Noia, rabbia e bivi esistenziali: in 30 mq meglio tenere lo schermo o il compagno?

di Anna Ghiraldini
(13.4.2020)

 

Nel 2020, a 31 anni, con uno smartphone iperperformante, connessa alla rete dalla mattina alla mattina seguente, la mia privacy annientata dalla vendita di dati tra google e social, le instagram stories e il riconoscimento facciale, sono colta da vera, profonda noia e tremendo, imbarazzante disagio quando sento il jingle di skype che inizia il suo motivetto polifonico; o quando accedo a teams e nel silenzio di un telefono che non squilla, attendo che si palesi il mio interlocutore (in genere, una manciata di pixel di docente con una libreria alle spalle – ma è capitato anche di peggio); o durante un hangouts, quando il primo che prende la parola copre la voce degli altri; o verso la fine di uno zoom quando, snervata dal rimpiattino tra le facce (e le voci) dei miei interlocutori, attendo con mestizia il prossimo giro di telelezioni e chiamate “di piacere”, in una logica senza fine. O quando l’interlocutore ti dice “togliamo il video così la connessione non salta” e ti ritrovi a interagire con uno schermo nero con una piccola foto in un bollino al centro. Alienante.

 

E se rompessi il telefono, andasse in burnout (anche) il computer, mi dimenticassi di versare l’obolo alla mia compagnia telefonica? E, insomma, se per almeno 36 ore non fossi raggiungibile, cosa potrebbe succedere? Mi sono trovata ad arrabbiarmi molto con la naturalezza con cui tutti, abili e meno abili, siamo passati alla vita (in)attiva via rete; con la leggerezza con cui è stata affrontata la questione smart- e tele- dando per scontato che tutti avessero una scrivania grande, una connessione a internet stabile, uno spazio, fisico e mentale, sufficiente allo studio e al lavoro.

 

Una cara amica mi ha raccontato che la fondazione per cui lavora le ha fatto recapitare uno schermo da 24″ per poter lavorare da casa (!) e lei si trova nell’impossibilità di poter tenere sia lo schermo che il compagno con cui convive nei 30 mq di appartamento (ed è tuttora molto indecisa su chi scegliere).

 

Ho avuto lunghe e infervorate chiacchierate con amici che risiedono in Italia, Inghilterra, Germania, Giappone, Spagna e tutti gli italiani e gli expat (che, comunque, qui non hanno intenzione di tornare), hanno ribadito la loro piena fiducia nel lavoro delle istituzioni, la loro accettazione incondizionata della reclusione, il loro plauso alle forze dell’ordine “perché si sa che in Italia la gente sta a casa solo se costretta con la forza”, il loro stigma nei confronti dei runners – salvo poi masticare frasi come “fortuna che abbiamo il balcone” o “oggi il ciclamino mi ha detto che una signora è passata per andare in farmacia tre volte” durante un aperiskype. Sia chiaro: questo non sta ridefinendo la psicogeografia delle mia amicizie; considero i miei amici vittima del canale di informazione sbagliato, troppo dentro alla questione per poter essere oggettivi. E io in questo momento sono all’estero ed esco di casa senza autocertificazioni e limiti di distanza dalla porta di casa, insomma sono in una posizione privilegiata.

 

Ho firmato petizioni per la riapertura di università, archivi e biblioteche perché la mia ricerca dottorale è bloccata. Andiamo, che affollamento ha un archivio? Quando ci sono tre consultanti in contemporane abbiamo ben che esaurito le scrivanie a disposizione.
 

Per quanto concerne la materia cui più sono vicina ora, ovvero la didattica a distanza, purtroppo temo che questo innovativo e avveniristico modo di fare lezione potrebbe diventare prassi. Banalmente, penso non solo agli studenti che si vedranno sollevati dal prendere parte fisicamente a lezioni in aula ma anche ai genitori che si chiederanno perché mantenere i figli in una città diversa quando possono rimanere a casa, tanto gli basta seguire i corsi online.

 

Credo che ad Architettura, con la sua struttura laboratoriale e i lavori di gruppo, questo sia inapplicabile; ma docenti ai quali non interessa l’opinione degli studenti o che non hanno mai avuto interesse nel leggere nelle loro facce espressioni smarrite e interrogative (avrei qualche esempio in mente…) troveranno nello strumento della lezione online un modo per fare didattica che ben si confà alla loro incapacità di provare empatia per i loro studenti.

 

E temo parimenti i danni provocati dai “speriamo tutto torni presto come prima” (COME PRIMA???) e le lesioni psicofisiche da distanziamento sociale.