«Non vi può essere alcun momento nella vita democratica in cui si debba soltanto obbedire e combattere»

di Massimo Cacciari
(da La Stampa, 3.9.2021)

Qualsiasi manifestazione di protesta contro il Green Pass che non si esprima attraverso documenti ragionati, raccolta di firme, discussione, e che dia di conseguenza spazio a provocazioni e strumentalizzazioni di ogni genere avrà un solo effetto: alimentare il clima di emergenza perenne che ci sta soffocando e rinvigorire gli scriteriati attacchi che persone come il sottoscritto e Giorgio Agamben hanno subito in questi giorni (accanto a centinaia e centinaia di lettere di stima e comprensione anche da parte di medici e giuristi, che hanno firmato esposti e documenti di cui nessuno dà notizia).

Non parlo ovviamente degli idioti che ce l’hanno in generale coi vaccini e vedono complotti e piani da Spectre di James Bond dietro ogni angolo. Parlo di iniziative, anche violente, volte a destabilizzare ulteriormente la situazione politica del Paese, che oggi si regge pressoché soltanto sull’autorevolezza internazionale di una persona. È necessario e urgente riportare la discussione sui binari della responsabilità e del ragionamento. In democrazia è sempre necessario discutere; non vi può essere alcun momento nella vita democratica in cui si debba soltanto obbedire e combattere. […]

Chiedo scusa se insisterò socraticamente con le domande – so di non sapere e chiedo a chi invece crede di sapere. Vorrei sentire dai giuristi: è o non è in contraddizione col regolamento UE 2021/953, che vietava ogni discriminazione, l’istituzione del Green Pass, nei termini in cui diventerà legge in Italia? E ai nostri illustri costituzionalisti vorrei chiedere: non sembra loro che la possibilità di obbligare a trattamenti sanitari dipenda dal pieno «rispetto della persona umana»? Non pensano che conditio sine qua non perché di rispetto per qualcuno si possa parlare è che costui venga correttamente informato? Risulta loro di essere stati precisamente informati su andamento dell’epidemia, vaccino, vaccini, loro possibili conseguenze, ecc.? E da chi avrebbero potuto? Dai bugiardini dei Big Pharma in continua evoluzione? Navigando in rete tra diecimila notizie in contrasto? È un peccato discuterne, è anti-scientifico, è iscriversi a Casa Pound?

Democrazia è critica, informazione, domandare e ascoltare da chi è competente. Domando e non ascolto: vero o falso che in Israele, dove il tasso di vaccinazione è stato tra i più alti, il 60% dei nuovi ospedalizzati (quasi il 90% ultra sessantenne) ha avuto il vaccino, e che dati analoghi o quasi sembrano emergere un po’ dappertutto? Perché non si hanno dati altrettanto trasparenti da noi? Tuttavia, alcuni ci sono e altrettanto preoccupanti: nell’agosto di quest’anno rispetto a quello del 2020 sono aumentati contagiati, ricoverati, terapie intensive e decessi, malgrado la campagna di vaccinazione abbia già superato il 60% (quorum ego, tra parentesi). Quanti di costoro sono stati vaccinati? Vi è differenza tra un vaccino e l’altro? Quale l’età? Quali le patologie pregresse? Domande oziose? E il «rispetto per la persona», allora? Nessunissima ragione di allarme se anche a coloro che esibiscono il proprio Green Pass in numerosissimi casi (sulla base di quali criteri?) si richiede lo stesso il tampone? La Scienza, quella che si è auto-definita da noi come la sola depositaria di verità (trattando da povero deficiente anche qualche premio Nobel), potrebbe rassicurarci intorno a tali questioni? E magari anche indicare con qualche precisione i casi in cui la vaccinazione possa essere sconsigliata. O per gli scienziati al governo è sempre, comunque e dovunque benefica, anche in caso di gravissime allergie o rischi di trombosi? Sarebbe un atteggiamento assai poco scientifico, per quanto ne sappia di epistemologia… Molti medici di base e curanti la sconsigliano, infatti, ai loro pazienti, ma non osano firmare alcun certificato.

In questa situazione non sarebbe prudente attendere prima di imporre la vaccinazione a milioni di adolescenti e bambini, che presentano un caso grave ogni qualche milione di contagiati? Come la mettiamo col diritto? Qui c’è un soggetto, che di per sé non rischia nulla o quasi, cui viene imposto un trattamento di cui si ignorano le potenziali conseguenze, a favore pressoché esclusivo di altri. In Germania sono no-vax perché hanno creduto di non procedere in questa direzione? Mi auguro che in sede di conversione in legge del Decreto a queste domande si diano attendibili risposte. Che domande e risposte vengano espresse in modo ragionevole e civile. E soprattutto che finalmente vengano indicati con chiarezza i criteri in base ai quali verrà posto fine allo «stato di emergenza».

La decisione non può essere assunta ad libitum in base all’ennesimo Dpcm. Da decenni il Parlamento perde progressivamente di centralità e autorevolezza. È un’occasione per tentare di invertire la deriva, non perdiamola.

φάρμακα, qui a Eumeswil

di Monica Centanni
(3.9.2021)

Luca e Alessandro pesavano circa 5 chili quando li ho portati a fare la prima vaccinazione – cos’era? Non me lo ricordo: so che la sostanza che ho fatto iniettare dentro il corpo dei miei figli poco più che neonati era minacciosamente ‘esavalente’, e so che così andava fatto.

Fennek pesava forse 400 grammi quando l’ho portata a fare il vaccino, non so cos’era se non che era minacciosamente ‘trivalente’: è stata stralunata per circa due ore e poi è tornata a imparare la vita, come fanno i gatti.

