Una società di monadi

di Marco Tarchi 
(Editoriale di Diorama Letterario, n. 353, gennaio-febbraio 2020; pubblicato qui il 13.4.2020)

Si potrebbero dire – e sono state dette, si dicono e si diranno – molte cose sulla pandemia da Covid-19 che, nel momento in cui scriviamo queste righe (3 aprile) imperversa in Europa, accelera negli Stati Uniti e rischia di andare fuori controllo in tutto il pianeta. Si potrebbero condividere alcune delle tante osservazioni che sono circolate, chiosarne altre, replicare polemicamente altre ancora. Si potrebbe “buttarla in politica” e ribadire che questa grande crisi ha mostrato – ancora una volta – i limiti dell’efficacia delle organizzazioni transnazionali, a partire dall’Unione europea, ha svelato anche agli occhi degli ingenui e degli ottimisti i molti lati oscuri della globalizzazione, ha confermato come anche in situazioni di emergenza governi, partiti e leaders si lascino guidare più dall’esigenza di conquistare o mantenere consensi facendo a gara di retorica e demagogia (sparse a piene mani, va detto, anche da molti anti-populisti di professione o per vocazione) che dalla volontà di trovare soluzioni ai problemi sul tappeto. E, ancora, ci si potrebbe interrogare per l’ennesima volta sull’impressionante potere suggestivo della comunicazione di massa, discettare sul desiderio di godere del fatidico quarto d’ora (o anche molto di più) di celebrità degli “esperti” e sul rischio di mettere nelle mani dei tecnici, che hanno necessariamente una visione limitata ai temi di loro competenza (in questo caso, salvare vite di singole persone) scelte che spettano a chi è stato designato a tutelare il bene, e l’interesse, di tutti coloro che compongono una collettività. Ma molti si sono già occupati di questo e parecchio altro, bene o male. A noi pare opportuno dedicare qualche breve considerazione ad un tema che è sin qui rimasto escluso dal dibattito pubblico, e che invece dovrebbe esserne al cuore: quello che questa crisi ci sta dicendo sullo spirito del tempo in cui viviamo. E sulla visione del mondo che lo ispira e lo modella.

Non sono, purtroppo, elucubrazioni astratte. Né appunti filosofici, che non stonerebbero ma non sono nelle nostre corde. Sono riflessioni che partono da premesse concrete ed arrivano a non meno concrete conseguenze.

Partiamo da un dato evidente. La stragrande maggioranza delle esternazioni veicolate dai media in merito alla vicenda Coronavirus è stata impostata su un unico registro: un mix di compassione e commozione. Sentimenti pienamente comprensibili e condivisibili ma declinati sempre e solo su un piano individuale, rappresentando lo scenario esclusivamente come la somma di una molteplicità di casi singoli e privati, su taluni dei quali, giudicati i più esemplari o adatti alla bisogna, si sono avventati ed accaniti giornalisti a caccia di argomenti da tv del dolore o da reality show, generi che le norme anti-contagio avevano costretto in un angolo esiguo dei palinsesti. Laddove la dimensione collettiva – non ci azzardiamo a dire comunitaria, per omaggio alla decenza – ha rifatto capolino, la si è espressa nelle forme vacue e illusorie dell’“andrà tutto bene” (frase che, per inciso, è quella in assoluto più presente in film e telefilm, dove in genere la si pronuncia per esorcizzare a mo’ di placebo l’imminente lutto o disastro) o in quelle retoriche e preconfezionate dei discorsi delle “alte cariche dello Stato” di tutti i paesi coinvolti.

