[Interno mattina] [Interno primo pomeriggio] [Interno sera]

di Nicolò Zanatta
(14.4.2020)

[Interno mattina]
Sono seduto al tavolo della cucina, colazione appena terminata.

“Dovrei scrivere qualcosa per Corpi e Politica. Mi sento in colpa, non ho più fatto niente. Dai, ora mi metto e scrivo, magari su quell’idea del feticismo per il carabinierato. Allora-
Titolo, banale ma d’impatto? Ci penso dopo.”

Il fascino discreto del Carabiniere

Non dovrei eppure mi stupisco. Non dovrei aspettarmi nulla di diverso eppure non riesco ad accettarlo (“ho bisogno di musica per scrivere, dove sono finite le cuffie?”). Non posso concepire un così rapido, immediato e pericolosamente “naturale” appiattimento della popolazione verso le FFOO. Un’ossequiosa tendenza italiana al collaborazionismo più viscido con con qualsiasi forma di autorità ma verso la divisa. Basti pubblicare una cosa innocua (“A Martina dovevano arrivare dei libri ma ancora nulla, sta sentendo il corriere”) e in fondo priva di attriti come il nostro Vademecum (“qui inserisco il link”) che subito vengono innalzati gli scudi per proteggere i nostri poveri agenti. “Eroi”, “guerrieri”, “… in prima linea…”, “… ci proteggono…” come se fossimo in guerra. Una retorica ora usata anche verso tutti gli operatori sanitari, (“sono ancora in pigiama, forse dovrei vestirmi”) spesso come scusa per non migliorarne condizioni di lavoro: “visto? vi acclamiamo anche come eroi, ora non ci rompete le palle sui fondi mancanti e sulle attrezzature fatiscenti, non vorrete mica sembrare ingrati?”. Nel caso del carabiniere però è la costruzione di una dicotomia: una figura potente, valorosa, muscolare e al tempo stesso fragile, delicata ed esile tanto da necessitare di un continuo profluvio di carezze e coccole da parte di un pubblico (“dove volevo andare a parare con questa frase? mi vesto che magari mi viene in mente”).

Rileggendolo non mi pare male anche se va sistemato. Sono ancora in pigiama, sarebbe bene vestirsi. Devo anche andare a buttare la spazzatura. E ritirare i panni che ormai saranno asciutti… Non voglio perdere la concentrazione, forse il pezzo sul carabinierato lo tengo per il prossimo intervento. C’era quell’altra idea che volevo sviluppare sull’uso strumentale e meramente scenografico della Cultura durante la quarantena. Proviamo con quello, magari scorre più facilmente.

La società della spettacolarità (“5 minuti solo per trovare un titolo mediocre, iniziamo bene”)

Un Papa incede solitario di una piazza troppo grande per lui. Una macchia bianca in un mare di grigio-blu scuro, schiacciata da un cielo enorme. La scalinata sembra gigantesca, fuori scala, costruita per piedi e gambe molto più grandi di lui. Il Papa, la massima carica della Chiesa Cattolica Romana, è perso quanto lo potrebbe essere chiunque: Umano, troppo umano (“giusto, piazziamoci Nietzsche che non fa mai male con le robe di chiesa”). Limitati alle quattro, strettissime mura di questi arresti domiciliari globali, Arte e Cultura hanno ora solo lo scopo di distrarci, di distoglierci dal pensiero di guardare al nostro Presente e prendere coscienza effettivamente di ciò che sta succedendo. Nemmeno Piazza San Pietro a Roma in quanto tale è sufficiente, dev’essere catturata, ripresa e proiettata come se fosse un set cinematografico (“Dovrei scrivere su Google Docs, farlo direttamente nella mail è un po’ scomodo”), aspetto colto da molti nel mettere a confronto le immagini barocche del The Young/New Pope di Sorrentino e la diretta televisiva della preghiera di Papa Francesco del 27 Marzo 2020 (“devo assolutamente vestirmi ed andare a buttare la spazzatura, così mi levo il pensiero”)

Però sono quasi le 12, con cosa pranziamo oggi? Stranamente è da un po’ che non facciamo una pasta, Martina avrebbe voglia di pesto, potrebbe non essere una brutta idea. Mi metto a preparare.”

 

[Interno primo pomeriggio]

“Che frustrazione, ho perso completamente interesse nel continuare il discorso sullo spettacolo… ogni volta che mi metto davanti alla tastiera con lo scopo di scrivere qualcosa o di ragionare sulla contingenza, mi ribello contro me stesso e mi trovo a vagare, a perdermi in meandri inutili e perniciosi che non portano a nulla. Ciò che mi sta distruggendo di questa quarantena è l’assoluta impossibilità di raccogliersi, di porsi nelle condizioni di poter essere non solo immersi nei propri pensieri ma di poter dare loro ordine, di s-chiarire la propria testa. Ogni tentativo frustrato, ogni inizio distratto, ogni pensiero svanito. Potrei scrivere di questo? Magari è la volta buona che ne vengo a capo”.

Distratta-mente (“sto diventando un clichè vivente”)

Uscire di casa è una necessità non solo per quanto riguarda il prendere aria o la tanto vituperata e infantilizzata passeggiatina, quanto l’estrema necessità di una spazialità Altra rispetto a quella delle mura di casa. È il bisogno di (“Martina ha appena litigato con quelli della libreria”) porsi nella condizione di pensare in modo ordinato, di mettere in fila le parole. Costretti in 40 mq scarsi, l’ordine delle cose (“Ah! e ora tocca a Foucault”) prende il sopravvento sull’ordine delle idee. Non c’è più margine di manovra, non c’è più la possibilità di uscire da sè stessi per guardarsi da fuori e darsi una forma. La falsa retorica dell’epidemia come livella sociale è falsa anche per la componente intellettuale: lo spazio extra è privilegio sia quando è fisico che mentale (“mi manca andare in biblioteca a scrivere”). La disciplina nelle proprie abitudini è esercitabile nel momento in cui si ha la disponibilità di poterla mettere in pratica. È la libertà dal pensiero di aggiornare compulsivamente la pagina dell’INPS (“mi avranno accreditato i 600 € per le partite IVA?”), di togliere dai preferiti la sezione offerte di lavoro di Subito.it (“cercano braccianti, a questo punto vale la pena proporsi”), di mettere in agenda la necessità di ridiscutere il contratto di affitto della propria prigione (“speriamo la nostra padrona di casa sia comprensiva”). L’orizzonte è limitato materialmente, in tutta l’estensione di questo termine.

Ecco, questo mi sembra un buon tema su cui scrivere: l’impedimento nello scrivere. Forse un po’ masturbatorio ma ho il sospetto di non essere l’unico in questa condizione. Ci metto dentro anche gli attacchi degli altri articoli che avevo preparato e lasciato incompleti. In questo momento credo di riuscire a scrivere questo, a dare senso al mio pensiero solo inquadrandolo nella cornice di non riuscire a dargli senso. Vediamo che forma riusciamo potrebbe avere.

[Interno sera]

Sono ancora in pigiama.