Perché la Dad non è didattica

di Alberto Giovanni Biuso
(da Bollettino di Ateneo dell’Università di Catania, 25.4.2020)

Ci sono delle formule che confessano da sole il proprio limite. L’acronimo Dad –‘didattica a distanza – è una di esse. Per la chiara e documentata ragione che ‘insegnare a distanza’ è una contraddizione in termini. Insegnare è infatti un’attività e una sfida che consiste nell’incontro tra persone vive, tra corpimente che occupano lo stesso spaziotempo non per trasmettere nozioni ma per condividere un mondo.

Scambiare saperi

Insegnare significa costruire giorno dopo giorno, saluto dopo saluto, sorriso dopo sorriso una relazione profonda, rispettosa e totale con l’Altro, in modo da riconoscersi tutti nella ricchezza della differenza. Insegnare significa abitare un luogo politico fatto di dialoghi, di conflitti, di confronto fra concezioni del mondo e pratiche di vita. Insegnare non significa erogare informazioni ma scambiare saperi mediante «voci, sorrisi, sguardi, rimproveri, incoraggiamenti, ragionamenti, corpi» (Anna Angelucci, Pedagogia dell’emergenza, in Medicina & Società). A distanza tutto questo è semplicemente impossibile perché l’università non è un servizio amministrativo, burocratico, formale, che possa essere svolto tramite software; l’università è un luogo prima di tutto fisico dove avviene uno scambio di totalità esistenziali. E invece «senza essere sfiorati dall’ombra di un dubbio, ci si è consegnati anima e corpo alla soluzione della didattica a distanza come forma che può sostituire la lezione in presenza», accettando «leliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente» (Monica Centanni, Appunti sulla teledidattica 2).

Tra diritto al sapere e digital divide

Una certa adesione acritica alla didattica telematica sembra ignorare il Digital divide, il fatto che «un terzo delle famiglie non ha pc o tablet a casa”, specialmente al Sud» (Le nuove diseguaglianze al tempo della didattica, la Repubblica, 6.4.2020). Non solo: «In questi giorni preoccupa anche l’opportunismo con cui vertici istituzionali e portatori di interessi prendono posizione sulla didattica a distanza, che docenti di ogni ordine e grado stanno praticando con straordinaria generosità, dedizione e competenza, nel tentativo di garantire agli studenti il diritto al sapere sancito dalla Costituzione. Il rischio è che una prassi imposta da ragioni di forza maggiore venga giudicata con ingenuo entusiasmo o, peggio, trasformata in una sorta di sperimentazione forzata, dietro la quale traspaiono finalità del tutto estrinseche ai diritti degli studenti e alle funzioni didattiche dei docenti» (Aa.Vv, Disintossichiamoci: sapere per il futuro).

È infatti assai grave ipotizzare di «lasciare molte migliaia di studenti ancora a lungo (o per sempre?) incollati agli schermi del PC di casa 10 ore al giorno, satelliti connessi con reti traballanti ma sempre più sconnessi dalle relazioni sociali e dalla prossimità umana che caratterizza l’esperienza universitaria, magari avendo anche la protervia di presentare pubblicamente la cosa come una grandiosa e splendida novità, il progresso “in loro favore”» (Rete29aprile, Emergenza e sistema universitario).

La finzione dei bit

Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali, senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università. Non possiamo permettere che degli schermi riducano la conoscenza ad alienanti giornate dietro e dentro un monitor. La vita trasformata in rappresentazione televisiva o digitale diventa finta, si fa reversibile nell’infinita ripetibilità dell’immagine, nel potere che l’icona possiede di fare di sé stessa un presente senza fine. Abituandoci a sostituire le relazioni del mondo degli atomi con la finzione del mondo dei bit rischiamo di perdere la nostra stessa carne, il senso dei corpi, la sostanza delle relazioni. Non saremo più entità politiche ma ologrammi impauriti e vacui.

Sto svolgendo le mie lezioni in questo secondo semestre e più passano i giorni più sento l’alienazione intrinseca alla didattica on line, la tristezza di una distanza che lo strumento non può colmare, l’assurdità delle aule vuote. E sono sempre più convinto dell’equazione tra educazione e corporeità, quella che rende insostituibile la didattica in presenza. Agli studenti che mi vedono in Dipartimento ed esprimono uno struggente desiderio di tornare anch’essi al Monastero rispondo che sto tenendo loro il posto. Non pixel su un monitor ma umani nello spazio e nel tempo.

Coronavirus Germania, Wolfgang Schäuble: «La dignità delle persone viene prima della salvaguardia della vita»

L’ex ministro delle Finanze e presidente del Bundestag in una intervista al Tagesspiegel dice che è sbagliato lasciare le decisioni interamente nelle mani dei virologi: «Bisognerà tenere conto di tutte le implicazioni economiche, sociali e psicologiche»

di Paolo Valentino
(da Il Corriere della Sera, 26.4.2020)

Diventa un tema centrale e lacerante in Germania la limitazione delle libertà personali e della privacy a causa del coronavirus. L’avvertimento più clamoroso e significativo viene dal presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, secondo il quale è «assolutamente sbagliato subordinare tutto alla salvaguardia della vita umana». In una intervista al quotidiano Der Tagesspiegel, l’ex ministro delle Finanze ricorda che «se c’è un valore assoluto ancorato nella nostra Costituzione, questa è la dignità delle persone, che è intoccabile. Ma questo non esclude che dobbiamo morire».

La dignità delle persone

La frase «la dignità delle persone è intoccabile» apre in effetti l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica federale. La conseguenza, secondo Schäuble, è che lo Stato deve assicurare a tutti le migliori cure sanitarie possibili, «ma purtroppo le persone continueranno a morire a causa del Covid-19». Schäuble ammonisce che le misure restrittive produrranno prima o poi un rovescio nell’atteggiamento della popolazione: «Più a lungo dura, più sarà pesante».

