Mi manca la città. Cartolina da Bologna

di Alvise Narduzzi (21.4.2020)

 

Cammino verso Piazza Maggiore; e mi scopro mosso da un’insolita curiosità di imboccare quelle vie per le quali, solitamente, a guidarmi bastano le gambe. È una domenica di quarantena, ma non hanno avvisato il Nettuno, che impettito sfoggia il suo bronzo restaurato di recente per un pubblico sparuto e disinteressato. Seduti sotto le Nereidi, i rider colorano la Piazzetta con le tonalità del rispettivo servizio di consegna. Attendono di rispondere a tutti gli ordini che l’isolamento sociale ha generato, e patiscono la spola di una volante lì attorno, come un avvoltoio sulla carogna.

Superato l’angolo di Palazzo D’Accursio, precisamente quello dove si staglia l’ombra del Nettuno che uno dei Segreti ritiene equivoca, mi fermo per fare una foto a Piazza Maggiore, immobile nella nudità che forse mai ha conosciuto fino ad ora. Prima di avere il tempo di essere insoddisfatto della foto, decido di rientrare, spinto dal perentorio: “Ehi, facciamo i turisti?”, gracchiato dalla volante in movimento. Mentre torno sui miei passi, non riesco a fare a meno di sorridere, pensando che finalmente, oltre ad un nuovo fascino alla Piazza, il distanziamento sociale potrebbe essere riuscito a dare un fine utile al Voltone del Podestà e al suo telefono senza fili.

Le foto sono per i miei. Sono increduli della desertificazione di una città che nel loro immaginario reputano cuore pulsante dell’aggregazione giovanile. Opinione di cui sono felicemente complice e artefice, poiché ho sempre venduto loro immagini al miele di Bologna – che ho imparato ad amare come casa mia, per quanto è viva. E mi manca, la città, per tutte le volte che di quella vitalità sono stato parte; ma anche per tutte le volte che, severa, mi ricordava quanto sbagliassi a non vivere nelle sue strade. Io gliele mando, le foto, ma non so come dir loro che La Grassa ormai ci sfama portando il cibo al piano, consegnandolo col braccio teso a sfiorare il crampo, nel rispetto della distanza ordinata; tantomeno che La Dotta è ormai costretta alla triste forma di precettrice virtuale. Non so nemmeno spiegare, beninteso, che stiamo centellinando i rapporti personali, tra sporadiche visite clandestine e incontri online che, saltando le strette di mano, esordiscono tutte con un inutile: “Come sta andando la quarantena?”.

Credo dirò loro, per convincere me stesso, che dopotutto Bologna è anche La Rossa. Fatto che conferma, almeno cromaticamente, l’analogia col cuore che ho spacciato così bene. Racconterò che rateizziamo i rapporti, ma tentando di non interrompere il battito, i processi di sistole e diastole del pulsare bolognese. Proprio sotto casa, davanti alla Finestrella, quando mi coglie la malinconia persino nel vedermi risparmiato il quotidiano slalom tra i cretini che fotografano una Venezia fittizia, lo capisco sul serio: mi manca la mia città.