, di costruirmi il futuro, di divertirmi, di ridere e di scherzare. Mi limiterò ad alzarmi stanca la mattina, ad avviare uno schermo, a seguire a fatica le lezioni a cui prenderò parte con un maglione spiegazzato e i pantaloni del pigiama, ad accendere la televisione e a trascorrere i pomeriggi imbambolata di fronte ad essa; la perifrasi che meglio descriverà la mia vita sarà “monotona noia”, il momento più entusiasmante della giornata sarà quello in cui aiuterò mia madre a cucinare. Non dovrebbe essere questa la prospettiva di vita di una ragazzina di 17 anni. Mi private del momento più bello della vita, l’adolescenza.
Lo Stato mi ha delusa, in 8 mesi di pandemia non è riuscito ad organizzarsi e a rimetterci sono io, siamo noi, tutti gli italiani che, impotenti davanti alla situazione, si limitano ad adempiere a testa bassa ai doveri loro imposti dalle “norme antiCovid”. Più passo il tempo in questo Paese in balia della sorte e più sono convinta di volermene andare.
Avete sulla coscienza me e il mio futuro.
Aspetto da 5 giorni il risultato del tampone Da marzo ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il “bene della comunità”, ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
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Gli Organi d’Ateneo di Catania e di molte altre Università hanno anch’essi «sulla coscienza» gli studenti «e il loro futuro». Un futuro diventato cupo, impaurito, terrorizzato. Di questo siamo responsabili noi docenti, tutti, perché quello che sta accadendo si chiama con una parola ben nota nelle relazioni sociali e anche educative: tradimento.
Si può ben dire che «c’è in tutta questa storia qualcosa di più forte che lo schifo» (Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, in «Tutte le opere», G. Barbèra Editore, Firenze 1923, cap. IV, p. 797). C’è in tutta questa storia un misto di cinismo, isteria collettiva, potere dei media, interessi economici (un solo dato, tra i possibili: dalla piattaforma MSTeams la Corporation Microsoft va aumentando esponenzialmente i propri ricavi [(Slack contro Microsoft, il Post, 23.7.2020; cfr. inoltre Nel lockdown cresce anche Teams di Microsoft]) e tanta tanta viltà; tutto convergente verso la sottomissione al piano inclinato di un’autorità irrazionale.
Come docenti, intellettuali e cittadini crediamo sia un nostro dovere, assai più che un nostro diritto, descrivere gli eventi in ciò che appaiono e sono, anche -appunto- nel loro manzoniano schifo.

A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani

di Wu Ming
(ottobre 2020)

[Proponiamo due interventi tanto rigorosi quanto amari sulla catastrofe per la sinistra che la vicenda del Sars-Covid rappresenta. Il primo lo si legge qui: A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani ed è firmato Wu Ming. Il secondo è un commento di Wu Ming 1 allo stesso testo]

La cosa che più mi ha sorpreso e addolorato, in questo 2020, è la rapidità con cui, tra intellettuali e attivisti “di movimento”, si è ritirata ed è scomparsa – come in una vastissima bassa area – ogni riflessione su quale vita valga la pena vivere.
All’improvviso è rimasto solo un nocciolo di materialismo volgare, di riduzionismo economico che è anche riduzionismo biologico: per non crepare era non solo accettabile ma addirittura *bello* vivere come talpe, purché ci dessero i soldi.
Decenni di pensiero critico, di esperienze, di analisi, di momenti condivisi, sono stati gettati come zavorra.
Devo dire che non mi sarei mai aspettato di vedere la maggior parte del “movimento” ripiegarsi su questo, farne SOLO ed ESCLUSIVAMENTE una questione di richieste economiche. Che, intendiamoci, sono indispensabili. Ma non esauriscono tutto il discorso.
Davvero si pensa che la maggior parte delle persone accetterebbe di vivere «come piante grasse» (cit. AlexJC) a tempo indeterminato, a condizione di ricevere un bonifico? Che conoscenza dell’essere umano, che gusto per la vita e per la lotta, che idea di società – e di possibile società futura – ha in testa, chi pensa una cosa del genere?
Eppure è andata così, sono scomparse tutte le riflessioni sul fatto che vita non è solo sopravvivenza, e che la salute è un insieme complesso e una condizione sociale, non solo non prendersi un virus.
Si parlato quasi solo di reddito, senza riflettere sugli enormi prezzi esistenziali, psichici, culturali che l’apologia schizogena della reclusione domestica – perché questo è stato #iorestoacasa – ci avrebbe lasciato in eredità. No, si è implicitamente postulato un impossibile “rischio zero”, in nome del quale ripiegarsi in un privato privato di corpi.
Per mesi e mesi non si è detto pressoché nulla contro le strategie di deresponsabilizzazione che la classe al potere (non solo quella di governo, tutta: padronato, media, burocrazia ecc.) adottava. Anzi, chi denunciava la caccia al capro espiatorio veniva irriso, e so di compagne e compagni che a quella caccia hanno partecipato con zelo.
A chi criticava il governo è stato scagliato contro un appello incredibile, interdittivo, codino, con firme “di movimento” che non mi sarei mai aspettato.
A chi faceva notare che non si poteva sacrificare tutto il resto (il legame sociale, il vivere stesso!) in nome del “rischio zero” veniva dato del nazista, del darwinista sociale.
E si è fatta l’apologia delle piattaforme e delle app che consentivano di “sostituire” la vita “in presenza”.
Il massimo di risposta che si otteneva quando si sollevavano questi temi era: «non è il momento, ne parliamo dopo».
E intanto le peggiori tendenze avanzavano inesorabili.
Chiarisco un possibile equivoco: non mi sono mai atteso che la “sinistra radicale”, il “movimento” o altri clichés che usiamo per indicare questo sfilacciato network nel quale ci siamo formati potesse fare qualche differenza significativa. L’area aveva già i suoi bei problemi, a livello nazionale era già irrilevante, e quel che sta accadendo è più grande di noi tutte e tutti.
Mi sarei però atteso meno voglia di capitolare, meno acquiescenza, meno conformismo, meno collateralismo col governo, meno bava alla bocca contro i “reprobi” ecc.
Le piazze di questi giorni e queste notti, per quanto interclassiste, contraddittorie, confuse, strumentalizzate, non hanno posto solo il problema del reddito, che pure è fondamentale. Abituati al nostro gergo da “rifiuto del lavoro”, rischiamo di non capire che quando da quelle piazze è salito il grido «vogliamo lavorare!», significava «vogliamo vivere!», vogliamo avere una vita attiva, incontrare le persone. Idem quando si è alzato il grido «libertà!»: non è la “libertà” liberista, è l’autodeterminazione, è la libertà che sogna chi è stato esautorato da ogni scelta.
Anche in questa società divenuta sempre più tanatofobica, il vero incubo, soprattutto per gli spossessati, gli oppressi, i marginalizzati, non è morire ma smettere di vivere.
Di fronte a tutto quel che sta accadendo, ripensare oggi a quel che gran parte della “sinistra radicale” non ha visto arrivare può persino sembrare futile. Ma pensiamo alle rivolte in corso, e a quanta fatica si faccia a trovarne una decifrazione sensata (con poche lodevoli eccezioni) dove un tempo saremmo andati a cercarla. Pensiamo alla difficoltà di trovare un’interpretazione davvero ascoltante di quelle piazze e di quei riot. Pensando a ciò, forse il senso di questo sguardo retrospettivo si capisce, al di là del manifestare un dolore, e uno stupore che dura da mesi.

