Non avremo più bisogno delle città

di Insorto Stanchi (18.4.2020)

Automazione e nessuna necessità di uscire

Nel secondo capitolo di Zanna Bianca si descrive la nascita e l’infanzia di un lupacchiotto. Il cucciolo vive dentro la tana della madre, che per lui è l’intero mondo. Ad un certo punto, per fame, è costretto ad uscire e conoscere la natura, magnifica e pericolosa. Ora che sta diventando evidente possiamo tranquillamente sopravvivere restando nelle nostre tane, abbiamo veramente il bisogno di prenderci il rischio di uscire?

Faccio l’architetto e lavoro in uno studio dove attualmente tutti accedono ai computer da remoto. Una comodità incredibile, perché non solo i disegnatori possono fare tutto da casa loro, ma siamo anche in grado di gestire un cantiere in Sicilia seduti sulle nostre comode poltrone a Udine. Tantissime cose che richiedevano molto tempo adesso si risolvono con qualche messaggio istantaneo, molte fotografie e video, con lo scambio di documenti in tempo reale. Mi sembra abbastanza evidente che l’emergenza attuale non ha fatto altro che accelerare il fenomeno del lavoro da remoto, che in questi giorni impropriamente chiamiamo smart.

In un’economia dove la maggior parte del lavoro è assorbito dai servizi, solo una piccola parte ha realmente bisogno di operare fisicamente nel luogo di lavoro. Grandi parti dell’industria e dell’agricoltura hanno bisogno di pochissimo personale.

La maggior parte dei servizi con persone sul campo, come quelli ospedalieri, quelli di polizia e di difesa/offesa potrebbero già oggi essere sostituiti da droni e robot comandati a distanza. La progettazione e la costruzione di cose nuove sta sempre di più diventando l’appannaggio di pochi privilegiati, che elaborano standard per tutti, sia nelle scienze, che nell’ingegneria, che nell’industria culturale. Chi quindi avrà veramente necessità di uscire per svolgere un lavoro? Probabilmente quasi nessuno. Perché mai, quindi, dovremmo uscire di casa, con tutti i rischi mortali che questo comporta?

L’illusione del web 2.0, il co-working, lo smart working, il co-living, lo sharing: la smart city

Appartengo all’ultimissima generazione di non-nativi digitali, di quelli che sono cresciuti insieme a Internet. Quando mi sono iscritto all’università vivevo in uno dei momenti più ottimisti del web 2.0, quando i grandi servizi online permettevano lo scambio completo e totale dei dati, promuovevano la creazione di Mashup e mettevano a disposizione corposi pacchetti per permettere a tutti gli sviluppatori di lavorare insieme.

Si pensava che Internet sarebbe diventato il luogo dello scambio completo e totale, che le cose potessero tutte comunicare fra di loro: le previsioni meteo con il sito di noleggio delle biciclette, il frigo di casa con i grandi distributori alimentari, le serre stagionali con il mercato ortofrutticolo, le amministrazioni con i cittadini. Un mondo di dati accessibili per tutti che avrebbero permesso un uso più razionale e giusto delle risorse.

A questa visione del web si accompagnava anche una nuova visione del lavoro, che sarebbe stato smart, ovvero intelligente. Intelligente nel senso che molte delle attività ripetitive o inefficienti potevano essere eliminate, ad esempio tramite la condivisione e il lavoro di gruppo, anche non necessariamente fra persone dello stesso settore. Questa modalità di cooperazione fra specialisti di diverse discipline si chiama co-working, e aveva bisogno di un ripensamento totale del luogo del lavoro. Nei miei corsi all’università ho visto svariate decine di progetti di spazi per il co-working, numerosissimi esempi di riconversione di vecchi edifici industriali, castelli, chiese. Lo spazio doveva permettere lo scambio continuo e incessante fra le persone: un luogo dove potersi alzare dalla propria scrivania e andare a sentire un seminario di robotica nella sala a fianco, o bere un caffè con il  vicino che fa il correttore di bozze freelance.

