Signor Presidente, lei non può decidere della mia vita e della mia morte

Una signora di 88 anni così scrive a Macron. Da queste parole, da cui traluce un sereno orgoglio e un senso pieno della vita, impariamo la superba dignità di chi rivendica, a voce alta e chiara, la libertà di essere signori dello stile della propria vita e della propria morte

J’ai 88 ans, M. Macron, qui êtes-vous pour décider de ma vie et de ma mort?

di Madame X
da « Riposte Laïque » 23.10.2020

« Bonjour Monsieur le Président,
Je m’appelle Madame X, j’ai 88 ans.

Ce n’est pas moi qui tape cette lettre, je ne sais pas trop comment faire. C’est donc mon arrière-petite-fille de 19 ans qui écrit sous ma dictée.

Je vous écris aujourd’hui pour vous dire toute ma colère contre vous, vos ministres, et vos conseillers « scientifiques ». Qui êtes-vous, jeune godelureau, pour penser et décider à ma place, de ce qu’est ma vie, de ce que sera ma mort ?

J’ai 88 ans, j’ai eu une belle vie, avec ses hauts et ses bas, ses joies et ses blessures, comme tout le monde, je présume.

Dans les hauts, j’ai eu 5 enfants, tous mariés, qui ont eu à eux tous, 15 petits-enfants. La plupart de mes petits-enfants (12) sont aussi mariés, et ont maintenant à eux tous, 27 enfants. J’ai donc 27 arrières-petits-enfants.

Si vous savez compter, ma famille, issue de mon mariage avec mon regretté Robert, se monte à 54 personnes. Sans parler de la famille de mes frères et sœurs, que je vois encore régulièrement. À nous tous, nous sommes plus de 250, qui nous réunissons tous les 15 août… enfin, sauf en 2020, grâce à vous.

Et encore, 2 de mes arrière-petites-filles viennent de se marier. SANS MOI !!!
Grâce à vous et vos sbires, elles ont toutes les deux été privées de leur famille au complet, et amis, car vous avez interdit les rassemblements familiaux de plus de 30 personnes pour ME PROTÉGER, MOI !

Et accessoirement, mes enfants, qui ont 60 ans et plus.
Mais je ne vous ai rien demandé !

QUI ÊTES-VOUS POUR DÉCIDER DE MA VIE ET DE MA MORT ?
Moi, je veux VIVRE auprès des miens, les voir, les embrasser, rire et pleurer avec eux, SANS RESTRICTIONS.

Et si j’en meurs, eh bien, c’est que ce sera mon heure. Je mourrai heureuse d’avoir profité de leur présence, de leur joie et de leur amour jusqu’à la fin de ma vie.
Je refuse que vous m’obligiez à vivre seule, loin de toutes et tous, sans aucun contact physique, sans câlins de mes amours, sans leur rire devant mes gâteaux… Et encore, j’ai la chance de vivre chez moi.

Mais je pense à mes amis, qui vivent en Ehpad, emprisonnés dans leur chambre, sans voir personne, qui ont dû supporter la chaleur cet été, car on leur a interdit le ventilateur dans leur chambre. Ils sont en train d’en mourir ! De tristesse et de solitude. Vous êtes en train de les tuer bien plus sûrement que le covid. Et en plus, vous les priverez de la présence de leur famille lors des obsèques, limitées elles aussi en nombre de personnes présentes.

Pourtant, vous, vous vivez bien avec une femme de plus de 65 ans. Elle n’est pas à risques ? Pourquoi ne pas l’isoler de tous contacts, elle aussi ?

En fait, selon les critères que vous nous appliquez, vous la mettez en danger, elle aussi…
Encore une incohérence de votre part.
Ma petite-fille n’a pas pu se marier avec ses amis, mais ses frères et sœurs sont venus en trains bondés, avec parfois plus de 5 heures de trajet…

Logique, selon vous ? Vous autorisez 700 personnes à se réunir sous un chapiteau, mais vous interdisez 100 personnes sous une tente de mariage ?

Vous nous interdisez de vivre car vous avez sabré les lits d’hôpitaux, sous Hollande, puis vous, directement. Vous parlez de saturation, car 1 500 personnes sont en réanimation. 1 500 personnes sur 66 millions de Français ? De qui vous moquez-vous ? D’autant que toutes ne le sont pas pour des raisons de covid.

Il y a environ 50 morts par jour, ATTRIBUÉS au covid. Est-ce une raison pour moi, mes amis, nous les « vieux », de nous priver de vivre ?

Sans compter tous les Français, condamnés à la peur, au désespoir et au chômage à cause de vous… Vous ne voulez pas que nous, les vieux, nous mourrions, mais vous vous servez de nous pour faire mourir toute la France !

Monsieur le Président, laissez les Français tranquilles, LIBRES DE DÉCIDER DE LEUR VIE ET DE LEUR MORT !

Sachez qu’à partir d’aujourd’hui, 12 octobre 2020, je vais vivre comme je l’entends, en recevant qui je veux, et j’embrasserai tous ceux qui viendront me voir.

Votre avis, comme disait mon cher Robert, « je m’en tamponne le coquillard ».

Bien à vous,
Madame X »

Il governo, nostro padre apprensivo

di Alejandro Nanni, studente
(10.10.2020)

Ma avrà fine questo atteggiamento che ha preso il governo – rilanciato anche da sindaci e presidenti di regione – da padre apprensivo? Avrà fine o è destinato, come pare in questi giorni, a diventare stabile e inoppugnabile? Lui sa cos’è meglio per noi, e ora il nostro babbo ci toglie la paghetta se non indossiamo la mascherina.

Non si sente più neppure il bisogno di motivazioni valide, di argomenti razionali: i poteri assoluti del re sono stati estesi per un tempo ancora più lungo. Il cittadino, considerato incapace di provvedere a se stesso, viene privato della possibilità di decidere come comportarsi, di esercitare la sua responsabilità soggettiva, trattato come un criminale se rivendica il diritto di capire e di scegliere quale sia l’atteggiamento più responsabile da prendere, umiliato come un bambino stupido da punire se non obbedisce. E se non concordi sulle norme sovranamente calate dall’alto, se eserciti il diritto di critica sei tacciato di essere depensante.