L’epidemia, come era inevitabile, ha fatto dilagare la paura. E questa volta, per fortuna, nessuno si è azzardato a liquidarla come un espediente dei cattivi populisti per sfruttare le “reazioni di pancia” della “gente”. Ma questo sentimento naturale, di nuovo, è stato mediaticamente orientato quasi esclusivamente in un’unica direzione: quella del timore soggettivo, tutt’al più esteso alla cerchia dei familiari, di essere infettati, finire in ospedale, morire. Ancora una volta comprensibilissimo (e foriero di repentine metamorfosi: a chi scrive è capitato di assistere alla conversione di conoscenti che per decenni lo avevano ammorbato di chiacchiere sull’attitudine eroica di fronte all’esistenza e magari sulla “guerra sola igiene del mondo” in assertori incondizionati del “tutti a casa!” che sino ad allora ai loro orecchi ricordava solo l’obbrobrioso 8 settembre…) , ma esente da preoccupazioni per le sorti della propria comunità di appartenenza.

La deriva individualistica e privata del dramma di queste settimane è stata del resto fin da subito immortalata dall’espressione che è stata scelta per definire la più immediata delle norme profilattiche da seguire: distanziamento sociale. Due parole dal contenuto micidiale per la vita di un aggregato.

Parlare del metro di distacco da tenere rispetto agli altri per ridurre le probabilità di infezione come “distanziamento sociale”, e valorizzare di continuo positivamente questa espressione, significa, almeno inconsapevolmente, santificare la norma dell’“ognuno per sé” (e, vista la secolarizzazione in atto, senza l’“e Dio per tutti” del proverbio). E obbligare al confinamento individuale designandolo come il solo strumento efficace di protezione dal virus spinge ulteriormente in questo senso. Insistere poi, come fanno molti istigatori dell’opinione pubblica, sulla delineazione di scenari futuri di imprevedibile durata in cui “niente potrà andare come prima” e il distanziamento sociale diverrà la norma in ogni contesto (i nonni non potranno fare comunella con i nipoti, al cinema non ci si siederà più accanto, i tavoli nelle sale dei ristoranti assomiglieranno ad isole in un arcipelago, in spiaggia non si potrà più andare se non contingentati, e via sperticandosi nell’invenzione di altri spauracchi) non fa che acuire la deriva. A cui ovviamente fa da contrappeso l’esaltazione di tutti gli strumenti telematici e/o virtuali che ci consentiranno comunque, in questo scenario dagli accenti orwelliani, di tenerci “in contatto”. Un contatto via video, in teleconferenza, mediante whatsapp, facebook, twitter, instagram e chi più social frequenta più ne metta. Secondo i creatori di questi copioni, che un tempo si sarebbero definiti fantascientifici ma oggi pretendono di disegnare i contorni obbligatori di una realtà, di qui a chissà quanto tempo non ci si potrà più abbracciare né stringere la mano (occorrerà forse anche un permesso per procedere ad attività che comportano l’abolizione delle distanze, e lo si concederà esclusivamente a fini riproduttivi?), i viaggi e ogni forma di spostamento che crei “assembramenti” saranno messi al bando, ma lo smart working, le lezioni online e le sempre più aggiornate app da cellulare risolveranno ogni problema. Decretando la fine della vetusta epoca degli scambi faccia-a-faccia, meno controllabili e poco igienici.

Il pullulare su siti e giornali di visioni di questo tipo della sorte che il dopo-coronavirus ci riserva non è un semplice segno di smarrimento di fronte all’incognite dell’avvenire. È il frutto del sempre più marcato diffondersi di una concezione dell’esistenza che è stata splendidamente riassunta in poche parole dal fisico Carlo Rovelli in un suo intervento sul «Corriere della sera» del 2 aprile. Per lui, «il bene più prezioso» è  «un po’ di vita in più». Insomma: nell’esistenza conta la quantità, non la qualità. È detto tutto.

E in effetti, la nostra epoca intrisa di consumismo, materialismo e individualismo non poteva che giungere a queste conclusioni. Un tempo si parlava, e si scriveva, di una vita «che valga di essere vissuta». Oggi una frase del genere non ha più un senso comprensibile: ogni vita ne vale un’altra; a differenziarle è la durata. Per questo, nel dramma che stiamo vivendo, ad ogni istante ci viene ripetuto che «prima di tutto viene la salute», anche a costo di paralizzare interi paesi – chi non la fa è preso per pazzo o denunciato come un untore – e di innescare una crisi economica che potrebbe essere senza precedenti dall’epoca di avvio della rivoluzione industriale.