Le proteste

E in verità già nel fine settimane sia a Berlino che a Stoccarda si sono registrate dimostrazioni di protesta contro la limitazione delle libertà di movimento e di riunione, in sfida al divieto di assembramento, che limita a tre persone le riunioni in pubblico. Nella capitale, la polizia ha anche effettuato anche alcuni fermi. Schäuble ha spiegato che l’uscita dalla quarantena sarà più difficile di quanto sia stato entrarvi. Le restrizioni dovranno essere eliminate con cautela e «passo dopo passo», ma le decisioni non possono essere lasciate interamente nelle mani dei virologi. «Bisognerà tenere conto di tutte le implicazioni economiche, sociali e psicologiche». Le conseguenze di un lock down prolungato «sarebbero spaventose».

Il dibattito sulle app

I moniti di Schäuble, 77 anni, considerato uno dei padri nobili della nazione, cadono mentre un altro dibattito molto controverso è in corso sul software che verrà usato nella app in preparazione per tracciare i contagiati e i loro contatti. In risposta alle molte critiche emerse contro l’ipotesi di raccogliere i dati in un server centralizzato, secondo il progetto Pepp-PT, il governo ha cambiato la sua posizione. Il ministro della salute Jens Spahn si è infatti espresso in favore di una soluzione decentralizzata, con il progetto DP-3T, in base al quale i dati verranno raccolti solo nei singoli cellulari e poi trasmessi alle autorità: «Questo – ha spiegato il capo della cancelleria, Helge Braun – creerà maggiore fiducia».

 

 

Il rimodellamento pandemico del Super-Io

di Afshin Kaveh
(25.4.2020)

La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali,
ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti
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Albert Camus – La peste

Il termine Super-Io (Über-Ich), da Freud introdotto tra le pagine de L’Io e l’Es nel 1922 come una delle tre istanze della personalità, è immaginato funzionalmente come censore, se non proprio giudice, dell’Io (Ich) con l’interiorizzazione non solo dei divieti rafforzati dall’educazione e dalle norme morali e sociali, ma anche del profondo senso di colpa nel trasgredirle. Se con Foucault possiamo dire di aver compreso i meccanismi agenti in questo tipo di modellamento dal XIV al XVIII secolo, tra legge, disciplina e sicurezza (lezione magistralmente sintetizzata da Giovanna Cracco nel suo articolo Covid-19. Lockdown nel numero 67 della rivista Paginauno), non può che sorgere spontaneamente un quesito che rimanda direttamente al contesto presente, chiedendosi cosa di tutte le drastiche decisioni recentemente intraprese rispetto alla gestione del Covid-19, tra Decreti e Ordinanze, verrà interiorizzato ben oltre i termini temporanei e transitori così come sono stati inizialmente presentati. Ebbene, non un domandarsi della tragicità di un’epidemia, checché se ne dica comunque innegabile, ma il porsi quesiti a proposito del modo nel quale viene gestita e delle sue possibili conseguenze, oltre che sui suoi sviluppi futuri, immaginabili o meno che siano.

Certo, anche l’interrogarsi sull’origine e sulla diffusione del virus, attraverso una schematizzazione storica che va dalla Sars all’aviaria sino all’influenza suina, apre uno scenario che ormai non può che essere radicalmente critico, in una prospettiva ecologista, verso i modelli  dell’organizzazione economica capitalistica e le sue incontrovertibili conseguenze epidemiologiche; certamente questo sarà, anzi dovrà essere, un tema su cui esercitare prassi e riflessione, e assieme a codesto punto ci si dovrà impegnare a proporre tutta una serie di istanze che vadano a sostituirsi alle colonne portanti dell’organizzazione attuale della vita quotidiana, da tempo date non solo per astoriche ma anche per acriticabili, e che ora, una dopo l’altra, come un’unica e fragile Torre di Babele, crollano tra il frastuono di gravi contraddizioni.

Ha ragione dunque Gianfranco Sanguinetti nello scrivere che «grazie al virus, si è rivelata alla luce del sole la fragilità del nostro mondo», ma è proprio in un labile mondo di fragilità come il nostro che l’ultima chiamata non poteva che essere dietro l’angolo. È anche vero che «i contemporanei», come scrive ancora Sanguinetti, «sembrano temere solo il virus» nonostante «il gioco attualmente in corso» sia «infinitamente più pericoloso del virus» stesso, tanto da essere sicuro del nome che gli storici futuri daranno alla nostra epoca: quella «del Dispotismo Occidentale».

Dal silenzio delle strade deserte, dal timore dell’incontro dei corpi e da una società che ha ormai palesato l’obsolescenza dell’umano facendo a meno dell’insieme di individui sociali e reggendo sulla sola circolazione di armi, merci e legge, si alzano quei dubbi che, colti da Giorgio Agamben, si sviluppano attorno al quesito su quel che sarà la fine delle restrizioni imposte nella gestione del virus: «una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita» scrive appunto Agamben, «non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima» e, secondo il filosofo romano, «questa è forse oggi la cosa più disperante, anche se, com’è stato detto, «solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza», dimenticando forse che chi pronunziò tali parole morì suicida; certo, in un momento storico del tutto particolare.

Eppure credo che la speranza ci sarà, logico, ma solo in chi, immaginandosi oltre la situazione d’oggi, non vorrà ritornare a vivere come prima, riconoscendo proprio in quello stesso prima la radice di ogni problematica attuale. Presa piena coscienza di ciò si può invertire la rotta del rimodellamento del Super-Io, al di là di ogni possibile senso di colpa, anche perché riconoscere la stessa radice-marcia non può che giovarci nel trasgredire le lezioni, le restrizioni e gli obblighi disciplinanti delle malerbe.

Assistere i propri cari, seppellire i propri morti

Lucrezio, De rerum natura VI, 1119-ss.

di Monica Centanni
(da Capolavori della letteratura – Live Streaming, YouTube, 23.4.2020)

Non è sempre gioioso il gioco della natura, non è sempre felice per gli uomini la danza imprevedibile del pieno e del vuoto. Ma gli uomini possono salvarsi perché sanno che più della philopsychia – la micragnosa, infame avidità di vita – valgono pietà, dignità, pudor. L’ultima immagine del poema di Lucrezio è una immagine bella e coraggiosa: nell’infuriare della peste di Atene, i migliori vanno incontro alla morte pur di non lasciar soli i loro cari. E nella confusione generale il certamen diventa la nobile lotta della pietas, la rivendicazione del pudor: poter seppellire i propri cari. 