Covid-19: epidemia quantistica 2.0?

di Alessandro Pluchino
(4.11.2020)

Ad aprile, all’apice della “prima ondata” di Covid-19 in Italia, avevo coniato l’espressione “epidemia quantistica” per riferirmi al seguente, strano, fenomeno. Nei mesi di gennaio e febbraio 2020, quando ancora il virus cinese sembrava lontano ma invece – ormai lo sappiamo – c’erano già migliaia di contagiati in giro per la Lombardia (e dunque – visto che non c’erano restrizioni di mobilità – probabilmente anche nel resto del paese), non si è avuta notizia di alcun assalto ai pronto soccorso e le terapie intensive non registravano alcuna emergenza. Poi, improvvisamente, da quando è scoppiato il caso del (presunto) paziente 1 di Codogno e si sono cominciati a fare migliaia di tamponi, tutto è improvvisamente cambiato. Dunque, come in fisica quantistica, sembrava che l’osservazione avesse plasmato la realtà e che l’epidemia avesse cominciato a mostrare i suoi effetti solo quando noi avevamo cominciato a misurarli.
Oggi, a sei mesi di distanza e all’inizio della famigerata “seconda ondata”, abbiamo molti dati ed elementi di riflessione in più, ma lo spettro dell’epidemia quantistica sembra non essere stato affatto scacciato. Anzi.

Ad inizio ottobre l’OMS ha reso pubblico il risultato di uno studio secondo il quale il 10% della popolazione mondiale, ossia ben 750 milioni di persone, potrebbe essere stato contagiato dal Covid-19. Dunque 20 volte di più dei 35 milioni di casi complessivi ufficialmente accertati a livello planetario. Se questi numeri fossero veri – e non abbiamo motivo di dubitare delle stime dell’OMS – la letalità del Covid-19 (cioè il rapporto tra il numero di decessi e il numero dei contagiati), e quindi la sua pericolosità MEDIA, diventerebbe confrontabile con quella dell’influenza stagionale, ossia dell’ordine dello 0,1% – ovvero dell’uno per mille. Ammettiamo per un attimo che sia davvero così. Perché allora in primavera sembrava che le strutture sanitarie stessero avviandosi al collasso e adesso sembra riproporsi lo stesso scenario, laddove questo non accade ogni anno con l’influenza stagionale?
La spiegazione potrebbe risiedere proprio nel martellamento mediatico che, a partire dalla fine di febbraio, ci propone giornalmente dei veri e propri bollettini di guerra, amplificando qualunque informazione riguardi il Covid-19 e minimizzando tutto il resto. Non sarebbe la prima volta che pressioni di questo tipo, anche molto meno invasive, avrebbero provocato reazioni note agli psicologi e ai sociologi come fenomeni di “isteria collettiva” o “isteria di massa”: “l’isteria di massa è un fenomeno psicosociologico che riguarda il manifestarsi degli stessi sintomi isterici in più di una persona. Un semplice esempio di isteria di massa è quello di un gruppo di persone convinto di essere affetto dalla stessa malattia o disturbo. La storia umana ha registrato un numero consistente di casi in ogni angolo del pianeta. Il fenomeno dell’isteria collettiva potrebbe sembrare andare in contrasto con una società sempre più istruita, che non crede più a uteri vaganti, a possessioni diaboliche e alla stregoneria. Eppure, episodi del genere continuano a verificarsi, il più recente dei quali è stato registrato nel 2012, quando 1900 bambini di 15 scuole dello Sri Lanka hanno cominciato a manifestare una serie di sintomi tra cui eruzioni cutanee, vertigini, e tosse, che non avevano evidenti cause fisiche. Sebbene i casi di isteria collettiva possono essere facilmente derubricati come ridicoli o semplici comportamenti bizzarri, la ricerca ha dimostrato che esistono una serie di fattori che possono contribuire alla formazione e alla diffusione del fenomeno, comprese ansie sociali, pressioni culturali, paure o eccitazione, o stress estremo. Anche se i contesti sociali, politici e culturali sono cambiati nel corso dei secoli, la psicologia umana è rimasta sostanzialmente la stessa, ed è per questo motivo che, prima o poi, assisteremo a nuovi casi di isteria collettiva.” (U. Gaetani, Gli strani casi di “isteria di massa” registrati nel corso della storia).
Stiamo forse assistendo anche oggi, “mutatis mutandis”, a qualcosa di simile?
In che misura potrebbe aver ragione il virologo Giorgio Palù quando avverte “Basta con l’isteria”?

MEGLIO CHIARIRE SUBITO CHE, OVVIAMENTE, NON STIAMO IN ALCUN MODO NEGANDO (e tantomeno lo fa Palù) CHE CI SIA STATO, E CI SIA ANCORA, UN NUOVO VIRUS IN CIRCOLAZIONE E NON STIAMO CERTO DICENDO CHE CHI SI AMMALA SAREBBE UN MALATO IMMAGINARIO. TUTT’ALTRO!
Ricordiamoci infatti che stiamo partendo dall’assunzione che abbia ragione l’OMS e che ci siano MOLTI, MA MOLTI più contagiati nel mondo, e quindi anche in Italia, di quelli che siamo riusciti a tamponare. Estrapolando le stime dell’OMS, nel nostro paese dovrebbero esserci milioni di contagiati, molti di più dei circa 680.000 casi registrati fino ad oggi, di cui peraltro – come sottolinea anche Palù – la stragrande maggioranza (si parla del 95%) è costituita da asintomatici. Del resto anche l’ISTAT, ad agosto, aveva confermato che ci sono almeno un milione e mezzo di italiani con gli anticorpi del Covid-19. E questo dato sarebbe in linea con i numeri dell’influenza stagionale, che ogni anno – nonostante la possibilità di proteggersi col vaccino – fa registrare dai 6 agli 8 milioni di casi (e comunque miete anch’essa migliaia di vittime, dirette o indirette).
Se dunque il numero di casi e le letalità sono confrontabili, a nostro parere la differenza fondamentale tre le due epidemie, in termini di pressione sulle strutture sanitarie, sta nel fatto che le informazioni sull’influenza stagionale non sono affatto amplificate dai media e la popolazione non viene terrorizzata e spinta a recarsi nelle strutture sanitarie all’apparire di sintomi anche minimi. Tra gennaio e febbraio 2020 (quando i sintomi influenzali, evidentemente anche da Covid, già si manifestavano ma si pensava di avere a che fare con una “semplice” influenza stagionale) i cittadini che pressavano i pronto soccorso venivano infatti invitati a restare a casa. Da marzo in poi, invece, una volta scoppiato ufficialmente l’allarme Covid in Lombardia, i contagiati da coronavirus – non solo quelli davvero a rischio (principalmente anziani con patologie pregresse), ma anche quelli che manifestavano sintomi minimi, probabilmente anche in preda a forme isteriche di terrore sempre più alimentate dai continui bollettini di guerra mediatici – hanno cominciato ad affollare senza alcun freno le strutture ospedaliere della regione, rischiando di farne provocare il collasso e spingendo il governo nazionale (contro il parere della commissione tecnica, che aveva consigliato di chiudere solo alcune regioni del nord) ad imporre un lockdown nazionale a scopo preventivo.
Oggi stiamo ritornando a parlare di lockdown sotto la minaccia di un nuovo rischio di collasso degli ospedali. Ma c’è il sospetto che potrebbe trattarsi della manifestazione del medesimo effetto osservato in primavera, reso ancor più cronico da mesi di pressioni mediatiche e dal numero sempre maggiore di tamponi che pescano in un mare di contagiati molto più vasto di quello che – nonostante le rivelazioni dell’ISTAT e dell’OMS – ci viene ancora ufficialmente raccontato. Come scrive Marco Travaglio nel suo editoriale sul “Fatto Quotidiano” del 1 novembre, ciò che può mandare in tilt gli ospedali non sono le richieste di terapia intensiva, che adesso sono molto più distribuite sul territorio rispetto alla prima ondata, ma i ricoveri ordinari. Sempre più persone si recano nelle strutture ospedaliere con sintomi lievi, o addirittura senza sintomi ma solo per farsi il tampone con l’incubo di essere state contagiate. E, paradossalmente, se vengono trovate positive, gli ospedali hanno interesse a tenersele strette perché, come spiega l’ex direttore della Protezione Civile Guido Bertolaso, ricevono 2000 euro al giorno per ogni paziente Covid.