Ho sempre sognato di poter un giorno andare a lavorare in un posto così, dove nessun giorno sarebbe stato monotono, dove avrei avuto una miriade di stimoli diversi, dove avrei imparato qualcosa di nuovo ogni volta. Il lavoro smart era visto come l’emancipazione dalla schiavitù dell’impiegato. Saremmo diventati tutti autonomi, e mobili, anzi nomadi. Avremmo potuto lavorare da qualsiasi parte del mondo, ampliare il nostro orizzonte, vivere una vita piena e provvedere a noi stessi. La ricchezza delle esperienze e la possibilità di viaggiare era considerata una priorità sulla ricchezza materiale. Non avremmo avuto bisogno di un’automobile personale, una casa, un giardino. Avremmo condiviso tutto, a seconda del luogo in cui ci saremmo trovati (sharing). La nostra vita nomade sarebbe stata supportata da un nuovo modo di residenza, il co-living, uno spazio flessibilissimo per vivere dovunque e sempre. Ho disegnato una marea di mobili-origami pensati per questo tipo di alloggi.

Tutti questi concetti messi insieme formano la comunità smart, la smart city. Fino a un paio di anni fa ci credevo per davvero che le città iperconnesse avrebbero risolto i mali dell’umanità: perché mai ci dovrebbe essere ingiustizia in un mondo dove tutto è trasparente, condiviso, e controllato da tutti? Le automobili non serviranno più, avremo più spazi per la collettività, mescoleremo la vita lavorativa con lo svago, i vari settori della città saranno sempre abitati da qualcuno, e  non ci sarà segregazione, perché tutti potranno accedere al mercato del lavoro dovunque si trovino.

A distanza di pochissimi anni, aiutati da scandali devastanti, come quello di Cambridge Analitica, i principi del Web 2.0 sono estinti, i dati sono diventati una risorsa preziosissima da non condividere con nessuno e da strappare a ogni costo ai propri utenti, i grandi servizi online sono fortezze impenetrabili regolate da algoritmi imperscrutabili. Lo sharing è una scusa per i grandi intermediari-strozzini di accaparrarsi percentuali enormi dei ricavi dei produttori (basti pensare ai grandi negozi online e i portali per il turismo), il co-working un sistema per le aziende di risparmiare sui costi fissi dell’immobile, il co-living nel migliore dei casi suona come un’oscenità, quando non si trasforma in un ostello per lavoratori precari che affittano a carissimo prezzo un posto letto (un pod, suona meglio) nelle città del miracolo digitale e immobiliare.

In questo senso, il lavoro è diventato smart solo per le aziende, che possono acquistare forza lavoro a bassissimo prezzo e a condizioni vantaggiose.

 

La scomparsa dello spazio per il lavoro

Nel momento in cui gli strumenti che permettevano al lavoratore di essere autonomo sono stati sovvertiti per renderlo precario, lo spazio per il lavoro diventa un costo inutile.

Non solo, ma nel momento in cui molte aziende rinunciano ad avere un luogo per il lavoro, cade anche la necessità di avere uno spazio fisico di rappresentanza. E non si tratta di un concetto astratto, ma una tendenza alla quale tutti si stanno adattando molto velocemente.

Molto di recente, abbiamo fatto uno studio di riconversione di una vecchia tipografia nella sede per una grossa azienda che produce sistemi di informazione in realtà virtuale per operatori delle grandi reti di distribuzione energetica italiana. Questa azienda al momento ha circa 200 dipendenti, che tiene stipati in una decina di appartamenti presi in affitto in un condominio. L’amministratore delegato, dopo aver visto la nostra proposta – e il suo costo – ci fa capire (con una certa aria di superiorità da arrivato del web) che tutto sommato “la faccia” della sua impresa è sul web e che a lui non interessa prendersi l’impegno di costruire una sede decorosa. Meglio restare flessibili nel caso si debba ridurre il personale, e continuare ad affittare gli appartamenti. Con ogni probabilità, adesso sta facendo lavorare tutti da casa e  li lascerà lì ancora per molto. Questo è successo non a Milano, e neppure a New York, ma a Udine, dove i prezzi immobiliari sono relativamente bassi. Lo spazio del lavoro è diventato neutrale e non indispensabile: è un lusso per pochi.

