Chi insegna più? Ultima venne la lezione

di Claudio Magris
(da Il Corriere della sera, 15.10.2000)

[20 anni fa, in un articolo che pare scritto oggi (anzi domani: ottobre 2020), Claudio Magris denunciava il fatto che lezioni e seminari, che pur dovrebbero costituire la ragion d’essere dell’impegno universitario, affogano in un mare di altre attività burocratiche e gestionali. Oggi la teledidattica imposta d’ufficio come alternativa aziendalmente efficace alle lezioni in presenza, rischia di sancire l’atto finale di quell'”incontro avventuroso e affascinante con il nuovo e con l’inedito” che si dà nel corso di ogni vera lezione, durante ogni vero seminario. E rischia di abrogare definitivamente quella cifra della relazione, soggettiva e insieme corale, unica e privilegiata che sigla il patto tra studenti e docenti]

In questi giorni inizia, in molte università italiane, l’anno accademico, ossia ricominciano le lezioni e i seminari, che dovrebbero costituire la vera e propria vita dell’università, la sua ragion d’essere e dunque il compito che assorbe maggiormente il tempo, le energie e l’interesse dei docenti. Questo lavoro essenziale e la preparazione che esso comporta stanno diventando sempre più secondari e marginali, schiacciati dalla sempre più affannosa e farraginosa elefantiasi di sedute, riunioni ed elezioni di organi accademici precedute da incontri per accordarsi sul voto, interminabili e spesso inutili discussioni sull’attività e la programmazione didattica, stesure di richieste di fondi più complicate dei testi scientifici per i quali i fondi si richiedono, verbali, integrazioni e correzioni di verbali, mozioni, adunate, assemblee, commissioni chiamate a pronunciarsi su riforme sempre più arzigogolate e macchinose, calcoli e litigi sul numero dei cosiddetti crediti corrispondenti a un corso o a un cosiddetto modulo del corso stesso: tutto in nome della didattica e della ricerca scientifica che vengono invece ostacolate dal tempo in tal modo loro sottratto.

È ovvio che ogni attività presuppone preliminari analisi e discussioni, ma il rapporto tra il dire e il fare si è quasi capovolto; è come se si discutesse un’ora sulla lista cibaria e sui caratteri in cui è stampata e poi ci si ingozzasse in cinque minuti delle pietanze divenute nel frattempo fredde e immangiabili. I professori strappano un’ansimante ora di lezione fra una seduta di consiglio di dipartimento e una commissione sulla triennalizzazione; esaminano in fretta un capitolo di tesi, leggendolo magari trasversalmente, perché li aspetta la commissione che studia le famose e fumose «aree».

La nuova università-azienda sembra chiedere ai professori di essere dei manager, cosa che non è detto essi sappiano tutti essere. Ma, diversamente da un’azienda – che non chiede ai suoi manager di essere pure professori di storia delle dottrine economiche, bensì di fare bene un ben determinato e preciso lavoro – l’università pare chiedere ai suoi docenti di essere contemporaneamente un po’ tutto e niente (studiosi di papirologia, amministratori, burocrati, politicanti) e li chiama a una crescente attività burocratica e assembleare, il cui bizantinismo formalistico e la cui logorrea politichese sono il contrario dell’efficienza aziendale. Una massa crescente di circolari spesso indecifrabili, documenti, relazioni di sottocommissioni sostituisce, sul tavolo o nel laboratorio, i testi di letteratura greca o i risultati di un esperimento che il docente dovrebbe studiare, con la dovuta calma e ponderazione.

La proliferazione burocratica si allarga velocemente, copre il mondo, i libri, gli apparecchi con una gelatinosa massa cartacea, un’inondazione dalla quale si emerge ogni tanto faticosamente, come dalla piena lutulenta di un fiume, per sciorinare in velocità uno scampolo di lezione a qualche sperduto studente che sta in attesa sulla riva. Tutto poi accade in una fretta convulsa, la circolare che invita a stendere la richiesta di fondi arriva il giorno prima della scadenza e costringe quindi a occuparsi col fiato in gola solo di quella richiesta, magari senza aver riflettuto bene a ciò che si vuol veramente chiedere e preoccupati soltanto comunque di chiedere.

Rispetto all’atmosfera di un’impresa, quella dell’università sembra talora un caos agitato, in cui tutti devono sempre sbrigare qualcosa il più rapidamente possibile perché incalzati dall’urgenza di fare subito qualcosa d’altro, pensando già a quest’assillo successivo e dunque non lavorando veramente a ciò che stanno facendo. Come ogni agitazione frenetica, pure questa produce, alla fine, una sostanziale staticità, un immobilismo povero di reali cambiamenti e progressi. Stritolato fra il calcolo dei crediti e l’articolazione dei moduli, l’insegnamento – la lezione, il seminario, l’esercitazione di laboratorio – trova poco spazio, specie interiore, per riflettere e per rinnovarsi; anche bravi docenti finiscono così per rimestare la stessa pasta, per rimaneggiare cose già studiate secondo metodi già noti e forse già usurati.

È inevitabile che in tal modo la lezione – nelle varie forme richieste dalle diverse discipline e dal diverso grado di preparazione degli studenti – sia sempre meno rispettata e venga trattata, magari inconsciamente, come una cenerentola trascurabile, di cui si può fare facilmente a meno. Ad esempio, i continui pressanti inviti a convegni, dibattiti, tavole rotonde, trasmissioni televisive o altri Eventi, come si suol dire, non prendono nemmeno in considerazione l’idea che un professore possa declinare l’invito perché impegnato, in quel medesimo lasso di tempo, nelle lezioni previste dall’orario del lavoro per il quale è stipendiato. Addurre questo motivo reale d’impedimento non costituisce una giustificazione; gli organizzatori dell’Evento lo considerano quasi offensivo, un pretesto che certo nasconde altre ragioni di rifiuto. È meglio mentire, dire che si è all’estero o già impegnati in un’altra tavola rotonda, e recarsi a far lezione di nascosto, sperando di non essere visti, come se si stesse indulgendo a qualche vizio disdicevole.

Lezioni e seminari possono essere – e spesso sono – molto più creativi, avventurosi e originali di tanti Eventi enfaticamente pubblicizzati. Quando studiavo a Torino, ho visto ad esempio nascere in aula – dalla lezione e dal dialogo con gli studenti – alcuni grandi libri di Giovanni Getto o di Franco Venturi. Era là, nell’esercizio di un lavoro quotidiano, che avveniva l’incontro, per noi affascinante, col nuovo e con l’inedito e ciò accade anche ora, là dove ci sono docenti che, marinando sedute e comitati, dedicano a quel lavoro in classe la parte maggiore della loro creatività. Anche nella fiaba, alla fine, la più bella e più seducente è Cenerentola.