Insomma, mentre l’economia cola a picco e migliaia di piccole imprese e attività commerciali, soprattutto in settori critici come quelli della ristorazione, del turismo o della cultura, rischiano di essere definitivamente spazzati via dalla minaccia di nuovi lockdown, sembra che il sospetto di un’epidemia quantistica 2.0 si stia rivelando più concreto che mai.
Ma allora, quale potrebbe essere la soluzione?
Tenendo conto che, al di là dei continui e velleitari proclami, il tanto atteso vaccino non arriverà prima di parecchi mesi, non ci sono molte alternative praticabili se non vogliamo ritrovarci tra le macerie economiche e sociali di un paese in rovina. Anzi, a mio parere, esiste un’unica ricetta, composta da svariati ingredienti: (1) smettere di enfatizzare le notizie sul Covid con continui bollettini di guerra per limitare i fenomeni di isteria collettiva; (2) evitare, in particolare, di ripetere allo sfinimento i numeri dei casi totali che emergono giornalmente, che dipendono fortemente dal numero di tamponi e dalle modalità con cui vengono effettuati, e che comunque – come si è visto – sottostimeranno sempre di molto i casi reali; (3) tutelare con forme di prevenzione mirate le categorie più a rischio, che al 95% sono costituite da anziani con patologie pregresse; (4) invitare chi non ha sintomi a non recarsi negli ospedali alla ricerca isterica di un tampone e cercare, in prima istanza, di curare tempestivamente a casa, magari con l’aiuto dei medici di famiglia, chi invece presenta sintomi evidenti; (5) infine, lasciare liberi tutti gli under 70 (età da valutare) di lavorare e andare in giro come credono, con o senza precauzioni, puntando ad una diffusione sempre maggiore dell’immunità, soprattutto tra i più giovani (che prima sono stati incredibilmente criminalizzati per la loro “movida”, mentre adesso vengono quasi indotti a sentirsi in colpa per il loro diritto ad avere una didattica in presenza).
Di qualcosa del genere sembra essersi finalmente convinta persino Ilaria Capua, una virologa “mainstream” tra le più ascoltate degli ultimi mesi. Forse sarà per questo che non la troviamo più nei talk show di prima serata…

Palù: «Basta con l’isteria» 

[Questa intervista a Giorgio Palù, uno dei virologi più conosciuti al mondo e più apprezzati, ci sembra che costituisca un necessario invito alla razionalità, perdere la quale è una delle più ricorrenti e gravi malattie del corpo sociale]

Coronavirus, il virologo Palù: «Il 95% dei positivi è asintomatico. Chiudere tutto? No, basta con l’isteria» 
Il professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova: «Il numero che conta veramente è quello dei ricoverati in terapia intensiva»
di Adriana Bazzi
(Corriere della Sera, 24.10.2020)

«Confusione»: se si dovesse riassumere, in una parola, la situazione Covid-19 in Italia oggi, questa sarebbe la più indicata, almeno nella testa della gente. Come uscirne? Intanto partiamo dalle impressionanti cifre dei bollettini giornalieri: ieri si parlava di 19.143 «contagi» o, in alternativa, di «casi» oppure di «positivi», tutti intercettati con i famosi tamponi. In crescita esponenziale. Ma che cosa questi termini nascondono in realtà? Lo chiediamo al professor Giorgio Palù, un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova e past-president della Società italiana ed europea di Virologia.

Professor Palù, la gente è sconfortata e non sa più a chi credere. Come rispondere?
«C’è tanto allarmismo. È indubbio che siamo di fronte a una seconda ondata della pandemia, ma la circolazione del virus non si è mai arrestata, anche se, a luglio, i casi sembravano azzerati, complice la bella stagione, l’aria aperta, i raggi ultravioletti che uccidono il virus. Poi c’è stato il ritorno dalle vacanze, la riapertura di tante attività e, soprattutto, il rientro a scuola».

Risultato: i numeri dei «casi» sono in aumento. Come interpretarli correttamente?
«Ecco, parliamo di “casi”, intendendo le persone positive al tampone. Fra questi, il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo. Punto secondo: è certo che queste persone sono state “contagiate”, cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano “contagiose”; cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi».

Altri motivi per cui certe persone «positive» non sono «contagiose»?
«Perché potrebbero avere una carica virale bassa, perché potrebbero essere portatrici di un ceppo di virus meno virulento oppure perché presentano solo frammenti genetici del virus, rilevabili con il test, ma incapaci di infettare altre persone».

Allora, riassumendo: so che certe persone sono positive al tampone, so che sono asintomatiche, quindi non malate, so, però, che in una certa percentuale di casi (non è possibile stabilire quanto grande) possono contagiare altri. E, quindi, come comportarsi, visto che a Milano, per esempio, si è dichiarato il fallimento della possibilità di tracciare i contatti?
«Ci si dovrebbe attivare nel caso si individuino dei “cluster” (traduzione: raggruppamenti, ndr): quando, cioè, il positivo è venuto a stretto contatto con altre persone in un ambiente di lavoro, a scuola o in famiglia. Allora si dovrebbero fare i tamponi a tutti».

Quindi, conoscere i dati giornalieri, come da bollettini, sui contagi/casi/positivi non è, in definitiva, utile? 
«Quello che veramente conta è sapere quante persone arrivano in terapia intensiva: è questo numero che dà la reale dimensione della gravità della situazione. In ogni caso questo virus ha una letalità relativamente bassa, può uccidere, ma non è la peste».

A che cosa attribuisce l’attuale impennata di casi?
«Certamente alla riapertura delle scuole. Il problema non è la scuola in sé, ma sono i trasporti pubblici su cui otto milioni di studenti hanno cominciato a circolare. Tenere aperte le scuole è, però, indispensabile».

Lei è contrario o favorevole a nuovi lockdown?
«Sono contrario come cittadino perché sarebbe un suicidio per la nostra economia; come scienziato perché penalizzerebbe l’educazione dei giovani, che sono il nostro futuro, e come medico perché vorrebbe dire che malati, affetti da altre patologie, specialmente tumori, non avrebbero accesso alle cure. Tutto questo a fronte di una malattia, la Covid-19, che, tutto sommato ha una bassa letalità. Cioè non è così mortale. Dobbiamo porre un freno a questa isteria».

Il volto, la morte, i giovani

di Alberto Giovanni Biuso
(23.10.2020)

«Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa. Questo mutamento è possibile solo grazie all’apertura di una nuova dimensione. […] L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il mio potere di potere. Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla così e così mi incita a una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, fosse’anche godimento o conoscenza. E però questa nuova dimensione si apre nell’apparenza sensibile del volto».
(Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito [Totalité et infini, 1971], trad. di A. Dell’Asta, Jaca Book, Milano 1980, p. 203).

Così Lévinas, così la filosofia consapevole che l’interazione umana accade in un corpomente la cui espressione più immediata e più potente è il volto. Che non è una faccia come semplice somma di mento, labbra, naso, zigomi, occhi, fronte, ma è appunto volto come unità olistica permeata di apertura, curiosità, attenzione.
Che cosa rimane del volto umano quando – secondo quanto dichiarato da un ministro della Repubblica italiana – la maschera/museruola «deve diventare un’abitudine, come il casco»? Che cosa hanno da dire i lévinasiani, che cosa hanno da dire i filosofi su questo totale impoverimento del volto umano e dunque dell’umana vita?

«La morte è un supplizio nella misura in cui non è semplicemente privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze».
(Michel Foucault, Sorvegliare e punire [Surveiller et punir: Naissance de la prison, 1975] trad. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, p. 37).