Probabilmente non ci sarà una seconda quarantena; persino Conte pare rendersi conto di quanto sarebbe disastrosa per l’Italia. Persino Conte pare capire che la gerarchia delle emergenze, in questa fase, è un’altra: si sono accorti che esiste – se non la scuola, se non la stessa vita – almeno l’economia.
Ma la cosa che più ci rattrista è la rassegnazione preventiva: si sente gente affermare che sarebbe contenta di tornare in quarantena se è “per il bene di tutti”. Ma cos’è questo bene di tutti? Sembra qualcosa di definito, preciso, unico e indiscutibile. Deleghiamo il governo a scegliere qual è il bene di tutti?

Inno al corpo

di Paul B. Preciado
da “Liberation” (20.6.2020)

Amiamo il corpo malato. Amiamo le cicatrici e i morsi lasciati sulla pelle dalle ferite. Amiamo il corpo anziano, segnato dal tempo, raggrinzito dal sole, pieno di ricordi. Amiamo il corpo lento. Amiamo l’imperfezione e lo squilibrio, il labbro screpolato, l’occhio che vede a malapena, la mano che fatica ad afferrare l’oggetto, il pene moscio, la gamba più corta dell’altra, la colonna vertebrale che non può raddrizzarsi.

Amiamo il vero corpo, fragile e vulnerabile, e non il corpo ideale e tirannico della norma. Amiamo il corpo poetico, perché il linguaggio è solo uno degli organi astratti del corpo vivo. E amiamo il corpo in tutte le sue dimensioni organiche e inorganiche.

Il linguaggio e la tecnologia sono organi collettivi e politicizzati. Come tutti gli altri organi del corpo, ci sono stati rubati. Non sappiamo quasi niente del corpo vivo. Occorre quindi amarlo là dove esso si esprime: nella sua tremula fragilità.

Senza virtù coloniali e patriarcali
Amiamo sia il corpo che nasce sia quello che si avvicina alla morte, questo corpo considerato già obsoleto, inutile, improduttivo, un corpo che ci viene presentato in termini di spesa pubblica, corpo-debito, cifra nelle statistiche su infettati e morti.

Amiamo questo corpo che, pure se sull’orlo della morte, è ancora sensibile a un raggio di luce sulla pelle, a una parola, a un suono. Il corpo vivo in tutte le sue dimensioni è la nostra unica religione. Di conseguenza più un corpo si fa corpo, quando non presenta alcuna delle virtù patriarcali e coloniali – forza, produzione, giovinezza, lusso – più lo amiamo.

E questo anche perché le istituzioni della sanità pubblica, gli ospedali e le case di riposo, le prigioni, le scuole e le aziende sono i nostri primi nemici: perché cercano di ridurre il corpo vivo all’anatomia, all’indicatore di pubblica sanità, alla redditività dei pensionati, alle cifre sulla prevenzione della criminalità, al livello d’istruzione, al profitto.

I governi hanno parlato della guerra al virus, ma in realtà hanno fatto la guerra ai nostri corpi poetici. La nostra pelle è stata strappata, siamo stati privati di qualsiasi contatto o cura, siamo stati separati da amici e amanti, e i corpi preziosi dei nostri cari malati di covid-19 sono stati gettati in una fossa senza nome, privati del rituale che collega la memoria dei morti ai corpi dei vivi. Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista, che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi per una comunità che sogna di essere immunizzata. Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.

Gioiosamente virali
Perché non siamo la comunità immunizzata, siamo la comunità malata. Siamo intossicati e tossici. Il mondo al quale abbiamo appartenuto, questo mondo che non parla d’altro che di sanità pubblica, di prevenzione e d’igiene, non ha fatto altro, dal colonialismo a Hiroshima, passando dall’Olocausto e da Chernobyl, che distruggere il corpo vivo. La religione ha fatto del corpo la prigione dell’anima e il nemico di dio. L’ha fustigato, legato, ha cercato di purificarlo con il tormento e il fuoco. Ha voluto negarlo, dominarlo, sublimarlo. La scienza ha trasformato il corpo in un oggetto anatomico, l’ha sezionato, l’ha diviso in organi e in funzioni, ha voluto conoscerlo e controllarlo.

Lo stato liberista moderno ha fatto del corpo un bene e una merce, una responsabilità e una proprietà privata dell’individuo. L’ha disciplinato, normalizzato, uniformato. Il capitalismo coloniale ha fatto del corpo una forza lavoro, l’ha schiacciato, gli ha preso non solo tutta la sua energia vitale, ma anche tutto il suo potere creativo. Ha voluto catturarlo, comprarlo, venderlo, trarne profitto. Il patriarcato ha trasformato il corpo in forza di riproduzione. L’ha violentato, lo ha ingravidato. Nel neoliberismo questo corpo distrutto, devastato, espropriato, catturato… dal quale è stata estratta ogni forza vitale, è ancora negato. Al suo posto, un avatar edulcorato viene presentato come un’immagine elettronica condivisa. Ma il corpo resiste.

Requiem Antigone di Archivio Zeta

Modena, Cimitero di San Cataldo, 3-4 ottobre 2020

di Monica Centanni e Peppe Nanni

Lo stato farmacopornografico si è comportato come un Creonte neoliberista,
che c’impedisce di seppellire i nostri morti perché sarebbero diventati dannosi
per una comunità che sogna di essere immunizzata.
Noi, i figli bastardi di Antigone, esigiamo cure e celebrazione
dei corpi dei nostri amati ammalati di covid, sia vivi sia morti.
Paul B. Preciado, Inno al corpo

Fotografia di Franco Guardascione

Non poteva che essere Archivio Zeta, di cui conosciamo le rappresentazioni di testi tragici allestite sul fondale suggestivo del Cimitero tedesco sul Passo della Futa, a incrociare il mitema tragico di Antigone con l’emergenza – emergenza sanitaria ma anche, soprattutto, psico-politica – legata al Covid 19.

Infatti, facendo leva su una cornice altrettanto eccezionale come il cimitero San Cataldo di Modena e in particolare sul cubo metafisicamente essenziale di Aldo Rossi, Archivio Zeta, con la sua sensibilità artistica, mette sotto accusa i divieti di stampo tebano dei rituali di sepoltura dei morti, imposti durante il periodo clou dell’epidemia. Il sequestro dei corpi dei moribondi e dei morti e la proibizione dei rituali di sepoltura: è stata una violazione, inaudita, del dovere/diritto primario alla cura dei propri cari, all’assistenza agli infermi, all’accompagnamento alla morte. Non era mai accaduto: Creonte è stato superato.

