L’ultima intervista a Paolo Fabbri. Epide(se)miologie e contagi

a cura di Federico Montanari
(da “Occhio semiotico sui media” 3.4.2020)

“È la paura che ha instaurato questo particolare oggetto e il virus che ci fa ammalare, provoca socialmente gli stessi effetti che provocavano la circolazione dei rumors in tempo di guerra. […] La dimensione narrativa e delle voci domina. Il problema per noi è ricominciare a riconoscerne i processi e le forme”. Così Paolo Fabbri. Nel segmento estremo della sua esistenza, il grande studioso che molto ha letto e detto e poco scritto (‘Abbas Agraphicus’ è il personaggio che gli dedica Umberto Eco ne Il nome della rosa) ha trovato il modo di lasciarci una pista per indagare il rapporto tra informazione  genetica e macchina della comunicazione, tra diffusione del virus e Infodemia conclamata. Spetta a noi, grati per il lascito indiziario, risolvere l’enigma che lega i due fenomeni in un circolo vizioso.

Federico Montanari
Prima di affrontare la situazione di questi giorni fra contagio, stato di emergenza e Coronavirus, proviamo a ripartire un po’ più da lontano, dal concetto di Meme. Da tempo oramai il concetto di meme, di “memetica”, sembra essere diventato di gran moda: dai social media al marketing alla politica … che ne pensi?

Paolo Fabbri
Sì, il meme, come una sorta di entità di base della cultura, come analogo del gene in quanto unità di codifica e trasmissione dell’informazione in biologia. Ma, ad esempio, proprio un paio di anni fa un’autorevole studiosa, Candice Shelby, anche dall’interno di un convegno di biologia molecolare ospitato al Centro di scienze Semiotiche dell’università di Urbino, ha pubblicato un intervento che metteva in causa questo concetto di meme; riportando un dibattito molto acceso ha mostrato, certo, assieme a tanti altri ricercatori, che la cosa non è affatto pacifica. Può esistere un’entità del genere dal punto di vista scientifico? O si tratta di una pseudo-scienza? Si tratta di oggetti che, se mai esistono, sono invenzioni buone solo per il marketing online? E come pensarli questi memi: in termini di diffusione, imitazione o contagio? Dawkins aveva pubblicato il suo libro negli anni ’70 e da allora in tantissimi ne hanno discusso fino, per citare un noto filosofo, a Dennett. E anche nelle scienze umane, sociali e della cultura vi sono alcune posizioni che sembrano porsi quasi come una sorta di apertura di credito verso il concetto di meme. Forse anche in semiotica. Ad esempio, alcuni ricercatori del gruppo che ruota attorno a Volli, e del centro di semiotica di Torino, hanno pubblicato articoli che paiono talvolta andare in questa direzione. A mio modo di vedere con esiti discutibili, o poco convincenti, ma non importa, andiamo avanti.

Federico Montanari
In effetti quello che sembra non reggere dell’idea di meme è proprio l’idea di trasmissione e, al tempo stesso, di statuto e di “taglia” di questa presunta unità. È ovvio che la cultura e le società sono composte di sistemi complessi estremamente stratificati, in continua trasformazione ed evoluzione. Ma cosa passa e cosa si traduce o si trasmette? Rappresentazioni, certo, concetti, categorie; tuttavia, come dice la studiosa che critica l’idea di meme, si passa da un tipo di vestito, ad una pubblicità, sino a interi sistemi di credenze e di valori (religioni, politica, ecc.). Ma eccoci arrivati ai giorni nostri, di fronte a questa situazione spaventosa e paradossale, con questa idea di stato di emergenza.

