Strategia della paura e mercato liberista nel paesaggio del virus. Gilles Clément sul Covid

Gilles Clément, Stratégie de la peur (13.4.2020)
Traduzione di Giacomo Confortin

[Un paesaggista può tanto quanto un virologo, quando sono le vite degli uomini fatte oggetto delle norme sui virus; le vite che percorrono e informano i paesaggi, non soltanto le invisibili – e perciò irrevocabili – vie del contagio. Da quando la politica si è riunita nel concilio dell’ortodossia, ogni voce discosta dal canone viene udita in due modi possibili: o pare che abbia velleità terroristiche; o, peggio, viene incompresa ma accolta superficialmente, solo per quella passione della piccola contestazione televisiva, che promuove costantemente nuovi argomenti alla lamentatio privata. Ormai siamo saliti tanto in alto sul podio offerto dal virus per osservare il nostro paesaggio vitale, che abbiamo dimenticato cosa c’è al fondo. Dobbiamo ritrovare quel peso che ci faccia aderire alla realtà, e insieme quella levità che concede un pensiero libero, rigoroso, che accomuni gli sforzi verso la vita felice dei corpi e delle menti di tutti. Ma questi stanno solo nel dibattito politico che in Italia è lungi dall’essere tale].

 

Noi non siamo in guerra. Il Covid ci riunisce, non ci divide. Esso non fa distinzione alcuna tra ricchi e poveri, bianchi e neri, disoccupati e ciondoloni per strada. Al contrario, esso è per tutti un pericolo imprevisto, un dato comune da condividere.

Il pericolo imprevisto – qualunque natura esso abbia – dona al Potere il dovere di un controllo assoluto e legittimo, dietro il pretesto della lotta al pericolo stesso. Di lì il vocabolario guerresco atto ad innescare – abolita la complessità del discorso – una strategia della paura il cui utile politico è la sottomissione. È facile condurre un popolo sottomesso; è impossibile altrettanto con un popolo libero.

Perciò si deve asservire il popolo alla maschera, al gesto di contrasto, alle distanze fissate da regolamento e al consumo orientato: è chiuso ogni negozio fuorché i grandi magazzini. Le potenti multinazionali detengono ogni diritto, compreso quello di trasmettere il virus inavvertitamente; tutto possono, posto che esse agiscono in nome della ‘guerra’ al nemico.

Per queste imprese il nemico non è un virus invisibile, la pandemia, ma un possibile modello di vita alternativo: il cui esito peggiore – per loro un incubo terribile – sarebbe un’economia svincolata dal consumo. Un esito che tentano di evitare ad ogni costo. Si impegnano a sborsare miliardi che tanto poi torneranno. L’importante non è salvare delle vite, ma il modello economico ultra-liberista; ognuno lo sa, ma alle banche giova questo modello. Perciò è conveniente attivare una strategia di incremento costante della paura: al fine di sottomettere quanti più possibile al sacro principio della crescita economica. I media ufficiali traboccano di argomenti sul tema, e gli economisti rinfrancano questo discorso: non si tratta di cambiare il modo di vita ma di riprendere un po’ alla volta quello di prima, con fermezza assoluta, non appena finito il confinamento. Il patron di Medef [la Confindustria di Francia] arriva al punto di forzare la ripresa di un lavoro mortale prima ancora che la crisi si concluda. I mezzi d’informazione non contemplano questa situazione, ma solamente quella che, sì, potrete tornare a consumare consumare consumare, tranquilli, intanto fate ciò che vi è detto di fare.

E noi, popolo obbediente, ci mascheriamo. Dietro queste pezze improvvisate affrontiamo senza obiezioni il nuovo scenario dell’abbandono dei servizi pubblici, del naufragio degli ospedali, della sofferenza degli operatori sanitari ormai santificati, quando non sono tre mesi che li avremmo gassati di lacrimogeni; e compiliamo sommessi le autocertificazioni per muoverci a comprare il pane, o la farina per farci il pane in casa, perché bisogna confinarsi meglio… facciamo, appunto, ciò che ci è detto di fare.

Senza dubbio bisogna passare per una certa situazione per superare il “picco” e intravedere un futuro libero dalla pandemia. Il confinamento, a seconda dei casi, rassicura o esaspera, ma in ogni caso gioca un ruolo singolare nelle nostre vite di consumatori, obbligandoci a concepire un’autonomia biologica di sussistenza: come in cucina, ad esempio. Stiamo riscoprendo i gesti ancestrali dell’economia domestica, quasi rurali. Chi ha un giardino è fortunato. Solo per questi il confinamento diviene un’occasione inattesa di trasformare quello spazio ornamentale in fabbisogno alimentare. In realtà, l’una cosa non esclude l’altra: un orto è un paesaggio. A prescindere dalla nostra situazione (di noi, passeggeri sulla Terra), siamo chiamati ad inventare un nuovo modo di vivere, uno che non rischi di crollare alla minima palpitazione di un virus.

Perciò la diversità delle culture e delle colture, quelle delle specie adattate a suoli e climi diversi nel mondo, la facoltà di rendersi autosufficienti sotto l’aspetto della produzione e della distribuzione alimentare da parte di ogni singola micro-regione, grazie ad un numero di conoscenze artigianali diverse; tutto ciò si presenta come un possibile e concreto cambio di prospettiva sul futuro. Ma tutto ciò implica l’abbandono della visione mondializzata degli scambi, dove è la “competizione” (la parola balbettata all’infinito) a permanere quale vera e propria arma di guerra, perché la guerra è proprio lì, e non soltanto nella lotta a un essere sconosciuto con le sembianze di un virus. Da questa competitività assurda e pericolosa sorge il mercato internazionale sfrenato, che fa circolare la soia o l’olio di palma da un angolo all’altro del pianeta, per ragioni dubbie e per nulla irrinunciabili, ma che portano profitto. Abbiamo mai calcolato il costo ecologico di importare una fragola dalla Spagna, una rosa dalla Colombia, un apparecchio, un laser, un brano di stoffa dalla Cina, di contro a quello di tutti i prodotti che possiamo produrre localmente?

La constatazione di questa assurda e pericolosa dipendenza rischia di certo di essere recuperata al discorso dei nazionalisti decerebrati, la cui ambizione ad un modello local-reazionario è mossa da un razzismo soggiacente. Ma non possiamo liberare quei malati dalla nevrosi dell’altro come nemico. Essi non hanno capito che viviamo nello spazio concluso del Giardino planetario, questa piccola biosfera, nuotando tutti insieme nel medesimo bagno che concede la vita. Sì, l’acqua che beviamo l’hanno già bevuta molte piante, animali e uomini prima di noi. È questo il nostro stato implicato dalla condivisione. Vale per i virus come per l’aria che respiriamo.

Bisogna riprendere in mano la calcolatrice. Se prendiamo atto dei costi della riparazione ecologica necessaria per sperare di vivere domani, comprendiamo anche il bisogno del cambio di modello di vita, ovvero di consumo, rivoltando la scala delle nostre aspirazioni. Non serve forzare il ‘povero’ a desiderare il SUV e dodici paia di sneakers, ma fargli prendere coscienza del luogo in cui vive, e che è il canto degli uccelli a darci un equilibrio, non quello dei tubi di scappamento lungo i marciapiedi obbligati del jogging.

Chissà che un giorno non dovremo ringraziare i microrganismi per averci aperto gli occhi.