Il presente a metà

di Simona Lorenzano
(Università di Catania – 2.5.2020)

Immersa in questo clima di ritiro casalingo, dopo settimane di notizie funeste e commenti preoccupati che solo da poco hanno preso a essere più positivi, quando l’animo trova un porto sicuro dove potersi sentire a suo agio, vado alla ricerca di stimoli. In questo, la lettura, la musica, le riflessioni dei miei professori sono amiche fidate e illuminanti.

Dal momento che, la situazione attuale non consente lo svolgimento regolare delle “lezioni tradizionali”, le lezioni online sono l’unica alternativa possibile ma, di certo, non l’offerta migliore. Basta fermarsi qualche istante a riflettere per capire che ciò che si perde non è cosa da poco. Trovarsi fisicamente in un’aula universitaria con un professore in carne e ossa che insegna di fronte a te, rende reale il trovarsi immersi con grande intensità nella Storia, nel pensiero di un grande filosofo o in una riflessione sociologica. Nel chiuso della sua stanza, invece, ognuno di noi è custodito da una “zona di comfort”, dalla quale diventa più difficile staccarsi per seguire, con spirito partecipativo, una lezione che si svolge sullo schermo del nostro computer. Una lezione reale, al contrario, riesce a sradicarci da questo mondo ovattato, permette di metterci in gioco, di uscire fuori da noi stessi e di proiettarci in una dimensione di crescita.

Questo però era possibile ieri, quel ieri che, in una sorta di necessaria retrotopia, è diventato un’utopistica età dell’oro, il luogo in cui tutti i nostri problemi sembravano più lontani. Oggi, invece, sono i protagonisti assoluti della scena presente. Qualsiasi scena presente, dal momento che la realtà attuale non è solo concreta, ma anche virtuale. Questo presente, tuttavia, mi dà la sensazione di essere il presente delle cose a metà. Cos’è una donna o un uomo se viene privato della possibilità di muoversi all’esterno, di relazionarsi con gli altri e di lavorare al meglio delle sue possibilità? Io risponderei che è una donna a metà o un uomo a metà e queste donne e questi uomini a metà danno vita a una comunità sociale che, al momento, è caratterizzata da professori a metà, da studenti a metà, da musicisti a metà, da artisti a metà, da operai a metà. È facile rendersi conto, ora più che mai, di quanto ognuno abbia bisogno dell’altro, di quanto l’uomo sia un animale sociale e di quanto l’individualismo dia in cambio soddisfazioni assai modeste. L’arte è monca se non c’è nessuno che può godere della sua bellezza e il lavoro svolto è vano se non c’è qualcuno che possa godere a pieno dei suoi frutti. Un professore è un professore a metà senza i suoi studenti e uno studente è uno studente a metà senza un confronto con gli altri studenti e con i suoi professori.

Fare lezioni online, dunque, non potrei definirlo in altro modo se non come “fare lezione a metà”: un uomo non è un freddo device ma un essere emotivo, dotato di pensiero autonomo e che ha bisogno di essere stimolato dalla totalità dell’ambiente in cui si trova. Con la Dad la ritualità che accompagna le lezioni frontali viene a perdersi, soprattutto se a questo si aggiunge il fatto che molte lezioni svolte online possono essere riprodotte in differita, nei tempi e nei modi decisi dallo studente. “L’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sì con la sua intera persona vivente, ma rinunciando all’aura. Poiché la sua aura è legata al suo hic et nunc” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tr. it. Einaudi, Torino 1998, p. 21): con queste parole Walter Benjamin fa riferimento alla perdita dell’aura che l’opera d’arte subisce nell’epoca della riproducibilità tecnica, in cui anche il prodotto culturale diventa un prodotto di consumo. Come l’opera d’arte anche la lezione, al tempo della Dad, ha perso la sua aura caratteristica.

La Didattica a distanza, certamente, è una valida alternativa al non fare lezione del tutto, così come l’università telematica è una valida opzione quando, per svariati motivi, non si ha la possibilità di frequentare un corso di studi alla maniera tradizionale. Si tratta però di un’esperienza più povera che crea uomini e donne più povere e che, nel tempo, darebbe vita a grandi disuguaglianze sociali che vanno ad aggiungersi quelle già esistenti. A mio parere, dunque, questa non può diventare la norma: l’esperienza universitaria non può essere ridotta alla dimensione online.

L’università non è soltanto il luogo dove ogni studente frequenta delle lezioni. È il luogo in cui è possibile dialogare con un professore trattenendosi oltre l’orario di lezione. È il luogo in cui si può entrare, per caso, in un’aula dove si tiene un seminario e appassionarsi a qualcosa che prima non si conosceva. È il luogo in cui si possono incontrare persone nuove, diverse e interessanti, confrontandosi con le quali, innescare delle dinamiche di arricchimento reciproco. Il caso, il mistero, l’incontro sono quelle dimensioni potenti e imprevedibili che è difficile inserire in una dimensione virtuale, così matematizzata e lineare: è difficile inserirle proprio perché queste sono dimensioni che l’uomo non può controllare, ma proprio in esse può ricevere delle grandi sorprese e degli straordinari momenti di arricchimento e di crescita.

L’università comprende tante “Facoltà” e in ognuna di esse ogni studente ha facoltà di confrontarsi, studiare, ascoltare, creare e crescere. Se dovessi immaginare un mondo ideale, dunque, lo studio dovrebbe essere aperto a tutti quelli che lo desiderano, in tutta la sua completezza e al massimo di ciò che può offrire, secondo un’ottica volta all’ampliamento nel reale e non alla riduzione nel virtuale.