Al tempo non mi sono documentata su quale fosse la casa farmaceutica che produceva il vaccino che sarebbe stato iniettato dentro al corpo dei miei bambini, né la marca di quello che hanno fatto alla mia gattina – così come non faccio l’analisi dell’acqua che ogni giorno bevo dal rubinetto di casa, così come non faccio l’analisi delle polveri sottili nell’aria ogni giorno che esco di casa… Era da fare e l’ho fatto. Pur sapendo che c’erano dei rischi, e ben più alti, percentualmente, di quelli del vaccino anticovid. Vivere è rischioso; vivere stando nel mondo è in certa misura ancora più rischioso perché ha alcuni vantaggi (nella preponderante maggioranza dei casi in cui il φάρμακον si disambigua in ‘farmaco’ e non in ‘veleno’) ma, come sempre accade quando si maneggiano sostanze ambivalenti e potenti, sono anche da mettere in conto rischi ulteriori (nel caso in cui il φάρμακον fa, come sempre può fare, il suo mestiere di veleno e non di farmaco).

È, certo, una decisione: ma che fosse una decisione, e una decisione grave e pesante, lo proclamavo anche quando passavo per paranoica in mezzo a mammine premurose che facevano a cuor leggero vaccini e richiami, a bambini e a gatti, come se niente fosse… Si può decidere, è vero, di fare gli eremiti in qualche Foresta nera, a discettare dell’essere e magari pure del tempo, possibilmente senza fare i conti con il fatto che quel pensiero non è innocente (come non è mai innocente il pensiero quando è pensiero), né rispetto all’essere né, soprattutto, rispetto al tempo. In alternativa, anche su questo fronte come su mille altri, io credo siano da seguire le “Istruzioni per l’uso del mondo”, strapiene di tante e variegate prepotenze, tanto più intollerabili quanto più sono insensate – e ci si fa il vaccino. E ci si mette in tasca il greenpass. Per poter vivere.

Perché, allora, potevamo anche non uscire di casa per evitare di compilare i moduli di autodenuncia da esibire agli sbirri di turno; potevamo ritirarci nella Foresta di cui sopra, e non metterci la mascherina. Potevamo decidere di non andare in aula a far lezione, di non viaggiare, di non andare al bar o a teatro, pur di non sottometterci all’umiliazione – fisica psicologica estetica – del bavaglio sulla bocca. Io, invece, abito a Eumeswil e non voglio ritirarmi da questa vita. Ma deve essere un problema mio. Sarà che sono una materialista lucreziana; sarà anche che ho adottato, teoreticamente ed eticamente, il concetto (e il termine) ‘corpomente’ che ha coniato il mio amico filosofo Alberto Biuso (che sul tema, come si legge anche nel nostro sito, la pensa molto diversamente da me); sarà che, antimetafisicamente, non so la differenza tra il dentro e il fuori e perciò non vedo alcuna differenza essenziale, nessun salto di scala, tra obbligo di mascherina e vaccino. Anzi la vedo, la differenza, in termini di quantità e soprattutto di qualità simbolica – ma a tutto svantaggio della mascherina, il cui uso imposto mi sta scorticando nervi e pelle del viso dal lontano marzo 2020: mi sta letteralmente cambiando i connotati e le espressioni della faccia. Eppure ho dovuto metterla, l’abbiamo messa tutti, e continuiamo a metterla nei negozi, nei treni, negli aerei… Io in particolare non ho fatto la scelta di non metterla, perché, fisiologicamente, mi serviva vivere, viaggiare, insegnare.

Perciò, per vivere nel mondo, qui a Eumeswil, ho fatto il vaccino. Sia chiaro – non si tratta di Fede (nella efficacia salvifica del vaccino); né si tratta di Speranza (che sia l’ultima prepotenza che subiamo e che poi, dopo questo passo, l’autorità si ritiri in buon ordine: come dicono i miei amici filosofi bisogna stare in guardia perché è un piano inclinato); né si tratta di Carità (verso il prossimo, perché non credo che nessuno sappia scientificamente come si trasmette il contagio). È elementarmente una necessità, necessità primaria di vita – sociale e politica.

Ho avuto il covid nel novembre 2020; comunque, appena è stato possibile mi sono vaccinata, per poter fare lezione in aula ai miei studenti, per poter fare seminari, per poter fare gli esami: per poter andare in giro con una carta in tasca che mi consentisse di dire: ecco, cosa volete? Faccio lezione, certo e solo in presenza, e non avete scuse per dirmi che non posso farlo. E, nello specifico, l’opposizione all’obbligo del vaccino non può essere un ostacolo, né, per nessuno, una scusa, per il ritorno alla scuola vera, alle lezioni in presenza. Appena possibile ho scaricato il greenpass e grazie a quello, sono andata a fare una conferenza a Barcelona, sono andata a un convegno a Delfi – e sono entrata nei musei spagnoli e greci, e sono andata a vedere Baccanti al Teatro greco di Siracusa. A me serve vivere.

Qui a Eumeswil continuo a esercitarmi, per quel che sono capace, a sentire con acutezza di sensi e di pensiero, ad allenarmi a tenere alta la soglia critica, a vedere sentire odorare toccare denunciare tutto quanto accade – incluse mascherine, certificati e violenze, fisiche e psicologiche, assortite …

Ma intanto, è importante non dimenticare. E chiunque abbia visto l’ago della puntura di un vaccino (uno qualsiasi di quelli obbligatori) bucare la pelle di un bimbo di 3 mesi e iniettare dentro quel corpo tenero e sano, che si sta attrezzando alla vita, un mix di sostanze velenose e cattive; chiunque abbia visto inoculare una dose di medicina nel collo di un gatto piccino piccino; chiunque l’abbia fatto non spensieratamente, ma ben sapendo a cosa andava incontro; chiunque sia stato a spiare per una notte, per un giorno, per un’altra notte e un altro giorno – e così via, ogni volta, a ogni dose – le reazioni, cercando di dimenticare i numeri delle statistiche che continuano a lampeggiarti nella mente, stando a vedere se era vera la promessa che il φάρμακον avrebbe agito da farmaco e non da veleno; chiunque si ricordi anche solo un istante di questa esperienza, è già abbondantemente vaccinato contro la renitenza/resistenza al vaccino anticovid.

Ricordare – perché solo il Luminar di Mnemosyne ci permette di non dire parole infondate.