Paolo Fabbri
Dunque, eccoci, arriviamo pure alla situazione odierna. Se tu dichiari che c’è una certa entità che gira, che sta circolando, che arriva con l’aria, o che sta lì, un’entità che resiste anche per cinque o sei ore di vita, poi tu la prendi su con la mano e poi ti tocchi, ecc. Insomma c’è un oggetto che hanno poi individuato, che hanno visto come era fatto, una modifica di altri Coronavirus o del responsabile della Sars: insomma l’hanno descritto, sequenziato, definito scientificamente; (infatti vedi l’entusiasmo di quando anche il gruppo di ricercatrici e ricercatori di Roma l’ha identificato). Ciò non toglie che ora però il problema è come risolverlo. Questa idea di averlo individuato è interessante, ma poi c’è un oggetto che circola, sappiamo vagamente che proviene da una certa fonte animale, ecc. che proviene da vari organismi e che ha la capacità di trasferirsi da un organismo all’altro e forse di modificarsi. C’è un’unità definita e definibile. Il problema è ora come fermarla e come difendersi. E non è affatto scontato. Ad esempio, l’influenza la gente la becca più o meno, diciamo, ogni anno, il problema è che non la si può distruggere definitivamente, nelle varie ondate dei diversi virus: ci siamo rassegnati che arriva più o meno ogni anno, facciamo un vaccino preventivo, a volte funziona a volte no, e va bene. Proviamo allora a prendere un altro punto di vista. Io, tempo fa, mi ero interessato al tema della viralità dal punto di vista semiotico e della comunicazione, con alcuni articoli in un paio di riviste e avevamo fatto una cosa sui “rumors”; e avevamo preso la metafora epidemica. E questo mi pare interessante, dato che prolunga questo fenomeno del contagio alla dimensione semiotica e della comunicazione: che questo problema non è soltanto un problema “biologico”, ma è intrinsecamente socio-culturale e a cui, ad esempio, gli studiosi di semiotica devono rispondere. Da sempre, dal nostro punto di vista, di studi sulla cultura e società e di semiotica, sappiamo che esiste il problema delle “voci”, delle dicerie, che si propagano e che in qualche misura la cosa si poneva in maniera virale. Io, dopo che avevamo fatto un numero della rivista di semiotica Versus, e che non ha poi riscontrato un così grande interesse, mi ero intestardito a studiare la cosa e avevo seguito un caso assai curioso. Non so se ricordi, c’era stato un periodo in cui a un certo momento ha cominciato a girare una voce o qualcosa di più: un sacco di gente di colpo gridava, o sentiva gridare, “Valerioo!”. Di notte, di giorno. Insomma, in Italia si era creato, a metà degli anni ’90, un caso di fenomeno di contagio collettivo, o di voci: la gente andava in giro nella notte a gridare “Valerio”, o durante le corse della Ferrari o in altre occasioni, come concerti ecc. Bene, il problema era: “chi era” o cosa era Valerio? Bisognava individuarlo. Poi venne fuori quello che diceva: “no, Valerio sono io!”. Sapevamo che c’era questa parola che veniva detta e che poi si trasferiva in modo assolutamente virale; se quello che stava vicino a te gridava “Valerio”: tu potevi essere preso oppure no; o di notte, quelli che passavano in motocicletta e facevano questo gridando. Questo tema prima di tutto ci servirebbe per ragionare sul fatto che esistono circuiti sociali in cui una data entità entra in circolazione; e in questo caso si tratta di elementi fatti di significante puro: qualcosa che gira così, non dotato di significato, e che quindi non è, per definizione, un segno. Le domande sono allora: com’è che circola e perché e come nasce? Ma, si dirà, cosa c’entra questo con qualcosa di chiaramente molto più drammatico, come un virus? Al di là della metafora? E i soliti causalisti ecco che allora sono intervenuti. Noi gli abbiamo detto: quello che conta sono le motivazioni, non le cause! Ma questo è un punto importante: la differenza fra cause e motivazioni è la differenza fra scienze umane e scienze dure. Ma è proprio qui che entra in gioco il fenomeno dei rumors. E aggiungiamo, per tornare ad oggi, quello che ha veramente cambiato e riarticolato tutto sono i social media: che sono davvero dei teletrasportatori e moltiplicatori di rumors. E qui dobbiamo ricordarci di un punto che è stato messo in evidenza da diversi studiosi, ad esempio da Gianfranco Marrone: l’accentuarsi della dimensione fàtica della comunicazione attraverso i social media; il lavoro relativo al mantenimento del canale e del contatto, del prolungamento della comunicazione stessa e che crea e mantiene il legame sociale.

