il manifesto contro il manifesto

“Reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste” (Luigi Pintor)

di Peppe Nanni
(12.5.2020)

Il sorprendente appello filogovernativo  apparso sulle colonne del Manifesto in data 1 maggio (vedi l’appello “Basta con gli agguati”) ha suscitato un dibattito acceso, soprattutto tra i commenti di lettori e abbonati che hanno in gran parte respinto non solo le tesi, fragilmente costruite, di appoggio a Giuseppe Conte, quanto lo smottamento ideologico che quella presa di posizione ha evidenziato. Scrivono, tra l’altro, gli estensori:

“Non c’è dubbio, neppure, che siano stati limitati alcuni diritti fondamentali come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e sia stato limitato il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali. Ma niente ha intaccato la libertà di parola e di pensiero degli italiani e comunque il Governo non è parso abusare degli strumenti emergenziali previsti dalla Costituzione”.

Si può anche prescindere dal particolare che la Costituzione volutamente non prevede la dichiarazione dello stato di emergenza e che la dilettantesca decretazione ministeriale (largamente illegittima) ha compresso in grave misura anche le libertà politiche di riunione e di manifestazione, disinvoltamente ignorate dall’appello, insieme ai 14 prigionieri morti nelle rivolte carcerarie e alla miriade di cittadini vessati a discrezione dalle ronde dei controllori, per non parlare dell’abolizione della cultura con un tratto di penna e della consegna della scuola a piattaforme telematiche private, etc. Quello che colpisce è il tenore superficiale e affrettato del testo, che non contiene quel minimo di approfondimento e di riflessione che sarebbe lecito aspettarsi, benché sottoscritto anche da personalità di punta della vita culturale italiana e internazionale. Nessun pensiero viene mobilitato per sostenere una posizione del tutto inedita per un giornale tradizionalmente critico verso le istituzioni di potere e che ha rappresentato a lungo un luogo imprescindibile del dibattito intellettuale.

Da questo punto di vista non interessa interrogarsi sulle motivazioni immediate dell’appello, sul riposizionamento tattico del quotidiano ‘comunista’ all’interno di un panorama editoriale avvitatosi sull’asse di una, pur preoccupante, involuzione oligopolistica. E neppure se l’intento sia quello di arginare Salvini con Conte, officiando il rito masochista del meno peggio (commenta un lettore: “Per non dare tutto nelle mani di quello là, diamo tutto nelle mani di questo qua”. E un altro, icasticamente. “Spero che vi finisca l’inchiostro”). Affiora ben altro. Con un significativo lapsus freudiano, è lo stesso appello a evidenziare il punto doloroso:

“Il problema sta […] dentro quello che si diceva un tempo il ceto intellettuale. Dove il segmento per quanto ci riguarda più problematico è proprio quello ‘democratico’”.

Ecco, un ceto intellettuale democratico certifica e garantisce che non ci sono alternative (e quindi non c’è politica), che si sta facendo tutto il possibile, con “prudenza e buonsenso” (due eminenti e sofisticate categorie filosofiche, mica le doti che si auto-attribuisce l’ultimo dei politici qualunquisti).

Abdicando platealmente rispetto a qualsiasi funzione critica e impiegando – si spera volutamente, ma comunque con cieca sfiducia nelle capacità intellettive dei destinatari – un linguaggio aconcettuale e discorsivo da scuole elementari, un ceto intellettuale si consegna all’insignificanza sociale. Nessuna ricerca di scenari diversi, di letture plurali della contingenza, almeno di progetti trasformativi tali da bilanciare e giustificare la momentanea sopportazione del paternalismo del governo Conte in vista di sorti se non magnifiche almeno migliori. Solo una postura difensiva.

È un vizio che viene da lontano e che segna la parabola di un pensiero passato dall’effrazione della realtà all’accettazione dell’esistente, dalla filosofia della prassi di Antonio Gramsci alla rinunciataria predicazione del buonsenso prudente, che poi è solo il travestimento spontaneo dell’ideologia di volta in volta dominante. Naturalmente lo sanno benissimo. Ma così si estingue il ruolo storico dell’intellettuale moderno, la sua utilità politica.