La necessità di una ‘costituzione di Internet’. La visione profetica di Stefano Rodotà

di Fiorello Cortiana
(19.4.2020)

 

Il commissario straordinario nazionale per l’emergenza sanitaria Domenico Arcuri ha firmato l’ordinanza con cui il governo italiano sceglie l’applicazione da utilizzare per il tracciamento dei contatti, tra i cittadini: si chiama “Immuni”, è sviluppata da un’azienda milanese Bending Spoons, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino. Dai terremoti, alle alluvioni, passando per i rifiuti, è in ragione dell’emergenza che nel nostro paese si compiono forzature.

Non c’è bisogno di essere paranoici per capire che ci sono potenziali implicazioni nell’uso della applicazione ‘immuni’ che richiedono una azione immediata di vigilanza. Il fatto che l’adesione sia, al momento volontaria, e che il codice sorgente del software utilizzato sia aperto, non costituiscono in sé una risposta rassicurante alle perplessità che l’operazione solleva.

In coerenza con la sottrazione di potere di intervento degli ambiti e degli organi istituzionali della democrazia repubblicana in nome della efficienza se non del populismo dell’antipolitica, anche in questo caso si esternalizza una funzione nell’abito della operatività della politica pubblica. Così come il moltiplicarsi di Task Force definisce indirizzi propri degli organi di governo e di rappresentanza, di fatto esautorati.

Nella estensione digitale dello spazio pubblico, la disintermediazione si accompagna alla piena convergenza dei supporti digitali, con una tracciabilità e profilazione assolute della identità di ognuno secondo criteri e codificazioni arbitrarie e con conseguenze discriminatorie in relazione alle garanzie della Costituzione Italiana e del Trattato Costituzionale Europeo. Di più, come è stato ben evidenziato nel caso del ‘Russia Gate’ queste pratiche possono porta anche ad una eterodefinizione manipolatoria delle identità oltre che alla costituzione di identità fittizie e alla messa in opera di azioni atte a manipolare la libera formazione di convincimenti nella opinione pubblica. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), intende “approfondire la questione dell’App ‘Immuni’ sia per gli aspetti di architettura societaria sia per quanto riguarda le forme scelte dal Commissario Arcuri per l’affidamento e la conseguente gestione dell’applicazione”.

Quale è il coinvolgimento operativo dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, la privacy? Si tratta di ente detto pubblico con alita giuridica e una funzione di controllo che relaziona annualmente al Presidente della Repubblica e ai rappresentanti degli organi dello Stato.

Nella relazione del 2002 Stefano Rodotà proponeva una nuova dimensione della libertà dei contemporanei, fondata sulla “costituzionalizzazione” della persona. Un modello, creato nell’Unione europea, per la “globalizzazione attraverso i diritti”. Altresì sottolineava ‘l’incessante innovazione scientifica e tecnologia, che congiunge campi fino a ieri lontani come l’elettronica e la genetica, sembra rendere vana ogni pretesa di offrire tutele giuridiche’. Profeticamente richiamava la ricomposizione nel nostro corpo tra la sfera biologica e la sfera antropologica del vivente ‘proprio il corpo, quello fisico e non quello disincarnato delle informazioni elettroniche, è oggi al centro di una attenzione che vuole scandagliarne ogni recesso, utilizzarne ogni possibilità. Qui l’intreccio tra elettronica, biologia e genetica ha già aperto scenari nuovi, insieme promettenti e inquietanti.

Qui si gioca una partita essenziale per il futuro della protezione dei dati, la cui intensità diviene anche la condizione perché ciascuno possa godere delle grandi promesse della genetica. Il corpo sta diventando una password, la fisicità prende il posto delle astratte parole chiave, impronte digitali, iride, tratti del volto, Dna: si ricorre sempre più frequentemente a questi dati biometrici non solo per finalità di identificazione o come chiave per l’accesso a diversi servizi, ma anche come elementi per classificazioni, per controlli ulteriori rispetto al momento dell’identificazione. E il corpo può essere predisposto per essere seguito e localizzato permanentemente.

Già l’intuizione artistica di Walt Whitman nel 1875 cantava il corpo elettrico come relazione corpo-mente e nel 1972 con un altro linguaggio espressivo i Weather Report pubblicavano l’album ‘I sing the body electric’, nel 2002 il Garante lo ha proposto nella chiave politica esplicita e autorevole.

In luogo di un chip sottocutaneo si usano gli smartphone come protesi identificative della relazione corpo-mente-natura, proponendo l’adesione ad un controllo sociale di massa in cambio della sicurezza sanitaria e della possibile libertà di azione.

Nel caso di una codificazione sanitaria potrebbero esserci conseguenze sia di natura assicurativa, sia di natura valutativa in occasione di selezioni specifiche. Con una reciprocità rovesciata una considerazione sociale negativa potrebbe riguardare anche coloro che non aderissero al programma di controllo sociale di massa.

Già oggi ci sono programmi di georeferenziazione dei dati, dei modelli di diffusione, che consentono di incrociare funzioni sociali, percorsi e mezzi usati per pendolarismo studio/lavoro, delle persone che sono state riconosciute affette dal Covid 19. Sono modelli che, in combinazione con i test sierologici, consentono di definire probabilità e perimetri di diffusione del contagio al fine di utilizzare i tamponi di rilevazione in modo finalizzato, sia al fine di circoscrivere il contagio che di definire le regole comportamentali per il distanziamento individuale e la distribuzione e l’utilizzo dei dispositivi sanitari. Si tratta di un modello già operativo a punto in house dalla Città Metropolitana di Milano che consente, ad esempio, di vedere quali dispositivi sono stati forniti e a chi. Una pratica di rendicontazione e trasparenza.

C’è da augurarsi che la Regione Lombardia condivida i dati sui cittadini positivi e sui deceduti. È evidente l’utilità della tracciabilità dei comportamenti per ciò che riguarda domotica e il ciclo dei consumi energetici e della generazione di rifiuti, così per la infomobilità con la relazione tra traffico-congestione-incidentalità-emissioni-produttività, diversi sono il corpo e il profilo identitario di ognuno di noi. Il mercato dei Big Data, il data mining è questo, ma ci sono dati che non possono diventare merce, ci sono diritti che non possono sottostare alle ragioni del mercato e dei quali occorre tutelare la indisponibilità.

