Paolo Rossi: “Il teatro può ripartire dai cortili o nelle stazioni”

“Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”


Intervista a Paolo Rossi di Anna Bandettini
(da la Repubblica, 9.5.2020)

“Dammi un limite e io lo sfrutto a mio favore”. Dopo più di due mesi di vita da soldatino (“sveglia alle 6, pulisco casa, cucino, telefono al nipotino, compro giornali e sigarette, lavoro, dormo, sveglia alle 6…”) Paolo Rossi sta organizzando il suo spirito guerriero come ai tempi di Comedians, lo spettacolo che negli anni Ottanta rivelò il suo talento di artista irregolare, anarchico, dirompente. “Riprendo a fare teatro – dice – intanto con le prove. Poi sfrutteremo l’estate per fare spettacoli all’aperto”.

Spieghi come farà.
“Dal 19 inizio le prove, rispettando le regole. Saremo io e i miei tre musicisti-saltimbanchi, il distanziamento sul palco c’è. E sottolineo l’importanza delle prove. Se vogliamo tanto aprire i teatri, cosa portiamo in scena se non proviamo? Gli streaming che abbiamo fatto in queste settimane? Le prove sono teatro e spesso anche più interessanti dello spettacolo, quindi le apriremo al pubblico. D’accordo con Walter Zambaldi, il direttore dello Stabile di Bolzano con cui lavoro, facciamo entrare non più di trenta spettatori in un teatro da 800 posti. Se poi non ce lo permettono, ma sarebbe strano perché non è una pubblica manifestazione, abbiamo già prenotato un parrucchiere”.

E che c’entra il parrucchiere?
“Visto che dal primo giugno loro possono riaprire… Sarà un modo diverso ma sempre teatro è”.

Una provocazione?
“Ma scusa, se daranno il permesso ai calciatori di allenarsi, alle chiese di aprire, devono per congruità dare a noi artisti il permesso di lavorare. Noi siamo più capaci di sfruttare, con creatività, i limiti e le regole. Le prove aperte sono già spettacolo. Quello vero si farà in estate all’aperto, sarà agile, concepito per poter andare nei cortili, in strada, in stazione, come facevano i maestri, i comici dell’arte, ma anche Jannacci o Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico non sarebbe mai nato se si aspettava il sostegno del ministero. Poi, quando si potrà, lo porteremo al chiuso. Penso anche a un’altra possibilità, un’interzona tra lo spettacolo dal vivo e la registrazione video dove mostrare quello che nello spettacolo non si vede”.

Di che spettacolo si tratta?
“Quello che doveva andare in scena al Piccolo di Milano in questi giorni, tra l’assemblea, la sceneggiata e la tragedia greca. Una stand up applicata al rituale. Si intitola Su la testa, come la mia trasmissione di Rai 3 degli anni Novanta, è un bel titolo per questo momento e siccome l’ho inventato io, lo posso resuscitare. E poi perché porta buono. Sottotitolo: Pane o libertà. Poi c’è anche un secondo progetto”.

Quale?
“Un progetto triennale dall’autunno che partirà nei container. Su Shakespeare, ma in forma di teatro popolare. Penso a Riccardo III o Amleto, per fare teatro comico devo partire dalle tragedie. La comicità che mi piace fare investe nella poesia, altrimenti finisce come i talk show, la satira che imita, la caramella che guasta i denti. Ma quella non è roba mia”.

Perché questa voglia di ripartire costi quel che costi?
“Noi attori non possiamo stare fermi a firmare appelli e basta. La domanda che faccio ai teatranti è: siamo sicuri che il teatro viva solo nel suo luogo deputato? Che i teatri saranno così pieni da non permettere il distanziamento? Che invece di inventarci qualcosa dobbiamo tornare alla normalità? Sai quello che slogan che circola: non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.