Coronavirus: “Trattare una malattia come una guerra è un modo per renderci più docili ed ubbidienti”

di Michela Ponzani
(da Controradio, 20.4.2020)

Domenico Guarino Questa cosa sta dentro a una certa narrazione dell’epidemia con toni bellici e patriottardi – la narrazione, come sapete, “siamo in guerra contro il virus” che probabilmente spiana la strada a questo tipo di letture politicizzate. Buonasera e grazie a Michela Ponziani, storica, scrittrice e conduttrice televisiva. Buonasera, grazie di essere con noi.

Michela Ponzani Buonasera, salve a tutti.

DG Lei ha scritto un post molto interessante in cui tematizza questa narrazione del “siamo in guerra” che è stata portata avanti.

MP Sì. Francamente trovo abbastanza insopportabile questa narrazione bellica che diversi commentatori, ma anche la politica, stanno utilizzando in questo periodo, senza peraltro discutere di cosa sia realmente questa emergenza sanitaria che rischia, purtroppo, di diventare anche un emergenza economica ed è già un emergenza sociale.
Perché se è vero che molte persone hanno perso il lavoro e non lo ritroveranno dopo la fine del lockdown, e che molte donne si trovano fra l’altro costrette ad abbandonare il lavoro perché le scuole non riaprono e devono badare ai figli, trovo che non ci sia una strategia politica per far fronte a questo clima di emergenza.
Trovo insopportabile questa retorica patriottarda, come lei l’ha definita, perché i due fatti non c’entrano assolutamente niente l’uno con l’altro. Non c’è dubbio che stare a casa davanti alla televisione e utilizzare i mezzi tecnologici per comunicare con gli altri sia ben diverso che stare in un rifugio antiaereo ad aspettare i bombardamenti o aspettare che una lettera dal fronte ti dica che un tuo congiunto è caduto. E poi bisogna considerare anche i numeri, i dati: stiamo parlando di una guerra, come quella del secondo conflitto mondiale, che ha avuto milioni di morti.
Quindi credo che questa retorica abbia un po’ un senso: quello di voler compattare la nazione in un momento di particolare difficoltà per far passare alcuni provvedimenti restrittivi delle libertà civili – delle nostre libertà – in maniera tutto sommato indolore. Quindi credo che ci sia un senso dietro questa retorica anche se poi ci sono delle persone che la usano in maniera impropria, come è stato per esempio l’altra sera con Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza del coronavirus, che commentando il numero dei morti a Milano ha detto che Milano in questo clima di emergenza ha avuto più morti che durante tutta la seconda guerra mondiale. Mi sembra francamente un paragone senza […]

DG Che poi è strana questa cosa perché si dice sempre “bisogna far parlare gli esperti di una determinata materia”: Arcuri va ad invadere un campo che sicuramente non padroneggia e lo fa da un pulpito importante, fondamentale.

MP È interessante però che lo faccia, cioè perché si usa questa retorica di guerra? Veramente abbiamo bisogno per dare un volto al male, ogni volta, di ricorrere alla guerra? È interessante capire anche questo aspetto. Forse per elaborare il trauma, il vissuto traumatico che stiamo affrontando, abbiamo bisogno di riferirci alla guerra? Io non credo che gli italiani abbiano bisogno di questo, credo che abbiano bisogno di risposte concrete.
Quindi credo che tutta questa retorica serva un po’ a nascondere il vuoto, l’assenza di una progettualità politica per affrontare l’emergenza e anche quello che verrà dopo.

DG Puntando sulla sua grande competenza di storica che conosco e ho avuto modo di apprezzare, e anche sulla sua capacità di analisi politica, c’è un’altra lettura che è passata: la resistenza nostra dello stare a casa, quindi noi siamo gli eroi dello stare a casa come gli eroi della liberazione furono quelli che lottarono contro il fascismo. Anche questa è una retorica che si è molto spesa. È proprio così?

MP È una retorica che viene utilizzata però c’è anche l’altra faccia perché, come lei ha citato all’inizio di questa nostra conversazione, puntualmente ogni anno si riapre la polemica sul 25 aprile. Quindi l’Italia intera combattente che sta appunto affrontando questa nuova resistenza contro il coronavirus decontestualizzando completamente quella che è stata la scelta antifascista partigiana negli anni di guerra, e poi dall’altro lato invece richiamare continuamente ad uno svuotamento di senso del 25 aprile, addirittura richiamandosi alla canzone del Piave che non c’entra assolutamente nulla con il periodo del secondo conflitto mondiale e con il periodo della guerra partigiana, e poi questa polemica che ogni volta riprende per togliere il senso a quello che fu veramente uno sforzo, una lotta collettiva e anche politica per liberare l’Italia dal fascismo oltre che dall’occupante tedesco.
Mi pare che questi due aspetti vadano di pari passo e appartengano un po’ a quella memoria conflittuale, quella contestazione di legittimità e di senso della resistenza che da sempre caratterizza il nostro dibattito pubblico. Mi pare che ci sia ancora oggi una parte dell’opinione pubblica e della politica che non vuole proprio riconoscersi in quei valori dell’antifascismo e della lotta partigiana. Ecco perché si riaprono puntualmente queste polemiche che poi cadono nel dimenticatoio ogni volta, però tendono comunque ad avvelenare i pozzi, come se ne avessimo bisogno in questo momento.

DG Grazie Michela Ponziani, buona serata e buon lavoro.