Una parola semplice sulla didattica del futuro

di Tommaso Greco
(Roars, 14.5.2021)

[Poche e chiare parole sulla didattica d’emergenza, del tutto condivisibili]

Credo sia venuto il momento, se non è già troppo tardi, di porsi e porre una domanda: cosa faremo, con la didattica a distanza quando sarà finito il periodo dell’emergenza sanitaria? Ribadisco, a scanso di equivoci: mi sto chiedendo cosa sarà normale quando non dovremo più fronteggiare il pericolo del coronavirus, sperando che non ce ne siano altri analoghi, o che non si debba vivere nell’emergenza perpetua come in certi film apocalittici con i quali abbiamo nutrito il nostro immaginario.

L’impressione — ma ovviamente è più di una impressione — è che sia ormai entrata nella convinzione diffusa l’idea che non si possa più fare a meno della possibilità di ‘trasmettere’ le nostre lezioni online, per chi voglia usufruire di queste modalità. I documenti di programmazione, le dichiarazioni di ministri e politici, gli impegni dei rettori e degli amministratori degli atenei vanno tutti in questa direzione (vi risparmio citazioni e rimandi). La Dad appare a tutti come una di quelle scoperte così magnifiche, una via che offre tante di quelle opportunità, che sarebbe stupido non approfittarne. La parola magica che mette tutti d’accordo è: “sistema misto”.

Vorrei dire allora una parola, con il massimo della semplicità e il massimo della chiarezza. Permettere che uno studente (lo dico una volta per tutte: o una studentessa) possa iscriversi ad una università rimanendosene a casa propria — perché non ha i mezzi per pagare l’affitto, perché è uno studente-lavoratore, perché è uno studente-genitore, perché non ha voglia di alzarsi presto la mattina per prendere il treno, perché preferisce seguire le lezioni standosene sdraiato sul divano o in pigiama sotto le coperte o perché quella mattina è brutto tempo — è frutto di un grande inganno e di una grande ipocrisia che noi come docenti (e mi auguro anche gli studenti) non possiamo permetterci di avallare e, se del caso, di non contrastare attivamente.

Su quanto l’esperienza universitaria sia una esperienza (appunto) che si può fare solo sperimentandola, per i mille motivi che sono stati detti in questi mesi, non mi soffermo. Vorrei solo ribadire che far credere, ad esempio, ad uno studente meridionale che possa iscriversi all’Università di Pisa rimanendosene fermo a casa sua è appunto un inganno, e io lo ripeterò ad ogni occasione: perché gli toglie la possibilità reale di cogliere tutte le opportunità che una università degna di questo nome offre (o dovrebbe offrire): spazi, biblioteche, incontri (soprattutto informali e imprevisti), che solo in presenza possono essere davvero fruiti. Esiste un solo docente, tra quelli attualmente in servizio, che possa negare quanto sia stato importante vivere l’Università per il proprio percorso? E allora perché negarlo ai docenti (ma anche ingegneri, insegnanti, biologi, ecc.) del futuro? Abbiamo idea di cosa stiamo rischiando di togliere ai nostri giovani?

Voi mi direte: ma perché impedirlo, se uno lo preferisce? E io rispondo, sempre semplicemente e direttamente. Nessuno vuole impedirlo: ci sono per questo le università telematiche. Costano troppo? Allora si crei una telematica pubblica, a prezzi accessibili per chiunque, e magari mandiamoci a insegnare anche tutti quei bravi colleghi che ormai amano alla follia insegnare dallo schermo di un computer. Ma le altre Università, per favore, rimangano quello che sono sempre state e che non potranno non essere, se vogliono continuare ad essere Università e non trasformarsi in una telematica qualsiasi.

Poiché volevo essere semplice, diretto e anche breve non mi dilungo su un’altra questione cruciale, che riguarda lo svolgimento di convegni, seminari e quant’altro: se anche su questo qualcuno pensa che “è così facile e comodo” (e anche economico) fare tutto attraverso le piattaforme telematiche, allora chiudiamo bottega e cambiamo nome alle Università. Evidentemente il loro tempo è finito.