Vulnerando il diritto primario alla sepoltura e all’elaborazione del lutto, i decreti governativi, mentre colpivano il corpo fisico dei cittadini, incidevano contemporaneamente nella carne viva del ‘corpo poetico’: Questo pare essere il grido teatrale della compagnia. A essere gravemente incrinate sono state le capacità espressive dei più umani dei sentimenti, raddoppiando e amplificando la morte fisica con la perdita di senso dell’esistenza, sequestrato insieme alle bare dei funerali negati.

Deve essere messa in luce la costanza e la tenacia di questa piccola compagnia teatrale che testimonia l’autenticità e l’intensità dello sforzo creativo anche nella difficilissima situazione che colpisce, ancor più per quanto non accada per altri settori, il mondo dello spettacolo e in particolare quello teatrale, che non può esistere se non afferrando fisicamente la diretta presenza dello spettatore.

Alla compagnia di Guidotti e Sangiovanni va riconosciuto un supplemento di merito per la peculiare capacità di intensificare la latente riserva di vibrazioni emozionali dei luoghi: a San Cataldo, come alla Futa, il concentrato di memoria, di energia e di qualità architettonica, è riattivato attraverso l’azione teatrale. La potenza suggestiva dell’ambientazione è chiamata a far da palcoscenico alle nostre passioni: una complicità delle forme materiali che certifica l’effetto di verità dei gesti dei corpi degli attori e dei testi che risuonano grazie alle loro voci.

 

 

Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia
Una guida, in dieci punti

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33

Una guida – esito sintetico della nostra esperienza, maturata ed esercitata da noi personalmente e concretamente nel corpo vivo dei corsi che abbiamo tenuto nella primavera/estate 2020 all’Università di Catania e all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo sintetizzato la nostra presa di posizione in questo testo su sollecitazione di molti amici e sodali, ‘compagni di scuola’ dei nostri e di altri Atenei.

La scorsa primavera, per spirito di responsabilità istituzionale e con la piena consapevolezza della difficoltà della situazione, abbiamo tenuto a spiegare e argomentare le nostre prese di posizione prima ai nostri studenti e poi agli organi di governo delle nostre Università, e in qualche caso siamo stati chiamati direttamente ‘in causa’, a renderne conto.

Specifichiamo che, avendo applicato punto per punto i principi e i comportamenti che ora abbiamo raccolto in questo Decalogo, pur essendo stati richiamati a dar ragione delle nostre scelte, non siamo stati sottoposti ad alcun provvedimento sanzionatorio da parte degli organismi di disciplina delle nostre Università. Comunque, a garanzia di tutti, prima di condividere questa nostra elaborazione, abbiamo sottoposto il Decalogo ad amici e colleghi giuristi, i quali hanno verificato la correttezza, legale oltre che di principio, delle nostre affermazioni. Ne abbiamo inoltre parlato con alcuni dei nostri studenti, i quali ci hanno dato delle indicazioni molto significative.

Premesse

La prima premessa è il perdurare della condizione di emergenza collegata all’epidemia Covid, la conseguente affermazione dello stato di eccezione, nazionale e internazionale, che ad essa conseguirebbe, e la mancanza di chiarezza nelle indicazioni sulla didattica universitaria.

La seconda riguarda il fatto che non tutti i docenti universitari sono disposti a subire passivamente i multiversi e contradditori diktat impartiti da una qualsiasi autorità sulle modalità di svolgimento delle lezioni universitarie.

La terza è relativa al fatto che i doveri e i diritti dei docenti universitari sono statuiti dalla Costituzione, che rappresenta il vertice nella gerarchia delle fonti del diritto e non può certo essere contraddetta – esplicitamente o implicitamente – da una disposizione normativa di rango secondario, come i regolamenti emanati dai singoli Atenei o un qualsiasi altro provvedimento amministrativo.

Tutte le leggi che la Repubblica ha emanato sull’insegnamento universitario confermano – e altro non potrebbero fare – la lettera e lo spirito dell’art. 33 della Costituzione (si veda, in Appendice, una sintesi delle leggi sul punto che ribadiscono il dettato costituzionale). Di fatto, gli obblighi dei docenti sono indicati nei regolamenti dei singoli Atenei in modo di caso in caso più o meno preciso. Tutto ciò che non viene esplicitamente regolamentato è lasciato alla coscienza civile e alla competenza didattica dei docenti stessi, nella piena osservanza anche degli articoli 2 e 34 della Costituzione che stabiliscono: il rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; il fatto che “la scuola [sia] aperta a tutti”; il fatto che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In questo contesto è importante ricordare che Concetto Marchesi fra i Costituenti nel presentare l’articolo 33 – in cui è detto che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione” – sostiene che esso è “ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento [c.vo nostro] e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita”.

Una guida, in dieci punti

I. Libertà di insegnamento

Il docente ha il dovere e il diritto di svolgere la sua attività di insegnamento e di ricerca, individuando le modalità e i metodi più idonei rispetto alla materia e all’organizzazione interna del corso, all’interno dell’organizzazione dei Dipartimenti.

Il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento.

II. Contatto e relazione con gli studenti

Il docente ha il dovere di avviare un contatto diretto con gli studenti iscritti al corso, stabilendo una relazione individuale o di gruppo e con i mezzi che ritiene più idonei per chiarire i contenuti del programma, fornendo ogni indicazione utile e tutti i materiali per gli approfondimenti. Il dovere della relazione diretta, personale e di gruppo, con la classe e con i singoli studenti è tanto più vitale e importante quanto più anomale sono le condizioni in cui ci si trova a insegnare. Il docente ha il dovere di condividere con gli studenti del corso le linee e la metodologia per lo studio dei testi in programma e per eventuali ricerche e approfondimenti.

III. Diritto di obiezione di coscienza rispetto alla didattica a distanza

Il docente – che non abbia ab initio stipulato un contratto che preveda la sua accettazione di modalità di insegnamento telematico – ha il diritto di esercitare obiezione di coscienza rispetto a qualsiasi obbligo imposto che sia contrario ai suoi metodi e ai suoi principi. Rientra a pieno titolo nel principio della libertà di insegnamento del docente sostenere e argomentare in tutte le sedi, dal confronto con gli studenti alle sedi istituzionali, il fatto che la didattica a distanza, dal punto di vista concettuale, è un monstrum che impone la consegna incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento e comporta lo snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico. All’orizzonte dell’ideologia securitaria della immunitas si profila l’eliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente.

