La didattica in pigiama

di Guido Nicolosi
(28.6.2021)

[Sulla lista del CUDA -sigla che riunisce numerosi docenti dell’Università di Catania- il collega Attilio Scuderi ha segnalato un’intervista a Ivano Dionigi, presidente di Almalaurea. Intervista dal titolo Smartphone e pigiama hanno fatto danni: tornare in presenza.
Sulla stessa lista ha risposto il Prof. Guido Nicolosi, con una riflessione che ci sembra sensata]

Caro Attilio, ti ringrazio per la segnalazione, che trovo di grandissimo rilievo e che meriterebbe un’urgente riflessione collettiva e nazionale.

La DAD durante il lockdown di marzo-maggio 2020 è stata necessaria e inevitabile. Tutto il resto, lo sostengo da tempo, rappresenta l’arte del tagliare il ramo su cui siamo seduti. Da ottobre in poi l’Università italiana ha accettato e sdoganato un modello formativo deleterio e diseducativo. Semplifico provocatoriamente: stiamo facendo le Università telematiche, ma molto peggio delle Università telematiche.

Nessuno si senta offeso, la questione non è la qualità del profilo scientifico dei docenti. La questione è strutturale. Banalmente, le telematiche sono attrezzate a produrre formati didattici e attività di sostegno che noi neanche conosciamo e per cui non siamo stati formati. Come sanno molto bene i pedagogisti, la DAD richiederebbe una rivoluzione radicale delle metodologie d’insegnamento, non è sufficiente trasferire online ciò che facciamo offline. Ma una volta legittimato un sistema formativo fino a ieri percepito nell’immaginario collettivo come marginale, saremo costretti a entrare in competizione con esso. Con esiti non prevedibili, non scontati e anche pericolosi.

Sono molto scoraggiato nel vedere nel Paese un’assenza totale di dibattito sul tema decisivo “l’Università di domani”. Perché è evidente che le pressioni per non farci tornare più indietro sono e saranno notevolissime. Anche il “mercato delle iscrizioni” spinge e spingerà sempre di più verso la direzione che segna la fine dell’Università per come l’abbiamo conosciuta e vissuta noi.

Da Presidente di corso di laurea vedo la differenza tra gli studenti che hanno avuto l’opportunità di vivere almeno per due o tre anni l’Università in presenza e quelli che praticamente non hanno mai messo piede in un’aula. A questi studenti, è estremamente difficile spiegare che l’80% del loro futuro studentesco, professionale e anche relazionale o affettivo dipende proprio dalla frequenza delle strutture universitarie.

Non mi riferisco dunque solo alla qualità dell’insegnamento in presenza. L’altra grande vittima (ignorata dai più) della DAD è infatti la relazione studente-studente. Tutte le indagini dimostrano che gli studenti che riescono meglio sono coloro che creano relazioni di sostegno reciproco tra pari in aula. Sappiamo anche che le opportunità professionali dei laureati sono sostenute dalle relazioni costruite con i colleghi. Molti di noi (me compreso, che ho sposato un’amica di un mio collega!) sanno quanto le relazioni affettive maturino molto spesso nella cerchia delle amicizie dirette o indirette create nelle aule o tra i corridoi.

Insomma, tutto ci dice che l’Università è un corpo vivo che produce non solo sapere astratto e formalizzato, ma anche e soprattutto pratiche e abilità creative, comunicative, relazionali, affettive. Sono queste che rinforzano la struttura identitaria delle persone che noi formiamo. Sono queste che producono il futuro professionale delle persone che abitano e animano questo organismo pulsante di vita e di opportunità.

Certamente, è necessaria una valutazione approfondita delle opportunità, notevoli, che le nuove tecnologie forniscono e che possono rendere più efficienti alcune nostre attività o che potrebbero venire incontro alle esigenze di alcune categorie specifiche e particolari di studenti (ad esempio i lavoratori). Le nuove tecnologie non sono il male assoluto e sono certamente uno strumento essenziale per il futuro della didattica e per favorire una razionalizzazione di processi e procedure ormai obsoleti e ridondanti (e per sostenere una transizione ecologica necessaria e ormai non più rinviabile). Tuttavia, le nuove tecnologie vanno utilizzate con raziocinio e con spirito critico.

Trovo decisamente sconfortante il silenzio con cui stiamo vedendo inabissare e scomparire un mondo fondamentale per la crescita umana delle giovani generazioni e di tutto il Paese. Un silenzio che è frutto di diversi e convergenti sentimenti: la paura (comprensibile) di alcuni, l’indifferenza di altri, le convenienze di altri ancora.

Molti studenti ancora sono in grado di comprendere il senso di cosa stanno perdendo. Fra poco, nessuno saprà di cosa sto parlando e noi che lo abbiamo vissuto lo racconteremo come un mondo che non esiste più. Come quando gli anziani raccontano di epoche lontane nel tempo e ormai definitivamente perdute.

Purtroppo, anche gli studenti consapevoli sono bloccati dalla paura, dalla pigrizia, da qualche convenienza e dalla difficoltà di reagire. Ma dire: “tanto i ragazzi non lo chiedono e anzi preferiscono restare a casa” non può essere per noi docenti una scusa sufficiente per restare immobili e silenziosi.

Tante cose i nostri figli (non) farebbero per pigrizia e per inerzia. Tuttavia, questo non ci impedisce di assumerci la responsabilità educativa di non assecondarli. Per il loro bene e per garantire a tutti noi un futuro migliore.