Il rimodellamento pandemico del Super-Io

di Afshin Kaveh
(25.4.2020)

La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali,
ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti
.
Albert Camus – La peste

Il termine Super-Io (Über-Ich), da Freud introdotto tra le pagine de L’Io e l’Es nel 1922 come una delle tre istanze della personalità, è immaginato funzionalmente come censore, se non proprio giudice, dell’Io (Ich) con l’interiorizzazione non solo dei divieti rafforzati dall’educazione e dalle norme morali e sociali, ma anche del profondo senso di colpa nel trasgredirle. Se con Foucault possiamo dire di aver compreso i meccanismi agenti in questo tipo di modellamento dal XIV al XVIII secolo, tra legge, disciplina e sicurezza (lezione magistralmente sintetizzata da Giovanna Cracco nel suo articolo Covid-19. Lockdown nel numero 67 della rivista Paginauno), non può che sorgere spontaneamente un quesito che rimanda direttamente al contesto presente, chiedendosi cosa di tutte le drastiche decisioni recentemente intraprese rispetto alla gestione del Covid-19, tra Decreti e Ordinanze, verrà interiorizzato ben oltre i termini temporanei e transitori così come sono stati inizialmente presentati. Ebbene, non un domandarsi della tragicità di un’epidemia, checché se ne dica comunque innegabile, ma il porsi quesiti a proposito del modo nel quale viene gestita e delle sue possibili conseguenze, oltre che sui suoi sviluppi futuri, immaginabili o meno che siano.

Certo, anche l’interrogarsi sull’origine e sulla diffusione del virus, attraverso una schematizzazione storica che va dalla Sars all’aviaria sino all’influenza suina, apre uno scenario che ormai non può che essere radicalmente critico, in una prospettiva ecologista, verso i modelli  dell’organizzazione economica capitalistica e le sue incontrovertibili conseguenze epidemiologiche; certamente questo sarà, anzi dovrà essere, un tema su cui esercitare prassi e riflessione, e assieme a codesto punto ci si dovrà impegnare a proporre tutta una serie di istanze che vadano a sostituirsi alle colonne portanti dell’organizzazione attuale della vita quotidiana, da tempo date non solo per astoriche ma anche per acriticabili, e che ora, una dopo l’altra, come un’unica e fragile Torre di Babele, crollano tra il frastuono di gravi contraddizioni.

Ha ragione dunque Gianfranco Sanguinetti nello scrivere che «grazie al virus, si è rivelata alla luce del sole la fragilità del nostro mondo», ma è proprio in un labile mondo di fragilità come il nostro che l’ultima chiamata non poteva che essere dietro l’angolo. È anche vero che «i contemporanei», come scrive ancora Sanguinetti, «sembrano temere solo il virus» nonostante «il gioco attualmente in corso» sia «infinitamente più pericoloso del virus» stesso, tanto da essere sicuro del nome che gli storici futuri daranno alla nostra epoca: quella «del Dispotismo Occidentale».

Dal silenzio delle strade deserte, dal timore dell’incontro dei corpi e da una società che ha ormai palesato l’obsolescenza dell’umano facendo a meno dell’insieme di individui sociali e reggendo sulla sola circolazione di armi, merci e legge, si alzano quei dubbi che, colti da Giorgio Agamben, si sviluppano attorno al quesito su quel che sarà la fine delle restrizioni imposte nella gestione del virus: «una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita» scrive appunto Agamben, «non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima» e, secondo il filosofo romano, «questa è forse oggi la cosa più disperante, anche se, com’è stato detto, «solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza», dimenticando forse che chi pronunziò tali parole morì suicida; certo, in un momento storico del tutto particolare.

Eppure credo che la speranza ci sarà, logico, ma solo in chi, immaginandosi oltre la situazione d’oggi, non vorrà ritornare a vivere come prima, riconoscendo proprio in quello stesso prima la radice di ogni problematica attuale. Presa piena coscienza di ciò si può invertire la rotta del rimodellamento del Super-Io, al di là di ogni possibile senso di colpa, anche perché riconoscere la stessa radice-marcia non può che giovarci nel trasgredire le lezioni, le restrizioni e gli obblighi disciplinanti delle malerbe.