Università e ricerca. Usiamo sfrontatamente il virus come scusa, per cambiare il presente prossimo venturo

di Luca Tonin
(14.4.2020)

Sfruttiamo la situazione. Usiamo, sfrontatamente, il virus come scusa. Tipo: “L’istruzione e la ricerca hanno bisogno di 100 miliardi all’anno”. Costringiamo il governo a recuperarli, quei 100 miliardi, dagli sprechi che abbiamo tutti sotto gli occhi. O a decidere che “strategici” in questo momento non sono i miliardi buttati nelle spese militari. E raccontiamola così all’Europa: “Sai com’è, per colpa della pandemia ci servono soldi perché dobbiamo studiarlo quel virus, ma da tanti punti di vista: epidemiologico e virologico, certo, ma anche biologico, ingegneristico, statistico, storico, psicologico, filosofico, pedagogico, sociologico, architettonico, urbanistico… Sai com’è Europa, ci sono tanti aspetti su cui è indispensabile fare ricerca…”.

Ci siamo – tutti noi – infervorati, disgustati, vergognati di quello che sta succedendo. Abbiamo inveito contro i vari politici, governatori e sindaci di turno e contro il loro sfornare decreti e ordinanze di cattivo gusto (estetico e giuridico). Abbiamo guardato con distacco, tecnici, giornalisti e opinionisti mentre davano valore scientifico a metodi di indagine aneddotici basati su dati parziali e nella maggior parte dei casi inconcludenti. Abbiamo litigato, anche ferocemente, con amici di lunga data, perché assuefatti al fiume mediatico e da questi scontri ne siamo usciti sorpresi. E delusi. E feriti.

Ci siamo preoccupati del futuro, della fantomatica fase 2, del nuovo corso, di cosa succederà dopo. Ci siamo sentiti violati dalle proposte del tracciamento dei nostri movimenti su modello cinese – e a più vasta scala – dei governi asiatici. Ci siamo impuntati sul trattamento dei dati personali da parte di multinazionali che usano come scusa la nostra sicurezza e la nostra salute.

Fra un paio d’anni, quando, a livello globale, saranno stati raccolti i dati della pandemia, si potrà rileggere e rivalutare l’impatto delle scelte fatte. O forse no, ma non è questo il punto.

Leggiamo invece la situazione da una prospettiva diversa. Ritengo che questo sia un momento chiave di cambiamento, e in quanto tale, fertile di opportunità. Rimescoliamo le carte. Dopo anni di stagnazione e inerzia sociale e culturale, consideriamo questa intersezione storica come un gioioso e felice periodo: un periodo in cui si possono cambiare le cose.

Sono fermamente convinto, che ora, e per almeno un paio di mesi, ci sia un varco: lo spazio per insinuarsi fra le crepe politiche, sociali e culturali che il virus ha portato. Prima di tutto, identifichiamo con precisione cosa vogliamo modellare, non nel futuro distopico in cui ci troviamo, ma nel presente in cui saremo. Il secondo passo sarà discutere come realizzare i cambiamenti.

Sono un ricercatore di ingegneria e per mia prossimità (temporale e spaziale, professionale ed esistenziale), propongo degli obiettivi  (da estendere, integrare, limare, articolare) che riguardano università e ricerca. Per punti.

1 – Abolizione dell’abilitazione nazionale
2 – Ridefinizione del ruolo di ricercatore a tempo determinato e la garanzia proseguo carriera accademica
3 – Chiamate dirette per professori e ricercatori
4 – Definizione di parametri efficaci per la valutazione della ricerca dei docenti e dei ricercatori
5 – Aumento salario minimo per i dottorandi
6 – Valorizzazione degli assegnisti di ricerca (salario e previdenza)
7 – Possibilità per docenti e ricercatori di gestire i propri fondi liberamente
8 – Abolizione della farsa dei concorsi pubblici e responsabilizzazione delle commissioni chiamanti

Sfruttiamo la situazione. Usiamo, sfrontatamente, il virus come un’ottima scusa. L’istruzione e la ricerca hanno ora bisogno di 100 miliardi all’anno. Facciamoli stanziare e saremo bravi a dimostrare che è tutto per il virus.