Didattica nella caverna

di Davide Amato
(Università di Catania – 30.4.2020)

“Non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?” (515b). Così Platone ci introduce, nel VII libro della Repubblica, nel suo celebre “mito della caverna”, in cui immagina “uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna” (514a). Questi uomini, nati e cresciuti nell’oscurità, vedono statuette che si muovono, o meglio ne vedono solo l’ombra proiettata dal fuoco accanto a loro. E, continua Platone, abituati a vivere in quel luogo angusto e oscuro “quei prigionieri considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali” (515c).

Questo mito immortale ereditato da Platone potrebbe essere associato alla didattica a distanza, dove le stanze private e solitarie di studenti e  professori diventano come caverne fornite però (al posto delle statuette e del fuoco) dei più nuovi dispositivi digitali: tutto il necessario per proiettare le nuove ombre. Al pari degli schiavi del mito, il mondo dell’università e della scuola si abituerà alla didattica a distanza? E se sì, chi ne beneficerebbe? La posta in gioco è massima: ne va del futuro dell’istruzione, ma anche di giovani sempre più abituati a vivere attraverso i social, attraverso il web, che disimparano a vivere fisicamente le esperienze, che disimparano l’empatia e la solidarietà, di cui l’interazione diretta è condizione imprescindibile.

Di “educazione privatizzata” parlava anni fa Marco Magni in un articolo che mostra come, nel nostro tempo dominato dal neoliberismo, si è lasciata alla scuola la funzione di “infondere, o inventare, un’anima, al progetto di un’economia sociale di mercato, ovvero ad una società individualistica e competitiva fondata sull’autoimprenditorialità e sulla concorrenza di mercato”. Un modello economico quindi che trova il luogo eminente della sua fondazione nella scuola, come dimostra “ l’Education Act della Thatcher, dell’88, che rappresenta il prototipo delle riforme neoliberiste dell’educazione”. Ma la stessa Thatcher che sbandierava l’inesistenza (o la morte?) della società, ormai superata da un mondo in cui “esistono solo gli individui”, cosa penserebbe oggi di questa nuova esperienza mediata dell’educazione?

Di certo la DaD garantirebbe evidenti vantaggi economici – si pensi a quanto le regioni risparmierebbero sui fondi per le borse di studio alloggio – e logistici – la riduzione degli spostamenti, la ridotta manutenzione delle aule, e quant’altro. Ma aldilà degli aspetti più economici, la DaD avvicina gli studenti a quella dimensione in cui esistono solo gli individui, sacrificando la socializzazione e la solidarietà sull’altare dell’interesse particolare. Qui lo studente diviene fruitore passivo di nozioni da apprendere in religioso silenzio mentre il docente discute di fronte a uno schermo. Il rapporto allievo-maestro, che sta al centro dell’educazione grazie alla sua potenza umana e interattiva, viene implacabilmente sacrificato dalla DaD. In un suo articolo Alberto G. Biuso afferma giustamente: “Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali, senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università”. Non può esistere educazione senza interazione, quindi, perché questa non avviene per “trasmettere nozioni ma per condividere un mondo”.

La lezione è dunque un unicum irripetibile, un’esperienza di socialità che deve educare il cittadino a vivere in comunità oltre che ad affacciarsi al mondo del sapere. Concludo con questa frase tratta ancora dall’articolo di Marco Magni, che sottolinea il rischio di un’educazione sempre più individualista: “I problemi inerenti il rapporto maestro-allievo su cui ragionavano Socrate, Quintiliano, Erasmo, Vittorino da Feltre, Pestalozzi, non sono poi così dissimili dai discorsi sull’educazione odierni, e neppure dal senso comune di insegnanti, allievi, genitori del presente. Cose che, una volta ‘aziendalizzate’, sono già distrutte, e il danno provocato resta molto difficile da nascondere”.