 

Signor Presidente, lei non può decidere della mia vita e della mia morte

Una signora di 88 anni così scrive a Macron. Da queste parole, da cui traluce un sereno orgoglio e un senso pieno della vita, impariamo la superba dignità di chi rivendica, a voce alta e chiara, la libertà di essere signori dello stile della propria vita e della propria morte

J’ai 88 ans, M. Macron, qui êtes-vous pour décider de ma vie et de ma mort?

di Madame X
da « Riposte Laïque » 23.10.2020

« Bonjour Monsieur le Président,
Je m’appelle Madame X, j’ai 88 ans.

Ce n’est pas moi qui tape cette lettre, je ne sais pas trop comment faire. C’est donc mon arrière-petite-fille de 19 ans qui écrit sous ma dictée.

Je vous écris aujourd’hui pour vous dire toute ma colère contre vous, vos ministres, et vos conseillers « scientifiques ». Qui êtes-vous, jeune godelureau, pour penser et décider à ma place, de ce qu’est ma vie, de ce que sera ma mort ?

J’ai 88 ans, j’ai eu une belle vie, avec ses hauts et ses bas, ses joies et ses blessures, comme tout le monde, je présume.

Dans les hauts, j’ai eu 5 enfants, tous mariés, qui ont eu à eux tous, 15 petits-enfants. La plupart de mes petits-enfants (12) sont aussi mariés, et ont maintenant à eux tous, 27 enfants. J’ai donc 27 arrières-petits-enfants.

Si vous savez compter, ma famille, issue de mon mariage avec mon regretté Robert, se monte à 54 personnes. Sans parler de la famille de mes frères et sœurs, que je vois encore régulièrement. À nous tous, nous sommes plus de 250, qui nous réunissons tous les 15 août… enfin, sauf en 2020, grâce à vous.

Et encore, 2 de mes arrière-petites-filles viennent de se marier. SANS MOI !!!
Grâce à vous et vos sbires, elles ont toutes les deux été privées de leur famille au complet, et amis, car vous avez interdit les rassemblements familiaux de plus de 30 personnes pour ME PROTÉGER, MOI !

Et accessoirement, mes enfants, qui ont 60 ans et plus.
Mais je ne vous ai rien demandé !

QUI ÊTES-VOUS POUR DÉCIDER DE MA VIE ET DE MA MORT ?
Moi, je veux VIVRE auprès des miens, les voir, les embrasser, rire et pleurer avec eux, SANS RESTRICTIONS.

Et si j’en meurs, eh bien, c’est que ce sera mon heure. Je mourrai heureuse d’avoir profité de leur présence, de leur joie et de leur amour jusqu’à la fin de ma vie.
Je refuse que vous m’obligiez à vivre seule, loin de toutes et tous, sans aucun contact physique, sans câlins de mes amours, sans leur rire devant mes gâteaux… Et encore, j’ai la chance de vivre chez moi.

Mais je pense à mes amis, qui vivent en Ehpad, emprisonnés dans leur chambre, sans voir personne, qui ont dû supporter la chaleur cet été, car on leur a interdit le ventilateur dans leur chambre. Ils sont en train d’en mourir ! De tristesse et de solitude. Vous êtes en train de les tuer bien plus sûrement que le covid. Et en plus, vous les priverez de la présence de leur famille lors des obsèques, limitées elles aussi en nombre de personnes présentes.

Pourtant, vous, vous vivez bien avec une femme de plus de 65 ans. Elle n’est pas à risques ? Pourquoi ne pas l’isoler de tous contacts, elle aussi ?

En fait, selon les critères que vous nous appliquez, vous la mettez en danger, elle aussi…
Encore une incohérence de votre part.
Ma petite-fille n’a pas pu se marier avec ses amis, mais ses frères et sœurs sont venus en trains bondés, avec parfois plus de 5 heures de trajet…

Logique, selon vous ? Vous autorisez 700 personnes à se réunir sous un chapiteau, mais vous interdisez 100 personnes sous une tente de mariage ?

Vous nous interdisez de vivre car vous avez sabré les lits d’hôpitaux, sous Hollande, puis vous, directement. Vous parlez de saturation, car 1 500 personnes sont en réanimation. 1 500 personnes sur 66 millions de Français ? De qui vous moquez-vous ? D’autant que toutes ne le sont pas pour des raisons de covid.

Il y a environ 50 morts par jour, ATTRIBUÉS au covid. Est-ce une raison pour moi, mes amis, nous les « vieux », de nous priver de vivre ?

Sans compter tous les Français, condamnés à la peur, au désespoir et au chômage à cause de vous… Vous ne voulez pas que nous, les vieux, nous mourrions, mais vous vous servez de nous pour faire mourir toute la France !

Monsieur le Président, laissez les Français tranquilles, LIBRES DE DÉCIDER DE LEUR VIE ET DE LEUR MORT !

Sachez qu’à partir d’aujourd’hui, 12 octobre 2020, je vais vivre comme je l’entends, en recevant qui je veux, et j’embrasserai tous ceux qui viendront me voir.

Votre avis, comme disait mon cher Robert, « je m’en tamponne le coquillard ».

Bien à vous,
Madame X »

Il governo, nostro padre apprensivo

di Alejandro Nanni, studente
(10.10.2020)

Ma avrà fine questo atteggiamento che ha preso il governo – rilanciato anche da sindaci e presidenti di regione – da padre apprensivo? Avrà fine o è destinato, come pare in questi giorni, a diventare stabile e inoppugnabile? Lui sa cos’è meglio per noi, e ora il nostro babbo ci toglie la paghetta se non indossiamo la mascherina.

Non si sente più neppure il bisogno di motivazioni valide, di argomenti razionali: i poteri assoluti del re sono stati estesi per un tempo ancora più lungo. Il cittadino, considerato incapace di provvedere a se stesso, viene privato della possibilità di decidere come comportarsi, di esercitare la sua responsabilità soggettiva, trattato come un criminale se rivendica il diritto di capire e di scegliere quale sia l’atteggiamento più responsabile da prendere, umiliato come un bambino stupido da punire se non obbedisce. E se non concordi sulle norme sovranamente calate dall’alto, se eserciti il diritto di critica sei tacciato di essere depensante.