Federico Montanari
Allora, su questo, uno de temi che tu avevi ripreso era anche quello delle leggende, riprendendo anche Marc Bloch, e il suo lavoro sulle voci e leggende di guerra, ma che veniva attualizzato dalla Prima guerra mondiale, fino a guerre più recenti come quella del Golfo, poi in Iraq e a seguire. Con la guerra che crea e mantiene le condizioni della loro comunicazione. Ecco, e oggi, dunque, come ripensare la questione?

Paolo Fabbri
Ecco che allora, a quel tempo: ecco che ci sono le trincee, tutti ammassati che aspettano l’assalto, poi ci sarà il massacro, ma intanto aspettano, ci sono lunghe pause dove la gente sta assieme in quelle condizioni. Condizioni che peraltro sono le stesse, certo, fatte le debite proporzioni, percui se si sta per lungo tempo in luoghi assieme, per esempio nella sala d’attesa di una stazione: ecco che lì iniziano a circolare le voci, oltre che i virus.

Federico Montanari
E a proposito di questo, mi aveva colpito quello che diceva oggi un epidemiologo. L’importante ex capo dell’OMS in Europa, diceva: attenzione non pensiamo solo ai focolai ma anche alle condizioni di concatenamento e di circolazione. Siamo troppo fissati, diceva, alla cosa del “malato 0” e poi 1 e 2, ma poi il problema sono i concatenamenti. Questa cosa è legata a quanto dicevi prima sul caso “Valerio”? In che modo e come potremmo trasporla? Perché ho l’impressione che spesso il linguaggio degli epidemiologi sia molto simile al ragionamento di tipo semiotico e di studi sulla comunicazione: sì, c’è il lato fisico e biologico ma poi…

Paolo Fabbri
Ma tutte le volte che l’epidemiologo discute di un oggetto che passa e che finisce poi per essere dotato di una significazione specifica, e delle connotazioni specifiche, inesorabilmente prende il linguaggio della comunicazione.

Federico Montanari
Questo sembra un punto importante, perché, proprio in questi giorni, nell’emergenza del virus, molti giornalisti dicono: eh ma poi la comunicazione arriva dopo, si attacca sopra al fenomeno, costruisce la propaganda, poi la stessa propaganda e gestione della comunicazione, politica di emergenza, fallisce o esagera… Che ne pensi?

Paolo Fabbri
Ma è proprio questo il punto: loro, gli scienziati non possono che pensare così, comunicativamente. Dopo ci sono anche i fenomeni di connotazione, come propaganda, manipolazione ecc.; ma di fatto è sempre già così: il legame c’è già fin dal principio, fra comunicazione e modelli di circolazione dell’epidemia o del virus. Pensiamo a quando gli scienziati usano il linguaggio della comunicazione per parlare dei geni nelle scienze, o alle neuroscienze: pensiamo, ad esempio, al concetto di sinapsi. Oggi, per prendere un libro di successo recente, che si intitola Biologia della letteratura di Alberto Casadei, addirittura le connessioni grammaticali vengono chiamate sinapsi. Ma questo perché? Al di là di alcune semplificazioni, a volte anche assurde, il perché è molto semplice: una delle ragioni è che la teoria dell’informazione su cui è basata tutta la genetica, alle origini è anche una teoria della comunicazione. È la stessa teoria della comunicazione che nasce così! C’è una omologia quasi completa. E l’epi-demiologia è totalmente trasferibile in una teoria dei rumors linguistici; sono trasferibili l’una nell’altra perché la base comune è la teoria dell’informazione: all’origine troviamo una teoria dell’informazione che è basata, sin dalle sue origini, su problemi di comunicazione e di linguaggio, su problemi linguistici…

Federico Montanari
Dunque è forse inutile distinguere tanto, come fanno alcuni giornalisti fra, da un lato, comunicazione e poi lato fisiologico e virologico…