E quale sofferenza più ferocemente inflitta a degli innocenti del lasciarli morire da soli, nella disperazione della fine, nella distanza dai propri affetti e figli, nel gelo di istituzioni geriatriche sbarrate a chiunque non sia tra i controllori della vita che muore mentre muore piangendo e soffocando senza che nessuno stringa la mano del morente?  E tutto questo, con feroce ironia, per «difendere i nostri anziani».
Secondo Platone la filosofia è anche un prepararsi a morire; per Heidegger l’esistenza è Sein-zum-Tode, un essere per la morte; una delle branche della filosofia si chiama tanatologia. Anche per questo è un indegno e barbarico orrore impedire ai familiari di assistere i propri anziani che stanno morendo. Nessuna civiltà era arrivata a tanto, neppure il Terzo Reich. Ci è arrivata l’Italia del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, di un Ministro della Salute espresso da ‘Liberi e Uguali’, del devoto di Padre Pio Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E dei loro consiglieri tecnico-scientifici, il principale dei quali non è neppure un virologo ma uno zanzarologo.
Che cosa hanno da dire su tutto questo i foucaultiani, i filosofi, gli intellettuali critici, i sessantottini, i progressisti? Tutti riconvertiti al terrore e al servaggio? Tutti transitati da Lévinas e Foucault all’anima nera del romanzo di Manzoni? Così infatti risponde Don Abbondio al Cardinale Federigo: «Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire» (I Promessi Sposi [1840], a cura di G. Getto, Sansoni, Firenze 1985, cap. XXV, p. 606).

I vecchi vengono dunque abbandonati alla propria solitudine, circondati – non sempre – da ‘operatori sanitari’ ma lontani dai loro affetti e quindi dalla vita.
I giovani vengono criminalizzati mediante una delle tante parole/luoghi comuni che servono a parlare senza  pensare: movida. Vengono quindi prima invitati e poi costretti a non uscire di casa, a tornare a ore debite alla proprie dimore, a non stare insieme. E vengono indicati e sospettati come gli «egoisti untori» dell’epidemia.
Nel trattamento rivolto ai vecchi e ai giovani serpeggia dunque (per chi voglia vederla) una concezione sacrificale dell’esistenza, un memento mori non certo declinato come consapevolezza della nostra finitudine ma come sentimento di terrore e di colpa. Una concezione sacrificale che mostra – in un modo che per la storia della cultura è di grande interesse ma che nel tessuto quotidiano diventa solo angoscia – la permanenza delle più medioevali concezioni della fede cristiana: l’esistenza come peccato, la vita quotidiana come espiazione, le malattie come castigo, la rinuncia come soluzione. E tutto questo imposto non più da preti e teologi ma da politici e biologi.
A che cosa si è ridotta la vita, della quale tutti si ergono a difensori? L’elemento ascetico gorgoglia sempre nelle società umane ed è stato capace di riapparire con tutta la sua forza anche in una società apparentemente disincantata e produttivistica. Questo è il confine della biopolitica, oggi.

 

“Great Barrington Declaration”, uno sguardo scientifico sull’epidemia

Il 4 ottobre 2020 su iniziativa di Martin Kulldorff, professore di medicina all’Università di Harvard, biostatistico ed epidemiologo; Sunetra Gupta, professore all’Università di Oxford, epidemiologo con esperienza in immunologia; Jay Bhattacharya, professore alla Stanford University Medical School, medico, epidemiologo, economista sanitario ed esperto di politica sanitaria pubblica, numerosi “Medical and Public Health Scientists and Medical Practitioners” delle più importanti Università e Centri di ricerca del mondo hanno diffuso la Great Barrington Declaration, nella quale evidenziano in modo argomentato, pacato ma deciso i controsensi e i rischi delle attuali politiche sanitarie e indicano delle strategie molto meno pericolose e più efficaci.
Il testo in inglese si può leggere qui: Great Barrington Declaration.
Riportiamo per intero la traduzione italiana che può essere sottoscritta anche da non medici, da semplici Concerned Citizen.

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In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai Governi in materia di COVID-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo “Protezione Focalizzata” (Focused Protection).

Provenendo da diverse parti del mondo e sia da destra che da sinistra del panorama politico, come epidemiologi abbiamo dedicato la nostra carriera alla protezione delle persone. Le attuali politiche di blocco stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo. I risultati (solo per citarne alcuni) includono tassi di vaccinazione infantile più bassi, peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale – con la conseguenza che questo porterà negli anni a venire a un aumento della mortalità, con la classe operaia e i membri più giovani della società che ne soffriranno il peso maggiore.

Tenere gli studenti fuori dalle scuole è una grave ingiustizia.
Mantenere queste misure fino a quando non sarà disponibile un vaccino, causerà danni irreparabili con conseguenze sproporzionate per i meno fortunati.

Con il passare del tempo, la nostra comprensione del virus sta crescendo. Sappiamo che l’incidenza della mortalità da COVID-19 è più di mille volte superiore negli anziani e nei malati rispetto ai giovani. Infatti, per i bambini, COVID-19 è meno pericoloso di molte altre patologie, tra cui l’influenza.
Con l’aumento dell’immunità nella popolazione, il rischio di infezione per tutti, compresi i più vulnerabili, diminuisce. Sappiamo che tutte le popolazioni alla fine raggiungeranno l’immunità di gregge – cioè il punto in cui il tasso di nuove infezioni diventerà stabile – e che questa immunità può essere aiutata (ma non dipende) da un vaccino. Il nostro obiettivo dovrebbe quindi essere quello di ridurre al minimo la mortalità e i danni sociali fino a raggiungere l’immunità di gregge.

L’approccio più umano, che bilancia i rischi e i benefici nel raggiungimento dell’immunità di gregge, è quello di permettere a coloro che sono a minimo rischio di morte di vivere normalmente la loro vita per costruire l’immunità al virus attraverso l’infezione naturale, proteggendo al meglio coloro che sono a più alto rischio. Noi chiamiamo questa strategia “Protezione Focalizzata”.

L’adozione di misure per proteggere le persone vulnerabili dovrebbe essere l’obiettivo centrale delle risposte di salute pubblica a COVID-19. A titolo di esempio, le case di cura dovrebbero utilizzare personale con immunità acquisita ed eseguire frequenti test PCR su il resto del personale e su tutti i visitatori. La rotazione del personale dovrebbe essere ridotta al minimo. I pensionati che vivono in casa dovrebbero farsi consegnare a domicilio generi alimentari e altri beni di prima necessità. Quando possibile, dovrebbero incontrare i familiari all’esterno piuttosto che all’interno. Un elenco completo e dettagliato di misure, compresi gli approcci alle famiglie multigenerazionali, può essere implementato ed è alla portata e delle capacità di tutti i professionisti della sanità pubblica.

A coloro che non sono vulnerabili dovrebbe essere immediatamente consentito di riprendere la vita come normale. Semplici misure igieniche, come il lavaggio delle mani e la permanenza a casa quando si è malati, dovrebbero essere praticate da tutti per abbassare la soglia di immunità di gregge. Le scuole e le università dovrebbero essere aperte all’insegnamento in presenza.
Le attività extrascolastiche, come lo sport, dovrebbero essere riprese. I giovani adulti a basso rischio dovrebbero lavorare normalmente, piuttosto che da casa. Dovrebbero essere aperti i ristoranti e le altre attività commerciali. Arte, musica, sport e tutte attività culturali dovrebbero riprendere normalmente.

Le persone più a rischio possono partecipare se lo desiderano, mentre la società nel suo insieme gode della protezione conferita ai più vulnerabili da coloro che hanno costruito l’immunità di gregge.