Probabilmente non ci sarà una seconda quarantena; persino Conte pare rendersi conto di quanto sarebbe disastrosa per l’Italia. Persino Conte pare capire che la gerarchia delle emergenze, in questa fase, è un’altra: si sono accorti che esiste – se non la scuola, se non la stessa vita – almeno l’economia.
Ma la cosa che più ci rattrista è la rassegnazione preventiva: si sente gente affermare che sarebbe contenta di tornare in quarantena se è “per il bene di tutti”. Ma cos’è questo bene di tutti? Sembra qualcosa di definito, preciso, unico e indiscutibile. Deleghiamo il governo a scegliere qual è il bene di tutti?

Inno al corpo

di Paul B. Preciado
da “Liberation” (20.6.2020)

Amiamo il corpo malato. Amiamo le cicatrici e i morsi lasciati sulla pelle dalle ferite. Amiamo il corpo anziano, segnato dal tempo, raggrinzito dal sole, pieno di ricordi. Amiamo il corpo lento. Amiamo l’imperfezione e lo squilibrio, il labbro screpolato, l’occhio che vede a malapena, la mano che fatica ad afferrare l’oggetto, il pene moscio, la gamba più corta dell’altra, la colonna vertebrale che non può raddrizzarsi.

Amiamo il vero corpo, fragile e vulnerabile, e non il corpo ideale e tirannico della norma. Amiamo il corpo poetico, perché il linguaggio è solo uno degli organi astratti del corpo vivo. E amiamo il corpo in tutte le sue dimensioni organiche e inorganiche.

Il linguaggio e la tecnologia sono organi collettivi e politicizzati. Come tutti gli altri organi del corpo, ci sono stati rubati. Non sappiamo quasi niente del corpo vivo. Occorre quindi amarlo là dove esso si esprime: nella sua tremula fragilità.

Senza virtù coloniali e patriarcali
Amiamo sia il corpo che nasce sia quello che si avvicina alla morte, questo corpo considerato già obsoleto, inutile, improduttivo, un corpo che ci viene presentato in termini di spesa pubblica, corpo-debito, cifra nelle statistiche su infettati e morti.

Amiamo questo corpo che, pure se sull’orlo della morte, è ancora sensibile a un raggio di luce sulla pelle, a una parola, a un suono. Il corpo vivo in tutte le sue dimensioni è la nostra unica religione. Di conseguenza più un corpo si fa corpo, quando non presenta alcuna delle virtù patriarcali e coloniali – forza, produzione, giovinezza, lusso – più lo amiamo.

E questo anche perché le istituzioni della sanità pubblica, gli ospedali e le case di riposo, le prigioni, le scuole e le aziende sono i nostri primi nemici: perché cercano di ridurre il corpo vivo all’anatomia, all’indicatore di pubblica sanità, alla redditività dei pensionati, alle cifre sulla prevenzione della criminalità, al livello d’istruzione, al profitto.

I governi hanno parlato della guerra al virus, ma in realtà hanno fatto la guerra ai nostri corpi poetici. La nostra pelle è stata strappata, siamo stati privati di qualsiasi contatto o cura, siamo stati separati da amici e amanti, e i corpi preziosi dei nostri cari malati di covid-19 sono stati gettati in una fossa senza nome, privati del rituale che collega la memoria dei morti ai corpi dei vivi. Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista, che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi per una comunità che sogna di essere immunizzata. Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.

Gioiosamente virali
Perché non siamo la comunità immunizzata, siamo la comunità malata. Siamo intossicati e tossici. Il mondo al quale abbiamo appartenuto, questo mondo che non parla d’altro che di sanità pubblica, di prevenzione e d’igiene, non ha fatto altro, dal colonialismo a Hiroshima, passando dall’Olocausto e da Chernobyl, che distruggere il corpo vivo. La religione ha fatto del corpo la prigione dell’anima e il nemico di dio. L’ha fustigato, legato, ha cercato di purificarlo con il tormento e il fuoco. Ha voluto negarlo, dominarlo, sublimarlo. La scienza ha trasformato il corpo in un oggetto anatomico, l’ha sezionato, l’ha diviso in organi e in funzioni, ha voluto conoscerlo e controllarlo.

Lo stato liberista moderno ha fatto del corpo un bene e una merce, una responsabilità e una proprietà privata dell’individuo. L’ha disciplinato, normalizzato, uniformato. Il capitalismo coloniale ha fatto del corpo una forza lavoro, l’ha schiacciato, gli ha preso non solo tutta la sua energia vitale, ma anche tutto il suo potere creativo. Ha voluto catturarlo, comprarlo, venderlo, trarne profitto. Il patriarcato ha trasformato il corpo in forza di riproduzione. L’ha violentato, lo ha ingravidato. Nel neoliberismo questo corpo distrutto, devastato, espropriato, catturato… dal quale è stata estratta ogni forza vitale, è ancora negato. Al suo posto, un avatar edulcorato viene presentato come un’immagine elettronica condivisa. Ma il corpo resiste.

Requiem Antigone di Archivio Zeta

Modena, Cimitero di San Cataldo, 3-4 ottobre 2020

di Monica Centanni e Peppe Nanni

Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista,
che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi
per una comunità che sogna di essere immunizzata.
Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione
dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.
Paul B. Preciado, Inno al corpo

Fotografia di Franco Guardascione

Non poteva che essere Archivio Zeta, di cui conosciamo le rappresentazioni di testi tragici allestite sul fondale suggestivo del Cimitero tedesco sul Passo della Futa, a incrociare il mitema tragico di Antigone con l’emergenza – emergenza sanitaria ma anche, soprattutto, psico-politica – legata al Covid 19.

Infatti, facendo leva su una cornice altrettanto eccezionale come il cimitero San Cataldo di Modena e in particolare sul cubo metafisicamente essenziale di Aldo Rossi, Archivio Zeta, con la sua sensibilità artistica, mette sotto accusa i divieti di stampo tebano dei rituali di sepoltura dei morti, imposti durante il periodo clou dell’epidemia. Il sequestro dei corpi dei moribondi e dei morti e la proibizione dei rituali di sepoltura: è stata una violazione, inaudita, del dovere/diritto primario alla cura dei propri cari, all’assistenza agli infermi, all’accompagnamento alla morte. Non era mai accaduto: Creonte è stato superato.