Paolo Fabbri
Ma certo, no, perché appunto il lato fisiologico e virologico sono pensati in termini di teoria dell’informazione. Ma è proprio per questo che mi pare allora stolto ragionare come ragiona questo autore che ha scritto il libro che citavo, Biologia della letteratura, che è professore di letteratura italiana alla Normale di Pisa, ed egli è convinto che questo potrà far fare un salto agli studi della letteratura, dando le basi “fisiologiche” alla letteratura, e che a noi fa un po’ ridere… Ma questo non è importante: lui, come detto, chiama sinapsi anche le connessioni linguistiche. Ma, al di là di questo caso, non si tratta, qui, di “imperialismo” di una teoria su un’altra (della teoria dell’informazione o del cervello sulla semiotica e sulla comunicazione o viceversa), il fatto è che dalla teoria dell’informazione degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, di cui sappiamo benissimo, per inciso, il ruolo che ha avuto la guerra nel concepirla e svilupparla, la teoria dell’informazione è essenzialmente una teoria della comunicazione. E quindi non è un caso che quando vai poi a studiare i fenomeni del contagio ti ritrovi con problemi comuni. La cosa spettacolare dei rumors è che metteva quasi a nudo questa possibilità di un trasferimento di un tratto apparentemente “insignificante” (chiaramente non solo nel senso nostro, semiotico, di significante e significato, ma anche come non rilevante) il quale però si trasferiva da un momento ad un altro, da un luogo ad un altro, in condizioni di un certo tipo, e poi scompariva. E tutti i tentativi di scoprire dov’era nato, di rintracciarne l’origine, andavano a buca. Ed è quello che sta accadendo oggi.

Federico Montanari
Pensiamo anche ai casi ironici di oggi: i leghisti in Veneto accusano i cinesi in un bar, salvo poi venir fuori che forse un “lombardo” era stato lui il portatore del virus, che si trovava da tutt’altra parte.

Paolo Fabbri
Certo è involontariamente divertente e comico, in un certo senso. Ma è divertente proprio laddove cercano di isolare, circoscrivere delle zone: è come tentare di bloccare il grido “Valerio!”, che sfugge da tutte le parti. Più cerchi di bloccarlo e più rischia di circolare…

Federico Montanari
Ma come si collega allora il concetto di meme all’idea di “rumors”?

Paolo Fabbri
Sì, certo, su questo avevamo fatto un’intervista con uno studioso e curatore di arte, Hans Ulrich Obrist, all’interno del Catalogo della Mostra CITIES, presso il Museo di Arte moderna di Bordeaux, nel 2000, sul tema delle “mutazioni”, perché anche lui era stato colpito da questa idea di rumors. È veramente un problema interessante: c’è un linguaggio, certo, ha certe regole, e certe trasformazioni. Noi abbiamo un linguaggio standard, una lingua che viene studiata per la sua sintassi, la sua morfologia, ecc. Poi però ci sono fenomeni di linguaggio, certi usi del linguaggio, che non corrispondono al modo con cui noi lo studiamo in modo tradizionale, con la linguistica, che oramai vanta molti decenni di storia, e con la quale noi guardiamo agli usi standard del linguaggio. Ci sono altri usi del linguaggio. C’è, certo, una proposizione “Valerio”: soltanto che sfugge. Certo c’è un nome proprio ma poi il fenomeno prende tutt’altro tipo di caratteri.

Federico Montanari
Il Coronavirus come “Valerio”, come una forma di diffusione caratteristica dei rumors? Dato che qui viene in mente anche un’altra cosa: prima il nome del virus era “Coronavirus” e poi è stato detto: finalmente, abbiamo trovato o attribuito il “vero nome”. Che è poi Covid-19 e poi la malattia, Sars-CoV-2, ecc… è la sigla… il nome proprio vero.

Paolo Fabbri
Certo, sì. Ma è interessante la storia della ricerca del nome… Dunque il punto è questo, noi abbiamo un’idea: che siamo esposti a questo fenomeno che è socio-semiotico, che è l’esposizione ai rumors, alle voci, le dicerie. Ma sui rumors ne abbiamo dette di ogni tipo: abbiamo dato loro diversi nomi, che si tratta, appunto, di voci, di leggende metropolitane, dicerie, ecc. Non so se ricordi quella che circolava a Siena: di “Batman”, non a caso, in piena crisi della banca del Monte dei Paschi. Di quel tipo che si travestiva da Batman, i due che scopavano e con lui che si travestiva, aveva legato lei e appunto si buttava su di lei, ma poi era cascato male e così si era rotto una gamba. E quindi lui non riusciva a muoversi e lei era legata, anche lei era un’impiegata di quella banca e lui con la gamba rotta vestito da Batman. Dunque, dopo sono arrivati e li hanno trovati così. Ecco, e questa cosa è circolata. Quindi, la circolazione di questi oggetti non è limitata alla parola, non è solo una parola o limitata a quella sequenza di parole. Perché intanto quelle sequenze di parole possono mescolarsi fra di loro o prendere la forma di un andamento narrativo. Che è un’invenzione completa, un nonsense. Però questo nonsense è suscitato da dati meccanismi. Ma, guarda caso, c’è un altro punto: questa storiella non è capitata solo a Siena, perché hanno scoperto che a New York nello stesso periodo raccontavano la stessa storia! E questo significa che questi fenomeni, questi oggetti si trasferiscono dall’uno all’altro e da un luogo a un altro in maniera epidemiologica ma che in realtà rispondono di volta in volta a situazioni (ad esempio di crisi) che sono disponibili ad accettarle.