 

Oltre lo Stato etico: lo Stato psicagogico

di Alberto Giovanni Biuso
(8.10.2020)

Emblematico quanto è apparso sul manifesto del 7.10.2020 come sintesi delle dichiarazioni del ministro della Salute:
«Il nuovo Dpcm. Non tutti gli esperti sono convinti dell’efficacia delle mascherine all’aperto, ma il provvedimento ha anche uno scopo psicologico: comunicare “l’innalzamento della soglia di attenzione”».
Speranza: «Mesi non facili». Per ora misure light

L’esercito nelle strade e la museruola che impedisce il respiro vengono definiti “light”.
Dallo Stato etico allo Stato psicologico/psichiatrico, lo Stato ultrapaternalista, lo Stato psicagogico.
Verso dove stiamo precipitando?

Poteri speciali

COVID-19. Conte insiste con i poteri speciali. Il parere di un medico in prima linea
di Carlo Frigerio
Civica

Questo testo-intervista ci sembra da leggere per due ragioni: 1) stigmatizza la ormai chiara manipolabilità della Costituzione, che significa la fine della sua natura rigida, quella che nonostante tutto ha salvaguardato la democrazia in Italia; 2) evidenzia il fatto basilare, e che i media obbedienti sfruttano ogni giorno, relativo alla confusione tra positività e malattia.


Un paziente Padre costituente, ci protegge e guida, a nostra insaputa… 

Stiamo sereni, lo stato di emergenza sanitaria nazionale che doveva scadere il 31 luglio è prorogato fino al 15 ottobre ( pare del 2020…). Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri il 29 luglio 2020, dopo che il premier Conte era stato alle Camere a spiegare con il suo consueto stile, molto sobrio, l’intenzione di prorogare l’allarme rosso. Conte si è preso la soddisfazione di avere in mano la sua maggioranza composta da Grillini-Piddini-sinistra-Leu, che lo sorregge e incoraggia, al di là di ogni ragionevole evidenza, semplicemente chiudendo gli occhi e le orecchie. Nella foto in evidenza il premier si è poi preso la soddisfazione fuori da Montecitorio, insieme con Fico e Gualtieri di “suonare” un pezzo agli Italiani, da buon batterista insieme con i Rulli Frulli. Alla sera il CdM ha approvato un nuovo decreto legge. Nel dibattito parlamentare lo statista pugliese con la pochette si è lanciato oltre la scia di Monti. L’ha superato in originalità e sfrontatezza. Tanto si può dire di Monti, ma non le ha mai dette così grosse in punta di diritto. Vediamone un paio tratte dal discorso di replica che ha tenuto al Senato. La prima è stratosferica, per cultori della materia “difesa della Costituzione”, monopolio della sinistra, che tace esponendosi all’accusa di ignavia; Dante  tali peccatori “che mai non fur vivi” lì punì severamente. Sentiamo cosa ha detto  il Capo dell’Esecutivo a proposito della Carta:

”…abbiamo dovuto costruire un percorso normativo ad hoc che non era previsto in particolare nel dettato costituzionale. Però non dobbiamo confondere il fatto che non ci sia un percorso ad hoc nella nostra Costituzione col fatto che non si debba intervenire per adottare misure e per perseguire un iter normativo specifico nel segno evidente della tempestività degli interventi e dell’efficacia degli interventi normativi e anche operativi.“

Che bravo… Ci ha pensato lui a integrare e rigirare la Costituzione, come avvocato del popolo lo può fare, abbiamo un nuovo Padre costituente, che ci sorveglia e protegge da noi stessi. La seconda idea è meno forte ma più spettacolare. I senatori grillini, piddini, comunisti e sinistri governativi sono impazziti dalla gioia a sentire tali parole:

….è cronaca di queste ore su cui anche le forze dell’opposizione, immagino, sono particolarmente sensibili – di perseguire con tempestività ed efficacia un piano di sorveglianza sanitaria dei migranti dove, alla luce delle norme attuali, abbiamo addirittura difficoltà a operare una requisizione altrimenti di navi traghetto dove vorremmo, ovviamente, perseguire e assicurare lo svolgimento delle quarantene e quindi un programma adeguato ed efficace di sorveglianza sanitaria dei migranti; e, ancora, ci consentono di perseguire quel ripristino pieno delle attività di amministrazione della Giustizia nonché anche di piena sicurezza sanitaria negli Istituti penitenziari, attività – in particolare di amministrazione della Giustizia-  che abbiamo dovuto sospendere per le note ragioni. Ho parlato quindi di una proroga dello “stato di emergenza” imposta da ragioni squisitamente tecniche…”

Molto bene, vediamole queste considerazioni tecniche. Peccato, le ha segretate. Non sono state pubblicate, il Governo non ha alcuna intenzione di farle vedere, apponendo il segreto. In pratica dice che nelle carte c’è tutto, ma non le fa vedere. Insomma, si fa tutto questo sulla fiducia che si deve riporre nel portatore sano della pochette più elegante d’Italia.

A questo punto il giornale Civica ha chiesto ad un medico di base, Carlo Frigerio, operante nell’area metropolitana di Milano un suo autorevole parere e per questo lo ringraziamo.

(nella foto in evidenza: il premier Conte, parte del Governo con il presidente Fico si esibiscono prima del CdM con una breve suonata di batteria con la banda Rulli Frulli con disabili  in piazza Montecitorio)

COVID, il punto tecnico medico

L’Italia è oggi alle prese con gli esiti di una dichiarata pandemia mondiale. Con gli esiti, attenzione, non più con la malattia. Vale la pena, compiere qualche riflessione su ciò che è stato e su ciò che ne consegue. La virologia ha avuto il suo momento di popolarità con tutti i riflettori puntati sui pochi esperti che tuttavia si trovavano alle prese con una novità assoluta. C’è stata una sovraesposizione mediatica delle tematiche sanitarie; i dibattiti che dovevano restare confinati all’interno di una pure aspra discussione medico scientifica (ma sempre condotti da esperti qualificati), sono stati trascinati in ambiti impropri.

La popolazione in ciò ha colto più le contraddizioni che i progressi che si sono comunque conseguiti. La telecronaca epidemiologica quotidiana ha contribuito a diffondere timore, utile per ottenere comportamenti consapevoli, ma al tempo stesso ha prodotto incertezza, frustrazione e sfiducia nel futuro. Tuttologi dell’ultima ora, ancora oggi impartiscono lezioni ad un popolo, quello italiano, incline ormai a considerare verosimile solo ciò che preoccupa.

In questi giorni l’informazione, dei grandi network e quella ufficiale, deliberatamente si accanisce a introdurre altra confusione nella testa delle persone, con l’equiparazione dei “casi positivi” con i casi di effettiva “malattia”. La positività al tampone nasofaringeo per COVID-19, coronavirus, non equivale all’essere affetti da malattia. Quest’ultima si identifica nella condizione morbosa respiratoria che l’alta carica virale può determinare in taluni soggetti. Sarebbe come dire che chi risulti allergico alle graminacee, corra il continuo rischio di morire per una grave crisi d’asma (anche a Natale quando non è più stagione pollinica); oppure che chiunque abbia un neo sulla pelle (tecnicamente un tumore benigno) abbia il cancro.