 

Lo smart working provoca la dissoluzione della città

Nel momento in cui si smaterializza il luogo di lavoro, scompare anche la città. Tutte le città di tutte le epoche si costruiscono intorno al triangolo della vita dell’uomo: il luogo della produzione, il luogo della vita privata, il luogo dello svago e della vita pubblica.

Questi poli, a seconda di come vengono messi in relazione, producono diversi tipi di città. Tutte le grandi pianificazioni dall’età moderna in poi hanno fatto i conti con questo triangolo. Soprattutto nelle pianificazioni di stampo socialista questo triangolo (rigorosamente equilatero) è diventato l’unità base per la costruzione della città.

Nel momento in cui uno dei vertici viene assorbito da un altro, il triangolo collassa e la città perde tridimensionalità, diventando invisibile. Senza la necessità di spostarsi nei luoghi di lavoro e del commercio, sostituiti dallo smart working e dai grandi negozi online, si ridurrà la necessità di avere numerosi tipi edilizi, che si ridurranno sostanzialmente alla residenza e ai luoghi per lo svago.

La produzione, come già avviene adesso, sarà spostata lontano e sarà appannaggio di pochi. Abbiamo visto dappertutto gli effetti devastanti dello zoning, che ha prodotto la segregazione di intere aree urbane e parti di popolazione. Ma lo zoning non ha distrutto le città: il parigino, pur vivendo nelle banlieue, quando si reca in metropolitana in centro, al suo posto di lavoro, percorre lo spazio pubblico e lo reclama, esercitando così le sue facoltà di cittadino. Pur stando segregato lontano dai luoghi delle élite, è in grado di entrare in conflitto con gli altri, di discutere e creare la città intorno a sé, perché è costretto a percorrerla, e questo non gli può essere impedito, perché è nella struttura intrinseca della città. La città si nutre di questi conflitti e contraddizioni, che le permettono di svilupparsi e crescere. Secondo questa logica, nonostante tutte le segregazioni e gentrificazioni possibili, il centro di Londra si potrebbe lentamente spostare da Piccadilly Circus a Camden Town, e chi lo sa, magari anche a Birmingham.

La nostra pratica nell’essere cittadini, sia che ci troviamo nell’Atene di Pericle che in una grande megalopoli asiatica, comincia allo stesso modo: sulla soglia di casa nostra, negli incroci delle vie, all’uscita della metropolitana, sul ciglio di una strada, al centro di una piazza; in tutti i luoghi in cui, in un modo o nell’altro siamo costretti a interagire fisicamente con gli altri abitanti. Dico costretti perché per sopravvivere dobbiamo necessariamente (e sottolineo, necessariamente) uscire di casa e incontrare l’altro.

Questa interazione fisica può essere ridotta al minimo indispensabile, a un semplice scansarsi per lasciare passare, oppure manifestasi nelle sue forme più attive, nelle assemblee (anche se oggi bisognerebbe chiamarle – e denunciarle – assembramenti!), nelle rivolte. In ogni caso, l’uomo, occupando lo spazio fisico e misurandolo con le possibilità del suo corpo (della voce, della vista), lo trasforma in città. Due persone in piedi sulla stessa superficie si trovano in una condizione paritetica, perché le loro possibilità di occupare lo spazio sono le stesse. Lo stesso spazio, disabitato, ovviamente non è una città. È meno ovvio che lo stesso spazio, percorso solo per svago, non è ancora una città. Questo diventa evidente quando ci troviamo a Venezia ad agosto o andiamo a trascorrere un week-end in una delle tante città dei divertimenti.

