Lettera dal Bunker di p.zza Vittorio

di Nicolas Martino
(13.4.2020)

Sulla questione degli intellettuali: in tutte queste settimane gli unici interventi “sensati” che mi è capitato di leggere sui media mainstream sono state alcune interviste di Massimo Cacciari (una l’abbiamo ripubblicata qui), dove ha ribadito quanto già detto in televisione, e un’intervista a Mario Tronti uscita su Repubblica il 6 aprile scorso: “I tagli della sanità sono figli dell’attacco al sistema pubblico”. Tutti e due insistevano nel sottolineare un fatto semplice quanto poco evidente al discorso quasi a senso unico che si è affermato sui giornali, in televisione, e sui social, ovvero: l’emergenza nella quale siamo costretti (e reclusi ai domiciliari), è conseguenza dei tagli strutturali alla spesa sanitaria che tutti i governi, indifferentemente, hanno operato negli ultimi trent’anni. Mancanza di risorse, di posti letto, mancanza di personale, disorganizzazione, sono alla base della diffusione del virus e della sua pessima gestione.

È una evidenza chiara, ma nascosta, non solo dalla narrazione ufficiale, ma anche da quella che si è imposto nella chiacchiera diffusa. Il problema, insomma, ha un nome, ed è neoliberismo, con tutte le sue conseguenze politiche ed estetiche (estetica come sentire e percepire). Uno dei due intervistati ha ormai più di settant’anni, l’altro si avvicina ai novanta; nelle generazioni più giovani, in quella intellettualità diffusa e social, con le dovute e fortunate eccezioni (che nelle ultime settimane stanno crescendo il che è un buon segnale), mi pare che prevalga un allarmismo che invita a mettere la salute prima della libertà, che invita alla prudenza, in alcuni casi sfocia in ringraziamenti e applausi per i ceffoni assestati contro Salvini e Meloni. L’unica spiegazione che  trovo per questa specie di voragine generazionale è quella che posso ricondurre al modo in cui si sono formati e sono cresciuti sia Tronti che Cacciari: all’Università delle lotte operaie negli Sessanta; lotte da un lato, che legavano immediatamente l’elaborazione del pensiero teorico alla determinazione politica delle rivendicazioni operaie, assenza di lotte nell’altro caso (a dire il vero con una forbice importante che va da una serie di lotte sottotraccia negli anni Ottanta, a una serie di lotte importanti ma discontinue nei Novanta, fino all’assenza o all’invisibilità delle stesse, e quindi all’emergere, negli ultimi anni e mesi, di nuove lotte che scombinano di nuovo le carte in tavola).

Solo questa differenza strutturale può aver trasformato l’elaborazione intellettuale in un’inutile (anche se raffinato) esercizio accademico, che in molti casi sfocia oggi in un immobilismo determinato dalla paura. Paura è la parola chiave: è la passione più potente e al momento più diffusa, quella grazie alla quale tutto diventa possibile, anche contrapporre scioccamente la salute alla libertà, come se fossero due cose diverse, come se potesse esistere l’una senza l’altra (chissà quali saranno, tra l’altro, le conseguenze nevrotiche di questa emergenza).

Desiderio e piacere di ubbidire: lo aveva già detto La Boetie, molti secoli fa, nell’uomo è radicata una misteriosa libido serviendi che porta con sè un piacere nell’essere assoggettati e nel controllare gli altri: non è quello a cui assistiamo quando i sindaci emanano decreti che trasformano cittadini comuni in guardie che vanno in giro a verificare che nessuno stia in giro? Contravvenendo tra l’altro all’indicazione di non stare in giro per non diffondere il virus. Certo è una situazione comica, come comici si sono rivelati molti sindaci eletti in tanti piccoli comuni della penisola, ma che rende profetiche le parole del perigordino, così come le campagne social appoggiate dal mondo dello spettacolo più mainstream: l’insopportabile e populista #stateacasa, che nasconde tra l’altro un’incomprensione per la condizione di tutti quei lavoratori dello spettacolo e della cultura che a casa non ci possono stare perché se stanno a casa non guadagnano, e infatti sono già disperati. Per non parlare di tutti quelli che la casa non ce l’hanno, e continuano a stare in giro, nell’indifferenza di tutti. Evidentemente la paura è il terreno sul quale cresce e prospera la libido serviendi.