Open data, accountability, trasparenza, partecipazione informata, valorizzazione delle istituzioni e della rappresentanza, sono elementi costituivi di una politica pubblica capace di liberarsi in chiave innovativa dal doppio vincolo ‘ o insicurezza virale o controllo sociale diffuso’. Nelle conclusioni della relazione del 2002 Rodotà profeticamente avvertiva che ‘Se non si arriverà a questa “costituzione di Internet”, le regole rischieranno d’essere dettate soprattutto dalle logiche tecnologiche e dalle logiche (e dalle censure) di mercato.’. Che fine ha fatto la proposta italiana al WSIS dell’ONU per un Internet Bill of Rights? Il Brasile ha tradotto il protocollo condiviso con l’Italia nel Marco Civil, da noi la Commissione presieduta da Rodotà e promossa dalla Presidente della Camera ha consegnato al Parlamento una proposta unanime, che fine ha fatto?

 

 

 

Legislazione d’emergenza vs autonomia universitaria

di Saverio Regasto
(da Roars, 22.4.2020)

[Il breve e utile articolo di Regasto mostra con chiarezza l’ennesimo e grave vulnus subito dalla tanto conclamata, quanto sempre più inesistente, autonomia universitaria] 

L’emergenza da Covid19 che sta vivendo il nostro Paese, non ha solo mandato in crisi il sistema sanitario (in particolare di alcune Regioni, e fra queste la più ricca e meglio organizzata di esse, la Lombardia, perché in altre – Calabria in primis – non vi è stata alcuna soluzione di continuità fra “dissesto pre-pandemia” e “crisi da Coronavirus”), quello produttivo dell’intero Nord, i rapporti, peraltro già tesi, fra il nostro Paese e le Istituzioni Europee, ma anche quel che appariva già ampiamente traballante da alcuni anni, il sistema delle fonti del diritto. Illustri costituzionalisti, a partire dal massimo esperto vivente di fonti, Antonio Ruggeri, Maestro indiscusso, che al tema ha dedicato gran parte della sua sconfinata produzione scientifica, anche molto di recente hanno sottolineato e ribadito come questi straordinari eventi abbiano dato un colpo pressoché definitivo alla sistematica delle fonti nel nostro ordinamento giuridico.[1]

A tal riguardo e alla luce dei numerosi provvedimenti di vario rango emanati dallo Stato e dalle Regioni, ci si è molto correttamente domandato se la sospensione di diritti fondamentali o inviolabili riconosciuti e tutelati dalla Costituzione repubblicana possa essere correttamente prevista da norme di rango primario, ma adottate nell’esercizio della funzione legislativa, dal governo o, peggio, da norme secondarie (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, Ordinanze, ecc.) o, infine da norme primarie delle Regioni.

Non possiamo non notare che, ogniqualvolta nel nostro Paese ci si riferisce alla legislazione dell’emergenza (e in questo momento pensiamo alle disposizioni normative limitative delle libertà personali adottate per combattere il terrorismo negli anni di piombo) si vuole in realtà intendere, facendo leva su presunte necessità di efficacia ed efficienza dell’azione, all’idea di procedere alla “sospensione” (o anche solo “limitazione”) delle libertà personali, attraverso il più agile (ma quanto costituzionalmente legittimo?) strumento dell’atto avente forza di legge, o, peggio, dell’atto monocratico del capo dell’esecutivo, secondo un atteggiamento assai discutibile che fa leva sull’ovvio adagio secondo il quale il fine giustificherebbe il mezzo.

Una riflessione, ben più approfondita, si imporrebbe sul concetto della “democrazia ai tempi dell’emergenza” e sui limiti alla sospensione della Costituzione, ma essa travalicherebbe il senso di questo breve intervento volto a sottolineare, ancora una volta, la cedevolezza di alcuni istituti in ragione della presunta emergenza.[2]

Ci riferiamo, in particolare, alle recenti disposizioni emanate con D.L. n. 22 dell’8 aprile 2020, che, fra l’altro, nel tentativo, a nostro giudizio molto maldestro, di “sostenere” il sistema universitario italiano in un momento particolarmente delicato (tutti gli Atenei sono praticamente chiusi, le lezioni del secondo semestre si tengono esclusivamente da remoto, ma anche gli esami, quelli orali e talvolta anche quelli scritti, si tengono online, non senza perplessità e incertezze perché l’infrastruttura tecnologica non consente di verificare la correttezza e trasparenza della prova il personale tecnico amministrativo lavora da casa, le biblioteche sono chiuse, ecc.), “sospende” l’autonomia universitaria costituzionalmente garantita, sancendo il rinvio al termine dell’emergenza sanitaria del rinnovo di tutte le cariche accademiche (monocratiche e collegiali) in itinere degli Atenei (confrontare, a questo proposito, l’art. 7 del Decreto Legge).[3]

Il legislatore non si limita a prevedere, come pure poteva e doveva fare, che i singoli Atenei, a loro discrezione e con delibera degli organi preposti, potevano procedere al rinvio delle elezioni degli organi in scadenza nel periodo dell’emergenza, ma, cosa ben più grave, ne ordina direttamente la sospensione, privando le Università di ogni discrezionalità al riguardo, procedendo a estendere il regime di prorogatio degli attuali titolari delle cariche e provvedendo, altresì a individuare gli eventuali sostituti che, nella pienezza dei poteri, esercitano le relative attribuzioni.

L’estensore della norma ha conoscenza molto profonda del sistema universitario (non fosse altro perché fa riferimento al decano dei docenti di prima fascia, figura del tutto sconosciuta ai non addetti ai lavori), ma nel tentativo, a giudizio di chi scrive molto mal riuscito, di non gravare i singoli Atenei anche della organizzazione “a distanza” delle procedure elettorali, ha finito per “abbattere” ogni residuo dubbio sulla cedevolezza dell’autonomia universitaria e sull’uso strumentale che di detta autonomia viene fatto nel dibattito politico, accademico e, da ultimo, ma non per ultimo, fra i giuspubblicisti.

La lezione che mi pare si possa correttamente trarre dalla disposizione pubblicata ieri nella Gazzetta Ufficiale, conferma, ancora una volta, quanto il Maestro Antonio Ruggeri da tempo va sostenendo in ordine alla confusione che regna sotto il cielo del diritto costituzionale in Italia (e in particolare nel sistema delle fonti).