Vulnerando il diritto primario alla sepoltura e all’elaborazione del lutto, i decreti governativi, mentre colpivano il corpo fisico dei cittadini, incidevano contemporaneamente nella carne viva del ‘corpo poetico’: Questo pare essere il grido teatrale della compagnia. A essere gravemente incrinate sono state le capacità espressive dei più umani dei sentimenti, raddoppiando e amplificando la morte fisica con la perdita di senso dell’esistenza, sequestrato insieme alle bare dei funerali negati.

Deve essere messa in luce la costanza e la tenacia di questa piccola compagnia teatrale che testimonia l’autenticità e l’intensità dello sforzo creativo anche nella difficilissima situazione che colpisce, ancor più per quanto non accada per altri settori, il mondo dello spettacolo e in particolare quello teatrale, che non può esistere se non afferrando fisicamente la diretta presenza dello spettatore.

Alla compagnia di Guidotti e Sangiovanni va riconosciuto un supplemento di merito per la peculiare capacità di intensificare la latente riserva di vibrazioni emozionali dei luoghi: a San Cataldo, come alla Futa, il concentrato di memoria, di energia e di qualità architettonica, è riattivato attraverso l’azione teatrale. La potenza suggestiva dell’ambientazione è chiamata a far da palcoscenico alle nostre passioni: una complicità delle forme materiali che certifica l’effetto di verità dei gesti dei corpi degli attori e dei testi che risuonano grazie alle loro voci.

 

 

Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia
Una guida, in dieci punti

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33

Una guida – esito sintetico della nostra esperienza, maturata ed esercitata da noi personalmente e concretamente nel corpo vivo dei corsi che abbiamo tenuto nella primavera/estate 2020 all’Università di Catania e all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo sintetizzato la nostra presa di posizione in questo testo su sollecitazione di molti amici e sodali, ‘compagni di scuola’ dei nostri e di altri Atenei.

La scorsa primavera, per spirito di responsabilità istituzionale e con la piena consapevolezza della difficoltà della situazione, abbiamo tenuto a spiegare e argomentare le nostre prese di posizione prima ai nostri studenti e poi agli organi di governo delle nostre Università, e in qualche caso siamo stati chiamati direttamente ‘in causa’, a renderne conto.

Specifichiamo che, avendo applicato punto per punto i principi e i comportamenti che ora abbiamo raccolto in questo Decalogo, pur essendo stati richiamati a dar ragione delle nostre scelte, non siamo stati sottoposti ad alcun provvedimento sanzionatorio da parte degli organismi di disciplina delle nostre Università. Comunque, a garanzia di tutti, prima di condividere questa nostra elaborazione, abbiamo sottoposto il Decalogo ad amici e colleghi giuristi, i quali hanno verificato la correttezza, legale oltre che di principio, delle nostre affermazioni. Ne abbiamo inoltre parlato con alcuni dei nostri studenti, i quali ci hanno dato delle indicazioni molto significative.

Premesse

La prima premessa è il perdurare della condizione di emergenza collegata all’epidemia Covid, la conseguente affermazione dello stato di eccezione, nazionale e internazionale, che ad essa conseguirebbe, e la mancanza di chiarezza nelle indicazioni sulla didattica universitaria.

La seconda riguarda il fatto che non tutti i docenti universitari sono disposti a subire passivamente i multiversi e contradditori diktat impartiti da una qualsiasi autorità sulle modalità di svolgimento delle lezioni universitarie.

La terza è relativa al fatto che i doveri e i diritti dei docenti universitari sono statuiti dalla Costituzione, che rappresenta il vertice nella gerarchia delle fonti del diritto e non può certo essere contraddetta – esplicitamente o implicitamente – da una disposizione normativa di rango secondario, come i regolamenti emanati dai singoli Atenei o un qualsiasi altro provvedimento amministrativo.

Tutte le leggi che la Repubblica ha emanato sull’insegnamento universitario confermano – e altro non potrebbero fare – la lettera e lo spirito dell’art. 33 della Costituzione (si veda, in Appendice, una sintesi delle leggi sul punto che ribadiscono il dettato costituzionale). Di fatto, gli obblighi dei docenti sono indicati nei regolamenti dei singoli Atenei in modo di caso in caso più o meno preciso. Tutto ciò che non viene esplicitamente regolamentato è lasciato alla coscienza civile e alla competenza didattica dei docenti stessi, nella piena osservanza anche degli articoli 2 e 34 della Costituzione che stabiliscono: il rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; il fatto che “la scuola [sia] aperta a tutti”; il fatto che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In questo contesto è importante ricordare che Concetto Marchesi fra i Costituenti nel presentare l’articolo 33 – in cui è detto che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione” – sostiene che esso è “ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento [c.vo nostro] e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita”.

Una guida, in dieci punti

I. Libertà di insegnamento

Il docente ha il dovere e il diritto di svolgere la sua attività di insegnamento e di ricerca, individuando le modalità e i metodi più idonei rispetto alla materia e all’organizzazione interna del corso, all’interno dell’organizzazione dei Dipartimenti.

Il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento.

II. Contatto e relazione con gli studenti

Il docente ha il dovere di avviare un contatto diretto con gli studenti iscritti al corso, stabilendo una relazione individuale o di gruppo e con i mezzi che ritiene più idonei per chiarire i contenuti del programma, fornendo ogni indicazione utile e tutti i materiali per gli approfondimenti. Il dovere della relazione diretta, personale e di gruppo, con la classe e con i singoli studenti è tanto più vitale e importante quanto più anomale sono le condizioni in cui ci si trova a insegnare. Il docente ha il dovere di condividere con gli studenti del corso le linee e la metodologia per lo studio dei testi in programma e per eventuali ricerche e approfondimenti.

III. Diritto di obiezione di coscienza rispetto alla didattica a distanza

Il docente – che non abbia ab initio stipulato un contratto che preveda la sua accettazione di modalità di insegnamento telematico – ha il diritto di esercitare obiezione di coscienza rispetto a qualsiasi obbligo imposto che sia contrario ai suoi metodi e ai suoi principi. Rientra a pieno titolo nel principio della libertà di insegnamento del docente sostenere e argomentare in tutte le sedi, dal confronto con gli studenti alle sedi istituzionali, il fatto che la didattica a distanza, dal punto di vista concettuale, è un monstrum che impone la consegna incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento e comporta lo snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico. All’orizzonte dell’ideologia securitaria della immunitas si profila l’eliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente.

