Quando il decreto diventa un virus

di Michele Ainis
(da Repubblica, 6.5.2020)

L’ultimo Dpcm è il numero 11, la maglia che fu di Gigi Riva. È entrato in vigore il 4 maggio, ma alcuni articoli s’applicavano già dal 27 aprile, insieme ad altri articoli confezionati nel Dpcm del 10 aprile, che sostituisce i 9 Dpcm precedenti. Copre 70 pagine, ciascuna di 4 mila caratteri e 600 parole. Esordisce con 20 “Visto” (il tal decreto o delibera o ordinanza), 2 “Preso atto” e 2 “Considerato”. Il suo primo articolo si suddivide in lettere, dalla “a” alla “z”. Poi l’alfabeto s’esaurisce, e allora il decreto raddoppia: “aa”, “bb”, “cc”. La lettera “ii” contiene una serie di raccomandazioni, come quelle della mamma; e le raccomandazioni si dispongono nelle sottolettere “a”, “b”, “c”, “d”, da non confondere con le relative sopralettere. Nella sopralettera “a” si menzionano i congiunti, invece nella “x” si citano i parenti, non si sa bene se disgiunti dai congiunti. Lo chiarirà, forse, una Faq, o magari provvederà un Dl.

Anche i Dl, però, sono ormai più numerosi dei birilli ospitati dentro un bowling. Trattasi di decreti legge, strumenti normativi che presentano un lato buono e uno cattivo. Il vantaggio sta nel fatto che la Costituzione li menziona, laddove i nostri padri fondatori — per negligenza imperdonabile — trascurarono di citare i Dpcm, editti decisi in solitudine dal premier. Lo svantaggio è anch’esso colpa dei costituenti, che pretesero la conversione in legge di tali decreti, non oltre 60 giorni dalla loro emanazione. E come si fa, con un Parlamento in quarantena? Come fai a convertirli in tempo, quando fin qui ne sono stati timbrati 9? Quando 3 decreti risultano abrogati per decreto, un altro paio hanno trovato spazio in una legge, però ne restano in circolo altri 3, anzi altri 4, dato che il governo ha appena aggiunto un Dl sulla giustizia?

La soluzione escogitata dalle Camere iscrive il proprio nome nell’oscura lingua dei burocrati: “pratica dei confluiti”. Funziona così, ammesso che funzioni. C’è il decreto A, entrato in vigore — poniamo — il 1° marzo. E c’è il decreto B, adottato dieci giorni dopo. Per non doverli votare entrambi in Parlamento, trascrivo il decreto A dentro il decreto B, con un emendamento copia-incolla; e magari emendo l’emendamento stesso, spostando una virgola di qua, un aggettivo di là. Scaduti i 60 giorni dal decreto A, quest’ultimo muore, sia pure senza funerali (vietati dal terzo Dpcm e dal sesto Dl del governo); ma in realtà sopravvive dentro il decreto B, come un feto nel ventre materno.

L’uovo di Colombo? No, piuttosto una frittata. Perché il decreto B va approvato entro 50 giorni, non 60, altrimenti i primi 10 giorni di vigenza del decreto A rimangono scoperti. Perché moltiplicando questa stessa operazione per 4 decreti il tempo si restringe ulteriormente, mentre si gonfia come un otre la legge di conversione dell’ultimo decreto. Perché taluni effetti dei decreti che non verranno convertiti hanno bisogno d’essere stabilizzati con altrettanti congegni normativi a tempo (“clausole di salvaguardia”, si chiamano così). E perché infine questo gioco di scatole cinesi rende il diritto inconoscibile, come nella novella di Kafka ( La questione delle leggi , 1920).

Per capire il presente occorre studiare il passato, s’insegna nei libri di scuola. E il virus che sta infettando il nostro ordinamento era già in circolo ben prima che l’epidemia infettasse gli italiani. Con la crisi delle assemblee parlamentari, sotto i nostri occhi da decenni. Con l’abuso dei decreti, che hanno soppiantato il primato della legge. Con la rissa permanente fra Stato e Regioni, dunque con regole locali o nazionali che si contraddicono a vicenda. Con la dittatura della burocrazia, a sua volta alimentata da un profluvio di norme parossistiche. Su tutti questi mali il virus ha agito come una lente d’ingrandimento — potente, implacabile, feroce. Affrettiamoci a curarli, anziché distogliere lo sguardo.