IV. Diritto al rifiuto dell’integrazione impropria della dotazione retorica

Il docente ha il dovere di svolgere lezioni e di essere preparato a questo compito sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista del possesso della necessaria strumentazione retorica. Viceversa, il docente non ha alcun dovere di istruirsi né di ‘aggiornarsi’ su altre tecniche di comunicazione estranee alla lezione universitaria, come gli spot video o i documentari televisivi, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica. Se gli organi di governo dell’Ateneo adottano la decisione di attivare cicli di lezione “televisive”, arruolino figure di ‘divulgatori’ formati tecnicamente ad hoc, senza imporre al docente di affinare tecniche performative improprie. Per assurdo (ma non tanto): perché non far recitare la propria lezione a un attore professionista, con adeguata assistenza di registi e di tecnici luci e audio? E perché non far declamare le proprie lezioni in inglese – richieste in molti corsi – da un ‘alias’ madre-lingua? È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate.

V. Diritto al rifiuto della registrazione delle lezioni

Il fatto, positivo e auspicabile, che le lezioni possono essere trasmesse agli studenti impossibilitati a partecipare fisicamente mediante mezzi telematici via streaming, non comporta né include alcun obbligo di registrazione su piattaforme private (Teams, Zoom e analoghi software). Va ricordato che in qualsiasi situazione e circostanza, i contenuti e le modalità delle lezioni sottostanno inoltre alle norme sulla riservatezza (privacy) e in quanto tali non possono essere registrate senza il consenso del titolare della lezione stessa (neppure tramite semplici registratori audio). Più in generale, va rivendicato il principio che l’attività didattica è proprietà intellettuale del docente, che può decidere di cederne i contenuti – se lo ritiene opportuno – ma può rifiutarsi di farlo. In particolare, ogni lezione costituisce un’espressione intellettuale che deve essere garantita nella sua interezza, senza estrapolazioni, tagli, inserimenti che rischiano di stravolgerne contenuti, intenzioni, obiettivi. Nulla di tutto questo è garantito dalla registrazione delle lezioni su piattaforme private che ne diventano ipso facto le detentrici anche economiche, con tutte le conseguenze sull’utilizzo di opere dell’ingegno (spesso non pubblicate) da parte dei gestori delle piattaforme private. Alla luce di tutto questo, l’obbligo di svolgimento delle lezioni (in presenza o in streaming) non comporta alcun obbligo di registrazione delle lezioni stesse. Il docente può quindi rifiutarsi di registrare una, più o tutte le lezioni del corso che svolge.

VI. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (burocratico) passivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati. Di converso il docente ha il dovere di rispondere puntualmente alle osservazioni dei suoi studenti, del direttore e dei colleghi del corso di studio, a richieste di chiarimento e di delucidazione sui contenuti e sulle modalità del suo insegnamento. 

VII. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (poliziesco) attivo

Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi ordine che lo porti a svolgere azioni di controllo sulle presenze, sulle attitudini, sui costumi degli studenti. In particolare, ha il diritto/dovere di sottrarsi al ruolo di controllore, reale o informatico, che è un ruolo implicitamente poliziesco, del tutto estraneo all’accordo fiduciario con gli studenti (ed estraneo anche alle sue mansioni) che, se necessario, va attribuito ad altre figure.

VIII. Difesa della libertà di accesso allo spazio universitario e permeabilità degli spazi a tutti i cittadini

È dovere del docente difendere la libertà di accesso agli spazi universitari: l’emergenza non può diventare una prova generale di sequestro e impermeabilizzazione degli spazi – aule, biblioteche, spazi comuni – alla libera circolazione di tutti cittadini. La limitazione della possibilità di accesso a tali luoghi di cultura equivale, infatti, a uno snaturamento degli stessi, istituzionalmente destinati all’uso pubblico, e a un conseguente depauperamento della cittadinanza, titolare ultima, nel suo insieme, del diritto di disposizione di quegli spazi.

IX. Rifiuto di collaborare all’aumento delle diseguaglianze, significato e funzione sociale e politica della didattica

Il docente ha il diritto/dovere di opporsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla possibilità che il suo insegnamento accresca il divario di classe, economico e sociale, tra i suoi studenti. In questo senso ha il dovere di allenare il senso critico suo, degli studenti e dei coordinatori della didattica dei suoi corsi in merito all’aggravamento del divario che la didattica a distanza, di fatto, provoca. La pratica didattica – la didattica reale, la didattica in presenza – è una delle espressioni più chiare e feconde del principio politico-educativo che Hannah Arendt ha sintetizzato nell’atto di “uscire di casa” – prima condizione del passaggio dell’individuo da idiotes – persona che gestisce i suoi interessi privati all’interno dell’ambiente domestico o della comunità protetta – a polites ‘cittadino’, ovvero essere umano a pieno titolo che agisce nello spazio pubblico. Le istituzioni sono chiamate a educare politicamente i cittadini e non a favorire la tendenza all’infantilizzazione del corpo sociale: la didattica a distanza incentiva il ritorno al nido domestico degli studenti, la ritrazione in una dimensione che favorisce la permanenza all’interno del clan, anziché affrancare lo studente dai costumi familiari e locali. Le città italiane sono per storia e per vocazione storica “cittadelle del sapere” e in questo senso va incoraggiato, anche con sostegni economici consistenti e mirati, lo sviluppo della residenzialità di docenti e studenti nelle città universitarie.

X. Diritto/dovere alla parrhesia e denuncia della microfisica del potere

Proprio del docente è il diritto/dovere di esprimere con l’efficacia di cui è capace il suo pensiero critico rispetto alle regole vigenti: si tratta di un diritto/dovere proprio del cittadino, che il docente universitario deve sapere esercitare a un grado superlativo. Ciò vale anche sotto il profilo pedagogico, perché primo impegno del docente universitario è l’educazione alla critica e alla parrhesia e il dovere di tenere alta la propria intelligenza critica e allenare lo spirito critico degli studenti. Nella consapevolezza che le più insidiose forme di imposizione passano per via amministrativa e che la “microfisica del potere” si disloca nella parcellizzazione di regolamenti e circolari, il docente ha il diritto/dovere di argomentare nei confronti degli organi di governo dell’ateneo e, soprattutto, con gli studenti la resistenza a qualsiasi forma di controllo e la possibilità di rigetto delle modalità imposte.

