Un’epidemia quantistica

di Alessandro Pluchino
(30.4.2020)

Ieri sul Corriere della sera è apparsa la notizia di un nuovo dossier della REGIONE LOMBARDIA che ha avuto una scarsissima risonanza sui media, rimanendo coperta dal frastuono che da due mesi ci inonda di cifre e statistiche, impedendoci di discernere il grano dal loglio, di distinguere la realtà dalla narrazione mediatica.

Da un lato, infatti, c’è la realtà. E la realtà, come ci rivela lo studio riportato ieri dal corriere, è che già al 26 gennaio, in Lombardia, erano presenti 543 casi di individui positivi al coronavirus. Ripeto, 543. Dall’altro, poi, c’è la narrazione mediatica. E la narrazione, come ci ripetono i media unificati da settimane, è che il primo contagio ufficiale è stato rilevato il 21 febbraio a Codogno, dove è stato certificato il famoso paziente 1.

La narrazione prosegue dicendo che, SOLO A PARTIRE DA QUEL MOMENTO, l’epidemia è esplosa, intasando in POCHI GIORNI i reparti di terapia intensiva della Lombardia, minacciando di invadere il resto d’Italia e spingendo il governo, a partire dai primi giorni di marzo, a chiudere progressivamente tutte le attività, segregandoci in casa per due mesi e mettendo a serio rischio la tenuta economica del paese. Ma, dice sempre la narrazione, impedendo nel contempo che, dalle regioni del nord, il contagio si diffondesse al centro-sud, che – grazie alle contromisure – avrebbe così evitato la catastrofe. E in effetti la temuta catastrofe, al centro-sud, non c’è stata: al 2 aprile, le 12 regioni del centro-sud (isole comprese) registravano solo il 20% dei casi totali, il 13% dei decessi e il 28% dei ricoveri in terapia intensiva. Ottimo: vuoi dire che le restrizioni hanno funzionato! E adesso ci avviamo, con tutte le cautele necessaria, alla lunga e incerta fase due. Questa, dunque, la narrazione.

Ma torniamo alla realtà, cioè ai 543 casi di individui contagiati al 26 gennaio in Lombardia. Dando per corretta la progressione dell’epidemia che ci è stata narrata a partire dal paziente 1, se in Lombardia c’erano 543 casi al 26 gennaio, il “paziente zero” deve collocarsi intorno al 19 gennaio. Ora, dal 19 gennaio al 21 febbraio, sono passati 33 giorni. In questi 33 giorni, in assenza di isolamento e in assenza di restrizioni alla mobilità, i lombardi hanno vissuto tranquilli e sereni, senza alcun allarme, senza intasamento degli ospedali e sentendo parlare di coronavirus solo con riferimento alla Cina. E lo stesso hanno fatto tutti gli altri italiani, nonostante ogni giorno migliaia di pendolari si siano spostati dalla Lombardia in tutte le altre regioni d’Italia. Se prendiamo adesso i 33 giorni successivi, dal 21 febbraio al 25 marzo, dando sempre per corretta la progressione ufficiale dei casi totali riportata dal ministero della salute, avremmo invece sperimentato – nonostante la progressiva applicazione delle restrizioni alla mobilità – una tragica esplosione dei contagi, che solo in Lombardia sarebbero passati da 1 (il paziente di Codogno) a ben 32346, con un numero di decessi totali di 4474, 10026 ospedalizzati e 1236 ricoveri in terapia intensiva, estendendosi rapidamente anche nel resto d’Italia (che nello stesso periodo registrava complessivamente 74386 contagiati!).

Riassumendo, restringendo il discorso alla sola Lombardia, nel primo intervallo di 33 giorni, dal paziente zero al paziente 1, quando i TG parlavano d’altro e nessuno faceva tamponi, e nonostante ormai si sappia che già al 26 gennaio i casi totali erano ben 543, non sarebbe successo praticamente nulla. Invece, nei 33 giorni successivi, dal paziente uno in poi, quando si è iniziato a fare tamponi a tempesta, la catastrofe. Da fisico, sarei tentato di azzardare un’ipotesi suggestiva: sembrerebbe che siamo di fronte ad un’epidemia quantistica, che si manifesta solo quando la osserviamo! Temo però che la verità, ovviamente, sia molto meno suggestiva. Ma la lascio decidere a voi.