Note

[1] Cfr. A. Ruggeri, Il coronavirus, la sofferta tenuta dell’assetto istituzionale e la crisi palese, ormai endemica, del sistema delle fonti, in Consulta Online, 1, 2020; S. Prisco, F. Abbondante, I diritti al tempo del coronavirus. Un dialogo, in federalismi.it, 2020.

[2] Invero la Costituzione non ha inteso disciplinare – eccezion fatta per lo stato di guerra – alcuna situazione di emergenza anche al fine di evitare di prevedere una specifica disposizione volta a disciplinare la eventuale sospensione dei diritti fondamentali e, più in generale lo stato d’eccezione. Memore, evidentemente, di quanto statuito dalla Costituzione di Weimar (art. 48) e dell’abuso che di esso fece il regime nazista. La memoria storica non ha impedito, tuttavia, al governo ungherese di chiedere (ed ottenere) dal Parlamento l’approvazione di una legge che, nell’esercizio dei poteri straordinari di cui all’art. 53 della Legge Fondamentale di quel Paese, ha affidato all’Esecutivo la facoltà di sospendere la vigenza di alcune leggi in ragione dell’emergenza sanitaria. La lettera e lo spirito del provvedimento normativo approvato dal Parlamento ungherese (che di fatto si autosospende a favore del governo) confermano, ancora una volta, la vocazione autoritaria che pervade alcuni Paesi dell’Est, peraltro membri dell’Unione europea.

[3] Per una puntuale ricostruzione del tema dell’autonomia universitaria cfr. R. Calvano, La legge e l’Università pubblica. I principi costituzionali e il riassetto dell’Università italiana, Napoli, 2012.

Testo apparso anche su Diritti Fondamentali.

Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte

Ai docenti e agli studenti delle università italiane

di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin
(23.4.2020)

Il primo pdf che pubblichiamo contiene le linee guida del Ministro dell’università e della ricerca (Ministro maiuscolo; università e ricerca rigorosamente minuscole: vedi carta intestata) sottoposte al parere degli organi rappresentativi delle università italiane (Crui, Cun, Cnsu). Si tratta di un documento pubblico, anche se non proprio reso pubblico, ed è bene che leggiamo tutti per tempo cosa ci aspetta; che impariamo per tempo (anche dalle – mostruose – scelte lessicali e retoriche) ciò che ha in testa il ministro sul futuro più o meno prossimo della nostra università.

Il secondo e il terzo pdf contengono la risposta del Cun e della Crui e, a parte le generiche raccomandazioni in cui risuona più che altro una petizione di principio, non pare propriamente deciso e rigoroso, e comunque risulta di fatto molto poco incisivo sulle decisioni che il ministro, evidentemente, ha in animo di prendere. Questo il quadro in cui si stanno muovendo le “Autorità competenti”.

Siamo ben oltre le peggiori previsioni, e le scelte lessicali sono spie significative: “minimizzare”, “contingentare”, “decomprimere”, “limitare”… almeno fino a gennaio 2021.

Ad alcuni colleghi pare vada bene così: si sente dire “e cos’altro si potrebbe fare?”; o anche “sto facendo tutto come prima, ma in modo diverso” – qualcun altro già dice che in fondo “è anche meglio”. C’è poi la gara ad esibire i propri “sacrifici”, imposti dalla situazione presente; mentre altri, comunque, massacrano le proprie giornate, ora dopo ora, ma senza averne in cambio neppure il conforto di aderire a un’etica del “sacrificio”, perché vivono la passione per lo studio, la didattica, la ricerca.

C’è chi si richiama alle “autorità”, al “rispetto dei ruoli”, alla fiducia – a volte ben riposta – negli organi di governo delle singole università. C’è anche chi richiama il (sempre scivolosissimo) argomento delle “competenze”, ma forse tutti, noi professori, siamo “competenti” a esprimere il nostro giudizio e il nostro pensiero, dato che ne va del regime della nostra professione ovvero, per molti di noi, della nostra stessa vita. Insomma – ognuno ha i suoi gusti etici, estetici, e financo retorici.

Alcuni dicono che “siamo pagati per insegnare e in un modo o in un altro va fatto”; c’è invece chi ha l’idea di essere “retribuito” non per “erogare” servizi, magari in forma blended (terrificante), ma anche – e anzi soprattutto – per pensare e per studiare, anche se forse il ministro non sa che ci paga per questo, e dà per scontato che diciamo tutti in coro, spegnendo ogni luce di pensiero critico su quanto stiamo subendo, “e cos’altro si può fare?”. Anzi – meglio se non diciamo proprio niente, ed eseguiamo ubbidienti le ingiunzioni che arrivano i giorni dispari in un modo, quelli pari in un altro, tutte rigorosamente, ‘scientificamente’ basate su imperscrutabili pronostici astrologici e cabale misteriosofiche. In realtà, temiamo, su precisi e ben tracciabili interessi.

Perciò, scorso il testo ministeriale, sorge lecito un dubbio di natura linguistica – lessicale, sintattica, retorica, ovvero concettuale – che il “nemico invisibile” viva due vite distinte, una vita batterica e una vita burocratica. Una volta riposta l’“autonomia” nel preambolo, infatti, c’è di seguito lo spazio per scandire le nostre “fasi” future, in una lingua surrettiziamente astratta e omertosa, del tutto impropria in un comunicato ufficiale di questi tempi di crisi.

Il problema è – anche – grammaticale: i destinatari sono trattati in termini di “singoli” o al massimo di una pluralità di individui, che prevede al limite “piccoli gruppi” – non già nei termini di una molteplicità fatta di singoli soggetti corpimente, che costituiscono però anche un corpo multiplo e collettivo.

In termini spaziali, i lunghi spostamenti e la stessa mobilità di studenti e docenti vanno ridotti, quasi che bisognasse fermarsi a metà strada. Dallo sfondo del paesaggio accademico, tristemente ammutolito per tanta parte, se non ovunque, il Ministro emerge soltanto nella veste di vigile-bidello che dirada il traffico nei corridoi.