Appendice
Legge costituzionale e altri pronunciamenti sulla libertà di insegnamento

Presentiamo qui, come strumento di lavoro e di cittadinanza, le norme più significative che la Repubblica si è data nel corso della sua storia riguardo all’istruzione e alla formazione dei suoi cittadini. Per quanto riguarda i DCPM che negli ultimi mesi l’Esecutivo italiano ha promulgato (in forme e modalità non certo ineccepibili sul piano della linearità formale e della correttezza giuridica), essi non escludono affatto – e non potrebbero – l’insegnamento in presenza e l’autonomia dei docenti ma – semmai – autorizzano anche l’utilizzo di strumenti tecnologico–informatici, in una situazione collettiva di eccezionalità. Altra autorità amministrativa indipendente (Garante della privacy) ha opportunamente richiamato, a questo proposito, il diritto altrettanto primario alla riservatezza al quale molti analisti aggiungono quello alla proprietà intellettuale delle lezioni, che non può essere ceduta a nessun soggetto economico privato locale o internazionale senza il consenso di chi quelle lezioni le svolge.

Riassumiamo qui le principali norme che nel corso del tempo hanno riconosciuto i diritti e stabilito i doveri dei docenti universitari.

1946
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento

1958
Legge 311/1958, 4
Ai professori è garantita libertà d’insegnamento e di ricerca scientifica.

Legge 311/1958, 6.
I professori hanno l’obbligo di dedicare al proprio insegnamento, sotto forma sia di lezioni cattedratiche, sia di esercitazioni di seminario, di laboratorio o di clinica, tante ore settimanali quante la natura e l’estensione dell’insegnamento stesso richiedano e sono tenuti ad impartire le lezioni settimanali in non meno di tre giorni distinti.

1980
P.R. 11 luglio 1980, n. 382.
Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica

Art. 7, c.1
Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica.

Art. 10, c.1
Fermi restando tutti gli altri obblighi previsti dalle vigenti disposizioni, i professori ordinari per le attività didattiche, compresa la partecipazione alle commissioni d’esame e alle commissioni di laurea, devono assicurare la loro presenza per non meno di 250 ore annuali distribuite in forma e secondo modalità da definire ai sensi del secondo comma del precedente art. 7.

1989
Legge 9 maggio 1989, n.168
Istituzione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica

Art. 6 c. 3
Le università svolgono attività didattica e organizzano le relative strutture nel rispetto della libertà di insegnamento dei docenti e dei principi generali fissati nella disciplina relativa agli ordinamenti didattici universitari.

Art.6 c. 4
Le università sono sedi primarie della ricerca scientifica e operano, per la realizzazione delle proprie finalità istituzionali, nel rispetto della libertà di ricerca dei docenti e dei ricercatori nonché dell’autonomia di ricerca delle strutture scientifiche

2005
Legge 230, 4.11.2005
Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari

Art. 1. c.1
L’università, sede della formazione e della trasmissione critica del sapere, coniuga in modo organico ricerca e didattica, garantendone la completa libertà.

c.2 I professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica, con piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche nonché, […] dei contenuti e dell’impostazione culturale dei propri corsi di insegnamento.

c.16 Resta fermo, secondo l’attuale struttura retributiva, il trattamento economico dei professori universitari articolato secondo il regime prescelto a tempo pieno ovvero a tempo definito. Tale trattamento è correlato all’espletamento delle attività scientifiche e all’impegno per le altre attività, fissato per il rapporto a tempo pieno in non meno di 350 ore annue di didattica, di cui 120 di didattica frontale, e per il rapporto a tempo definito in non meno di 250 ore annue di didattica, di cui 80 di didattica frontale.  Le ore di didattica frontale possono variare sulla base dell’organizzazione didattica e della specificità e della diversità dei settori scientifico-disciplinari e del rapporto docenti-studenti, sulla base di parametri definiti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

2010
Legge 30 dicembre 2010, n. 240 (c.d Legge Gelmini)
Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Art. 1
c.1. Le università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e sono luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.

Art. 6
1.2 I professori svolgono attività di ricerca e di aggiornamento scientifico e, sulla base di criteri e modalità stabiliti con regolamento di ateneo, sono tenuti a riservare annualmente a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi l’orientamento e il tutorato, nonché ad attività di verifica dell’apprendimento, non meno di 350 ore in regime di tempo pieno e non meno di 250 ore in regime di tempo definito.

Art. 6
1.10 I professori e i ricercatori a tempo pieno, fatto salvo il rispetto dei loro obblighi istituzionali, possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione e di referaggio, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, nonché attività pubblicistiche ed editoriali. I professori e i ricercatori a tempo pieno possono altresì svolgere, previa autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonché compiti istituzionali e gestionali senza vincolo di subordinazione presso enti pubblici e privati senza scopo di lucro, purché non si determinino situazioni di conflitto di interesse con l’università di appartenenza, a condizione comunque che l’attività non rappresenti detrimento delle attività didattiche, scientifiche e gestionali loro affidate dall’università di appartenenza.

Contributi pubblicati in corpi & politica

Didattica e ologrammi
di Alberto Giovanni Biuso (“corpi e politica” 5.4.2020)

appunti sulla teledidattica 1
di Monica Centanni (“corpi e politica” 22.3.2020)

appunti sulla teledidattica 2
di Monica Centanni (“corpi e politica” 13.4.2020)

Perché la Dad non è didattica
di Alberto Giovanni Biuso (da Bollettino di Ateneo dell’Università di Catania 25.4.2020)

Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte. Ai docenti e agli studenti delle università italiane
di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin (“corpi e politica” 23.4.2020)

La sezione corpi e teledidattica contiene numerosi altri testi sull’argomento:
https://www.corpiepolitica.it/corpi-e-teledidattica/

Alberto Giovanni Biuso agbiuso@unict.it
professore ordinario di Filosofia teoretica | Università di Catania

Monica Centanni centanni@iuav.it
professore ordinario di Lingua e Letteratura greca | Università Iuav di Venezia, Università di Catania

 

Catania/Venezia, 25 settembre 2020

 

il PDF del documento è scaricabile qui
Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida, in dieci punti

 

Il digitale non è l’unica via per le università di domani

Se l’obiettivo è condivisibile, le strade per raggiungerlo pongono però un problema più complesso che investe il ruolo e la funzione stessa dell’Università nella società. In linea preliminare, riteniamo che la cosiddetta terza missione non vada considerata esclusivamente come un’occasione di promuovere business e trasferimento tecnologico, ma come uno sforzo di orientare la società, anzitutto quella europea, sui grandi temi dell’oggi e del futuro: dall’ambiente al lavoro, dalle migrazioni alle disuguaglianze sociali, dai modelli di sviluppo alle diversità, dalla povertà educativa all’intelligenza artificiale, per limitarci solo ad alcuni esempi. Un’università, rigorosamente indipendente, ma presente nella vita nazionale ed europea con la forza delle sue ricerche, delle sue diversità, del suo patrimonio di relazioni umane.