Sembra essersi invertito il principio del “diritto alla salute” in “dovere alla salute” (sia per il dovuto rispetto verso gli altri ma anche per il timore di essere quarantenati o di subire un TSO). Da ora in avanti sarà meglio parlare di “diritto alle cure”. E’ molto imbarazzante la totale assenza di supporto da parte delle aziende territoriali sanitarie -ATS, le ex USSL. Hanno messo al sicuro il loro personale amministrativo con lo smart working, dopo di che sembravano evaporate. I clinici, cioè i medici dedicati alla fattiva cura dei pazienti, sono stati all’inizio sopraffatti dall’urto; frettolosamente promossi ad eroi, ora si trovano esausti, disorientati dalla mancanza di protocolli di comportamento convincenti e soprattutto davvero applicabili. Il Sistema Sanitario Nazionale, che ha retto finora solo grazie alla responsabilità degli operatori, non sarà in grado di alcun rilancio. La rapida conversione degli ospedali Centri Covid non potrà vedere una riconversione altrettanto rapida. Le liste d’attesa finora congelate, saranno aggravate dalle normative igieniche e perciò allungate a dismisura. Inoltre, anche considerando la disponibilità del Governo a nuove assunzioni in ambito medico, occorre ricordare che il bacino da cui attingere nuovi professionisti è pressoché inesistente (frutto soprattutto del numero chiuso in facoltà).

Il prossimo futuro.

Storicamente le ricerche volte alla scoperta di farmaci antivirali sono spesso state frustrate da successi assai modesti. La strada vaccinale appare lunga ed incerta. Tuttavia occorre ricordare che la pericolosità di una qualsiasi infezione virale si misura in base all’indice di mortalità e di morbilità. Ad oggi entrambi appaiono pienamente sotto controllo in Italia. L’esperienza maturata in ambito medico ormai è ampia e consolidata e le strategie di cura affinate.

Un’eventuale seconda ondata potrà essere solo secondaria a importazione di virus selvaggio da quei paesi oggi ancora coinvolti nella pandemia. Più probabile l’ipotesi di focolai isolati di positività al virus, da cui deriveranno alcuni casi sintomatici, perfettamente arginabili con le misure igieniche già in atto e con adeguate cure laddove occorresse.

Resta da cogliere la reale portata della crisi demografica già in atto da anni in Italia, con il presumibile peggioramento dell’indice di natalità. Quest’ultimo aspetto, finora rilevato da pochi (Comero del periodico Civica, il presidente dell’ISTAT…)  rappresenta un rischio che può avere un impatto implosivo per il nostro Paese.

Carlo Frigerio è medico chirurgo, specialista in pediatria, specialista in patologia neonatale  (per 20 anni medico ospedaliero, di cui 10 anni in reparti di pediatria e 10 anni in terapia intensiva neonatale)

Panegirico della camminata e della bicicletta

Resistenza alla città ai tempi del dispositivo epidemico

di Afshin Kaveh
(29.7.2020)

Kaveh racconta le sue camminate in bicicletta durante la chiusura e le colloca dentro una consapevolezza profonda dello spazio, della città, della libertà. Osserva giustamente che “si è insomma diventati escursionisti non appena usciti furtivamente di casa, attraversando con occhi nuovi le sue vie e con esse i suoi microclimi”. Le immagini, intanto, parlano.

 

L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti alle stanze ad aria condizionata:
la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce.
L’uomo delle città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica
e per questo non sogna più.
Ivan Chtcheglov, Formulario per un nuovo urbanismo


La città è già stata distrutta all’alba

Se tra le pagine de La vita contro la morte, Norman O. Brown, definendo la città come «un deposito di sublimazione accumulata, e quindi di colpa accumulata» presentava un passaggio da un lato criptico e dall’altro intriso di freudismo, per non parlare della conclusione secondo cui «per mezzo della città i peccati dei padri sono puniti nei figli», nella primavera del 2020 l’agglomerato atomizzato della concentrazione umana ha palesato ogni sua contraddizione fondante e organizzativa, dando piena ragione al filosofo statunitense.

La fondazione di base della città e la successiva formazione di una coscienza urbana, riflettono uno dei primi regimi di separazione tra l’essere umano e il proprio rapporto col vissuto in quanto, come ricordava giustamente Werner Sombart, la città nasce come un «insediamento di uomini che, per il loro sostentamento, dipendono dalla produzione del lavoro agricolo che non è il loro lavoro». La dimensione spaziale è una parte cruciale nell’articolazione della quotidianità di ogni singolo individuo, ed essa trova organizzazione fondante nella propria economia politica. Insegnava Guy Debord che «l’urbanismo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi conseguentemente in dominio assoluto, può e deve ora rifare la totalità dello spazio come suo proprio scenario».

Ogni spostamento, che per usare un linguaggio illichiano può essere sia di transito che di trasporto e, seguendo le stesse analisi del critico radicale, il primo riguarda «quegli spostamenti che fanno uso dell’energia metabolica umana» mentre il secondo «quelli che si avvalgono di altre fonti di energia», segue una fitta rete di movimenti e percorsi uguali, prestabiliti, monotoni o, per dirla sempre con Illich, una traversata «disegnata con criteri industriali». L’urbanistica parla ai suoi abitanti e, contemporaneamente, parla anche di essi. Quella da noi vissuta – seguendo un processo che si vorrebbe globale ma che per diventarlo deve ancora sedare e appiattire un certo numero di resistenze, che ci auguriamo rimangano in vita – ha molto da raccontarci. Uno dei rischi è che gli ultimi avvenimenti ruotanti attorno alla gestione del Covid-19 – virus che, per parlarci chiaro fin da subito evitando fraintendimenti e dietrologie, esiste eccome – comportino una accelerazione del dispotismo urbano, tra iper-tecnologizzazione e militarizzazione in senso più ampio. Ma questo potrebbe (anzi, deve) alimentare nuove vie di fuga e nuove incursioni tra quel tessuto che si è sfaldato e disgregato, non per la produzione del virus stesso quanto del suo immaginario, cercando così di riappropriarsene una volta per tutte.

[La tipica crescita urbanistica sassarese, la cui città antica è situata nella parte sud-orientale del proprio territorio per poi espandersi alla rinfusa tra macchie di quartieri satellite, campagna, zone artigianali, colate soffocanti di asfalto e zone industriali, può vantare il pregio di essere dissezionata internamente da veri e propri polmoni verdi, laddove la ricca presenza di acqua impedisce l’edificazione. Una camminata alla sua estremità sino a Scala di Giocca, per esempio, permette di lasciarsi dietro ogni edificazione urbana (e con essa ogni limitazione-in-divisa) e, scendendo scala di Nalva, si affronta un fitto sentiero rurale sino a disperdersi nella valle del Rio Bunnari; divenire unici animali umani, tra distese di ciclamini e il torrente che scorre bagnando la regione ai piedi degli imponenti costoni calcarei].

Cronache del pre e del dopo-bomba

La città moderna trova organizzazione nelle sue colate di asfalto e cemento armato, nei suoi paesaggi composti di palazzi e centri commerciali, nei suoi quartieri-vetrina oppure a specchio. I primi per permettere alla «circolazione umana considerata come consumo, il turismo», così come intuiva con sottigliezza Debord, «di andare a vedere ciò che è divenuto banale» nei suoi centri d’attrazione, i secondi come tristi abitazioni identiche tra loro ed edificate in piante a scacchiera, alle periferie, ai confini. Tutto ciò è, a priori, disegnato per seguire gli spostamenti e la vita della merce facendone il soggetto della storia, laddove il tempo si spazializza nel tempo-consumo, un eterno presente costretto all’astoricizzazione e dunque all’immutabilità musealizzata dei propri spazi presentati come naturali, esistenti da sempre e, in quanto tali, immodificabili, e non per quel che sono realmente, ovvero delle funzionali categorie del sistema capitalistico. L’obsolescenza dei suoi abitanti, da sempre verità ma perlomeno un tempo ben velata, si è palesata una volta per tutte ai tempi della quarantena, quando gli incontri simultanei delle vite e dei corpi vissuti di ogni singola individualità, momenti fondamentali del rapporto e del legame sociale in sé, sono stati segregati e isolati nelle mura di mattoni delle proprie scatole quadrate, lasciando libera circolazione appunto alle sole merci, alle armi, alla legge; delimitando ulteriormente i movimenti negli spazi decretati dai loro confini. In questa circostanza è trapelata la profonda diseguaglianza della vita quotidiana, di fronte alle condizioni di confino e di fronte alla malattia stessa, così come giustamente ha fatto notare Jerôme Baschet. Il castello di carte è crollato su se stesso.