Una scommessa partita dall’enunciato di Marx per “abolire lo stato di cose presente”. Quando Marx e Engels nominano il proletariato “erede della filosofia classica” e compiono il miracolo di convincere un largo strato operaio a dedicarsi al miglioramento complessivo della società e non solo al rivendicazionismo economico, segnano la nascita di una figura di intellettuale che mette la propria esistenza e il proprio pensiero dentro l’opera di effettiva trasformazione della realtà. Perché la critica dell’economia politica buca filosoficamente le basi fino ad allora indiscusse dell’organizzazione della vita sociale.

L’intuizione socialista partecipa di un movimento più vasto. Quando Nietzsche attacca frontalmente l’accademia scoprendo l’ebbrezza dionisiaca e smonta la genealogia della storia, ci consegna un modo nuovo di leggere la realtà, anche al prezzo di impegnare il suo ‘doppio cervello’ in un esperimento psichicamente mortale. Quando Van Gogh intensifica la potenza del colore per far scaturire le fonti energetiche che inaugurano il Novecento, gioca la sua incolumità lungo quel fronte. Le tante grandi figure intellettuali sono state sismografi sensibili e consapevoli dei moti tellurici che hanno propiziato e anche se non è richiesto a tutti di reggere una tensione estrema, non si dà funzione intellettuale senza progetto trasformativo e senza impegno biografico, pena la riduzione a retorica culturale, specialismo subalterno, tecnica ripetitiva. Il pensiero vivo si spegne in ‘discipline’ oggettivamente ossequiose o in moralismo da proverbi. Invece di cambiare il mondo, si torna a contemplarlo spargendo solo la noia immunitaria di descrizioni erudite.

Un lento ritrarsi storico ha segnato il percorso della sinistra e della sua cultura ufficiale negli ultimi decenni, fino a rasentare la dissoluzione di una soggettività sempre più labile e sempre meno effettiva e a stento identificabile con qualche tratto differenziale. Dietro lo stanco appello del Manifesto si cela una crisi di lunga durata e un errore non occasionale, sottolineato e aggravato dai vari interventi ad adiuvandum pubblicati sul quotidiano. Anche Luciana Castellina ha ritenuto di ribadire la propria adesione ma la sua autorevole firma non ha aggiunto forza argomentativa. Anzi ha confermato la deriva:

“Questo appello ci ripropone un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Peccato appunto che il consunto principio “la mia libertà trova un limite in quella dell’altro” sia un caposaldo della visione atomistica della società, una concezione negativa e standardizzata della libertà, tipica dell’archeologia liberale, che fa a pugni con la visione partecipativa della libertà politica, intessuta di variegate relazioni con gli altri e mortificata dall’isolamento impotente di monadi che non comunicano.

Stupisce questa posizione, che sembra dimenticare l’insegnamento arendtiano: ‘l’uscita di casa’, la relativizzazione della vita domestica, costituisce la precondizione per vivere lo spazio pubblico sfuggendo la dimensione privatistica, la realizzazione politica di sé nel luogo dove incontrarsi fisicamente, scambiarsi e realizzare promesse reciproche di impegno per una vita migliore. Rottura degli assetti di dominio concreto attraverso una esperienza di gioia potente: il ‘rassembramento’ è un concetto politico e un effetto pratico, è la potenzialità espressiva dell’incontro dei corpi, la nascita felice per fusione di un ‘corpo politico’ collettivo. Proibirlo equivale a mutilare un diritto partecipativo individuale e a impedire l’esperienza di un ‘noi’.

Ma esiste una lettura alternativa: il suicidio della sinistra non è l’unica fine possibile. Come la farfalla per il bruco, una metamorfosi radicale può sottrarre la storia della sinistra al destino della resa impotente o della nostalgia identitaria, al blocco di una ripetizione ostinatamente improduttiva, minoritaria, subalterna. Bruciare mappe ormai inservibili e lanciare a tutti il richiamo a sconfinare verso paesaggi di lotta nuovi e spiazzanti.

All’epoca dell’invasione dell’Irak, in uno slancio immaginativo tanto estremo e rigoroso quanto commovente – in uno sforzo preveggente che forse ha affrettato la sua morte, avvenuta pochi giorni dopo – così Luigi Pintor consegnava un prezioso lascito di scintillanti linee di fuga nel suo ultimo editoriale, uscito su il manifesto nell’aprile del 2003, con il titolo “Senza confini:

“La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’ 89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. È una constatazione, non una polemica.

Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.

Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati.

Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste” (Luigi Pintor, il manifesto, 24.4.2003).