Una didattica per studenti clienti, studenti consumatori

di Luca Illetterati
(da Il Mattino di Padova, 11.5.2020)

[Illetterati, presidente della Società Italiana di Filosofia Teoretica, mostra che la questione della cosiddetta “didattica a distanza” non è tecnologica né in primo luogo didattica ma politica, volta all’accettazione delle diseguaglianze e della pervasività del controllo]

È iniziata la fase 2. Poi ci sarà la 3, la 4 e chissà quante altre ancora. Di certo sappiamo che non ci sarà la fase 0, quella in cui si riavvolge il nastro e tutto torna come prima. La pandemia, con i drammi sociali che ha già provocato, con le modificazioni che ha già prodotto nelle nostre esistenze, lascerà segni profondi sulle nostre forme di vita. Il grande pericolo è che l’emergenza diventi norma, che i modi che forzosamente costringono il nostro attuale abitare il mondo, e cioè l’isolamento, la distanziazione, la disponibilità eccezionale a un controllo dell’autorità statale su ciò su cui essa non può e non deve avere controllo, diventino abitudine, prassi consolidata.

Proviamo a guardare all’Università. Essa ha risposto all’emergenza in un modo che per molti versi ha dell’incredibile, trasferendo nel giro di poco più di una settimana pressoché tutte le attività sul web. Uno sforzo impressionante che coinvolto docenti, tecnici, amministtrativi e che ha consentito a centinaia di migliaia di studenti di continuare a essere studenti, di continuare a far parte della comunità universitaria. Ma cosa succederà dopo?

Il 16 aprile scorso Paolo Andrei, il Rettore dell’Università di Parma, ha inviato una lettera ai docenti del suo ateneo nella quale sostiene che, siccome è realistico ipotizzare per il prossimo futuro una contrazione di risorse per le università e poiché è altrettanto realistico pensare che molte famiglie faranno fatica a permettersi la residenza fuori sede per i figli, vale la pena pensare la pratica emergenziale di erogazione della didattica di questi mesi in termini non più, appunto, emergenziali, ma invece normali. “Si tratta di fare un grande sforzo progettuale – scrive Andrei – che ci consenta di ripensare le nostre modalità di erogazione della didattica e che ci permetta di cogliere (e vincere) la sfida che il futuro dischiude innanzi a noi”. Questa riorganizzazione è un preciso dovere, secondo il Rettore, che “tutte e tutti abbiamo verso il Paese”. Per cui non andare in questa direzione, ovvero verso la trasformazione dell’emergenza in norma, sarebbe immorale.

Negli stessi giorni in cui Alai scriveva questa lettera, un docente dell’Università di Bologna, Federico Bertoni, scriveva un brevissimo e bellissimo libro che si intitola “Insegnare (e vivere) al tempo del virus”. Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Nottetempo ed è scaricabile gratuitamente in formato digitale. L’elogio della teledidattica di cui si riempiono la bocca rettori e ministri, scrive qui Bertoni è del tutto coerente con l’imporsi di un modello di università che in effetti è quello che ha caratterizzato molte delle politiche di questi ultimi anni e che considera gli studenti non come cittadini che reclamano il diritto al sapere (art. 34 della Costituzione), ma come “clienti da soddisfare, consumatori di beni e servizi, acquirenti di un prodotto”.

Il rischio, secondo Bertoni (che non poteva avere letto la lettera di Alai, ma sembra averla prevista), è che qualcuno pensi di utilizzare l’emergenza per spingere ulteriormente in direzione di un nuovo modello di organizzazione degli atenei nel quale i docenti diventano ‘riproducibili’ a piacere, gli investitori e i provider di servizi informatici si fregano le mani (le piattaforme su cui si regge la didattica a distanza sono tutte piattaforme private che non solo ovviamente vengono pagate, ma che si trovano a gestire oggi una quantità spaventosa di dati sensibili su cui sarebbe il caso di aprire un discorso) e gli studenti continuano a pagare le tasse ma senza gravare fisicamente su aule, strutture e costi di gestione.

Il pericolo che cioè Bertoni giustamente paventa è che si realizzi una sorta di automatica selezione di classe: “da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati (cioè non lavoratori, di buona famiglia, capaci di sostenere un affitto fuori sede), e dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo e nei piú remoti angoli d’Italia”.

La discussione, come si vede, non è dunque, come spesso la si vuole far passare, tra i paladini della tecnologia e coloro che la guardano con sospetto, ma riguarda più radicalmente due idee di Università (e di scuola): un’università (e una scuola) intesa come luogo di trasmissione della conoscenza rivolto a studenti che sono clienti e un’università (e una scuola) intesa come bene comune e strumento imprescindibile di uguaglianza sociale.

Due idee che non riguardano evidentemente solo il mondo dell’istruzione, ma la società tutta. A dimostrazione che la gestione dell’emergenza è oggi una questione che certo attiene norme sanitarie e soluzioni amministrative, ma è già, e sarà sempre più, questione squisitamente politica, ovvero questione che riguarda il significato attraverso cui pensiamo le nostre vite e il nostro essere comunità.