Wu Ming sulla DAD (Didattica a distanza)

Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus

della Rete Bessa *
con fotografie di Michele Lapini
(20.4.2020)

Postilla – di Wu Ming

«Non saprei perché gli altri Paesi hanno preso una strada diversa. Secondo me, riaprire le scuole subito è rischioso perché le scuole sono un nucleo di circolazione del virus particolarmente efficiente. Credo che noi stiamo facendo bene a non riaprire le scuole, la ripartenza deve essere fatta in sicurezza».

Pierluigi Lopalco dixit e possiamo scommettere che il governo prenderà la linea senza fiatare, dato che è uno di quei due o tre virologi diventati una sorta di autorità suprema. Poco importa che a costui sfuggano le implicazioni di ordine pedagogico, psicologico, sociale della prolungata chiusura scolastica, cioè quelle di cui invece politici e governanti dovrebbero tenere conto congiuntamente alle esigenze sanitarie e di sicurezza pubblica.

Non è così difficile intuire perché altri paesi europei – che non sono stati necessariamente più reattivi in termini di tempismo e adeguatezza della risposta all’epidemia – stiano programmando la riapertura quanto meno parziale delle scuole. Partono dalla constatazione che la didattica a distanza è al massimo una mezza didattica e non può in alcun modo sostituirsi all’attività in aula – come ampiamente illustrato dall’articolo della Rete Bessa – ma anzi, può portare a danni nient’affatto semplici da recuperare. E forse considerano che una parziale riapertura prima della fine dell’anno scolastico sia precisamente l’occasione di sperimentare nuove modalità di fare scuola in sicurezza, in previsione della ripresa dopo l’estate, anche considerando che in molti prevedono una seconda ondata di contagi in autunno. Dunque anziché attendere non si sa bene cosa, si prova a reagire, con tutta la prudenza del caso. Inoltre, come ovvio, c’è una considerazione meramente economica e capitalistica: se non rimandano i figli a scuola, non possono nemmeno rimandare i genitori al lavoro, e di conseguenza non «riparte» proprio un bel niente.

In Francia è stata annunciata una parziale riapertura delle scuole dall’11 maggio, perché – parola dell’Eliseo – «troppi bambini sono privati della scuola senza aver accesso alla tecnologia digitale e non possono essere aiutati allo stesso modo dai genitori […]. Il governo dovrà stabilire regole speciali, organizzare il tempo e lo spazio in modo diverso, proteggere bene i nostri insegnanti e i nostri bambini con le attrezzature necessarie»

In Germania è stata annunciata la riapertura delle scuole il 4 maggio a cominciare dalle classi che devono sostenere gli esami di fine anno e in generale gli studenti dell’ultimo anno dei vari cicli scolastici. Si dovrà andare in aula mantenendo le distanze e quindi dividendo le classi in gruppi.

In Norvegia e Danimarca dopodomani riaprono le scuole primarie e perfino gli asili nido (vabbe’…), mentre in Olanda c’è chi ha proposto che se le scuole non dovessero riaprire, almeno si anticipi l’inizio del prossimo anno scolastico, per non perdere settimane preziose.

In Spagna – insieme all’Italia il paese europeo più devastato dall’epidemia – si sta ipotizzando che gli istituti scolastici restino aperti durante l’estate, affinché gli alunni che ne hanno bisogno possano rafforzare i contenuti curricolari, fare sport, essere seguiti, avere supporto psicologico. Il tema cruciale è quello di sventare l’abbandono scolastico dei soggetti più deboli. Essendo il paese con la più alta dispersione scolastica d’Europa, la Spagna sa che lasciare alunni e studenti fuori dalle aule da marzo a settembre potrebbe essere un disastro irreparabile per i figli delle famiglie più disagiate.

Una richiesta analoga è stata fatta anche in Italia, sottolineando un altro aspetto della faccenda. Non c’è solo il problema dell’abbandono scolastico dei figli, ma anche quello della fuoriuscita definitiva dal mondo del lavoro di tante madri, che mediamente hanno situazioni occupazionali più precarie dei padri, e che dopo mesi di stallo potrebbero non riuscire più a ricollocarsi nei rispettivi ambiti professionali.

Quando qui da noi sentiamo parlare di riapertura e ripresa delle attività lavorative e non delle scuole, viene da sospettare che il retropensiero sia proprio questo: in fondo siamo un paese in cui una donna su due non ha un impiego o fa lavori saltuari…dunque le madri possono prendersi cura dei figli e restare disoccupate; alle altre basterà dare un buono-babysitter.

In Italia infatti sappiamo che l’anno scolastico finirà, come sempre, prima che in qualunque altro paese europeo, e che si tornerà a scuola a settembre, con la speranza, pare, che sarà almeno all’inizio del mese. Staremo a vedere cosa proporrà la commissione ministeriale che ha il compito di studiare il modo per ricominciare il nuovo anno scolastico, presieduta dall’ex-assessore al lavoro e formazione dell’Emilia-Romagna, Patrizio Bianchi.

Settembre è veramente lontano e il problema non è solo quello – già grave – di non perdere nel frattempo per strada i più deboli, ma anche di recuperare la dimensione dell’apprendimento collettivo, la condivisione, e tutto ciò che costituisce la vita scolastica, senza la quale i ragazzi e le ragazze sono inevitabilmente demotivati e impoveriti.

Resta sul piatto la questione di bambini e bambine delle materne e delle primarie, ai quali è più difficile far mantenere il distanziamento. Ma nemmeno loro potranno essere tenuti fuori da scuola ad libitum, bisognerà trovare un modo per farceli tornare. È quello che già chiedono diverse petizioni.

Dopo che sono stati segregati in casa e trattati peggio dei cani per due mesi, rivendicare il diritto dei bambini alla scuola suona quasi rivoluzionario.