È come se del visibile, di tutta la realtà vibrante sotto le carte intestate, ci si occupasse allo stesso modo dell’invisibile, del virus di cui vanno tracciati gli effetti sui nostri corpi. È come se qualcuno confidasse nel sospetto del contagio, per non dover operare distinzioni nel suo contenimento. Non pare proprio che al Ministero abbiano chiara la vita della quale necessita l’Università in Italia, come ovunque nel resto del mondo: perché “limitare” i corpi, fino a data da destinarsi, significa fare altrettanto con le menti che vi sono contenute, farne entità separate e in quanto tali innocue.

Una delle espressioni più gravi della perdita di vita collettiva che stiamo subendo, d’altronde, è la rinuncia di fatto a insegnare. Insegnare è infatti un’attività e una sfida che consiste nell’incontro tra persone vive, tra corpimente che occupano lo stesso spaziotempo non per trasmettere nozioni ma per condividere un mondo. Insegnare significa costruire giorno dopo giorno, saluto dopo saluto, sorriso dopo sorriso una relazione profonda, rispettosa e totale con l’Altro, in modo da riconoscersi tutti nella ricchezza della differenza.

Insegnare significa abitare un luogo politico fatto di dialoghi, di conflitti, di confronto fra concezioni del mondo e pratiche di vita. Insegnare non significa erogare informazioni ma scambiare saperi.

A distanza tutto questo è semplicemente impossibile perché l’università non è un servizio amministrativo, burocratico, formale, che possa essere svolto tramite software; l’università è un luogo prima di tutto fisico, dove avviene uno scambio di totalità esistenziali.

Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali; senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università.

Soprattutto, è vero il fatto, estetico carnale filosofico, che non esistiamo per noi stessi; che veniamo quotidianamente alla nostra conoscenza attraverso lo sguardo di un altro. Lo sguardo di un docente su di noi, che ricambiamo quasi con l’affetto o con la rabbia che porta un figlio; e lo sguardo cui non rispondiamo di uno studente, per fretta o pudore di essere incompresi. Ma questi e gli altri sguardi complessi e irriducibili, che sono il cuore e la sostanza della didattica, nessuno sarà mai possibile a distanza.

C’è da chiedersi allora quali interessi – perché non può trattarsi soltanto di cialtroneria, pressapochismo e irresponsabilità – muovano il Ministro dell’università e della ricerca a prendere decisioni così gravi – addirittura prima che siano stati presi i provvedimenti generali dal governo, decise le date, valutata la curva dell’epidemia. Prima che nulla si sappia davvero, il Ministro sa già cosa sarà dei nostri corpi.

Qualcuno sta calcolando il regalo che stiamo facendo non solo alle piattaforme private, pronte a garantire la nostra ‘telepresenza’ (bell’ossimoro…), volteggiando come rapidi avvoltoi sul cadavere di quella che fu l’università italiana, ma anche alle ben 11 università telematiche parificate (un monstrum mondiale) che punteggiano il paesaggio universitario italiano?

Non possiamo permettere che degli schermi riducano la conoscenza ad alienanti giornate dietro e dentro un monitor. La vita trasformata in rappresentazione televisiva o digitale diventa finta, si fa reversibile nell’infinita ripetibilità dell’immagine, nel potere che l’icona possiede di fare di se stessa un presente senza fine. Abituandoci a sostituire le relazioni del mondo degli atomi con la finzione del mondo dei bit, rischiamo di perdere la nostra stessa carne, il senso dei corpi, la sostanza delle relazioni. Non saremo più entità politiche ma ologrammi impauriti e vacui.

Studenti e docenti non siamo pixel su un monitor ma umani nello spazio e nel tempo.

“Ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono”

Lettera aperta di 9 magistrati di Aosta, e altri

 

“Ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono”. Lettera aperta di 9 magistrati di Aosta e altri
Redazione ANSA AOSTA
(21 aprile 2020 15:35  News)

“Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto”. Lo affermano, in riferimento al divieto di passeggiate, nove magistrati di Aosta in qualità di “cittadini”: Eugenio Gramola, presidente del tribunale, i giudici Anna Bonfilio, Maurizio D’Abrusco, Luca Fadda, Davide Paladino, Marco Tornatore, Stefania Cugge (giudice a Ivrea) e i pm Luca Ceccanti ed Eugenia Menichetti.

“In un territorio – scrivono in una lettera aperta – qual è quello valdostano – ma anche altrove, in zone di campagna o collinari su tutto il territorio italiano – ove molti comuni hanno una densità di popolazione assai limitata a fronte di un territorio in gran parte esteso in zona rurale, che pericolosità rivestono le condotte di chi, per sopravvivere alla situazione pesante in cui tutti viviamo, avendo la fortuna di abitare in comune montano – o comunque in zone isolate – (con gli inconvenienti ben noti in condizioni normali, soprattutto in stagione invernale, per spostamenti anche ordinari) faccia una passeggiata nei boschi ‘osando’ allontanarsi anche per qualche chilometro dalla propria abitazione, laddove superate le ‘quattro case’ del paese – proprio nel raggio delle poche centinaia di metri di spostamento consentito od almeno tollerato – si spinga fino alle zone solitarie di montagna dove – se ha fortuna – potrà incontrare forse qualche marmotta, o capriolo o volpe, transitando al più in prossimità di qualche alpeggio, al momento anche chiuso”.

Quindi “fermo restando che è compito delle Forze di Polizia, e prima ancora dell’autorità politica che ne dirige l’operare, decidere come e dove concentrare i controlli sull’osservanza delle disposizioni emanate dal Governo, è difficile non chiedersi se davvero non si sappia immaginare un modo più utile per spendere il danaro pubblico, in settori ove ce n’è ben più bisogno per le tante necessità urgenti delle strutture sanitarie o per più seri interventi di prevenzione e protezione degli anziani in strutture di accoglienza”.

“Tutto ciò – aggiungono i magistrati – avviene con sacrificio estremo, manifestamente non necessario, di diritti fondamentali di libertà personale e di circolazione dei cittadini di cui alla parte I della Costituzione, che meriterebbe rinnovata lettura ed attenta meditazione. Non dimentichiamo che le norme che vengano ad incidere e sacrificare diritti costituzionalmente garantiti, anche a tutela di altri diritti di pari rango che vengano a confliggervi, sono comunque sempre soggette a stretta interpretazione e perdono ogni legittimazione laddove le condotte sanzionate siano prive di lesività per il bene preminente salvaguardato”.

