La politica fa bene anche al corpo

di Peppe Nanni
(23.3.2020)

Le critiche e le perplessità circa le forme giuridiche e procedimentali degli interventi di restrizione delle libertà essenziali e l’incoerenza impositiva dei contenuti (ormai ammesse obtorto collo dai giuristi) è poco efficace se assolutizzata ma acquista evidenza se considerata nel contesto dell’insieme dell’azione governativa  – e della scomparsa poco gloriosa degli organi parlamentari pronti alla morte per la Patria – caratterizzata da un mix di pressapochismo, paternalismo, irresponsabilità mediatica che trascende il piano del giudizio (solo apparentemente) tecnico sul Covid19.

L’impegno politico costituisce un presidio fisiologico difensivo rispetto al rannicchiarsi passivamente di fronte al contagio televisivo. “Mai come in questa fase resistenza all’arbitrio e tanatofobia si sono elise a vicenda. Dove c’è l’una non può esserci l’altra” (dal blog di Wu-Ming).

Spinozianamente, la politica fa bene anche al corpo.

Come siamo giunti fin qui? ‘Rimembrare’ al tempo del CoronaDigos

da Giacomo Confortin*

Infuriamo qui rinchiusi, come stamattina a Roma, e mandiamo alla ghigliottina nostra madre al posto del re. L’altro giorno gli uccellini cinguettavano nel giardino e il professore all’altro capo della cosa telematica cui ero collegato fa: “Chi c’ha gli uccellini?” – come Sam Gangee che a Mordor si ricorda che nella Contea c’è ancora l’erba verde.

Dobbiamo rimembrare, secondo la para-etimologia di ‘riattaccare le membra sparse’ del ricordo – come siamo giunti fin qui? E inventare, trovare nuovi affacci, da cui si vedano distintamente, fino in fondo, tutte le questioni all’ordine del giorno del presente ma anche, soprattutto, del futuro prossimo venturo. Ma solo in comune si può! Nel bellissimo passo del terzo manoscritto del ’44:

“Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo è diventato scopo.”

Non ricordo un momento dove riunirsi sia stato mezzo e scopo più di come lo sia ora. Ai tempi del CoronaDigos la contemplatio non è sine actione solo se pensiamo un passo avanti ai decreti e partecipiamo tutti al medesimo mondo sensibile (<https://operavivamagazine.org/il-comunismo-del-sensibile/>). Allora studiamo insieme, allo studio e alla lotta!

*studente universitario, Venezia

appunti sulla teledidattica 1

di Monica Centanni
(22.3.2020)

Premessa

Premetto che, a differenza di tanti colleghi che, per misoneismo o semplicemente per accidia, hanno un atteggiamento negativo nei confronti della evoluzione tecnologica in atto, io credo fermamente che questa del nostro tempo sia una rivoluzione mirabile, paragonabile al passaggio arcaico oralità/scrittura o a quello rinascimentale manoscritto/stampa. Credo che siamo fortunati a vivere in quest’epoca, e sono entusiasta per le immense possibilità che la rete garantisce allo studio (imparagonabile quanto e come possiamo studiare oggi rispetto a soli 20 anni fa), essenziale per l’arricchimento della stessa didattica. In sintesi, a mio giudizio prima del web, studiavamo meno e peggio e insegnavamo meno e peggio. Parafrasando Giorgio Pasquali che affermava che prima del ricorso alle riproduzioni fotografiche dei manoscritti non si può parlare di edizioni critiche, ritengo che prima della possibilità di accesso alle risorse in rete non solo non si possa parlare di ‘edizione critica’ in senso tecnico (su questo si potrebbe fare una bella riflessione teorica) ma non potevamo neppure, seriamente, studiare. Per altro, ribadisco che il motivo per cui non sono sospettabile di misoneismo è il fatto che ho un bel ‘titolo’ tecnologico di cui posso fregiarmi (e mi concedo questo moto di orgoglio perché non è un lavoro mio, ma uno splendido lavoro collettivo): sono direttore di Engramma www.engramma.it, che è la più antica rivista di studi umanistici al mondo fatta e pensata per il web, tutta accessibile open access, dal protowebstorico anno 2000, fino a oggi.

Tanto valga come premessa.

In particolare

Dalla mia esperienza venticinquennale di insegnamento, ho imparato che ogni corso va calibrato di anno in anno, tarato sulla composizione della classe, che cambia sia perché, come si sa, gli studenti vanno ‘ad annate’ come il vino (e certi anni sono ottimi, certi altri meno), sia perché il corso stesso, per sua natura, richiede pazienza, capacità di ascolto dei profili e soprattutto dei desideri che gli studenti hanno rispetto all’antico. Come credo capiti a molti di noi, a ogni lezione arrivo con un bel po’ di appunti e con un PowerPoint pronto, ma il più delle volte in classe la lezione prende un’altra piega, perché c’è la domanda inattesa, c’è lo sguardo di quello studente in terza fila che mi fa pensare che forse sto dando per scontate troppe cose, c’è il brillare degli occhi di quella studentessa, così bella, in prima fila che mi suggerisce che un’idea, una frase buttata là di passaggio merita una digressione. Se sciorino la lezione che ho diligentemente preparato, annoio prima di tutti me stessa (credo che tre o quattro volte in vita mi sia capitato in tanti anni di lezione e ancora me ne ricordo con un po’ di vergogna). Il fatto è che vado in classe non a insegnare ma a imparare cosa e come, di quel che so, va ‘insegnato’; cosa e come posso spiegare, cosa vale e cosa no di quel che sto studiando e come posso comunicarlo. Solo a queste condizioni – praticando questo ascolto – credo si eccita, e poi si coltiva, la passione per i temi del mondo antico e insieme si affina il rigore che la ‘filologia’ dell’antico richiede.