Tutto questo dentro un dispositivo comunicativo dove si è consumata la confusione decisiva tra scienza e scientismo, che sono due cose diverse e separate; la monopolizzazione del discorso pubblico da parte di tre o quattro voci che pretendono di dire “il vero” sulla nostra condizione, senza che questi abbiano uno straccio di numero oggettivo sul quale basare le loro dichiarazioni si avvicina molto di più allo scientismo che alla scienza; ci sono altre voci, ovviamente, ma non le troviamo in TV o sui quotidiani più diffusi; come a dire: scienza addio, largo alla stregoneria.

Non esiste nessun complotto evidentemente, e nessun complottismo da parte di chi prova a leggere criticamente la nostra condizione, il buco nel quale siamo caduti è un’automatismo delle trasformazioni politiche e sociali che hanno rimodellato il mondo negli ultimi trent’anni. Tutto è accaduto quasi naturalmente, senza troppe resistenze, quello che sembrava impossibile solo qualche anno fa è ora più che possibile, realissimo (Mark Fisher ha scritto pagine interessanti su questo, sulla mancanza di cause e collegamenti nella quale ormai tutto accade).

La riapertura delle librerie: un intervento populista quanto inutile. Si invitano le librerie a riaprire mantenendo il limite dei 200 metri entro il quale muoversi, in queste librerie nessuno ci potrà andare; a cosa serve allora? Alla retorica, insopportabile come quella del “buon” libro da leggere (approfittate per leggere un “buon” libro – ma l’unico libro buono è quello che ti colpisce se te lo tiro addosso, verrebbe da dire), per cui abbiamo salvato l’anima delle persone; risponde a quella idea della cultura come svago, suppellettile, abbellimento, passatempo, necessario ma sempre politicamente impotente. Basta farsi un giro in qualsiasi libreria – con l’eccezione delle ormai quasi introvabili librerie indipendenti che hanno chiuso una dopo l’altra strozzate dai monopoli editoriali e dala grande distribuzione – per rendersi conto che la maggior parte dei libri presenti sugli scaffali, quelli buoni e che si possono/non si possono andare a comprare dalla prossima settimana, sono carta buona in mancanza di carta igienica (che tra l’altro inizia a scarseggiare).

Che fare allora? Provare a reinventare rapporti e relazioni, per esempio; ma intanto, forse, chiarire che la cultura non è una cosa bellina e divertente, e che l’attività intellettuale ha un qualche senso se nasce dalle pratiche di trasformazione dello stato di cose esistente e si trasforma con esse, e in assenza di queste pratiche può essere costruzione di resistenze e barricate, strumenti e attrezzi che torneranno utili, se non oggi, domani. Due cose semplici e banali certamente, ma forse necessarie. Insomma, della finta riapertura delle librerie, fintantoché non diventa l’occasione per fare una passeggiata, non ce ne frega niente.

Tre note, in chiusura.

  1. Il reddito, la rivendicazione di un reddito universale, è la prima battaglia fondamentale.
  2. Chi continua a contrapporre salute e libertà, invitando a scegliere la prima a discapito della seconda, evidentemente non ha la più pallida idea di cosa sia una carcere o in generale una condizione di isolamento e reclusione, non ha la più pallida idea di quanto il carcere sia anti-salutista di per sè; di carcere si muore; anche reclusi nelle famiglie, dove ci invitano a leggere un “buon libro” si subiscono violenze psicologiche e fisiche non indifferenti; chi difende questa posizione gode evidentemente di una condizione di particolare privilegio, senza neanche rendersene conto.
  3. Didattica e rete: oltre alla battaglia per il reddito, sarebbe necessario fare una battaglia per avere un accesso gratuito e illimitato alla rete; quanto stiamo spendendo per essere connessi 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Inoltre al ministero forse non sanno che in molte famiglie non c’è la rete o non ce n’è a sufficienza per rispondere alle necessitò causate dall’emergenza, che non sono solo quelle della didattica; Ci si è spesi, nelle ultime settimane, a discutere con molta raffinatezza se la situazione nella quale ci troviamo sia uno stato d’eccezione o uno stato d’emergenza (costituzionalmente previsto), non vedendo che la condizione nella quale ci troviamo si chiama accumulazione originaria di ricchezza/dati, che tutti, docenti e studenti compresi, stanno producendo ma che diventa automaticamente di proprietà delle imprese private che appaltano le piattaforme per la teledidattica.