E per queste ragioni non nutriamo lo stesso entusiasmo che Billari e Verona nutrono per il digitale, inteso come strumento di formazione e trasmissione del sapere. Per noi, al contrario, la pandemia ha rivelato che le università senza studenti e professori sono spazi vuoti, privi di ogni slancio vitale. Considerare l’emergenza dell’insegnamento a distanza come un’opportunità per il futuro ci sembra molto pericoloso. Non crediamo che questa dovrebbe essere la via maestra per eliminare le disuguaglianze. Durante i mesi di confinamento, abbiamo visto l’enorme divario (soprattutto nel Sud) tra chi possedeva dispositivi potenti e una buona connessione internet e chi, invece, non aveva accesso alla rete. Ma anche quando questo dislivello sarà colmato con massicci investimenti economici, si creerà un’altra forma di disuguaglianza: le élites avranno l’opportunità di godere della didattica in presenza e della vita nella comunità universitaria (condizioni essenziali per un’autentica formazione), mentre la grande massa degli studenti (confinati nelle loro case) riceverà un’educazione nozionistica e standardizzata. Anziché porre enfasi sul digitale (che può avere una funzione positiva solo in un’ottica «integrativa»), bisognerebbe insistere sul reclutamento dei professori: l’Italia ha una classe insegnante molto invecchiata rispetto alla media europea e, soprattutto, un numero di docenti nettamente inferiore agli altri Paesi. Investire milioni di euro per il digitale, senza reclutare giovani professori non servirà a migliorare la qualità e la competitività dei nostri atenei.

Abbiamo bisogno di un’università che faccia prevalere la duttilità, le capacità creative e un’attitudine critica rispetto a pensieri e luoghi comuni dominanti. Il cambio di uno scenario, economico o sociale, non deve lasciare orfano il laureato delle pur prestigiose università dove si è formato. Guai dunque a parametrare didattica, ricerca, trasmissione delle conoscenze e formazione in funzione dei «bisogni del momento»: si tratta di una strategia perdente all’interno di scenari, come i più fini osservatori dei mercati mondiali ci insegnano, destinati a mutare repentinamente. Professionalizzare, per esempio, i curricula universitari per inseguire il mondo del lavoro significherebbe marginalizzare una delle missioni più importanti delle università: formare cittadini colti e dotati di senso critico, capaci di esprimere una forte coscienza civile.

La sfida di nuovi atenei in grado di attrarre, e non solo di esportare, non riguarda solo l’università. Il «cervello» che intraprende un cammino a ritroso per ristabilirsi in un ateneo italiano-europeo tanto più apprezzerà il «benvenuto» che gli si indirizza se si troverà a vivere in città aperte, ricche di stimoli, accoglienti, libere da impropri condizionamenti, capaci di offrire moderne infrastrutture e un clima di convivenza civile adeguato. Ma, soprattutto, guarderà con interesse a un Paese attento a valorizzare progetti scientifici a lungo termine: quelli che non hanno (come purtroppo la quasi totalità dei bandi europei richiede) una finalità utilitaristica immediata e una realizzazione repentina. La ricerca e l’apprendimento, come la pandemia ci ha insegnato, hanno bisogno di tempo e di lentezza, ma anche di grande autonomia dalle pressioni politiche ed economicistiche.

Aperto | Venezia, 7-9 luglio 2020

a Venezia l’Università riguadagna il suo spazio

Tre giorni di seminario. L’Università Iuav di Venezia riguadagna lo spazio fisico, dove possono incontrarsi nuovamente corpi e pensieri.

Aprire, ri-aprire, all’aperto. Nelle declinazioni in cui l’aperto è stato articolato durante le fasi che hanno seguito il lockdown il desiderio del fuori è diventato esorbitante, ha invaso il lessico, l’immaginario, il pensiero. Ma aprire, agire all’aperto, pianificare aperture non comporta un ritorno al mondo di prima, alla normalità che, s’è detto, era essa stessa il problema.

Quali sono le condizioni in cui stiamo riaprendo? Come torniamo nelle aule delle università, nei laboratori, nelle sale dei teatri? Quali sono oggi gli spazi di praticabilità della presenza, le forme di comunità, le reti relazionali che si stanno costruendo?

Ne parliamo all’aperto, nello spazio riguadagnato della nostra università.

Programma

martedì 7 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Venezia/Mondo
Laura Fregolent
Malvina Borgherini
Monica Centanni
Marco Baravalle/Anna Clara Basilicò
Collettivo Confluenze
Extragarbo

 

mercoledì 8 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Corpi
Annalisa Sacchi
Silvia Calderoni
Chiara Bersani (in collegamento)
Motus (in collegamento)
Ilenia Caleo
Nina Ferrante
Piersandra Di Matteo/Atlas of Transitions
Caterina Serra

giovedì 9 luglio 2020 | Venezia, chiostro dei Tolentini ore 17 > 19.30

Istituzioni/Lavoro/Spazi
Mario Lupano
Francesca Corona (in collegamento)
Oberdan Forlenza
Silvia Bottiroli (in collegamento)
Peppe Allegri (in collegamento)
Baravalle/Chiara Buratti

 

PANDEMIC, PANIC, PAN

Francisco-J. Hernández Adrián – May 2020

 

Too much freedom was given to me all at once, freedom to make those I miss live again, freedom to pursue the apparitions standing real before me.

