Untori ed eroi. Cartolina da Como

Di Stefano Zanella (18.4.2020)

Le immagini, ammesso che le si voglia guardare, sono sotto gli occhi tutti. La differenza la fa la narrazione che le unisce in sequenza, l’ordine che si dà alle particelle luminose che le compongono, significati tremuli. Ma nessuno ci imporrà un’unica lettura dei segni.

L’altro giorno attraversavo via XX settembre in bici, di ritorno da alcune commissioni. Dalle piante che crescono ai bordi dei due marciapiedi, quei fiori che strappavo, per riportarli a mazzi a casa dei miei, venivano ormai scomposti e trasportati dalla mano del vento, si accumulavano, rosa, ai cigli della strada. Da lì la città deserta sembrava quanto mai l’orma antica di Cartagine, con le torri, le mura che smettono di crescere per quell’amore di Didone che avvolge di torpore i cantieri. Pensavo a questo romanticismo, una semplificazione a cui a volte si deve ricorrere, e alla necessità conseguente di decostruirlo, per poi polarizzarlo. Perché sia il romanticismo di una classe che lotta, e non quello di individui in quarantena. “Sono gli dei ad infonderci questo ardore, o ognuno, Eurialo, fa un dio delle sue voglie più buie?” diceva Niso al suo amico e amante. Anche gli eroi del mito si interrogano, vogliono svestirsi di un nome, “eroe”, messo lì per coprire troppi errori umani, e che è soprattutto nei loro corpi che scava il solco più profondo.

 

Amiamo anche leggere, studiare, fare sport in cortile, ma non basta. Non sarà un’attesa acritica, tenuta insieme dalla narrazione tossica di una lotta tra untori ed eroi.

Sulle piante dai fiori rosa si innestano già altre piante, sulle vie come via XX settembre si innestano già altre immagini, il racconto continua. Rinomineremo la città affinché la possa attraversare ogni identità. Perché non si rivolti più contro chi ritenuto debole, morte annunciata e giustificata dal narratore carnefice perché – pronunciato da labbra maldestre – ‘morte di eroe’.