Federico Montanari
Ma qui stiamo parlando di una sorta di predisposizione socio-culturale del fenomeno…

Paolo Fabbri
Dimensione culturale di un fenomeno, sì. Con anche gli stereotipi, anche razzisti, come abbiamo sentito in questi giorni. Si dice, i cinesi mangiano di tutto, promiscuità con gli animali, ecc., e lì succede qualcosa. Risposta: questo accade anche quando c’è un grande casino. È il caso dell’esempio che si diceva sopra, della banca di Siena: come dicevamo, crisi, la gente furibonda, preoccupata ecc., e poi ci sono stati degli attacchi, delle polemiche, un tipo si era anche suicidato, e poi arriva… è più facile che queste cose circolino, vale a dire la diffusione delle dicerie delle voci e delle leggende, circolino. Si depositino lì e poi girano. Ecco questo è un po’ il nostro punto, e credo che possiamo difenderlo, dal punto di vista socio-semiotico dobbiamo difenderci da questa opposizione un po’ idiota secondo cui da un lato c’è l’organico, l’organismo da un lato, e poi solo dopo arriva la comunicazione.

Federico Montanari
Ecco alcuni altri punti che mi sembrano rilevanti. Da un lato abbiamo questo: lo diceva persino un importante studioso di medicina, a cui veniva chiesto dei numeri del contagio; tutti stanno letteralmente “dando i numeri”: il computo e l’aumento giornaliero dei contagiati, il numero dei tamponi o dei “casi positivi”, ora le mappe, ora i guariti o i decessi, ecc. E lo studioso di medicina diceva: attenzione che non sono i numeri a contare, ma è la dimensione narrativa anche in questo caso…

Paolo Fabbri
Ma certo; intanto è inesorabile che questa epidemia venga narrata. E poi c’è il ruolo dei numeri: è l’effetto di reale, nel racconto. Se i francesi fanno, ad esempio trecento tamponi per il Coronavirus e altri ne fanno tremila, è ovvio che quando fai il conto finale ti vengono cose diverse. Ma se fai la percentuale tutto cambia. Il nudo numero, come diceva benissimo Barthes, è l’equivalente della pendola Luigi XIV quando la marchesa esce alle cinque. Perché, in un racconto, la pendola Luigi XIV e perché suona alle cinque? Poteva essere una qualunque pendola se si trattava di suonare a quell’ora; ma se tu dici, in un racconto, “pendola e Luigi XIV” rendi più verosimile l’evento, lo rendi “reale”. Gli scienziati e in particolare gli addetti alla comunicazione scientifica non conoscono le teorie letterarie e della narrazione, forse anche noi studiosi delle scienze umane cominciamo a dimenticarcele. L’altro punto è che manca l’abitudine, tipica degli studiosi di semiotica, al riscontro dell’omologia: vale a dire che ci sono dei piani e processi che possono essere omologabili fra di loro. È questa l’idea molto semiologica che ci porta a studiare i fenomeni con uno sguardo diverso: passare naturalmente da un piano di senso all’altro; dire che c’è un linguaggio e che si può passare da un linguaggio ad un altro, e che c’è una forma di comunicazione in cui circola un oggetto, un’informazione e un virus. A cui trovare un nome, delle proprietà, – l’essere – o delle azioni, creative o distruttive – il fare. Ecc.

Federico Montanari
Infatti il direttore generale dell’OMS ha affermato: “Avere un nome è importante per impedire l’uso di altri nomi che possono essere inaccurati o rappresentare uno stigma”.