Suzanne Césaire[i]

 

We are being educated in unfreedom. We are being relentlessly brutalized, blind-folded and repressed in myriad ways by a narcissistic archenemy who hides in a thicket of telecommunications networks and exhibits himself obscenely as a compound image of disconnected, defeated, sub-natural phantasmagoria. Welcome to the orgiastic celebration of total power and the fulfilment of implacable annihilation in the name of fabulous profit for the powerful few. We navigate an age of vertiginous obsolescence and disposability, feeding the planetary landfill at incalculable speed. In the worldwide scenarios of a common confinement, what stays and what returns? This is not a fable, but a mirror image of a fragmented process. Call it modernity or colonialism, exploitative neoliberalism or extractivism. Call it the current COVID-19 pandemic. The image splits.

The biopolitical stakes are transcendental. In a few weeks we, transient citizens, detainees, immigrants, all en route, have transitioned swiftly from a fragmented panorama of latent biopolitical junctures onto the terra incognita of planetary necropolitics. Hypermodernity, accelerated capitalism and pleonexia caaaaaame toooo aaaa haaaaaaalt, staggered on the verge of regression like a squealing locomotive. For a short period, we heard birdsong, saw wildlife reclaim our cities, breathed cleaner air and beheld the twinkling stars on the crisp midnight skies. These last few weeks have been an experiment in regression, an ironic reckoning with the camp and retro foundations of the neoliberal landfill. The air is too crisp, the trees are exuberant. Is this hay fever or the virus?

Many images have entered our consciousness uninvited, turning seductive and frightening in their apparent innocence. They have projected themselves like old films against a thick fog, like visitations from the depths of our collective unconscious, yet they are intimately associated to individual experiences and lived trajectories. Because images structure how we are collectively represented and represent ourselves in the world, we remain attentive to unexpected turns in our imaginaries, aware that they will require new modes of biopolitical alertness and corporeal action. We reflect below on one of those uninvited images that for us encapsulates the scenes of transmission and confinement.

I

It is said that once a man entered into a friendship with a satyr
Aesop[ii]

Pan seduces Daphnis, who holds the flute meekly, concentrating on the first lesson, wondering cautiously at the magical object that carries the enigma of music, storytelling and song. This knowledge can be accessed by conscientious application and practice, until the skill becomes second nature, declaring the wisdom and introspection of the lyrical shepherd community. (We are reminded of Miguel Hernández, the Spanish goatherd who perished in a fascist prison after being jailed for his Communist engagement during the Spanish Civil War. He, too, lived and wrote poetry in confinement, and died of tuberculosis). Musical and literary practices are transmitted through intimacy, seclusion and sensory attentiveness.

Pan and Daphnis. Roman marble copy after a Greek sculpture by Heliodorus, ca. 100 BCE.
Collection of the Naples Museum of Archeology.

Astute and well-seasoned in the arts of strategic deceit and pastoral paideia, Pan holds the young Daphnis by the bare shoulder, his rugged hands guiding the youth’s own unskilled hand in the appropriate direction. After centuries of demonization and bad press, by the likes of Jerome of Stridon, Augustine of Hippo, and Isidore of Seville, Pan, and the satyrs and fauns, were condemned to pestilent marginality as the carriers of obscenity, indecency and bestiality. But in this pagan image of an allegorical encounter we discern two sentient beings engaging in erotico-musical intercourse. The young Daphnis’ world mirrors our own narcissistic fantasies of limitless reproduction and growth echoing across colonizable space. Pan hails from a different place, the Arcadia of natural harmony and splendor, an idealized Peloponnese of sensory co-existence and queer transmissions. For the confined islander who writes these notes, Pan and the nymphs reside in the archaic depths of laurisilva, the wet forests of the Canary Islands and Madeira.

The transmission of erotico-musical practices reminds us that cultural intelligence thrives through the sharing of material techniques, the affective configuration of cultural objects, and the memory of promiscuous transmissions. Today’s Daphnis – we, transient citizens, queer detainees, immigrants all; consumers, members of the precariat, the dying, the young – can no longer relate freely to the echoes of Pan’s long-forgotten influence upon humanity, his inspiring and fertilizing hold on humanity’s shoulder in Arcadia, the domains of Cybele and Poseidon. Instead, we surrender to the commodities that a multiply displaced labor precariat assembles in intimate contact with state-managed machines, and that we utilize and discard with little regard for Arcadia’s irreversible disfiguration and our own psychic loss.

As we accomplish the annihilation of the biosphere and total necropolitical subjugation, we are told that we can develop a means to limit and eventually exclude Pan’s excessive hold on us, young and old images of Daphnis. Our hyperconnected planetary consciousness deploys images of Pan as pandemic, pandemonium and panic. In the aftermath of COVID-19, we learn of ever more insidious means to trace our latent contribution to the basic reproduction number (R0). Watch where you sit: on a rock, in the company of some nymph or faun, or somewhere among the herd. We are all governed and traced, and suspected of resisting well-justified biopolitical surveillance. We are all potential saboteurs. Remember the 1980s and ‘90s, imagine this in the midst of the AIDS pandemic. We know how Pan, a figure of interspecies transmission and contagion – a figure of relational co-habitation and common sensory freedoms –, was represented and disfigured to preserve homophobic fantasies of young Daphnis as a biopolitically reprogrammable ego ideal. Through this sanitized image of separation and autonomy, the transmission and circulation of erotico-musical practices was effectively contained and progressively evicted from the common imagination. We call this integration, but the image splits.

 

II

 

On distributing the story into smaller proportions that will correspond to the capacity of absorption of our mouths, the capacity of vision of our eyes, and the capacity of bearing of our bodies.

Trinh T. Minh-ha[iii]

Who are the muses of confinement? Which ideological talents do they whisper? We write these notes as islanders and members of a confined intellectual diaspora. Pondering the clear night skies in North East England, we have wondered about different ways of scrutinizing the stars across the ages, from Athens to Yanomami territory. Remembering our sleeping bag excursions to Mount Teide, we have thought about the urgent need for communal lucidity, elucidation, a patiently negotiated clarity. Unable to plan, we have felt excluded from historical and temporal perspective. How shall we chronicle this stasis? How shall we narrate the recent and the unreachable? The scene in the shape of a marble sculpture comes to us from the mythical depths of European consciousness, a fantasy of an ideal Europe that we have questioned for a long time. Its sculpted anecdote urges us to consider the value of distant and remote images of ourselves.