La segregazione, dettata da terrore e disciplinamento più che da responsabilità, coscienza e consapevolezza autogestionaria, ha comunque comportato una serie di esperienze che Anselm Jappe si augura diventino buoni propositi per immaginare una vita-altra in prospettiva conflittuale, ovvero «lavorare meno, consumare meno, fare meno viaggi frenetici, inquinare meno, fare meno rumore», ora consapevoli che sia questo modello di mondo causa e concausa dei continui disastri ecologici di cui l’avanzata epidemica si presenta ora come una delle sue tante peculiarità.

[Il ritorno da una lunga pedalata, incorniciato dal tramontare del sole, tra Ittiri e Florinas, paesi di poche anime e distanti tra loro più di 20km, nella regione del Coros, nel Logudoro, circondati da altipiani in un percorso tra andamenti collinari, discese, salite e vallate con fonti e torrenti d’acqua, ulivi secolari e campi di carciofi].

La camminata e la pedalata come resistenza

Cambiare rotta significa anche apportare logiche diverse a ciò che prima si perpetuava freneticamente: il passaggio nella città ha assunto per molti una caratteristica diversa quando esso si è praticato tra le vie di quartieri desertificati. Le auto costrette alla sosta ci hanno reso partecipi di un rumore prima ironicamente inudibile: il silenzio. La qualità dell’aria è decisamente migliorata e il cielo ha ripreso il suo colore più vivo. Ma se la camminata si è limitata a un consumo vissuto diversamente, ma pur sempre consumo (come l’uscita per il tabacco o altre necessità vacue), si è persa la possibilità non solo di vedere realmente la città con altri occhi ma anche di viverla diversamente. Come notava Illich, «coloro che vanno a piedi sono più o meno tutti uguali» e «chi dipende dalle proprie gambe, si sposta secondo lo stimolo del momento […], in qualunque direzione e per andare in qualsiasi posto che non gli sia legalmente e materialmente precluso», per quanto sia la città in sé a precludere esclusivamente agli spazi e al tempo dedicati al consumo. Per rompere con queste barriere, la deriva, teorizzata da Chtcheglov e descritta da Debord come un «lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono», in un «passaggio veloce attraverso svariati ambienti» è ancora oggi la miglior pratica per poter mettere radicalmente in discussione la città così com’è vissuta, e con essa la sua architettura e la sua urbanistica, depositando radicalmente la merce e diventando noi stessi la forza motrice della nostra storia, in un rapporto dialettico tra soggetto e mondo oggettuale, mediandolo e facendoci mediare. In tempi di Covid gli spostamenti sono stati severamente disciplinati e puniti tra Decreti, Ordinanze e un dispiegamento massiccio di forze dell’ordine. Per fuggire dal disagio della segregazione domiciliare non sono stati in pochi a cercare zone d’ombra, punti ciechi in cui rifugiarsi di tanto in tanto, in cui incontrarsi, atomizzarsi nello scambio corporale allorché il rapporto virtuale dell’alias-ad-alias ha dimostrato i suoi limiti insoddisfacenti e incompleti; oppure in solitudine, in un rapporto organico tra se stessi e l’ambiente circostante. La camminata si è dunque perpetuata a mo’ di avventura, un giro in terre ostili da cui non sai che aspettarti, in cui il rischio è stato una costante e un momento non si è mai presentato uguale al precedente, rompendo con la logica del percorso prestabilito dalla passeggiata-atta-a-consumare la quale ha nelle vetrine e nelle vie dello shopping e della movida le sue terre di passaggio prestabilito, tutto uguale, banalizzato anche nei suoi incontri.

Non è un caso che queste derive, spesso (o almeno nel contesto nel quale vivo io, quello della costa del nord-ovest della Sardegna tra le valli di Sassari, ricche di sentieri rurali e percorsi d’acqua, e i rilievi e gli uliveti di Ittiri), abbiano trovato il suo alleato per eccellenza nelle periferie sempre più diradate fino alla conclusione spontanea oltre la città, laddove inizia il naturale e la passeggiata si trasforma in escursione. Eppure questa volta la logica dell’escursione è stata parte coesa anche al passaggio nella città stessa e si è insomma diventati escursionisti non appena usciti furtivamente di casa, attraversando con occhi nuovi le sue vie e con esse i suoi microclimi. Non saranno di certo “due passi” a salvarci, né romperanno l’esistente e il suo sbando autoritario. Sarà però questo modo di vivere gli spazi e il tempo che ci sarà d’esempio per disalienare l’interscambio tra noi e l’ambiente, vivendo gli spazi e il tempo in prospettive organizzative radicalmente diverse. Viverli diversamente – e per farlo è necessario prima metterli in discussione – significa anche abitarli diversamente, attribuendogli una significazione in cui la nostra centralità soggettiva, da non confondere col becero antropocentrismo o egocentrismo, si farà struttura ontologica con la totalità.

Una delle potenze metaboliche, per parlare con Illich, non è solo la camminata ma è anche il rapporto con la bicicletta; un mezzo sì tecnico, ma che nell’intersezione con l’uomo non passa per mediazioni energetiche che non siano le sue (trasformando l’energia muscolare in energia cinetica) e la cui azione e funzionalità di trasporto, inserendosi ovunque (persino tra la fitta nervatura di una coda di automobili in un ingorgo stradale o portandola a mano in momenti di riposo), rompe con la configurazione e la conformazione dello spazio sociale nella propria struttura, codificata a misura del trasporto su organizzazione industriale, certo d’una comodità indicibile e di cui chiunque di noi usufruisce ma che, innegabilmente, sempre secondo Illich, decreta una «nuova geografia» dettando e fabbricando «nuovi tempi». Le città sono edificate a misura di automobile, non di essere umano (come invece sono presentate) e i tentativi di macchinizzare la bicicletta (nel senso valoriale del lessico marxista, nella sua mera visione di profitto) inserendola negli spostamenti lavorativi o nei lavori veri e propri (rider) è solo una facciata ecologista, o green, di cui il sistema capitalistico non potrà mai rivestire il velo senza decadere in un evidente ossimoro.

[Pedalata di 31km da Ittiri sino al Lago del Cuga nel territorio di Uri, uno specchio d’acqua certo prodotto artificialmente (che nei periodi di secca fa emergere alcuni nuraghi sommersi) ma pennellato sul tipico sfondo collinare e sul suo silenzio].

Conclusioni

La camminata (soprattutto se vissuta come una deriva perpetua) e la bicicletta sono gli unici modi per rompere con la logica del passeggero, una delle tante figure concatenate ai momenti del nostro vissuto organizzato su tante piccole separazioni, mediazioni e deleghe, ove il paesaggio e il territorio sono persi, sfuggenti e deformati dall’industria e dalla sua logica di movimento, sia nella forma che nei ritmi lavorativi e consumistici, modificando di conseguenza anche i suoi abitanti. La camminata, intesa come modo di vivere l’ambiente e le sue relazioni, seppur non possa eguagliare le distanze e le velocità di altri mezzi (compresa la stessa bicicletta), permette un incontro che va ben oltre quello collegato dai veicoli.

La bicicletta è sì un veicolo ma che, vissuto con una logica di rottura rispetto alla dimensione degli spazi e alla loro temporalizzazione, cede un’autonomia liberatoria fortemente egualitaria. Nella sua pedalata, tra discese e salite, nella fatica ma anche nella piena soddisfazione dell’esperienza: organica col mezzo, organica con l’ambiente attraversato.