Nell’ambito dell’emergenza da coronavirus, in Valle d’Aosta è prevista “in senso ulteriormente restrittivo” rispetto alla normativa nazionale (per via di una ordinanza regionale) la possibilità di svolgere attività motoria e di uscire con l’animale da compagnia “solo in prossimità della propria abitazione”, ricordano giudici e pm. Nella lettera aperta fanno riferimento in particolare alla “Circolare del Ministero dell’Interno 31.03.2020”, in cui si ricorda che “la finalità dei divieti” risiede “nell’esigenza di prevenire e ridurre la propagazione del contagio” e che “il perseguimento della predetta esigenza implichi valutazioni ponderate rispetto alla specificità delle situazioni concrete”.
Inoltre “non sarebbe forse ‘strategicamente’ più utile limitare l’applicazione dei provvedimenti in vigore nell’ambito effettivamente necessario per il perseguimento dei fini loro propri di contenimento dei rischi reali – e non immaginari – di diffusione dell’epidemia in atto, salvaguardando il più possibile le libertà fondamentali dei cittadini?

Ciò perché i cittadini stessi, ben consapevoli e largamente convinti della necessità di un regime comunque restrittivo, poiché coscienti – per la maggior parte almeno – dei rischi conseguenti al mancato contenimento della diffusione epidemiologica in atto, sarebbero così assai più motivati e spontaneamente disposti al pieno rispetto della normativa vigente, ragionevole ed equilibrata, e non si sentirebbero invece costretti a cercare i più umilianti sotterfugi per sottrarsi a solerti controlli che finiscono per essere percepiti come gratuite persecuzioni di nessuna utilità per l’effettiva tutela del bene della salute pubblica”.

Infine “se superassimo il pericolo da coronavirus lasciando sul tappeto libertà fondamentali e diritti primari di libertà che oggi vengono seriamente posti a rischio da condotte repressive non adeguate rispetto ai fini perseguiti, che risultato avremmo conseguito?”.

Decreti e norme vaghe tradotti sui media

La comunicazione che inquina il diritto

di Michele Papa
(da Il Dubbio 21.4.2020)

Si dice che il Coronavirus sia il frutto velenoso di un “salto di specie”, di uno spillover: un microbo del pipistrello ha fatto il salto ed è passato nel corpo degli uomini. Lo schema d’attacco può ripetersi: anzi, un altro spillover è già in atto.

La minaccia riguarda questa volta il mondo del diritto, la cui delicata specificità ha una storia millenaria. Niente a che fare con l’isolamento sulla torre d’avorio. La specificità del diritto ha solide ragioni ed è fondata sulla sua provata capacità di gestire la conflittualità umana. Con tutti i suoi difetti, il diritto aiuta a guidare le politiche comportamentali in modo meno violento rispetto all’arbitrio del più forte. Il diritto svolge il suo compito di mediazione sociale grazie al modo in cui crea le regole, individuando soggetti e modi della loro produzione (leggi, regolamenti, contratti etc.). Dietro questa gestione della prescrittività c’è un sapere millenario, che ha al suo centro un linguaggio. Ne sono interpreti gli avvocati, i magistrati, i notai e simili.

Sappiamo che speciali cautele assistono il mondo del diritto penale le cui norme terribili devono essere prodotte e scritte in modo particolarmente preciso. A tutela dell’individuo, il diritto penale dispone di strumenti comunicativi di altissima tecnologia: ogni precetto, ogni norma incriminatrice, è capace infatti di rivolgersi contemporaneamente sia ai cittadini che ai giudici. Con le stesse parole, dice ai primi cosa non fare; e ai secondi quando possono punire. Per forgiare, ma anche per adoperare, questi utensili multifunzionali ci vuole una competenza particolare ed è su questa competenza che si fonda la specialità del mondo giuridico.

Oggi l’autonomia di questo ecosistema è minacciata. Dicevamo del virus che, proprio nei giorni scorsi ha tentato, quasi riuscendoci, il salto di specie. Questo virus viene dal mondo della comunicazione mediatica (tradizionale, social, ma anche dei siti istituzionali). E per questo che si chiama anch’esso COVID: un acronimo che sta qui per Communication Virus Desease. Non è da oggi che i patogeni del mondo della comunicazione di massa assediano il diritto. Pensiamo ai processi mediatici. Ai microbi del sensazionalismo, della umoralità irrazionale che caratterizzano le gogne o gli altari televisivi.

L’assedio va avanti da tempo; ma in queste ultime settimane è successo qualcosa di diverso. Il profluvio di decreti e ordinanze tesi a mettere in riga, con sanzioni penali o amministrative, gli indisciplinati del Coronavirus, si è coniugato strettamente con la grancassa mediatica: un messaggio normativo vago si è fuso, per settimane, con quello mediatico.

Per giorni non è stato possibile, né per il cittadino comune né per le autorità dell’enforcement, sapere dove stesse esattamente il nucleo giuridico di alcune prescrizioni. Ad esempio, quelle sulle uscite. Per giorni è risultato, utile, proficuo, efficace, che tale confusione imperasse. Utile che nessuno potesse chiaramente sapere quali fossero i limiti della libertà di movimento e che nessuna autorità dell’enforcement operasse alla stregua di rigorosi parametri giuridici. Mentre in Francia si è autorizzata l’attività motoria per un’ora al giorno ed entro un chilometro da casa, in Italia le indicazioni sono rimaste così vaghe da produrre un campionario di “violazioni” la cui varietà e bizzarria ci intratterrà per anni. I messaggi sulle regole di condotta da osservare sono stati veicolati prevalentemente da fonti informali. I c. d. “indisciplinati”, più che violare precise regole giuridiche, hanno disatteso aspettative di comportamento definite spesso dai media.

Si è così talora diffusa, a dispetto della continua apologia della scienza, una logica antiscientifica simile a quella della caccia all’untore. Aspettiamo fiduciosi i decreti della Fase 2, sperando che sappiamo riportare la dimensione giuridica al centro delle politiche comportamentali. Non è infatti accettabile che la comunicazione mediatica, anche quella di fonte istituzionale, si sostituisca al diritto.