Il rischio reale, per il quale ci sono già tutti i sintomi, è che le nostre città si trasformino in grandi ammassi residenziali dotati di centri per il consumo, possibilmente standardizzati.

E, una volta soddisfatti i bisogni primari, dopo che ci saremo fatti la nostra corsetta, saremo andati in palestra, ci saremo ubriacati la notte in un locale, avremo veramente bisogno di uscire di casa per affrontare l’altro, confrontarlo, combatterlo? O preferiremo andare in un comodo stand by?

Anche se non ci sarà tolta la libertà di muoverci, dove potremo andare? E soprattutto, cosa potremo veramente fare?

Dal non-luogo all’assenza del luogo

Marc Augè è diventato famoso inventando la fortunata ma ambigua definizione di non-luogo. Il non-luogo, in parole semplici, è rappresentato da tutti quei posti senza storia e anima, figli della speculazione e della standardizzazione: sono i centri commerciali, i MacDonalds, i blocchi prefabbricati di abitazione sovietici.

Marc Augè, per quanto sia mirabile nel suo intento, si contraddice in termini: il non-luogo è pur sempre un luogo fisico, e in quanto tale può essere occupato e vissuto, magari in un modo completamente diverso da come è stato pensato, diventando, con il tempo, un luogo. Ad esempio, un non-luogo come un parcheggio di cemento in periferia diventa un luogo nel momento in cui viene usato per ospitare centinaia di senzatetto ammalati di coronavirus. Lo stesso parcheggio può diventare un luogo importantissimo per i bambini che ogni giorno ci vanno a giocare a pallone.

Non sono certo le caratteristiche estetiche, e nemmeno la standardizzazione a determinare il non-luogo, quello che influisce, semmai, è il modo monotono e standardizzato al quale siamo persuasi a vivere in questi posti. Lo spazio fisico, per quanto venga costruito meticolosamente per costringere l’abitante a percorrerlo e viverlo secondo norme predeterminate, in virtù della sua fisicità è suscettibile di modifiche e cambiamento, subisce la storia, e alla lunga può trasformarsi in un nuovo vuoto per la città.

Mi viene in mente un esempio. Le spianate davanti a Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo sono state concepite come il luogo del totalitarismo più assoluto. Hanno proporzioni smisurate rispetto alle dimensioni dell’uomo, e potrebbero contenere tranquillamente una decina di Agorà o di teatri di Dioniso. Sono circondate da impermeabili edifici del potere e hanno al centro maestosi monumenti di granito. Sono state inventate per dispiegare grandi marce trionfali e sono il contrario dello spazio assembleare. Nell’Ottocento, la loro occupazione, il loro ripensamento, era impossibile: ci hanno provato i Decabristi. Vennero schiacciati dall’architettura prima ancora che dalle guardie dello Zar: 3000 giovani soldati erano dei microbi in confronto al Palazzo del Senato, all’Ammiragliato, e al monumento di Pietro il Grande. Ma all’inizio del Novecento quello stesso spazio veniva riempito da 30 000 rivoluzionari, che lo usarono per alcune delle più grandi rappresentazioni teatrali della storia, con le magnifiche scenografie costruite dalla Popova.

Ora le masse non sono le migliaia, ma i milioni, e le autostrade a sei corsie di Hong Kong sembrano strette quando vengono occupate fisicamente da chi protesta. Quello che sembrava intoccabile, come la Bastiglia, la Fortezza di Pietro e Paolo, i grattacieli governativi, è destinato, prima o poi, a essere sovvertito, profanato, contaminato. Ma adesso che non esiste più un luogo, e nemmeno un non-luogo, saremo in grado di vivere lo spazio virtuale come una città? Contro quali muri lanceremo i nostri sassi?

Senza la fisicità della città siamo legati da catene invisibili

Non bisogna demonizzare lo spazio virtuale. Per tutte le ragioni dette prima, rappresenta un’opportunità di libertà. Ma qual’è veramente la nostra capacità di agire su questo spazio? È paragonabile a quella che abbiamo su lo spazio fisico, anche il più coercitivo?