L’assenza dei corpi, nella primavera del 2020, ha portato a una febbrile esigenza di libertà, ma se essa non si presenterà conflittualmente sarà tempo sprecato. Né la camminata né la bicicletta sono il fine, ma la loro logica ridisegnerà il vivente, il vissuto e l’ambiente in cui esso agisce abitando pienamente le situazioni nelle quali il corpo è immerso.

«Mò ce stà ‘o virùss»

di Alberto Giovanni Biuso
(29.7.2020)

Per una specie come la nostra le parole sono tutto, perché sono insieme pensiero in atto, pensiero pubblico, pensiero che comunica. Un’espressione come «distanziamento sociale» dice quindi molto, e drammaticamente, della visione che sta attualmente vincendo; ‘attualmente’ da alcuni decenni, da quelli che videro Thatcher e Reagan imporre l’ordine liberale e liberista al mondo. Un ordine del tutto ed esclusivamente individualista e quantitativo, si tratti di beni, risorse, denaro, velocità, vita. L’ordine che anche un fisico come Carlo Rovelli ha mostrato di condividere pienamente quando sul Corriere della sera del 2 aprile 2020 ha affermato che «il bene più prezioso» è «un po’ di vita in più». Che significa qualche anno, mese, giorno in più. ‘Tempo’ in più. Una contraddizione ironica e non piccola per chi afferma che il tempo esiste soltanto come struttura della mente (ho discusso le tesi di Rovelli in Tempo e materia. Una metafisica). Ma è sempre così: i negatori teorici del tempo diventano i suoi più fanatici sostenitori pratici quando si arriva al dunque della finitudine, vale a dire della condizione pervasivamente temporale dello stare al mondo.

Un po’ di vita in più è anche quella che i decisori politici si sono assunti come compito primario, a costo di rendere quel tempo ottenuto un periodo di miseria, angoscia, depressione. A questo conducono infatti superstizione e panico quando si impossessano non soltanto del corpo sociale ma anche di chi avrebbe il compito di guidarlo: «I terrori irragionevoli si allacciano alle folli speranze: quale laboratorio, per primo, fornirà il vaccino miracoloso? Si prendono misure di ‘distanziamento sociale’, a volte eccessive, a volte tardive, spesso inapplicabili. […] Nessuna autorità, pubblica o privata, vuole subire il rimprovero di ‘non aver fatto abbastanza’. Quindi spesso ne fanno troppo. L’economia e l’intera popolazione ne faranno le spese» (Slobodan Despot, in Diorama Letterario 353, p. 8).

La vicenda del coronavirus nell’anno 2020 è stata ed è anche la testimonianza di un complottismo al contrario, testimonianza dell’attribuzione di ogni responsabilità all’elemento biochimico, al virus – indubbiamente presente – e però del silenzio a proposito delle condizioni finanziarie; delle modalità produttiveproduttive (i mercati della carne); delle politiche sanitarie (la diminuzione drastica e feroce dei finanziamenti alla sanità pubblica) che ne hanno favorito la comparsa, la virulenza, la diffusione. 

Il nascondimento della presenza umana e politica dentro questo virus impedisce la comprensione dei suoi effetti o la loro riduzione a polemiche tra i partiti, qualcosa non solo di patetico ma anche di criminale rispetto al pericolo che il Covid19 rappresenta. Il silenzio sulle ragioni strutturali del contagio conferma che per il complottista, anche per quello al contrario, «dietro c’è sempre qualcuno, mai qualcosa. Egli si focalizza sugli uomini ed ignora i processi privi di un attore e quelli senza un soggetto, per riprendere una griglia analitica cara agli strutturalisti, e più specificamente a Louis Althusser. […] Non capisce che le strutture sono più potenti degli attori» (François Bousquet, ivi, p. 21).
Gli attori sono in questo caso i Fontana, i Conte, gli Speranza et similia. Le strutture sono l’Unione Europea, i debiti degli stati, l’ossessione liberista dell’‘austerità’ a danno delle vite umane, qualunque durata esse abbiano.

Veloci sono spesso i cambiamenti collettivi. A volte anche repentini. Diventano fulminei in presenza di eventi che sconvolgono proprio da un giorno all’altro la vita di milioni di persone. E quindi se «fino a pochi mesi addietro, in tutti i paesi si indicava come uno dei gravi drammi dell’epoca la solitudine», se «se ne discuteva sulla stampa, in radio, in tv, sul web», se «per combatterla si proponeva la ricetta dell’empatia. Dell’affetto. Della vicinanza. Dell’abbraccio. Di colpo, lo scenario si è rovesciato. […] Distanziamoci. E criminalizziamo chi non sta alle regole» (Marco Tarchi, Diorama Letterario 355, maggio-giugno 2020, p. 1).

Criminalizzazione che è uno degli effetti di «una vera e propria fabbrica della paura, che mette quotidianamente in circuito immagini e discorsi allarmanti» (Id., p. 2). Alcune delle conseguenze sono state sperimentate in un modo o nell’altro da tutti i cittadini. E sono queste: «La gran parte delle persone ha sacrificato volontariamente la propria libertà in cambio di un’illusoria sicurezza. La nostra prigionia, per quanto imposta dallo stato, è accettata dai più come male necessario. Lo Stato, principale responsabile della diffusione dell’epidemia, si declina come Stato Etico, padre che comanda, punisce e imprigiona i figli per il loro “bene”. I nemici sono quelli che non si piegano alle regole, persino quelle più insensate. I nemici sono i sanitari che denunciano la strage, invece di scrivere una pagina del libro Cuore del Covid-19. I nemici sono i lavoratori che scioperano nonostante i divieti, perché il ruolo di agnello sacrificale gli sta stretto. I nemici sono i detenuti che provano a sopravvivere. La delazione verso il vicino che trasgredisce è il premio morale per chi, strangolato dalla paura, resta intanato in casa, in inconsapevole attesa che il virus gli venga recapitato a domicilio dal parente che lavora o fa la spesa. Il panopticon globale è il passo successivo, la condizione che ci viene posta per passare dai domiciliari alla libertà vigilata. Sinora i più si sono piegati allo stato di eccezione senza opporre resistenza» (Maria Matteo, A Rivista anarchica, n. 443, maggio 2020, p. 12).

Sullo stesso numero di A Rivista anarchica, Giuseppe Aiello descrive una situazione che ho vissuto anch’io, identica, nel dialogo con alcuni amici e colleghi: «In tempi di pace, quando i morti sul lavoro, sulle autostrade, di cancro industriale si contano a decine di migliaia, ma non c’è “lo Gran Morbo” a minacciarci, citano Foucault come se fosse una specie di amico di famiglia dal quale hanno analiticamente appreso i segreti della microfisica del potere sin da quando erano in fasce. Adesso che si sono all’improvviso brancaleonizzati, della critica dell’istituzione medica, dell’analogia strutturale tra luoghi di detenzione brutale come il carcere e quelli della salute statalizzata non sanno più nulla. Ma come, il rapporto medico-paziente non era uno dei cardini della torsione autoritaria della società disciplinare? L’ospedale non aveva lo stesso significato di manicomio e caserma? No, roba passata, mò ce stà ‘o virùss» (p. 32).

Il virus ha colpito in modo drammatico l’Italia e l’Europa, le cui classi dirigenti reputano la sanità pubblica uno spreco da tagliare, tagliare, tagliare. In Lombardia, terra molto solerte nel tagliare, le conseguenze sono state tragiche.
L’Unione Europea, come mostra anche l’ «accordo» suicida che in questi giorni i media presentano come una vittoria dell’Italia (!), non mira soltanto a tagliare quanto più possibile le spese sociali ma, più in generale, a «fare tabula rasa della lunga e ricca storia europea» (Yann Caspar, Diorama letterario 355, p. 14), cancellando il tesoro delle differenze a favore di una omologazione identitaria fondata sul primato di ciò che Aristotele chiamava crematistica, vale a dire l’elemento soltanto finanziario.