Forse il COVID 2020, il nuovo terribile virus comunicativo di cui abbiamo parlato, non riuscirà a fare ora il salto di specie e finirà come la SARS 2003. Lo speriamo tutti. Perché la prossima volta potrà essere fatale.

 

 

 

Decrete e norme vaghe tradotti sui media. La comunicazione che inquina il diritto
di Michele Papa
(da Il Dubbio 21.4.2020)

Wu Ming sulla DAD (Didattica a distanza)

Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus

della Rete Bessa *
con fotografie di Michele Lapini
(20.4.2020)

Postilla – di Wu Ming

«Non saprei perché gli altri Paesi hanno preso una strada diversa. Secondo me, riaprire le scuole subito è rischioso perché le scuole sono un nucleo di circolazione del virus particolarmente efficiente. Credo che noi stiamo facendo bene a non riaprire le scuole, la ripartenza deve essere fatta in sicurezza».

Pierluigi Lopalco dixit e possiamo scommettere che il governo prenderà la linea senza fiatare, dato che è uno di quei due o tre virologi diventati una sorta di autorità suprema. Poco importa che a costui sfuggano le implicazioni di ordine pedagogico, psicologico, sociale della prolungata chiusura scolastica, cioè quelle di cui invece politici e governanti dovrebbero tenere conto congiuntamente alle esigenze sanitarie e di sicurezza pubblica.

Non è così difficile intuire perché altri paesi europei – che non sono stati necessariamente più reattivi in termini di tempismo e adeguatezza della risposta all’epidemia – stiano programmando la riapertura quanto meno parziale delle scuole. Partono dalla constatazione che la didattica a distanza è al massimo una mezza didattica e non può in alcun modo sostituirsi all’attività in aula – come ampiamente illustrato dall’articolo della Rete Bessa – ma anzi, può portare a danni nient’affatto semplici da recuperare. E forse considerano che una parziale riapertura prima della fine dell’anno scolastico sia precisamente l’occasione di sperimentare nuove modalità di fare scuola in sicurezza, in previsione della ripresa dopo l’estate, anche considerando che in molti prevedono una seconda ondata di contagi in autunno. Dunque anziché attendere non si sa bene cosa, si prova a reagire, con tutta la prudenza del caso. Inoltre, come ovvio, c’è una considerazione meramente economica e capitalistica: se non rimandano i figli a scuola, non possono nemmeno rimandare i genitori al lavoro, e di conseguenza non «riparte» proprio un bel niente.

In Francia è stata annunciata una parziale riapertura delle scuole dall’11 maggio, perché – parola dell’Eliseo – «troppi bambini sono privati della scuola senza aver accesso alla tecnologia digitale e non possono essere aiutati allo stesso modo dai genitori […]. Il governo dovrà stabilire regole speciali, organizzare il tempo e lo spazio in modo diverso, proteggere bene i nostri insegnanti e i nostri bambini con le attrezzature necessarie»

In Germania è stata annunciata la riapertura delle scuole il 4 maggio a cominciare dalle classi che devono sostenere gli esami di fine anno e in generale gli studenti dell’ultimo anno dei vari cicli scolastici. Si dovrà andare in aula mantenendo le distanze e quindi dividendo le classi in gruppi.

In Norvegia e Danimarca dopodomani riaprono le scuole primarie e perfino gli asili nido (vabbe’…), mentre in Olanda c’è chi ha proposto che se le scuole non dovessero riaprire, almeno si anticipi l’inizio del prossimo anno scolastico, per non perdere settimane preziose.

In Spagna – insieme all’Italia il paese europeo più devastato dall’epidemia – si sta ipotizzando che gli istituti scolastici restino aperti durante l’estate, affinché gli alunni che ne hanno bisogno possano rafforzare i contenuti curricolari, fare sport, essere seguiti, avere supporto psicologico. Il tema cruciale è quello di sventare l’abbandono scolastico dei soggetti più deboli. Essendo il paese con la più alta dispersione scolastica d’Europa, la Spagna sa che lasciare alunni e studenti fuori dalle aule da marzo a settembre potrebbe essere un disastro irreparabile per i figli delle famiglie più disagiate.

Una richiesta analoga è stata fatta anche in Italia, sottolineando un altro aspetto della faccenda. Non c’è solo il problema dell’abbandono scolastico dei figli, ma anche quello della fuoriuscita definitiva dal mondo del lavoro di tante madri, che mediamente hanno situazioni occupazionali più precarie dei padri, e che dopo mesi di stallo potrebbero non riuscire più a ricollocarsi nei rispettivi ambiti professionali.

Quando qui da noi sentiamo parlare di riapertura e ripresa delle attività lavorative e non delle scuole, viene da sospettare che il retropensiero sia proprio questo: in fondo siamo un paese in cui una donna su due non ha un impiego o fa lavori saltuari…dunque le madri possono prendersi cura dei figli e restare disoccupate; alle altre basterà dare un buono-babysitter.

In Italia infatti sappiamo che l’anno scolastico finirà, come sempre, prima che in qualunque altro paese europeo, e che si tornerà a scuola a settembre, con la speranza, pare, che sarà almeno all’inizio del mese. Staremo a vedere cosa proporrà la commissione ministeriale che ha il compito di studiare il modo per ricominciare il nuovo anno scolastico, presieduta dall’ex-assessore al lavoro e formazione dell’Emilia-Romagna, Patrizio Bianchi.

Settembre è veramente lontano e il problema non è solo quello – già grave – di non perdere nel frattempo per strada i più deboli, ma anche di recuperare la dimensione dell’apprendimento collettivo, la condivisione, e tutto ciò che costituisce la vita scolastica, senza la quale i ragazzi e le ragazze sono inevitabilmente demotivati e impoveriti.

Resta sul piatto la questione di bambini e bambine delle materne e delle primarie, ai quali è più difficile far mantenere il distanziamento. Ma nemmeno loro potranno essere tenuti fuori da scuola ad libitum, bisognerà trovare un modo per farceli tornare. È quello che già chiedono diverse petizioni.

Dopo che sono stati segregati in casa e trattati peggio dei cani per due mesi, rivendicare il diritto dei bambini alla scuola suona quasi rivoluzionario.