IV. Diritto al rifiuto dell’integrazione impropria della dotazione retorica

Il docente ha il dovere di svolgere lezioni e di essere preparato a questo compito sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista del possesso della necessaria strumentazione retorica. Viceversa, il docente non ha alcun dovere di istruirsi né di ‘aggiornarsi’ su altre tecniche di comunicazione estranee alla lezione universitaria, come gli spot video o i documentari televisivi, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica. Se gli organi di governo dell’Ateneo adottano la decisione di attivare cicli di lezione “televisive”, arruolino figure di ‘divulgatori’ formati tecnicamente ad hoc, senza imporre al docente di affinare tecniche performative improprie. Per assurdo (ma non tanto): perché non far recitare la propria lezione a un attore professionista, con adeguata assistenza di registi e di tecnici luci e audio? E perché non far declamare le proprie lezioni in inglese – richieste in molti corsi – da un ‘alias’ madre-lingua? È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate.

V. Diritto al rifiuto della registrazione delle lezioni

Il fatto, positivo e auspicabile, che le lezioni possono essere trasmesse agli studenti impossibilitati a partecipare fisicamente mediante mezzi telematici via streaming, non comporta né include alcun obbligo di registrazione su piattaforme private (Teams, Zoom e analoghi software). Va ricordato che in qualsiasi situazione e circostanza, i contenuti e le modalità delle lezioni sottostanno inoltre alle norme sulla riservatezza (privacy) e in quanto tali non possono essere registrate senza il consenso del titolare della lezione stessa (neppure tramite semplici registratori audio). Più in generale, va rivendicato il principio che l’attività didattica è proprietà intellettuale del docente, che può decidere di cederne i contenuti – se lo ritiene opportuno – ma può rifiutarsi di farlo. In particolare, ogni lezione costituisce un’espressione intellettuale che deve essere garantita nella sua interezza, senza estrapolazioni, tagli, inserimenti che rischiano di stravolgerne contenuti, intenzioni, obiettivi. Nulla di tutto questo è garantito dalla registrazione delle lezioni su piattaforme private che ne diventano ipso facto le detentrici anche economiche, con tutte le conseguenze sull’utilizzo di opere dell’ingegno (spesso non pubblicate) da parte dei gestori delle piattaforme private. Alla luce di tutto questo, l’obbligo di svolgimento delle lezioni (in presenza o in streaming) non comporta alcun obbligo di registrazione delle lezioni stesse. Il docente può quindi rifiutarsi di registrare una, più o tutte le lezioni del corso che svolge.

VI. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (burocratico) passivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati. Di converso il docente ha il dovere di rispondere puntualmente alle osservazioni dei suoi studenti, del direttore e dei colleghi del corso di studio, a richieste di chiarimento e di delucidazione sui contenuti e sulle modalità del suo insegnamento. 

VII. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (poliziesco) attivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi ordine che lo porti a svolgere azioni di controllo sulle presenze, sulle attitudini, sui costumi degli studenti. In particolare, ha il diritto/dovere di sottrarsi al ruolo di controllore, reale o informatico, che è un ruolo implicitamente poliziesco, del tutto estraneo all’accordo fiduciario con gli studenti (ed estraneo anche alle sue mansioni) che, se necessario, va attribuito ad altre figure.

VIII. Difesa della libertà di accesso allo spazio universitario e permeabilità degli spazi a tutti i cittadini

È dovere del docente difendere la libertà di accesso agli spazi universitari: l’emergenza non può diventare una prova generale di sequestro e impermeabilizzazione degli spazi – aule, biblioteche, spazi comuni – alla libera circolazione di tutti cittadini. La limitazione della possibilità di accesso a tali luoghi di cultura equivale, infatti, a uno snaturamento degli stessi, istituzionalmente destinati all’uso pubblico, e a un conseguente depauperamento della cittadinanza, titolare ultima, nel suo insieme, del diritto di disposizione di quegli spazi.

IX. Rifiuto di collaborare all’aumento delle diseguaglianze, significato e funzione sociale e politica della didattica

Il docente ha il diritto/dovere di opporsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla possibilità che il suo insegnamento accresca il divario di classe, economico e sociale, tra i suoi studenti. In questo senso ha il dovere di allenare il senso critico suo, degli studenti e dei coordinatori della didattica dei suoi corsi in merito all’aggravamento del divario che la didattica a distanza, di fatto, provoca. La pratica didattica – la didattica reale, la didattica in presenza – è una delle espressioni più chiare e feconde del principio politico-educativo che Hannah Arendt ha sintetizzato nell’atto di “uscire di casa” – prima condizione del passaggio dell’individuo da idiotes – persona che gestisce i suoi interessi privati all’interno dell’ambiente domestico o della comunità protetta – a polites ‘cittadino’, ovvero essere umano a pieno titolo che agisce nello spazio pubblico. Le istituzioni sono chiamate a educare politicamente i cittadini e non a favorire la tendenza all’infantilizzazione del corpo sociale: la didattica a distanza incentiva il ritorno al nido domestico degli studenti, la ritrazione in una dimensione che favorisce la permanenza all’interno del clan, anziché affrancare lo studente dai costumi familiari e locali. Le città italiane sono per storia e per vocazione storica “cittadelle del sapere” e in questo senso va incoraggiato, anche con sostegni economici consistenti e mirati, lo sviluppo della residenzialità di docenti e studenti nelle città universitarie.

