Favolacce di genere

E vissero tutti felici e contenti

di Barbara Biscotti
(14.5.2020)

Il Messaggero ha pubblicato il 12 maggio un’intervista a Marco Alverà, rimbalzata poi attraverso altre testate on line . Marco Alverà è amministratore delegato di Snam, società che si occupa di infrastrutture energetiche e seconda azienda italiana nella classifica dei 500 TopEmployers mondiali; per questo il suo CEO è finito sulla copertina di Forbes Italia di gennaio 2020. Ma non solo. Alverà, infatti, autore tra l’altro di libri, è anche stato individuato dagli editor di Linkedin come uno dei 450influencer leader mondiali. Stiamo parlando, dunque, di un personaggio con una presenza mediatica di peso.

Nella situazione presente – ci viene  comunicato – l’azienda si sta impegnando in iniziative di solidarietà, a partire dalla volontaria riduzione del 25 % proprio da parte del suo CEO (e di altri manager a seguire) della propria retribuzione lorda da maggio a dicembre 2020, al fine di destinare quella quota in beneficenza. Retribuzione che ammontava, secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2017 a 1,6 milioni lordi annui.

Nell’intervista in questione Alverà, però, non tratta questo tema, ma si concentra sulle previsioni dei cambiamenti che le attuali circostanze comporteranno nel mondo del lavoro, mettendo a fuoco in particolare il tema della parità di genere. Questione, invero, assai sensibile e di primo piano nel momento attuale in cui, come in ogni situazione di crisi, i soggetti più a rischio, specie sotto il profilo dell’impiego, sono le donne.

Si tratta dunque di un’intervista che sul piano teorico sembrerebbe poter offrire spunti di riflessione interessanti. La lettura del testo, però, lascia a dir poco basiti. L’incipit è già programmatico: “il 70% dei mestieri del futuro richiederanno competenze scientifiche, cioè quelle ricomprese nell’acronimo Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica)”, è il primo postulato di Alverà. Ricordiamoci, nel leggerlo, che gli influencer sono l’equivalente moderno degli oracoli: le loro affermazioni (la cui natura sibillina spesso significativamente si rivela negli acronimi) hanno un’efficacia performativa; attraverso il filtro dell’auctoritas che la collettività, globale e mediatica, riconosce loro, orientano la realtà, istituendone gli sviluppi futuri.

Quindi, voilà il vaticinio: gettiamo direttamente via tutti i saperi non scientifici, perché in futuro non serviranno praticamente a nulla. Magari, solo a titolo di esempio, facciamoci prima un giro, però, attraverso le pagine del bellissimo libro di M. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (con un’introduzione di T. De Mauro), Il Mulino, 2011.

Ma andiamo avanti. Proseguendo nella lettura, si giunge al punto focale: la questione di genere. Per introdurre la quale e sostenere l’idea che la formazione in tali ambiti di competenza sarà fondamentale per garantire un equilibrio di genere nel mondo del lavoro, Alverà pensa bene di affermare: “Le nostre tecniche e le nostre ingegnere sono spesso invitate nelle scuole per raccontare quanto è entusiasmante lavorare nell’energia”. I “vostri” tecnici e ingegneri no? Perché? E perché non si dice che le “vostre” (ma quando la smetteremo di usare l’odioso aggettivo possessivopadronale? Le parole sono importanti…) tecniche e ingegnere non vengono invitate in sedi istituzionali, in convegni internazionali?

Qui non solo il tono risulta di un paternalismo insopportabile, ma sotto il profilo sostanziale le donne per l’ennesima volta, con bonaria accondiscendenza, vengono destinate a svolgere un ruolo ben delimitato entro i rassicuranti (seppur importantissimi), meta-materni spazi della scolarità.

L’intervista prosegue con notizie apparentemente confortanti (in tal senso le riprende, infatti, anche Corriere-Buonenotizie): l’istituzione di una borsa di studio presso il Politecnico, la defiscalizzazione del 50% sulle assunzioni di donne (con formazione “Stem”, ça va sans dire), la riduzione delle tasse per le ragazze iscritte a facoltà scientifiche.

Sono davvero buone notizie? Non direi proprio. Sarebbe ora di affermare a chiare lettere che non è attraverso questo genere di provvedimenti in stile riserva indiana che si garantisce la parità di genere, la quale è un diritto, anzi di più, uno status irrinunciabile la cui sussistenza – non introduzione – va garantita a partire dalla ancor lontanissima parità di retribuzione, e non concessa da alcuno, quasi che ne fosse il detentore.

Ma la parte più “interessante” dell’intervista è quella conclusiva, in cui Alverà mette brillantemente insieme il tema dello smart working e la questione di genere, affermando che il primo può costituire un’opportunità per le donne (ancora una volta: perché specificamente per le donne?). Tale considerazione viene esemplificata da un istruttivo esempio: “Penso a una collega che per noi fa l’analista. Prima si svegliava alle sei e mezza, preparava i figli, li lasciava a scuola, passava un’ora in auto. Poi, arrivata in ufficio, leggeva ore e ore di dati necessari alla sua analisi. La stessa cosa potrà farla da casa, con risparmio di tempo e un’efficienza migliorata”.

A prescindere dal fatto che viene profilata immancabilmente la situazione di una donna lavoratrice che si fa carico interamente e da sola anche del ménage famigliare quasi fosse una vocazione naturale, ecco il triplo, pericolosissimo, salto mortale: per questa lavoratrice sarà molto comodo restare a casa e fare da lì tutto ciò che faceva prima.

Ma Alverà ha mai fatto la madre-lavoratrice-casalinga? Sa che cosa significa la condizione che molte donne (ma anche uomini) stanno vivendo in questo periodo in cui devono lavorare da casa, in una situazione di smart working che è tutto fuorché egualitaria, ferme le diseguaglianze introdotte dalla diversità di presupposti in termini di spazi, di connessione e di disponibilità di strumenti adeguati a supportare tale situazione lavorativa? E, soprattutto, sa che cosa significa stare a casa, mentre nella stessa ci sono dei figli che richiedono giustamente presenza e attenzioni, doverli seguire, doverli accudire e intanto lavorare? Non ci sono solo risparmio ed efficienza nel mondo reale. E la seduzione di questa presunta “comodità” nasconde un veleno difficilmente ravvisabile, se non a un’analisi molto attenta: un ritorno al confinamento delle donne nello spazio dell’oikos e alla negazione per loro delle possibilità che la vita della polis, nell’incontro di corpi pensanti e agenti, sola riserva.

Ma ancora una volta la profilassi che viene somministrata a scongiurare aprioristicamente il rischio che ci si accorga di questo sottotesto è quella che da tempo viene subdolamente inoculata dalle logiche del liberismo terzomillenarista attraverso il linguaggio degli affetti: l’equilibrio vita-lavoro è ciò che sta a cuore all’azienda. Un buon manager, ci spiega Alverà, “mira ad avere collaboratori felici e motivati”.

Già ce la vediamo, come in una pubblicità americana degli anni Sessanta, la loro analista felice e motivata: finalmente in pantofole a casa, un bambino sulle ginocchia, l’altro che fa i compiti di fianco a lei, la minestra sui fornelli e lo schermo del suo computer su cui sfilano dati da analizzare.

Beata lei, principessa fortunata, destinata a un lieto “e vissero felici e contenti”. O no?

In ogni caso le altre, quelle che lavorano in fabbrica, nei negozi, nei campi, nei centri di smistamento merci, non avranno nemmeno tanta buona sorte. Però garantiranno che a lei arrivi comodamente a casa tutto ciò che le serve.