Sul piano generale

Dato che ‘professiamo’ il mestiere intellettuale e che il nostro compito è anche quello di considerare criticamente le situazioni in cui ci troviamo ad agire, non è eludibile una riserva generale su questa corsa alla telematizzazione dell’Università (e di tante altre attività culturali e performative).

Purtroppo, ben sappiamo che le situazioni di emergenza – anche quando serissime e fondate come questa – sono contingenze pericolose perché preludono ad accelerazioni e derive non sempre controllate e controllabili. Mi pare nello specifico molto pericoloso (ora, ma soprattutto a partire dal day after e a seguire) il non detto che striscia dietro alla teledidattica: l’assimilazione delle lezioni –  e dei seminari e delle discussioni – a distanza a quelle in presenza; l’idea che tutto si possa fare a distanza e il – conseguente e inevitabile – annientamento dello spazio pubblico per eccellenza che in Occidente è l’università, sono i teatri e in  generale i luoghi della vita activa del cittadino. Dopo anni di attacchi – per strategia, ignoranza o noncuranza – alle nostre   istituzioni e alle attività culturali nel nostro paese, che hanno fatto passare silenziosamente il messaggio che la cultura e l’istruzione siano un orpello di lusso, non il servizio essenziale che la res publica deve offrire, questo potrebbe essere l’ultimo colpo all’ “avvenire delle nostre scuole”.

Su questo dobbiamo stare all’erta: perché la “salute” del cittadino non è la mera (e patentemente impossibile) immunitas, ma la fiducia nelle istituzioni e nelle strutture (ché è questa che ci manca e innesca ansie e paure), la qualità della vita pubblica, la decisione – tutta intellettuale e politica – su quali siano i ‘beni di prima necessità’. Tra questi la convivenza, la vita pubblica, l’università vissuta come luogo di incontro e di cambio fisico, estetico prima che intellettuale, di saperi e di esperienze, è l’aria stessa di cui l’“animale da polis” non può fare a meno. Pena l’asfissia di cui si muore, in vari modi anche concreti, tanto quanto della polmonite virale.

Vivere, non sopravvivere

Uno spazio per il tentativo di capire, pensare, opporsi al sabba dei controllori, proibitori, puritani, moralisti, servi, e di tutta la varia umanità che sembra ubriacata dal vino andato a male del controllo totale.

È bene che qualcuno dica apertamente e a voce alta che vogliamo vivere, non sopravvivere.

Per la nostra specie, e per i corpi collettivi nei quali si organizza, vivere implica una serie di elementi ricchi, complessi, plurali. Fondamentale, necessario, condizione di ogni altro è l’elemento biologico. Da salvaguardare con tutti gli strumenti medici, politici, sociali che epoche e situazioni offrono. Ma non è sufficiente.

Necessario, appunto, ma non sufficiente. Vivere significa anche scambio con i propri simili, relazione con lo sconosciuto, incontro dei corpi nello spaziotempo, nell’ambiente, nel mondo.

La vita è movimento, scoperta, autonomia.

Vivere è non smarrire mai, e anzi moltiplicare, la dimensione simbolica, culturale, collettiva dello stare al mondo. Perché Homo sapiens è naturacultura che agisce nello spazio e nel tempo. Non è un software astratto, formale, disincarnato.

Se in situazioni di emergenza può essere necessario diminuire la potenza dell’incontro dei corpi, questo non può mai significare rinuncia alla vita umana che è, essenzialmente, vita politica, ricchezza simbolica fisica ed estetica dell’esistere. Ma è quanto sta accadendo ed è qui che abita il pericolo.

La morte per l’uomo non è soltanto decesso dalla vita, è il dissolversi del mondo.

I temi da cui iniziare:

  • chiusura e militarizzazione degli spazi pubblici, in primis i teatri ‘course!>> aggressione alla vita activa, e alla sua prima incarnazione: la ‘realtà aumentata’ che è il teatro;
  • estensione del principio di emergenza che giustifica ogni privazione della libertà (e ogni sterminio) per questioni igienico-sanitarie;
  • esternazioni e retoriche dell’ideologia della purezza sanitaria senza sentore della valenza ideologica della questione;
  • confusione tra la salute, intesa come pura integrità e assenza di contagi, e l’esercizio della pienezza della vita, che include, dall’Atene del V secolo in avanti, le funzioni civili e politiche;
  • se è vero che ‘il tempo è politica’ come insegna Gramsci, inneschi ansiogeni nella drammatizzazione degli annunci governativi: la sera, in narcisistica diretta, e così via…
  • totale assenza (almeno in Italia) di progetti di interventi reali ed efficaci: costruzioni di ospedali, soprattutto al sud; abolizione (non sospensione/procrastinazione) delle tasse e degli affitti; soluzione della vergognosa e imbarazzante situazione delle carceri;
  • criminalizzazione dei cittadini che non stanno a casa, targati come ‘irresponsabili’, ‘incoscienti’, ‘furbetti del coronavirus’;
  • pericolo (ora, ma soprattutto dal day after a seguire) di perpetrazione del crimine della riduzione delle libertà pubblica;
  • pericolo (ora, ma soprattutto dal day after a seguire) di annientamento finale delle ‘nostre scuole’: assimilazione delle lezioni (e seminari e discussioni) a distanza a quelle in presenza