X. Diritto/dovere alla parrhesia e denuncia della microfisica del potere

Proprio del docente è il diritto/dovere di esprimere con l’efficacia di cui è capace il suo pensiero critico rispetto alle regole vigenti: si tratta di un diritto/dovere proprio del cittadino, che il docente universitario deve sapere esercitare a un grado superlativo. Ciò vale anche sotto il profilo pedagogico, perché primo impegno del docente universitario è l’educazione alla critica e alla parrhesia e il dovere di tenere alta la propria intelligenza critica e allenare lo spirito critico degli studenti. Nella consapevolezza che le più insidiose forme di imposizione passano per via amministrativa e che la “microfisica del potere” si disloca nella parcellizzazione di regolamenti e circolari, il docente ha il diritto/dovere di argomentare nei confronti degli organi di governo dell’ateneo e, soprattutto, con gli studenti la resistenza a qualsiasi forma di controllo e la possibilità di rigetto delle modalità imposte.

Appendice
Legge costituzionale e altri pronunciamenti sulla libertà di insegnamento

Presentiamo qui, come strumento di lavoro e di cittadinanza, le norme più significative che la Repubblica si è data nel corso della sua storia riguardo all’istruzione e alla formazione dei suoi cittadini. Per quanto riguarda i DCPM che negli ultimi mesi l’Esecutivo italiano ha promulgato (in forme e modalità non certo ineccepibili sul piano della linearità formale e della correttezza giuridica), essi non escludono affatto – e non potrebbero – l’insegnamento in presenza e l’autonomia dei docenti ma – semmai – autorizzano anche l’utilizzo di strumenti tecnologico–informatici, in una situazione collettiva di eccezionalità. Altra autorità amministrativa indipendente (Garante della privacy) ha opportunamente richiamato, a questo proposito, il diritto altrettanto primario alla riservatezza al quale molti analisti aggiungono quello alla proprietà intellettuale delle lezioni, che non può essere ceduta a nessun soggetto economico privato locale o internazionale senza il consenso di chi quelle lezioni le svolge.

Riassumiamo qui le principali norme che nel corso del tempo hanno riconosciuto i diritti e stabilito i doveri dei docenti universitari.

1946
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento

1958
Legge 311/1958, 4
Ai professori è garantita libertà d’insegnamento e di ricerca scientifica.

Legge 311/1958, 6.
I professori hanno l’obbligo di dedicare al proprio insegnamento, sotto forma sia di lezioni cattedratiche, sia di esercitazioni di seminario, di laboratorio o di clinica, tante ore settimanali quante la natura e l’estensione dell’insegnamento stesso richiedano e sono tenuti ad impartire le lezioni settimanali in non meno di tre giorni distinti.

1980
P.R. 11 luglio 1980, n. 382.
Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica

Art. 7, c.1
Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica.

Art. 10, c.1
Fermi restando tutti gli altri obblighi previsti dalle vigenti disposizioni, i professori ordinari per le attività didattiche, compresa la partecipazione alle commissioni d’esame e alle commissioni di laurea, devono assicurare la loro presenza per non meno di 250 ore annuali distribuite in forma e secondo modalità da definire ai sensi del secondo comma del precedente art. 7.

1989
Legge 9 maggio 1989, n.168
Istituzione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica

Art. 6 c. 3
Le università svolgono attività didattica e organizzano le relative strutture nel rispetto della libertà di insegnamento dei docenti e dei principi generali fissati nella disciplina relativa agli ordinamenti didattici universitari.

Art.6 c. 4
Le università sono sedi primarie della ricerca scientifica e operano, per la realizzazione delle proprie finalità istituzionali, nel rispetto della libertà di ricerca dei docenti e dei ricercatori nonché dell’autonomia di ricerca delle strutture scientifiche

2005
Legge 230, 4.11.2005
Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari

Art. 1. c.1
L’università, sede della formazione e della trasmissione critica del sapere, coniuga in modo organico ricerca e didattica, garantendone la completa libertà.

c.2 I professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica, con piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche nonché, […] dei contenuti e dell’impostazione culturale dei propri corsi di insegnamento.

c.16 Resta fermo, secondo l’attuale struttura retributiva, il trattamento economico dei professori universitari articolato secondo il regime prescelto a tempo pieno ovvero a tempo definito. Tale trattamento è correlato all’espletamento delle attività scientifiche e all’impegno per le altre attività, fissato per il rapporto a tempo pieno in non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale, e per il rapporto a tempo definito in non meno di 250 ore annue di didattica, di cui 80 di didattica frontale.  Le ore di didattica frontale possono variare sulla base dell’organizzazione didattica e della specificità e della diversità dei settori scientifico-disciplinari e del rapporto docenti-studenti, sulla base di parametri definiti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

2010
Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (c.d Legge Gelmini)
Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Art. 1
c.1. Le università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e sono luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.

Art. 6
1.2 I professori svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonché ad attività di verifica dell’apprendimento, non meno di 350 ore in regime di tempo pieno e non meno di 250 ore in regime di tempo definito.

Art. 6
1.10 I professori e i ricercatori a tempo pieno, fatto salvo il rispetto dei loro obblighi istituzionali, possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione e di referaggio, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, nonché attività pubblicistiche ed editoriali. I professori e i ricercatori a tempo pieno possono altresì svolgere, previa autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonché compiti istituzionali e gestionali senza vincolo di subordinazione presso enti pubblici e privati senza scopo di lucro, purché non si determinino situazioni di conflitto di interesse con l’università di appartenenza, a condizione comunque che l’attività non rappresenti detrimento delle attività didattiche, scientifiche e gestionali loro affidate dall’università di appartenenza.

