È stata formativa, ma non è stata una didattica

di Elisabetta Romano
(Università di Catania – 30.4.2020)

Chiedere a uno studente come si trova con la didattica a distanza è un po’ come chiedere a un amante di viaggi la propria esperienza in merito a una visita virtuale di un museo o di una città.

Indubbiamente, se si chiedesse a quel viaggiatore com’è stato vedere Firenze attraverso uno schermo, questi risponderà “è sempre un’emozione vedere lo splendore di questa città” e se noi, non ancora soddisfatti dalla brevità della sua risposta, continuassimo a chiedergli “crede che sia stata un’esperienza di viaggio formativa?” concorderete con me che il nostro turista ci guarderebbe con un sorriso quasi divertito e ci correggerebbe dicendo “senza dubbio formativa, ma non credo si sia trattato di un viaggio”.

Sono del parere che qualsiasi esperienza viviamo possa essere definita “formativa”, e credo che non serva nemmeno appellarmi a filosofi, uomini letterati o grandi scienziati per rendere la mia affermazione più credibile. La nostra conoscenza del mondo deriva solo in parte da quello che abbiamo appreso a scuola, dai libri, dai film e da qualsiasi altro tipo di materiale culturale. Sappiamo “come funziona il mondo” proprio perché l’abbiamo vissuto. Ma la domanda che ci è stata posta in seguito all’emergenza covid-19, che ci ha costretti a una didattica distanza, è ben diversa da questa.

Non ci stanno chiedendo se la nostra sia stata un’esperienza formativa, in quanto è indubbiamente vero che lo sia, come del resto qualsiasi trasmissione d’informazione. Ci stanno chiedendo la nostra esperienza di didattica a distanza e credo che a questo punto, da amante del viaggio che ho scelto consapevolmente di intraprendere un anno fa, io debba rispondere “è stata formativa, ma non credo sia stata una didattica”.

La didattica è solo informazione? Visitare una città significa semplicemente ammirarne paesaggi e monumenti?

Già dalla scuola dell’infanzia ci insegnano cosa significhi realmente didattica, impariamo da subito che non esiste apprendimento senza contatto vivo con gli altri, crescendo impariamo a detestare materie solo per il cattivo approccio che qualche insegnante ci fa avere con queste. Ci innamoriamo del suono della voce di quel professore che invece è in grado di farci appassionare a ciò che dice, di colui che è in grado di toccare le corde giuste della nostra sensibilità di ragazzi assetati di conoscenza e stimoli, curiosi di capire come si fa a rendere le parole non solo parole.

Ma come dovrebbe essere possibile percepire tutto questo tramite uno schermo? Come si fa a capire quando un professore parla tanto per parlare o lo fa perché quello che dice lo sente davvero, se non lo si vede camminare in mezzo all’aula? Se non lo si sente rimproverare qualcuno per il disordine? Se non lo si vede guardare male qualche studente perché rientra in classe con il caffè, totalmente incurante di aver disturbato la lezione con il rumore della porta? Come si fa a lasciarsi ispirare dai commenti che fanno i colleghi se non senti il modo in cui li esprimono? Se non sai se ciò che dicono è patito (nel senso etimologico del termine) oppure è un semplice copia-incolla? Come fai a scoprire il collega che poi diventerà il tuo compagno di viaggi metafisici improponibili, se non puoi guardarlo davvero negli occhi, se non puoi percepire il suono della sua voce quando fa una domanda, all’interno della quale mette tutta la propria curiosità e la propria passione?

Abbiamo bisogno di sentirci come Amy nel film La Corrispondenza di Tornatore, vaghiamo alla ricerca di qualcuno che renda vivo ciò che vuole insegnare, abbiamo bisogno di innamorarci e di posare il nostro “sguardo incantato” su qualcuno che sia in grado di farlo, fino a sentire nella nostra pelle ciò che deve provare “un’anima sperduta quando, tra tanti corpi, riconosce quello in cui sceglie di reincarnarsi”.

È anche vero però che gli strumenti tecnologici che oggi usiamo possono essere un’utile risorsa, un po’ come lo sono le email, o le varie piattaforme online, ma lì si parla semplicemente di strumenti, non di metodi di insegnamento, e dunque è un’altra storia.

Nella trasformazione in pixel del suono e delle immagini si perdono componenti fondamentali del processo educativo. Per trasmettere qualcosa ci vuole un contatto, che significa appunto cum tangere, toccarsi vicendevolmente, scambiare un rapporto che non sia univoco. E a tal fine sono necessarie la vicinanza e la partecipazione reale di docente e alunni, e questa trasmissione funziona un po’ come la conduzione elettrica: occorre che i corpi siano vicini nella loro fisicità, che le particelle sonore della nostra voce incontrino fisicamente (e dunque realmente) quelle dell’orecchio degli altri componenti dell’aula e così reciprocamente gli uni con gli altri.

Qualche giorno fa un docente ci ha inoltrato il link di una registrazione di una sua lezione di qualche anno fa. Ascoltandola mi sono subito resa conto che la voce del docente che parlava non era la stessa del docente che sento parlare ogni martedì e giovedì. Ammetto che questo strano effetto potrebbe essere dovuto al passare del tempo che ci cambia, ma è stato un po’ come quando cambiano il doppiatore di un personaggio che ormai conoscevamo con quella voce e ho compreso che, nel caso in cui questa situazione si dovesse prolungare ancora per mesi, io dovrò constatare di non avere mai sentito la vera voce di quelli che sono stati i miei insegnanti, e questo sarebbe un vero paradosso.

I Greci, che poi sono gli inventori di quella che noi oggi chiamiamo didattica, addirittura portavano all’apice della fisicità il processo educativo attraverso la pratica della pederastia, consapevoli dell’ineludibilità di quella ai fini della crescita dell’individuo. (Si noti, a tal proposito, l’etimo del termine ‘comprendere’).

Esiste forse un servizio di mappe online che sia in grado di far percepire al non-visitatore quel richiamo quasi magico che gli immensi capolavori di Firenze (che fanno capolino da ogni via e vicolo che porta al centro storico, ammonendo quasi colui che cerca di allontanarsene) esercitano su colui che li ammira? Esiste forse un servizio online per audiofili capace di far ascoltare (e non sentire) la melodia che esce fuori da ogni angolo della Plaza de España a Siviglia, che non deriva soltanto da ballerini e suonatori che si esibiscono all’aperto? Come si fa a riprodurre in pixel un sospiro di stupore?

La bellezza del viaggio consiste anche nel tragitto per arrivare a destinazione, nell’incontrare inaspettati compagni di avventura, così come la bellezza dell’università significa anche godere di tutti i piccoli riti apotropaici che fanno parte del percorso educativo. Il caffè da 20cinque prima degli esami, fermarsi alla bancarella dei libri per odorare le pagine ingiallite, cercare posto per studiare nel ponte e fare pausa nei vari cortili del Monastero dei Benedettini di Catania. Questi motivi bastano per farmi alzare presto la mattina, bastano per percorrere a piedi la mia adoratissima e plurimaledetta salita di San Giuliano, bastano per vivere la mia Università.

Fare didattica a distanza è chiedere di visitare una città eliminando tre dei cinque sensi, e per di più usare i restanti due soltanto parzialmente. Al termine del non-viaggio saremo senz’altro capaci di ripetere il nome delle strade, delle piazze, dei monumenti, di ricordare la storia della città che abbiamo non-visitato, ma avremo dimenticato la più importante delle lezioni: mai confondere la mappa con il territorio.