Paolo Fabbri
Sì, a questo nome o sigla corrisponderebbe un Soggetto e un evento o un fenomeno che si chiama “Valerio”. Per noi è importante trovare un’omologia fra fenomeni e linguaggi diversi, ma per altri rappresenta addirittura uno scandalo: perché sono referenzialisti, credendo cioè al riferimento ad una realtà data una volta per tutte avremo un nome della lingua italiana (come i nomi propri dei bambini) e dall’altro un oggetto fuori da noi. E quindi, secondo loro, un fenomeno non c’entra niente con l’altro: se sei referenzialista è vero e basta. All’opposto, se studi la comunicazione, se ti occupi di isomorfismi di senso, ma ci vuole un certo esercizio, ecco che non ti pare assurdo che una voce, una diceria, assomigli nei suoi meccanismi ad un virus.

Federico Montanari
Ultimi due punti: da un lato viene fuori un’idea strategica, di conflitto, e non solo in senso banalmente “metaforico”; sentivamo tutti in questi giorni di questa cosa, di chiusura di territori, di zone rosse, di militari, di posti di blocco… In Cina sembrerebbe più naturale, ma chiudere il lodigiano con militari, con l’esercito, fa un certo effetto, senza che peraltro vi sia stata poi una forte opposizione, o di critica in senso proprio, al di là dei leghisti… Come la vedi? Anche questa idea di combattere un nemico,che è un virus, con “strategie di contrasto”, scenari, ecc.

Paolo Fabbri
Adesso c’è tutto un dibattito se non ci sia stato un eccesso nella risposta ecc. Ma la questione non è tanto se si sarebbe potuto fare di più o di meno, quanto la modalità dell’opporsi che è di tipo strategico, non solo: militare. Paul Virilio avrebbe detto: “Ecco, avete visto? Il territorio viene suddiviso in zone per essere controllato, attivando tutti i meccanismi disponibili nel cosiddetto ‘capitalismo della sorveglianza’”. La militarizzazione non è una metafora: è concreta e reale, sono lì. E naturalmente i governanti diranno: “Noi dobbiamo reagire così per preventivare e prevenire lo scenario peggiore possibile”, la pandemia ecc. Alla obbiezione, “avete esagerato”, oppure, “ma così rovinate l’economia del paese!” si risponde formulando un’altra sceneggiatura, un altro piano di controllo. Si tratta, appunto, di piani strategici, esattamente come in guerra, per, ad esempio, condurre un’offensiva e aggirare il nemico come, per fare un esempio lontano, i tedeschi, passare attraverso il Belgio e l’Olanda per scavalcare la Linea Maginot: questo è il “grande piano”. Ma ci fermeremo alla guerra di posizione. Una successione di piani e di simulacri: non c’è stato mai un momento diverso dall’attuale per dire che il capitalismo di oggi è il capitalismo di sorveglianza e controllo. Mettendo in campo concretamente le teorie della sorveglianza e del controllo che sono state concepite negli scorsi decenni (da M. Foucault a G. Deleuze e F. Guattari fino a S. Zuboff). Un dispositivo inesorabile: ogni volta che c’è un problema di cosiddetto ordine pubblico, incidenti, furti, eccetera, aumenta la richiesta di controllo, d’ordine umano e non umano, come le telecamere di sorveglianza ecc. Bene, tornando al contagio, questo è il momento in cui, con l’epidemia, senza averla del tutto calcolata e senza conoscerne le logiche interne, si mettono in gioco tutti i simulacri di controllo possibili. E questo è socialmente interessante. Nessuno si arrabbierà più di tanto, anzi, alla fine diremo: “Meno male che c’è questo controllo razionale”. Senza rendersi conto che questa è un’altra modalità di ragione: una ragione al tempo stesso organico-biologica, virale che mette in gioco anche una ragione socio-culturale che è quella di tutti i meccanismi di controllo e sorveglianza. Un esperimento in corpore vili. Un corpo sociale però.