Contributi pubblicati in corpi & politica

Didattica e ologrammi
di Alberto Giovanni Biuso (“corpi e politica” 5.4.2020)

appunti sulla teledidattica 1
di Monica Centanni (“corpi e politica” 22.3.2020)

appunti sulla teledidattica 2
di Monica Centanni (“corpi e politica” 13.4.2020)

Perché la Dad non è didattica
di Alberto Giovanni Biuso (da Bollettino di Ateneo dell’Università di Catania 25.4.2020)

Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte. Ai docenti e agli studenti delle università italiane
di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin (“corpi e politica” 23.4.2020)

La sezione corpi e teledidattica contiene numerosi altri testi sull’argomento:
https://www.corpiepolitica.it/corpi-e-teledidattica/

Alberto Giovanni Biuso agbiuso@unict.it
professore ordinario di Filosofia teoretica | Università di Catania

Monica Centanni centanni@iuav.it
professore ordinario di Lingua e Letteratura greca | Università Iuav di Venezia, Università di Catania

 

Catania/Venezia, 25 settembre 2020

 

il PDF del documento è scaricabile qui
Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida, in dieci punti

 

Il digitale non è l’unica via per le università di domani

Se l’obiettivo è condivisibile, le strade per raggiungerlo pongono però un problema più complesso che investe il ruolo e la funzione stessa dell’Università nella società. In linea preliminare, riteniamo che la cosiddetta terza missione non vada considerata esclusivamente come un’occasione di promuovere business e trasferimento tecnologico, ma come uno sforzo di orientare la società, anzitutto quella europea, sui grandi temi dell’oggi e del futuro: dall’ambiente al lavoro, dalle migrazioni alle disuguaglianze sociali, dai modelli di sviluppo alle diversità, dalla povertà educativa all’intelligenza artificiale, per limitarci solo ad alcuni esempi. Un’università, rigorosamente indipendente, ma presente nella vita nazionale ed europea con la forza delle sue ricerche, delle sue diversità, del suo patrimonio di relazioni umane.

E per queste ragioni non nutriamo lo stesso entusiasmo che Billari e Verona nutrono per il digitale, inteso come strumento di formazione e trasmissione del sapere. Per noi, al contrario, la pandemia ha rivelato che le università senza studenti e professori sono spazi vuoti, privi di ogni slancio vitale. Considerare l’emergenza dell’insegnamento a distanza come un’opportunità per il futuro ci sembra molto pericoloso. Non crediamo che questa dovrebbe essere la via maestra per eliminare le disuguaglianze. Durante i mesi di confinamento, abbiamo visto l’enorme divario (soprattutto nel Sud) tra chi possedeva dispositivi potenti e una buona connessione internet e chi, invece, non aveva accesso alla rete. Ma anche quando questo dislivello sarà colmato con massicci investimenti economici, si creerà un’altra forma di disuguaglianza: le élites avranno l’opportunità di godere della didattica in presenza e della vita nella comunità universitaria (condizioni essenziali per un’autentica formazione), mentre la grande massa degli studenti (confinati nelle loro case) riceverà un’educazione nozionistica e standardizzata. Anziché porre enfasi sul digitale (che può avere una funzione positiva solo in un’ottica «integrativa»), bisognerebbe insistere sul reclutamento dei professori: l’Italia ha una classe insegnante molto invecchiata rispetto alla media europea e, soprattutto, un numero di docenti nettamente inferiore agli altri Paesi. Investire milioni di euro per il digitale, senza reclutare giovani professori non servirà a migliorare la qualità e la competitività dei nostri atenei.

Abbiamo bisogno di un’università che faccia prevalere la duttilità, le capacità creative e un’attitudine critica rispetto a pensieri e luoghi comuni dominanti. Il cambio di uno scenario, economico o sociale, non deve lasciare orfano il laureato delle pur prestigiose università dove si è formato. Guai dunque a parametrare didattica, ricerca, trasmissione delle conoscenze e formazione in funzione dei «bisogni del momento»: si tratta di una strategia perdente all’interno di scenari, come i più fini osservatori dei mercati mondiali ci insegnano, destinati a mutare repentinamente. Professionalizzare, per esempio, i curricula universitari per inseguire il mondo del lavoro significherebbe marginalizzare una delle missioni più importanti delle università: formare cittadini colti e dotati di senso critico, capaci di esprimere una forte coscienza civile.

La sfida di nuovi atenei in grado di attrarre, e non solo di esportare, non riguarda solo l’università. Il «cervello» che intraprende un cammino a ritroso per ristabilirsi in un ateneo italiano-europeo tanto più apprezzerà il «benvenuto» che gli si indirizza se si troverà a vivere in città aperte, ricche di stimoli, accoglienti, libere da impropri condizionamenti, capaci di offrire moderne infrastrutture e un clima di convivenza civile adeguato. Ma, soprattutto, guarderà con interesse a un Paese attento a valorizzare progetti scientifici a lungo termine: quelli che non hanno (come purtroppo la quasi totalità dei bandi europei richiede) una finalità utilitaristica immediata e una realizzazione repentina. La ricerca e l’apprendimento, come la pandemia ci ha insegnato, hanno bisogno di tempo e di lentezza, ma anche di grande autonomia dalle pressioni politiche ed economicistiche.

Aperto | Venezia, 7-9 luglio 2020

a Venezia l’Università riguadagna il suo spazio

Tre giorni di seminario. L’Università Iuav di Venezia riguadagna lo spazio fisico, dove possono incontrarsi nuovamente corpi e pensieri.

Aprire, ri-aprire, all’aperto. Nelle declinazioni in cui l’aperto è stato articolato durante le fasi che hanno seguito il lockdown il desiderio del fuori è diventato esorbitante, ha invaso il lessico, l’immaginario, il pensiero. Ma aprire, agire all’aperto, pianificare aperture non comporta un ritorno al mondo di prima, alla normalità che, s’è detto, era essa stessa il problema.

Quali sono le condizioni in cui stiamo riaprendo? Come torniamo nelle aule delle università, nei laboratori, nelle sale dei teatri? Quali sono oggi gli spazi di praticabilità della presenza, le forme di comunità, le reti relazionali che si stanno costruendo?

Ne parliamo all’aperto, nello spazio riguadagnato della nostra università.

Programma

martedì 7 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Venezia/Mondo
Laura Fregolent
Malvina Borgherini
Monica Centanni
Marco Baravalle/Anna Clara Basilicò
Collettivo Confluenze
Extragarbo

 

mercoledì 8 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Corpi
Annalisa Sacchi
Silvia Calderoni
Chiara Bersani (in collegamento)
Motus (in collegamento)
Ilenia Caleo
Nina Ferrante
Piersandra Di Matteo/Atlas of Transitions
Caterina Serra

giovedì 9 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Istituzioni/Lavoro/Spazi
Mario Lupano
Francesca Corona (in collegamento)
Oberdan Forlenza
Silvia Bottiroli (in collegamento)
Peppe Allegri (in collegamento)
Baravalle/Chiara Buratti