Pietas, humanitas, aequitas

di Barbara Biscotti
(15.4.2020)

Ho preso l’abitudine, in questi giorni, di leggere ogni mattina, quando mi sveglio e mentre sorseggio il mio tè, qualche passaggio dei Pensieri del tè di Guido Ceronetti.[1]

Odi et amo: Ceronetti era un gran misogino; e oltre a ciò era anche sacerdote avvolto nelle tenebre senza speranza di un’ontologia del male; ma sono pensieri taglienti, sempre forieri di riflessione, i suoi.

Il secondo che si legge, aprendo il libro, è il seguente: “«E sarà spento ogni barlume di pietà dall’abitudine al raccapriccio» (orazione di Antonio in Giulio Cesare). Oggi in teatro questa battuta risuona come definizione del presente, dove il raccapriccio (i capelli drizzati) si spiana in un registrare meccanico del fatto raccapricciante, che eticamente lo disintegra. I veri raccapricciabili, in un pubblico spianato dall’Informazione sono mosche bianche.”[2]

Ecco, direi che nel gruppo che anima corpiepolitica si sono incontrati alcuni “raccapricciabili”: questo siamo, persone capaci di farsi muovere a pietà – di noi, degli altri, della società che siamo, del mondo che ci circonda –, perché sottrattesi in qualche modo allo spianamento attuato dall’Informazione. Accende la nostra pietas il destino dei morti non pianti, la solitudine cui sono soprattutto consegnati i più deboli, la ritualità annientata, che sia la funzione religiosa o l’aperitivo al bar poco importa, perché i molti riti quotidiani di ciascuno di noi sono ritmo, regola cadenzata che scandisce le vite e dà loro un senso.

Smuove la mia pietas filiale sentire al telefono la voce rotta di mia mamma che, complice l’artato deserto, è stata derubata della borsa mentre portava a spasso il cane (gli sciacalli appaiono invariabilmente all’odore della fragilità) e si sta faticosamente dibattendo da sola tra i mille impicci di una burocrazia che nemmeno la sovranità del virus vale a semplificare: l’ascolto raccontarmi che mentre apponeva le impronte digitali in comune per il rilascio della nuova carta d’identità, ha dovuto tenerle ferme con l’altra mano, perché le tremavano per l’agitazione. Una debolezza accresciuta che non posso nemmeno abbracciare. Attivo la cura delle parole, invio foto di fiori per messaggio, ma nulla è rassicurante, accogliente, dissolutivo come un abbraccio. Ancora Ceronetti: “I corpi li unisce il piacere, le anime la pena”. Non so distinguere tra corpi e anime, non mi appartiene questa divisione, ma qualcosa dentro di me intuisce che le anime, nella pena, traggono sollievo e piacere dalla vicinanza tra i corpi.

La pietas, insieme all’aequitas, è predicato della humanitas e nella mia mente di giusantichista sono scolpite a fuoco le parole di Ermogeniano riportate nel Digesto di Giustiniano (D. 1.5.2, Hermog. 1 iuris epit.): “hominum causa omne ius constitutum”, tutto il diritto è istituito per gli uomini.

Ora, nella situazione attuale ho come l’impressione che questa antica constatazione, se vogliamo lapalissiana, sia stata totalmente stravolta nei suoi equilibri: non il diritto al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio del diritto. Forse si è verificato un problema di ordine gnoseologico riguardo l’idea di “uomo” o quella di “diritto”.

Lo studioso di diritto romano Luigi Labruna[3] in relazione all’affermazione di Ermogeniano ha scritto “Il primo dovere di chi crea, applica, insegna, interpreta il diritto è quello di riflettere sui suoi fondamenti, sulla centralità dell’uomo rispetto alle leggi, che debbono essere prodotte al fine di garantire ed esaltare la persona umana, nella sua complessità…”. A proposito di tale “complessità” alla luce della quale va considerata l’idea di “uomo”, mi sovviene, mentre scrivo, la definizione di “salute” formulata, alla sua istituzione nel 1948, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità”; definizione, tra l’altro, ritenuta oggi datata da molti autorevoli studiosi, che ne propongono un aggiornamento in termini di “capacità di adattamento e di autogestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche, emotive”[4]. Alla luce di queste due definizioni, attualmente gli esseri umani non si direbbero proprio in salute; e non per effetto del virus, bensì perché i poteri politici sembrano aver dimenticato questi concetti fondamentali e aver trascurato una considerazione complessiva dell’uomo.

Ma anche la nozione di “diritto” è stata snaturata. Si è perso il senso di questa antropotecnica – “ars”, cioè “techne”, la definiscono i giuristi romani – e dei suoi fondamenti: ius, il diritto, condivide il radicale di origine con iugum, il giogo. Il diritto è giogo, aggioga le forze dirompenti, violente, dei singoli individui per orientarle in una direzione comune, per conseguire il bene comune; perché, come scriveva Hannah Arendt nel Denktagebuch[5], l’humanitas dei cives è “quella qualità umana che nasce soltanto nella societas”. Il ius è strumento che tiene insieme humanitas, societas, civitas ed aequitas; ma l’accettazione del giogo ha delle condizioni e prevede dei modi, prevede un consenso, almeno nei regimi democratici: “la sovranità appartiene al popolo”, recita l’art. 1 della nostra Costituzione; ma sulla sovranità e sui suoi rapporti con lo stato di eccezione ben più autorevoli autori si sono espressi. Mi limiterò ad affermare che nell’attuale situazione, con tutte le giustificazioni che ciascuno decide di accordare a essa, mi piacerebbe che qualcuno incominciasse a parlare di una “Fase 2” non solo dal punto di vista sanitario, ma anche istituzionale.

Sempre Ceronetti scrive “la «persistente, affannosa domanda» di Giustino Fortunato: che cosa vale, moralmente, l’Italia? continuerà sempre ad avere la stessa risposta: niente. Unica variante: meno che niente. Una nazione che moralmente non vale niente è un enigma… Non ha demone etico, non ha l’ombra: avrà valore di castigo, o lo chiama, tanta penuria?”.[6]

A volte la sconsolatezza tende a suggerire che Ceronetti abbia ragione.

Ma io non voglio crederlo, voglio nutrire, insieme ad altri, quel demone etico. Il mio modo di farlo è tornare ai classici e pensare che, affinché possa sopravvivere la libertas publica, coincidente con la vera securitas[7], è più che mai necessario che tutti si sentano chiamati a essere “magni viri”, cui “industria ac vigor adsint”[8].

Tacito, nel suo pessimismo politico, non confidava in una tale possibilità; ma lui viveva sotto il governo di un princeps legibus solutus.

 

Note

[1] G. Ceronetti, Pensieri del tè, Milano, 1987.
[2] G. Ceronetti, Pensieri cit., 11.
[3] Tra Europa e America Latina: principi giuridici, tradizione romanistica e ‘humanitas’ del diritto, in Roma e America. Diritto romano comune, XVII, 2004, 30 ss.
[4] M. Huber et al., How should we define health?, in British Medical Journal 2011, 343:d4163 (si veda anche la Carta di Ottawa del 1986, in cui, pur non fornendo una nuova definizione di salute, l’OMS stessa apre verso una riconsiderazione in termini più dinamici della nozione di salute).
[5] H. Arendt, Quaderni e diari, Vicenza, 2007, 225.
[6] G. Ceronetti, Pensieri cit., 24.
[7] V. G. Lopez, Libertas, in http://tuttoscorre.org/wp-content/uploads/2014/04/libertas.pdf.
[8] Tacito, Agric., 42.