Nel momento in cui la dimensione fisica della città scompare, sarà possibile sovvertire, trasformare, vivere gli invisibili spazi virtuali nei quali ci stiamo più o meno volontariamente rinchiudendo?

Questi giorni di prove generali di arresto domiciliare di massa sono un indicatore di cosa potrebbe succedere se la città fisica sparisse. Come moltissimi altri, la mia voglia di vivere attivamente si sta fiaccando, e mi trovo a cercare di fare qualche lavoro noioso e ripetitivo piuttosto che costringermi al doloroso sforzo di scrivere e pensare a qualcosa di nuovo.

Ci stiamo tutti accorgendo che il tragitto a piedi per andare in università, la conversazione fortuita con un collega, il sorriso di uno sconosciuto, la pericolosa casualità che comporta il nostro uscire fuori, sono beni indispensabili se vogliamo essere creativi e dedicarci al mestiere di intelletto. Non ci bastano le videochiamate, i corsi online, gli e-book.

In un mondo virtuale dove tutto quello che noi vediamo è basato sui nostri interessi e profili, dove le possibilità di incontro non sono mai una coincidenza, possiamo veramente conoscere qualcosa di nuovo? A meno che non disponiamo di notevoli capacità informatiche, e in ogni caso saremmo una minuscola minoranza e potrebbe comunque non bastare, non siamo in grado di influenzare e agire minimamente sui mezzi attraverso i quali interagiamo. Semmai, succede il contrario.

E così siamo costretti a rivoltare lo spazio delle città: le strade e le piazze della città sono le immagini degli interni delle nostre case. Gli stessi dove dormiamo, mangiamo, facciamo all’amore. Mi sento un vile a guardare le viscere di questa città privata, intima e sempre parziale. Mi manca la vera città, mi manca lo stimolo, mi manca l’aria.

E se per caso volessi uscire a respirare, è bene che metta una museruola, non si sa mai che contamini gli altri con i miei germi e le mie idee.

Costruire le città a partire da noi stessi

Il quadro diventa ancora più spaventoso se pensiamo che potrebbero nascere presto persone che non sentiranno la necessità della città. Potrebbero stare a casa tutta la vita, e non sentire minimamente il bisogno di vivere al di fuori della dimensione domestica. L’uomo ha quasi raccolto tutti i tasselli del puzzle per esaudire il sogno dell’animale: provvedere a tutti i suoi bisogni senza sforzarsi e uscire dalla propria tana: la teledidattica, il lavoro a distanza, il sesso virtuale, etc. etc.

Questi giorni di quarantena mi sembrano la cartolina sbiadita di un possibile, prossimo futuro. Forse il trauma di vederci limitati nella nostra capacità di vivere è un bene, perché mi scuote dal piacevole processo di erosione graduale dei miei spazi della vita, un torpore al quale mi abbandono volentieri.

Per una volta la sirena sorridendo ha fatto vedere le sue zanne. E mi ha fatto paura. Mi risuonano i versi di una pasquinata affissa qualche giorno fa a Roma:

Ricorda, amico mio, la libertà
l’avemo come in dono ricevuta
costò più morti de morbi e povertà

E mi faccio molte domande senza risposta: Saremo in grado di lottare palmo a palmo per i nostri spazi? A pretendere di avere un luogo dove lavorare, incontrarci, litigare? Potremo costruirci da soli le piattaforme digitali che usiamo per comunicare e lavorare, possedere i dati che creiamo, modificarle secondo la nostra volontà? Avremo la forza di uscire dalle nostre stanze anche se non avremo un motivo di “assoluta necessità”, per qualcosa che non è esclusivamente legato alla nostra sopravvivenza animale?

Zanna Bianca, se non fosse uscito dalla sua tana, non sarebbe diventato Zanna Bianca; non avrebbe conosciuto la Natura, non lo avrebbero rapito gli indiani: sarebbe stato, al più, cibo per vermi senza nome.