Tutto si tiene ed è frutto di una logica tutt’altro che indecifrabile. I costi umani misurabili in termini di salute (contagi, ricoveri, morti) appaiono, e sono, immediatamente visibili e individuali. I costi sociali – certi e non solo prevedibili – riguardano un insieme e passano in secondo piano. Se ne discute, certo, ci se ne preoccupa; ma vengono dopo. Disoccupazione di massa, disperazione di chi vedrà svanire i sogni e i frutti del proprio lavoro, povertà, moltiplicarsi di patologie psichiche e comportamenti violenti indotti dal prolungato confinamento (tutti fattori che potrebbero tradursi in una crescita dei suicidi: e, pur augurandoci che non sia così, vorremmo che un domani anche queste cifre venissero citate e studiate) sono anche, se non soprattutto, fenomeni di portata sociale, che non investono solo, come un decesso, una quantità di singoli, ma un insieme, un tutto – che la concezione del mondo liberale che domina il nostro tempo non considera più, già ben lo sapevamo, superiore alla somma delle parti che lo compongono. Per questo sono derubricati a mere variabili dipendenti della vicenda sanitaria.

Una società di monadi. Anzi, per essere più realistici, molte società di monadi, di soggetti chiusi tra le pareti della propria individualità, sparse per l’intero pianeta: ecco quello che l’odierno Zeitgeist sta confezionando. Anche un evento imprevedibile e luttuoso come un’epidemia non fa altro che confermarlo. Aggregati di atomi che concentrano su stessi ogni cura e preoccupazione e che dall’insieme di cui fanno parti esigono soltanto le prestazioni di servizi a cui ritengono di avere diritto, pensando che il corrispettivo di questa fornitura sia già abbondantemente pagato dai prelievi fiscali.

La retorica con cui si è cercato da parte della classe politica e mediatica di arginare le prime ondate di smarrimento vorrebbe convincerci che dalla prova usciremo più forti e migliori e che, spinti dalle immagini dell’impegno – e talvolta dal sacrificio – di operatori sanitari e soccorritori, riscopriremo il valore della solidarietà (e, si presume, lo applicheremo ai nostri comportamenti quotidiani). Sinceramente, vorremmo crederlo. Il vizio del realismo e l’osservazione di molte delle scene in cui ordinariamente ci imbattiamo ci vietano di farlo, almeno fino a prova contraria. Il legame sociale logorato da decenni di individualizzazione consumistica, il tessuto connettivo slabbrato dal peso degli egoismi dei gruppi d’interesse contrapposti, non si ricostituisce per incanto sotto la spinta emotiva del panico, che ognuno sente dentro di sé ed amplia solamente alla cerchia più prossima. Per andare oltre questo livello istintivo, animalesco, dominato dalla sola volontà di sopravvivenza, occorrono la volontà e la capacità di riconoscersi negli altri e, assieme agli altri, in un’entità inglobante. Ci vuole, insomma, un’identità collettiva sentita come un arricchimento del nostro essere singolo, come la fonte di un senso meno effimero, più solido e profondo, dell’esistenza che stiamo vivendo. Il modo in cui stiamo affrontando e attraversando la pandemia, obbligati a una non-condivisione (o, nel migliore dei casi, ad una condivisione puramente virtuale) del comune destino, non ci aiuta a costruirla. Può darsi che la difficile fase di impoverimento materiale che ne seguirà, destinata a rendere per molti più chiara la distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, inizi ad invertire la tendenza. Possiamo, quantomeno, sperarlo. E cercare di orientare in quella direzione le nostre scelte personali.  Sottoponendoci, di passaggio, ad un bell’esame di coscienza per capire se, almeno per noi, alla prova dei fatti conta non tanto e non solo la vita in sé, ma la capacità di riconoscere, difendere e far comprendere a chi ci sta intorno i motivi per cui davvero vale la pena di viverla.