We extract the Earth’s riches and ravage the biosphere to satisfy our lustful pleonexia. We do this efficiently and in the name of self-evident technological conquest, rational utilitarianism, economic acceleration and exorbitant progress. But the music is gone, the future has vanished, Daphnis sits alone and sick, having become more marble than human. The arcane practices he learned from Pan had helped him to live as a human among other species. The warm caress, the deep and gentle hum, the musky odor of a fellow creature, are all signs born of a common planet. The space of this intimate encounter is the wilderness, a realm of enigmatic life forms and sensuous transmissions. Its libidinal economy reverberates with the long-lost fantasy of Arcadian innocence and proto-agrarian coexistence: an economy of immediacy and exposure, unregulated vulnerability and sensory interdependence.

We listen to the radio and watch documentary and fiction films, impromptu “home videos” and audiovisual pieces streamed for us on a permanent basis. We turn to personal archives in search of places, experiences, environments, and vivid recollections from the time of normality. We delight in a fresh appreciation for practices of recovery, reassembling, recontextualizing materials from a limited past dating back to our grandparents’ shared memories, communicated in familiar intimacy and carrying the distorted echoes of a now remote past century. The experience of confinement enables the rediscovery of limited temporalities, not abyssal origins; sensory evidence, not exotic longing; essential listening and remembrance, not elaborate daydreaming. How much have we suppressed in the name of technological connectivity and illusion-driven ideation?

We are being educated in unfreedom. Short of global warfare, an archipelagic proliferation of sensory data from localized conflicts comes into sharp focus, translating as a permanent state of disconnection across multiple war zones. In the midst of this representational superabundance, recent conflicts are consigned to an anecdotal, interstitial regime. COVID-19 is a collapsed state of tactical elisions and compulsory connectedness. The question remains: Will we listen to Pan in the aftermath of this feverish state? “I want you to act as if your house was on fire.”[iv] Our house is on fire and the unravelling of this devastation is streaming in “real time,” no matter how carefully we turn away from the multiply localized war archipelago. If a catastrophe is a radical or unexpected turn, and we hear predictions of an imminent return of the state to protect us from what it has been so profoundly complicit in sustaining, then we can also envision an imminent overturn of state forms. As we all turn and states turn, we can imagine an initial phototropism. Like plants, we could turn to the light or remain turned away. Will we resist the allure of a fraudulent choice between hyperproductive unfreedom and deaccelerated pandemonium?

 

III

 

Fever when you hold me tight.
Little Willie John[v]

 

Another image, of a fictional Amerindian couple in a cage, insinuates itself as we ponder the Pan and Daphnis marble. The Couple in the Cage, a 1993 video by Coco Fusco and Paula Heredia, chronicles in “real” and edited time a performance by Guillermo Gómez-Peña and Coco Fusco, Two Undiscovered Amerindians Visit the West (1992-1994). Watching these images today, witnessing the public’s reactions to the itinerant display of an “indigenous” couple in a cage exhibited in museums and public spaces across the world, we immerse ourselves in an astonishing flow of racist stereotypes, cultural prejudices, and gut reactions to an event that is calculated to elicit scopophilic panic and uncomfortable public debate. The spectacle brings us momentarily closer to the experiences of the displaced and the detained. As we prepare for a precarious return to public space, and re-enter the deserted streets of the recent past, how much will we remember? These images count among our transitional objects.

Guillermo Gómez-Peña and Coco Fusco, Two Undiscovered Amerindians Visit the West (1992-1994).

Coco Fusco and Paula Heredia put Pan and Daphnis in global context. The performance they document hinges on fake discovery and ignorant wonder. Implicitly, they question how we figure, contextualize and chronicle our inadequate identifications with this and other couples in the cage and with those who visit the exhibition of an itinerant anomaly. Today, our individual performances suffer from a series of attritions: unfreedom is now re-contextualized as un-precedented, un-certain, un-clear, un-available, un-thinkable. As we absorb the expanding ripples of an event that, we are told, occurred and was meant to remain contained in distant China, we desire images from a possible future we can control. Instead, we have images of a geopolitically opaque and stagnant present. As the fog lifts (for how long?), a renewed awareness of systemic institutional failure, fractured state protection, and corporate entropy extends like a nightmarish panorama of imminent devastation.

The seduction scene is a figure of timeless encounter in the optimal dreamworld of prelapsarian Arcadia. It is also a reminder of our own impermanence as spectators at the dystopic performance of planetary catastrophe. Because we find ourselves immersed in an unstable realm of archetypal figures, these images can migrate and relocate to be experienced in multiple contexts, allowing for myriad projections and perspectives. But what do these images chronicle? We suspect that they do not measure events in the present time of confinement and social distancing, but perhaps simply register a remote and irrepressible memory of erotico-musical transmission. We are conflicted about exiting these domestic laboratories of the confined body-mind. We are ambivalent about waking up entirely or too abruptly from this intermediary kingdom of imaginary visitations and apparitions that nonetheless constitutes us partially as static travelers and caged detainees. It could be a long journey back to the other end.

We reflect upon this sudden reorganization of our sensory capacities; this realignment of proximity, scale, and perception. We are co-opted to subtend “the economy” and the markets, tutelary specters of permanent planetary disorder that excrete their subjects, rendering our modes of existence obsolete, rendering us disposable. We fear further unfreedom as we witness a feverish reorganization of our private and communal economies. What shall we make of this ostensibly limited and disorienting time, when we consider our affective economies and sensory commitments? A fierce assault on the aesthetico-political promise of this and future moments of occlusion and aperture is certain to occur and gain force in the shape of new pandemic, environmental, and technological panics. As we step out of immobility, what new demands will shape how we mobilize? What images will guide our imaginary projections, our commitment to freedom? The memory of Herculaneum and Pompeii will still haunt us. Will we also remember Haiti and Syria, the Amazon and Lesbos, and all the walls?


[i] Suzanne Césaire, The Great Camouflage: Writings of Dissent (1941-1945), ed. Daniel Maximin, trans. Keith L. Walker (Middleton, CT: Wesleyan University Press, 2012), 21.

[ii] Aesop, “The Man and the Satyr,” The Complete Fables, trans. Olivia and Robert Temple (London: Penguin, 1998), 48.

[iii] Trinh T. Minh-ha, “Keepers and transmitters,” Woman, Native, Other: Writing Postcoloniality and Feminism (Bloomington and Indianapolis: Indiana University Press, 1989), 123.

[iv] Greta Thumberg, “Cathedral Thinking,” No One Is Too Small to Make a Difference (London: Penguin, 2019), 45.

[v] Eddie Cooley and Otis Blackwell, “Fever,” performed by Little Willie John, 1956.