Federico Montanari
Ultimo punto, i pubblici coinvolti, i destinatari di tutto ciò. Si trova in rete una enorme quantità di reazioni, in forma di ironia, di sarcasmo e di rovesciamenti: con esempi come “non si affitta ai settentrionali”, alle ironie sugli italiani e lombardo-veneti respinti da certi stati o messi in isolamento… L’aereo arrivato in Montenegro dall’Italia messo sotto sorveglianza, ecc. E, d’altro lato, alcuni dicono: ci troviamo di fronte a momenti di riattivazione di memorie culturali, o letterarie a vario titolo ecc. O anche in forma forse un po’ superficiale di stereotipi: ci chiudiamo in una casa, facciamo come nel Decameron, salvo poi che qualcuno ha ricordato che quella del gruppo di ragazzi e ragazze è la finzione iniziale, e la descrizione del Boccaccio è quella dei ladri e truffatori che si aggirano durante i giorni della peste.

Paolo Fabbri
Ecco lo capisco. Però c’è un fenomeno che è tipico dell’informazione e l’abbiamo un po’ visto in un recente convegno sulla serialità. La serie, la riproduzione della notizia può essere riproduzione dell’identico; abbiamo infatti l’imitazione, che nei linguaggi dei media è tipica: tu imiti l’altro, le sue forme eccetera. Ma dopo un certo tempo, ogni iterazione dell’identico comincia prima o poi a girare su se stessa: abbiamo allora il metalinguaggio; o la parodia. Abbiamo quindi due uscite possibili dalla serialità: da un lato verso il metalinguistico, dall’altro verso il comico. L’imitazione, ripetendosi, comincia ad interrogarsi su quello che sta dicendo e sulla ripetizione stessa; e allora abbiamo da un lato il metalinguaggio, dall’altro il pastiche o la parodia.

Federico Montanari
Un legame fra l’imitazione, il contagio, e dall’altro lato la serie, il parodico e il metalinguistico.

Paolo Fabbri
Sì, fra il seriale e il serio o non serio. Pensiamo sempre che il seriale sia serio, non è vero, può essere anche comico parodistico. Pensiamo al modello di gran moda negli ultimi anni, quello dei neuronispecchio: si presuppone che questa trasmissione profonda sia necessariamente sempre seria, ma non è detto. Può essere anche un pastiche: ci sono anche specchi deformanti! Abbiamo dunque, mi pare, dei criteri di analisi di quello che sta accadendo: da un lato la dimensione seriale; dall’altro la questione dei numeri come effetto di referenza e di realtà; e la base narrativa dell’epidemia; per noi, per chi si occupa di semiotica e di teoria della comunicazione questa non è una sorpresa. Quello che ci sorprende è come non si sia riusciti a fare passare l’idea che il modo con cui in generale sono state recepite la maggior parte delle proposizioni semiotiche o come “troppo difficili” o superflue. Pensiamo, ad esempio, al concetto di Forma di vita, incluso in una semiotica della cultura: voglio dire che le culture contengono forme di vita, queste contengono le narrazioni che includono discorsi, enunciazioni, frasi, tropi, ecc. Un classico esempio è quello di E. Goffman, la forma di vita del recluso in un manicomio o altra istituzione totale; o la forma di vita dello stigmatizzato a seguito di un incidente. L’incontro tra semiotica e sociologia è appassionante. E per tornare al nostro punto, i rumors, quando circolava la voce che stava per scoppiare la guerra, tutti si mettevano a fare le stesse cose che fanno ora: correvano a comprare, lo zucchero, il burro, le scatolette, i prodotti da toilette, come oggi nei supermercati. È la paura che ha instaurato questo particolare oggetto e il virus che ci fa ammalare, provoca socialmente gli stessi effetti che provocavano la circolazione dei rumors in tempo di guerra.

Federico Montanari
Attivazione degli stessi stereotipi, delle stesse narrazioni…

Paolo Fabbri
Efficacissimi. Le paure sono dettate da minacce “reali” come i virus o da racconti, dalle narrazioni e dalle dicerie.

Federico Montanari
Che poi vanno a retroagire sulle stesse azioni, sulle pratiche, sulle organizzazioni e sull’economia…

Paolo Fabbri
L’annuncio che c’è stato un incidente nucleare e un probabile tsunami può attivare le stesse reazioni di un’epidemia. La dimensione narrativa e delle voci domina. Il problema per noi è ricominciare a riconoscerne i processi e le forme.